Storia di una casa (#22)

2006/2007

– 22 –

Nonostante la sua età sfiorasse i trent’anni, Francesco sembrava un ragazzino. Aveva la corporatura piccola, legittimamente proporzionata alla sua statura. Infatti, era più basso di me di almeno una ventina di centimetri. Sulla testa aveva un buffo groviglio di capelli. Un ciuffo alto e riccioluto dominava la fronte e andava scemando all’indietro, calmandosi e lisciandosi sui lati. Il naso invece era un’entità a parte. Era grosso e pronunciato con due larghi buchi sui lati. Si stagliava dal volto in tutta la sua lunghezza.

E sbaaaaaaaamm

Nel gesto istintivo di presentarsi e porgermi frettolosamente la mano, Francesco lasciò andare la maniglia allungata del suo pesantissimo trolley che, rovinando al suolo, fece un rumore sordo. Subito strizzai gli occhi e li riaprii pian piano.
–       Mannaggia sto coso! – disse chinandosi a raccoglierlo.
–       Aspetta che ti aiuto… –
Mi avvicinai a lui e vidi che nell’ascensore era rimasta un’altra valigia, più piccola della prima. La presi e insieme, uno dopo l’altro entrammo in casa. Francesco appoggiò il trolley al muro e si guardò intorno. Fece un rapido giro di capo, cercando di ampliare la sua visuale in tutte le stanze. Subito mi chiese: – La mia qual è? –
–       Guarda, è questa qui… – risposi indicandogli la porta davanti a lui.
Abbassò lentamente la maniglia e con la stessa lentezza aprì la porta in legno. Poggiai l’altra valigia accanto alla sua e lo seguii nella stanza. Lo vidi osservare silenzioso ogni cosa. Posò lo sguardo sui letti; poi sull’armadio, sul divano e infine andò alla finestra per costatarne la vista, ma la notte glielo permise ben poco.
Si girò verso di me e con un sorriso un po’ stiracchiato, mi disse: – Sembra carina… –
Ma sembrò poco convinto nella sua affermazione. Forse si aspettava qualcosa in più in quella camera. Non dissi niente. Tenni per me i miei dubbi per congetture future.
Lo accompagnai a vedere il resto della casa. Gli mostrai prima la cucina e poi il bagno. Gli piacquero entrambi. Soprattutto quest’ultimo cui riservò un’attenta ispezione. Gli diedi tutti i dettagli del contratto e tutte le informazioni che mi aveva dato la proprietaria. Gli raccontai anche dell’attenta descrizione e della minuziosa precisione con cui mi aveva descritto tutto. Francesco ascoltava curioso. Non mi staccava mai gli occhi di dosso. Forse voleva conoscermi un po’ di più anche lui. La dovuta convivenza era reciproca, sia per me che per lui, ed entrambi volevamo scoprire nell’altro dettagli che le bocche non avrebbero mai rivelato.
Francesco tornò nella sua camera mentre io mi fermai sullo stipite a osservarlo. Quella stanza ormai era diventata sua da quando aveva acceso l’interruttore della luce, ed entrare senza permesso mi sembrava ineducato.
Il trolley era disteso sul parquet e aspettava qualcuno che avrebbe dato sollievo alle stiracchiate cerniere laterali. Francesco si chinò e con un rapido gesto aprì la valigia. Non so perché ma la mia mente immaginò uno scoppiettare vestiti aggrovigliati per tutta la stanza. Invece non fu così. Da com’erano disposti i panni, capii che Francesco era una persona ordinata e scrupolosa. Quasi mi vergognavo a pensare che nell’altra camera c’era il mio trolley ancora a terra in cui dentro, qualcuno d’ignoto, aveva piazzato una granata innescata prima che lo chiudessi. Il mio coinquilino invece con un’accuratezza chirurgica, pescava i vestiti piegati e li disponeva in fila sul divano dietro di sé. Faceva tutto in modo silenzioso tanto che mi bloccai, quando le mie labbra stavano per interrompere quella calma. Volevo riallacciare la conversazione ma vedere quel ragazzo lì, che metteva a posto la sua valigia, mi fece pensare a me stesso e alla stessa scena che avevo svolto anch’io qualche ora prima. Così, silenziosamente mi allontanai dalla sua porta e tornai nella mia stanza.

