Storia di una casa (#9)

2006/2007

– 9 –

Più camminavo e più mi avvicinavo all’appartamento da visitare; più camminavo, e più mi accorgevo di quanto ogni mio passo fosse solitario. Era angosciante il rumore delle suole delle scarpe sull’asfalto. In quel momento compresi di esser solo. Non avevo amici, conoscenti, o quantomeno qualcuno con cui scambiare due chiacchiere nel raggio di chilometri. Sentivo crescere in me il senso di abbandono. Ero partito alla ricerca di me stesso. Questo viaggio, questa città, questa casa, tutto faceva parte di una sfera in cui entravo. Una sfera di vetro, sul cui rifesso, vedevo distorte le storie che abbandonavo: amici di strada, corse in macchine e nottate affacciati alle stelle. Ormai era il passato… e di tutto ciò, solo un riflesso distante di molti ricordi. E la sfera in cui stavo ora? Non scorgevo un gran che, vuoto assoluto. Solo una bella e incantevole città che faceva da scenografia a un palco vuoto. Ma quand’è che gli attori sarebbero entrati?

Bussai al 10, dopo aver controllato ogni nome sul citofono e fugato ogni dubbio. Sentii la voce squillante di una donna che mi chiese chi fossi. Dal tono capii che già sapeva che qualcuno sarebbe arrivato, quindi quella domanda era inutile.
– Sono Ciro… il ragazzo che… –
– Si! Sali! Scala A quinto piano. –
– Ok, salgo… – sussurrai per chiudere la conversazione ormai già chiusa.
Spinsi il pesante portone a vetri e fui all’interno dell’atrio. Un tappeto verde smeraldo m’indicava l’unica via percorribile. C’erano tre gradini davanti a me. Larghi e lunghi. Un tipo di scala che spesso sentii come metaforico esempio di funzioni non decrescenti nei corsi di matematica. C’è chi dice che la matematica non servirà mai, e invece, eccola lì… proprio sotto i miei piedi.
Arrivai a un bivio. A sinistra una porta in legno con una lunga vetrata; a destra, un altro corridoio con in fondo la stessa identica porta. Ciò che differenziava le due porte era una lettera. A e B. Ricordai ciò che aveva sputato il citofono poco prima e girai a sinistra.
Un modesto ascensore cercò di portarmi al quinto piano. Pensai che gli scricchiolii di quell’aggeggio sarebbero stati inclusi nel mio futuro affitto. In realtà tutto quello su cui stavo camminando lo sarebbe stato. Persino quel bottone numero 5 che per chissà quante volte avrei premuto; o la scala all’ingresso coi gradini larghi o la lettera A della porta in legno.
Mi accorsi di star andando troppo oltre. Forse il mio istinto stava già affezionandosi a quella casa e iniziava a fertilizzare il terreno per nuovi ricordi. Dovevo smetterla di pensare.
Aprii le due ante del vecchio ascensore e come un buffo gambero umano, uscii in retromarcia per chiuderle entrambe. Sull’uscio della porta semiaperta mi aspettava questa simpatica signora. Ancora non ero riuscito a darle una collocazione geografica dal suo accento, ma dal modo di vestire, dal taglio degli occhi e dal colore della tinta dei capelli, era chiaramente del nord. La salutai con una stretta di mano e con un “salve” non troppo serioso. Lei iniziò a parlare e si vedeva che il mestiere lo conosceva da un po’. Non ero di certo il primo sconosciuto che superava quell’uscio. Chissà quanti ragazzi sprovveduti e inesperti erano alla ricerca di un alloggio in questo momento. Milano sembrava pullulasse di anime vaganti in cerca di un posto dove stare. Ed io ero tra quelle a contendermi un posto con gli altri. Era una guerra ingiusta che mi ero stufato di perdere. Non avevo più tempo…

– Vieni Ciro, di qua c’è la cucina… –

Storia di una casa (#8)