Storia di una casa (#21)

2006/2007

– 21 –

Abbassai gli occhi tristi e rassegnati che speravano che un cielo clemente consegnasse alla vista qualche stella. Era tutto troppo luminoso perché la notte fosse davvero buia e il panorama migliore. E quasi invidiavo ciò che un tempo trovavo normale mentre tornavo tardi nella mia villetta di campagna. Lì il cielo mi coccolava, animando il tragitto con un tappeto di stelle sopra la mia cresta; e ogni volta che tornavo, magari stanco, ubriaco, disilluso, puntavo il naso all’insù e mi gustavo qualche istante dello spettacolo di ogni notte; e ogni notte mi promettevo che la notte successiva mi sarei fermato qualche momento in più; ma più i giorni passavano e più vicende alterate si sommavano al quadro generale… e rimandavo quel momento in eterno…

TRiiiiiiiinnnnnnn TRiiiiiiiiiiinnnn

Un suono squillante mi fece voltare di scatto verso la porta della mia stanza. Rientrai dal balcone e mi diressi nell’atrio. Capii subito che era il citofono ma aspettai un altro squillo per averne la conferma. Nell’attesa mi domandai chi mai potesse essere a quell’ora.

TRiiiiiiinnnn

–    Si? –
–    Ciao Ciro, sono Francesco! –
–  Ah Francesco! Che sorpresa! Ora ti apro… Aspetta che capisco come si fa… –

Schiacciai a caso alcuni tasti finché dalla cornetta non sentii il rumore metallico del pistoncino che scattava. Restai ancora ad ascoltare sperando che Francesco non incorresse in nessun intoppo nel suo ingresso nel palazzo. Poi, quando sentii il portone chiudersi, appesi la cornetta e crebbe in me un’ansia spropositata dominata dalla curiosità morbosa di sapere che aspetto avesse questo futuro coinquilino.
Con la mano tremolante girai la chiave per aprire il portone. Di fronte, un ascensore silenzioso attendeva il suo passeggero. Ma i minuti passavano e niente si muoveva. La strana attesa mi fece pensare che quel ragazzo odiasse i piccoli ascensori degli anni settanta. Così mi affacciai sulla tromba delle scale nell’intento di scrutare l’ombra di Francesco. Niente. Nel palazzo sembrava che nessuno fosse entrato. Deserto. Nessun rumore, nessuna voce, nessun suono. Stavo dubitando che quel ragazzo fosse effettivamente entrato ma ecco che la lucina dell’ascensore si posizionò su occupato e il motore iniziò a girare. Qualcuno stava salendo, doveva essere lui.
Tornai in casa lasciando il portone aperto per far capire al nuovo inquilino la corretta via da seguire. Sull’uscio, nel frattempo, osservai il portone della casa di fronte. Ancora non sapevo chi ci abitasse e feci diverse congetture, immaginando un’arzilla vecchietta con una torta fumante tra le mani; o un gruppetto di ragazzi scalmanati che, in una nuvola di fumo, si davano al poker texano; e per concludere, la solita filmesca fantasia di una vicina libertina che apriva la porta in asciugamano per prendere la posta.
Come corre a volte la mia immaginazione, non come questo catorcio di ascensore! Pensai.

E finalmente intravidi dalle porte le luci dell’interno dell’ascensore. Mi trattenni dallo sbirciare all’interno e rimasi sull’uscio. Ne uscì all’indietro il tanto atteso coinquilino. Si girò, mi vide e disse, porgendomi la mano:

– Piacere, io sono Francesco. –

Storia di una casa (#20)

2006/2007

– 20 –

Scese la sera e con essa il cielo si dipinse d’arancio, colorando le piccole nuvole sparse sulla città. Adoravo osservare il tramonto. Sin da bambino, restavo affascinato dalle movenze di quella sfera luminosa che attraversava, da lato a lato, l’intero arco celeste sopra la mia casa. Lo conoscevo bene ormai: dalla mattina, quando gli fuggivo via fino a scuola; al pomeriggio quando invece gli correvo incontro, perché tramontava, come nelle più consuete scene di film, in mezzo a due monti e proprio sulla strada che percorrevo. Amo il sole, soprattutto il tiepido sole d’autunno che riscalda quel tanto che basta da non lamentarsi né del freddo né del caldo. Cosa avrei dato per vedere il tramonto su quel balcone. Purtroppo, potevo godermi solo quel rossore celeste nell’attesa del buio. La mia camera era orientata verso est e da lì, solo albe potevano passare. Meglio così, i tramonti mi regalano troppa malinconia, e scrollarmene un po’ da dosso non m’avrebbe fatto male…

Un profumo di carne e peperoni, stuzzicò un languore assopito nel mio stomaco. Qualcuna tra le mie nuove vicine era intenta a cucinare quella prelibatezza, non curante di scatenare invidia in chi, come me, certe cose non poteva, né sapeva cucinarle. Il brontolare del mio stomaco mi ripeteva che era giunta anche per me l’ora di mangiare. Nei giorni precedenti, esclusi quelli in cui mia madre si era presa cura di me, avevo saltato parecchi pasti, mangiando poco e male in orari inconsueti. Era arrivato il momento di mettere mano a padelle e fornelli, come quando, a scuola guida, arriva il giorno di passare dalla teoria alla pratica.