 2006/2007

– 8 –

Ero solo. Alberto era andato in garage e la signora Pina sparita chissà dove. Gironzolavo per quella taverna sotterranea adibita a cucina e salotto. La mia attenzione tornò sull’aquario. Mi affascinava quel micro-mondo di esseri viventi, tanto estraneo a noi eppur così in simbiosi.
S’ipotizza che se ora siamo noi a essere al di qua del vetro lo dobbiamo a loro. Alle loro cellule, alla loro evoluzione, alla loro capacità di sopravvivere in ambienti ostili. Sembra così difficile pensare che milioni di anni fa sarei potuto essere uno di quei piccoli pescetti colorati; e invece di gironzolare tra divani e mobili, mi sarei addentrato tra alghe e scogli. Chissà se possono provare affetto, amore, odio, paura… dopotutto, se i nostri organi si sono evoluti dai loro, perché non potrebbe valere anche per i nostri sentimenti?
Può l’amore essere un’evoluzione di un istinto? L’eterna trasformazione di un sentimento d’affetto, amplificato dalla capacità di comunicare? Sembrava impossibile che tra me e il pesce che mi fissava boccheggiando al di là del vetro, ci potesse essere il ben che minimo collegamento. Eppure, qualcosa mi diceva che nel suo piccolo, quell’esserino stava apprezzando i tentativi di Alberto di mostrare “affetto” verso di loro.
Quel minuscolo castello in finta pietra; quel vaso rotto in terracotta; il minuscolo veliero affondato; erano tutti tentativi di umanizzazione di un ambiente che per millenni era rimasto uguale: sabbia e acqua.
I pesci sembravano felici, o almeno provavano una forma primitiva di felicità, ma pur sempre felicità. E allora mi chiedo: se la felicità è un’evoluzione di un qualcosa, tra milioni di anni, in cosa si trasformerà?

La scala in legno iniziò a scricchiolare. Qualcuno stava scendendo. Ovviamente era la signora Pina, ma in quella casa delle sorprese non davo più nulla per scontato.
– Ciro! Porto buone notizie! –
– Mi dica. –
– Ho chiamato Francesco. E’ un ragazzo che tempo fa cercava casa qui a Milano. Pensavo che avesse già trovato, per questo non te l’ho proposto prima. Indovina un po’… sta ancora cercando! –
– Bene… –
– Bene? Benissimo! Vedrai… ti troverai bene con lui. E’ un bravo ragazzo… e poi è delle tue zone! –
– Ah si? –
– Certo! Però è più grande di te… ma quando si è giovani non fa differenza qualche anno in più o in meno. –
Sorrisi a Pina in modo da mostrare un po’ di finta felicità per quella notizia. Dovevo rassegnarmi. Vivere da solo era una possibilità troppo remota. Quindi, quell’occasione, era la migliore che mi potesse capitare in quel momento.
– Ah! Ho anche richiamato la signora dell’annuncio. Ho fissato un appuntamento per domattina alle dieci, tu ci sei vero? –
– Mmm… si certo, ci sono! –
Stavo cominciando a odiare le continue intromissioni di Pina in quel che doveva essere la mia ricerca. Ma devo ammettere che mi stava dando un’importantissima mano.
– Allora domattina andrai all’appartamento… purtroppo sarai da solo. Io lavoro e Francesco non è qui a Milano ma ha detto che se l’appartamento è vivibile e costa poco, per lui non ci sono grossi problemi. Quindi la scelta sta a te… –

Già. Tutto era nelle mie mani. Come al solito del resto. Come se il fato dopo tutto il lavoro che aveva fatto per estromettermi dai miei sogni, mi ponesse davanti a due porte con scritto: Milano e Napoli. Stava a me scegliere. Stava a me completare o continuare quell’estenuante ricerca di una casa.

Storia di una casa (#7)

2006/2007

– 7 –

Lo stomaco pieno tenne finalmente a bada la fame per un po’. La pizza milanese, ovviamente, non era per nulla paragonabile a quella napoletana e col tempo compresi che dovevo abituarmi a quell’enorme differenza.
Ritornammo a casa. Di nuovo nella profumata cucina della signora Pina.
– Accomodati Ciro, arrivo subito… – si congedò la signora, lasciandomi in balia del marito silenzioso.
Per istinto seguii l’uomo che si stava dirigendo verso l’altra estremità della lunga sala rettangolare. C’erano due divani messi a formare un angolo. Mi sedetti sul primo che incontrai e puntellai con le mani il cuscino pensieroso. Alberto mi guardava. Sembrava cercasse uno stimolo, un input per cominciare un discorso. Così glielo diedi.
– Molto bello l’acquario. Posso guardare? –
– Certo! Son cinque anni che ce l’ho. Ogni tanto metto dentro un pescetto nuovo. Però sto attento che le razze combacino tra loro… non voglio rischiare che i nuovi pesci mangino quelli vecchi… –
– Interessante… –
Mi avvicinai all’acquario per guardarlo meglio. Era abbastanza grande. Un rettangolo di vetro, largo circa un metro. L’acqua limpida era illuminata da un timido neon bianco. I pesci colorati formavano piccoli branchi che s’intrecciavano tra loro.

– Vedo che ti piace l’acquario di Alberto! – disse Pina alle mie spalle sgranocchiando un biscotto.
– Si… davo uno sguardo… –
In mano aveva un cordless bianco. Me lo porse.
– Chiama il numero dell’annuncio… –
– Ma non è un po’ tardi? Saranno quasi le 10! –
– Chiama lo stesso! Qui al nord le persone vanno a letto tardi… –
– Se lo dice lei… –
Composi il numero titubante. Accostai la cornetta all’orecchio e sentii lo sguardo pesante di Pina proveniente dal divano. Detestavo sentirmi osservato, rovinava la mia concentrazione.
Parlai con Ines, la proprietaria dell’appartamento in questione. Mi spiegò tutte le condizioni con una chiarezza tale di chi fa l’affitta-camere da molti anni. Mi disse che la casa era vivibile per tre persone ma non le importava quante davvero che ne fossero all’interno, purché le venisse pagato l’affitto ogni mese. Pensai che avrei potuto benissimo prendere l’appartamento da solo e cominciare la mia vita milanese in santa pace. Purtroppo, quando mi disse che l’ammontare dell’affitto era di 1200€, il mio fantastico castello crollò su se stesso. Ringraziai la proprietaria per il tempo perso e mi scusai ancora per l’orario inusuale, poi attaccai. Guardai la signora Pina con dispiacere, sembrava che l’ennesimo muro mi fosse schiantato in faccia. Non pronunciò parola e questo destava sospetto in una persona logorroica come lei. Pensava. Deducevo dal suo silenzio che aveva ascoltato tutta la mia conversazione. Qualcosa le ronzava nella mente, quand’ecco che le sue labbra vibrarono:
– Ma il problema non è la casa… se mai un coinquilino giusto? –
– Certo… una ricerca ancora più difficile! –
– Mmm, fammi pensare… Ma certo! Come ho fatto a dimenticarmi di Francesco! Aspettami qui! Arrivo subito! Dove cavolo ho messo quel numero? – disse Pina finché la sua voce diventò quasi un borbottio per poi scomparire al piano di sopra.

Storia di una casa (#6)

 2006/2007

– 6 –

In quella cucina, dove le parole dei miei racconti volteggiavano impazzite, c’era un odore particolare. Non saprei descriverlo perché fondamentalmente non era un odore, per lo più un miscuglio di profumi. Era come prendere una vecchia padella e annusarla: un po’ di fiuto e un pizzico d’immaginazione potevano dirti ogni cibo che con essa era stato cucinato. E quella cucina era così, proprio come una vecchia padella che cucinava odori. Mentre parlavo, ventate di profumi m’inondavano l’olfatto distraendomi. Profumi come il caffè fatto da un po’; una brocca con fiori freschi di stagione; l’odore tipico dell’acqua di un acquario. Sentivo anche un profumo d’incenso bruciato qualche giorno prima che si mescolava alla durezza di un profumo per ambienti alla vaniglia. Era un cocktail particolare di odori a cui non ero abituato. L’odore più usuale che la mia mente associava a una cucina era quello della pasta al sugo.
– …e questo è tutto. –
– Cavoletti! Quanta fatica che hai fatto! Ma non mi hai ancora detto il motivo per cui ti sei trasferito qui! –
– Signora Pina… ehm… Pina… questa è una storia un po’ più lunga e non so se abbiamo tempo per… –
Una porta si aprì e istintivamente volsi lo sguardo verso di essa. Un uomo brizzolato stoiò le scarpe sullo zerbino, poi entrò.
– Alla buon ora! Finalmente! – commentò Pina.
– Scusami… ma non ho trovato parcheggio. – rispose l’uomo. – Chi è il nostro ospite? – aggiunse guardandomi incuriosito.
– Sono Ciro… – dissi alzandomi in piedi.
– E’ il figlio di una lontana conoscenza… poi ti racconto. Ora non toglierti la giacca che usciamo. Ciro, ti va una pizza? –