Entrai in cucina con l’insolita sicurezza di un cuoco navigato. Vidi una padella arancione che spiccava tra le altre. Mia madre l’aveva lasciata qui, prima d’andarsene. La presi e la rigirai più volte sottosopra. L’osservai indeciso. Volevo preparare un semplice piatto di pasta ma iniziai a farmi mille domande. Quanta acqua? Quanto sale? Quanto sugo? Quanta pasta? Essendo un tipo abbastanza preciso e pignolo, provai angoscia per non aver quelle risposte pronte. Così, decisi di affidarmi al mio intuito, elemento di me, che mi ha tirato fuori da parecchie situazioni. Presi una pentola, la riempii d’acqua, accesi il fuoco. Salai l’acqua e buttai della pasta, misurata ad occhio in un piatto. Per il sugo lessi che bisognava solo riscaldarlo in padella e così feci, senza domandarmi per quanto tempo e a che fiamma. Il risultato fu gradevole alla vista ma il sapore era terribile. Rimasi quasi un minuto a domandarmi se riempirmi lo stomaco o farcire il cestino. Scelsi lo stomaco e con la mente cercai di contrastare ciò che le papille gustative stavano urlando spudoratamente.

Deluso ma con la pancia piena tornai al mio letto. Il sole ormai era tramontato e un altro giorno era finito. Uscii sul balcone con la solita pallina rossa tra le dita. Guardai il cielo e malinconico mi domandai: e le stelle dove sono?

  

Storia di una casa (#19)

2006/2007

– 19 –

–       Ciao Bambolina… –
–       Ciao tesoro… come stai? –
–       Bene… i miei genitori se ne sono andati da poco… –
–       Non ti sei fatto proprio sentire… –
–       Hai ragione… mi dispiace… –

Al telefono ascoltavo la tenera voce di Francesca che mi rimproverava dolcemente per la mia assenza. Da poco era diventata la mia ragazza. Da quando una manciata di giorni prima ci scambiammo un ti amo su una panchina di Lodi, in una sera di Settembre. Mi sembrava già esser passata un’eternità da quel giorno e noi esser cresciuti tanto. Le cose sembravano funzionare con lei. Dopo tutte le storie complicate che ho avuto, questa sembrava la meno incasinata. L’amavo tanto e l’amore che provavo per lei era così forte da sostituire il sangue nelle vene.

–       Com’è la casa? –
–       Carina… ma manca qualcosa… –
–       Cosa? –
–       Tu… –
–       Scemo… appena posso, ti vengo a trovare… –

Saperla così vicina e non poterla vedere mi dava un senso di frustrazione che cercavo di contenere. Sapevo che non aveva l’età per essere indipendente e non poteva saltar qui a Milano, da sola, dal suo paesino in provincia. Non potevo chiederle troppo. Vederci sarebbe stata dura almeno per qualche mese. Lei aveva la scuola da mandare avanti ed io intraprendere quest’ambita carriera universitaria. Però mi rasserenava il pensiero che, se avesse potuto, avrebbe fatto anche quello per me.
–       Ora devo andare… tra un po’ suona la campanella… e il prof di statistica è un rompiscatole… –
–       Sì, tranquilla… vai… –
–       Ci sentiamo dopo? –
–       Ci sentiamo dopo –

Tornò il silenzio e sentii addosso uno strano alone di malinconia e solitudine. Presi la mia pallina tra le dita e mi avvicinai al balcone. Dal vetro osservavo la facciata del palazzo di fronte e con lo sguardo carezzavo i tetti di quelli successivi. Essere così in alto mi faceva apprezzare di più quella città. Ma un dubbio m’assaliva. Per quale motivo ero lì? Milano era davvero la città dei miei sogni o avevo solo inseguito l’amore? Non era la prima volta del resto… Ne avrei da raccontarne sullo strano connubio tra amore e pazzia che mi dominava in passato.
Ero di nuovo finito in quel vortice eterno?
Avevo di nuovo dato retta al cuore invece che alla mente?