Qualche minuto dopo fummo in strada. Mi suonava terribilmente strano andar a mangiare una pizza a piedi. Dalle mie parti era d’abitudine prendere la macchina anche solo per fare pochi metri. In quella città invece, la macchina sembrava più un intralcio che un aiuto.
– Dobbiamo sbrigarci a trovarti una sistemazione! Ora ci pensa Pina a te! –
– Grazie… lei è molto gentile. –
– Di niente… mi è capitato già altre volte di aiutare qualcuno a trovar casa qui. Basta solo tener gli occhi aperti e le occasioni capitano. –
Speravo che ciò che dicesse quella donna fosse diventato realtà. La mia natura pessimista però, continuava a martellarmi il capo in cerca di attenzioni.
Camminavamo, e anche se tra queste righe può non trasparire, la signora Pina sembrava un fiume di parole in piena. Mi raccontava di strane storie in quel di Milano, dei parenti giù al sud e di quelli del marito in Liguria. Il suo parlare mi faceva sospettare che non avesse molte persone con cui conversare, ma poco dopo mi convinsi che era una caratteristica propria del suo carattere estroverso.
– Guarda! – disse all’improvviso bloccandomi con la mano. Mi fermai e volsi lo sguardo nella direzione in cui puntava il suo. Un grosso portone si stagliava ritto di fronte a noi. Aveva delle sbarre lunghe di colore verde. Molto semplici e ordinate a intervalli regolari. Su un lato, tra le sbarre e il vetro, campeggiava un cartello arancione con la scritta “Affittasi”. Purtroppo non lo guardavo con gli stessi occhi lucenti con cui lo guardava Pina. La mia testa aveva ancora in mente le troppe delusioni date da annunci ingannevoli o già occupati. Nonostante il mio scetticismo, annotai quel numero su un foglietto in modo da non dare adito a facili rimproveri da parte della logorroica donna alle mie spalle. Misi il foglietto in tasca e finsi un sorriso.
– Visto? Che ti dicevo! Bastava solo aprire un po’ gli occhi! –
– Già… speriamo bene… Ma dove si trova questa pizzeria? Sto morendo di fame! –

Storia di una casa (#5)

2006/2007

– 5 –

Un nome. Su quel bigliettino era scritto un nome e accanto un numero di telefono. La mia premurosa mammina me l’aveva consegnato una settimana fa, prima della partenza per Milano. “Chiamala, potrebbe aiutarti!” mi disse e mi diede un bacio. “Sono sicura che ce la farai…”

Uno dei miei tanti e terribili difetti è l’egocentrismo. Tendo molto difficilmente a chiedere aiuto alle persone. Un po’ per malfidenza generale. Mio padre m’ha sempre insegnato che quando una cosa la fai da solo riesce meglio. Mai per cattiveria, anzi, quando è qualcuno a chiedere una mano a me, mi faccio in quattro. Infine subentra la timidezza a chiudere il quadro della mia introversione e i miei rapporti sociali si fanno scarsi.
Guardai le miei mani. In una avevo il cellulare e nell’altra il biglietto.
Feci un respiro e composi il numero.
– Pronto! –
– Salve signora, sono Ciro il figlio di… –
– Ah Ciro! Si si! Mi ha chiamato tua mamma qualche giorno fa! Mi ha detto che hai bisogno di una mano a cercare la casa… –
– Si… infatti… beh… –
– Dai! Hai cenato? Vieni da me che parliamo di questa faccenda. Son in via …. –
– Ok, va bene… arrivo. –
– A dopo! –
Appena terminò la chiamata, mi sentii sollevato. La tenue fiammella della speranza s’era rinvigorita. Sentire la voce allegra di quella signora, ebbe un effetto piacevole per la mia anima, ma lo spettro della delusione continuava a serpeggiare nei miei occhi.
Camminai fino alla casa della signora Pina. Non era molto distante da dove ero. Cercai tra i palazzi il suo numero civico e lo trovai su un cancello. Suonai il citofono e si aprì una porta al primo piano. Si affacciò una donna di mezz’età. Mi scrutò fino a capire chi fossi.
– Ciro! Vieni Vieni! – mi disse sventolando una mano.
Entrai nella sua modesta casetta. Bianca, porte in legno, stanze ai lati. Molto accogliente e profumata. Si notava che era una casa vissuta, costruita e arredata negli anni. Tutti i mobili sembravano pezzi di un puzzle aggiunti uno dopo l’altro. Non era stata pensata tutta d’un pezzo. Era stata composta assemblando pezzi nuovi su quelli precedenti. Ogni mobile cercava di trovare il giusto incavo e la giusta intonazione per non risultare estraneo; e tutto nel tempo s’era saldato, fossilizzato, e la casa compattata.
Scesi delle scale a chiocciola. I gradini scricchiolavano sotto i miei piedi. L’altra metà della casa mi si presentò agli occhi. Una piccola taverna con cucina e divani. Un ottimo posto dove rilassarsi.
– Eccoci qua! Accomodati pure Ciro. –
– Ha una bella casa signora Pina… –
– Grazie, puoi chiamarmi anche solo Pina. Signora mi fa sentire vecchia… –
– Non era certo quello il mio intento… –
– Allora su… raccontami un po’ quello che hai combinato in questi giorni… –

Storia di una casa (#4)

 2006/2007

– 4 –

– Pronto… –
– Ragazzo! Dove sei? –
– Ancora in giro papà… –
– Così tardi? –
– Si… dovevo vedere l’ultima casa… –
– Trovata? –
– No… –
– Lo dicevo io, è troppo tardi per cercare. Torna qui… riproverai l’anno prossimo… –
– No papà, io ce la farò… –
Chiusi il cellulare e pensai che mio padre facesse di tutto per ostacolarmi. Ma in realtà non era così. Era il suo affetto e il suo protezionismo a spingere la sua bocca a pronunciare parole che mi demoralizzavano. Voleva farmi desistere da quella scelta, molto avventata per la sua filosofia di pensiero. Non condivideva, ma speravo che credesse in me. Speravo che tutto quello che faceva, fosse solo per mettermi alla prova. Per farmi capire che la vita non è così facile quando sei da solo. Non volevo accettare la sua esperienza, i suoi consigli, perché li consideravo antichi, passati, inadatti a una vita come la mia. Per questo non facevamo altro che scontrarci. Le nostre lingue s’infiammavano a suon di urla che solo mia madre poteva spegnere. Quanto febbrile ardore avevo allora. E adesso? Eccolo lì, il mio morale. Strisciava lungo la strada e finiva in un tombino. Sprofondava in un abisso nero da cui chissà se ne sarebbe più uscito.
Il cielo ormai era buio e la notte densa e penetrante calava sulla città come cioccolata su una torta. Camminavo lentamente tra le strade. Cercavo e spulciavo ogni palo, cartello, portone. Alla ricerca di un maledetto annuncio, di un numero, da scrivere sul mio deserto foglietto bianco.
Forse aveva ragione mio padre. Era troppo tardi. Non sarei riuscito a trovare un bel niente. Ottobre era già incominciato da un pezzo e con lui anche i corsi dell’università. Tutto sembrava muoversi più velocemente di me. Persino la notte sembrava sbucata all’improvviso. Tutto mi sembrava così uguale che mi persi tra le strade di una città che credevo di conoscere.
“Dove cavolo è il mio albergo?” pensai con rabbia.

Era tempo di chiudere quel giorno, di mangiare qualcosa e magari dormire. Sempre che avessi trovato il mio albergo. Per ironia della sorte, un’altra ricerca s’era aggiunta alle tante. Mi sedetti sul bordo di un marciapiede per smaltire la mia risata isterica; per cercare di stoppare i pensieri. Ma un vuoto non si ferma. Mi ero illuso. Avevo mirato troppo in alto e ora ne pagavo le conseguenze. Dovevo rinunciare. Dovevo andar via. Non potevo restare altro tempo in albergo. Guardai le mie mani. Erano piene di voglia, ma stroncate dalla realtà. Avevo i muscoli in fermento che dovevo calmare.
Una lacrima si fece sentire sulla mia pelle ruvida. Di fronte al sogno che vacillava, vacillavo anch’io. S’era aggiunta anche la collera alla lista dei sentimenti, producendo i suoi nefasti effetti.
Gli occhi bassi guardavano l’asfalto grigio. Lentamente cercavo di farli risalire. Volevo riconquistare almeno il mio orgoglio. Mattonella dopo mattonella, percorrevo il profilo del palazzo di fronte fino a una scritta che m’illuminò. “Desiderio” Sorrisi e asciugai le lacrime, anche se sapevo che una semplice scritta non poteva risolvere le cose. Misi le mani in tasca pensando alla valigia da preparare l’indomani. Tentai di scaldarle chiudendole a pugno, ma qualcosa mi solleticava la mano destra. Un bigliettino. Lo tirai fuori e lo lessi.
“Forse non è detta l’ultima parola… “ pensai.

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