 

 

 

Storia di una casa (#18)

2006/2007

– 18 –

 

Quel mattino arrivò con un richiamo casalingo: l’odore del caffè appena fatto. La premurosa mano materna era intenta a versare il liquido scuro nelle tazzine, con lo scrupoloso intento di non toccare la porcellana con il beccuccio della caffettiera.
Mi allontanai un istante da quella scena per affacciarmi al balcone della camera. Cercavo, tra le macchine parcheggiate, una color verde acqua poiché, lì vicino, avrei sicuramente intravisto mio padre. Era sceso poco prima a portar giù le valigie ma a vederlo indugiare pensai che le valigie fossero solo una scusa per dar un occhio in più alla macchina. Conoscevo bene quell’uomo e con il tempo ho imparato a conoscere almeno la metà delle preoccupazioni che avvinghiavano quella testa brizzolata e baffuta. Sapevo che, nonostante la bella gita fuoriporta a Milano, non vedeva l’ora di tornare a casa a risolvere i problemi che aveva lasciato a metà; e pensare che uno degli eterni problemi lasciati a metà ero io. Chissà come avrebbe attenuato l’ansia che gli potevo procurare da qui, senza potermi mostrare il suo sguardo severo pieno di rimproveri. C’è da dire però, che sicuramente gli avrei tolto qualche grattacapo, visto come sono andati gli ultimi anni del liceo. Ora poteva finalmente dedicarsi a qualche passatempo nell’immenso vuoto lasciato dall’assenza dei miei casini.
–       Tieni, attento che scotta… –
Mia madre mi raggiunse alle spalle e mi porse il caffè tenendo la tazzina come il braccio di una di quelle macchinette afferrapupazzi. Si sporse anche lei e guardò mio padre che si stava allontanando in direzione del palazzo.
–       Ti ho sistemato i panni in quella libreria. Meglio di niente per adesso… –
–       Va bene così mamma, tanto sono solo vestiti… – tenni a sminuire quell’impiccio.
–       Mi raccomando, tienili in ordine altrimenti si sgualciscono tutti! –

Sentii la porta aprirsi e il solito borbottio raggiungere le mie orecchie. Mio padre entrò nella camera e osservò il dito di mia madre che puntava la sua tazzina di caffè sul tavolo.
–       Siamo pronti? – disse mio padre, includendo anche me nella compagnia di viaggio.
Li accompagnai alla porta d’ingresso. Mia madre mi abbracciò e mi diede un bacio affettuoso. Abbracciai anche mio padre, con meno intensità, ma con eguale affetto. Mi fecero le solite raccomandazioni e ultimarono il discorso con -… tanto appena possiamo, facciamo un salto qui… – Peccato che quella fu l’unica volta che misero piede in quella casa.

Mi abbandonai sul letto. Sorrisi pensando alla giornata trascorsa con i miei genitori e l’immaginai seduti in macchina a battibeccare su argomenti di poco conto. Osservavo il mio nuovo armadio. Certo, era difficile definirlo tale solo perché dentro ci appoggiavo i vestiti. Nonostante tutti gli sforzi d’immaginazione, quella cosa in legno con porte in vetro, restava una libreria. Ci sarà qualcosa che posso fare? pensai alzandomi dal letto e prendendo le chiavi.
Comprai alla cartoleria in strada un blocco di fogli colorati. Con lo scotch biadesivo l’incollai, sopra i vetri delle porte, in modo da coprire ogni spazio trasparente. Ammirai soddisfatto il risultato. Il mio armadio non doveva più vergognarsi di essere una libreria.

Tornai sul letto ma il telefono squillò…

 

Gira di qua… Gira! (parte III)

Guardavo il finestrino e nel riflesso vedevo me. Quando il buio calava al terminar dello scorrere dei lampioni, il mio profilo appariva denso e colorato sul vetro trasparente. In quel momento vedevo i miei occhi al di là del vetro. Non c’erano più quelli di lei e sembrava che, su una banchina immaginaria, stessi aspettando me stesso. Mi guardavo… e il mio riflesso mi guardava a sua volta. Com’era preciso nei movimenti. Scattava al battere di ciglia e sorrideva quando un pensiero felice mi attraversava la mente. Ma era così? Ero davvero così? La finzione della felicità corrodeva a poco a poco il mio fegato, mi stringeva l’anima e dava cazzotti al cuore. Per quanto potevo ancora continuare su quella falsa riga di un Ciro modellato alla perfezione? Eccomi là, al di là del vetro. Questo futuro ventiquattrenne stralunato; con la barba incolta da qualche giorno; i capelli mossi dalla cera e un gran mucchio di anelli. Ed eccoli là i miei occhi. Quando li osservo cerco d’intravederci il futuro. Ma è come osservare in un profondissimo pozzo nero. Scavo… scavo con lo sguardo nei miei occhi ipnotici correndo sulle vie oscure del destino. E’ tutto scritto vero? A volte ci penso… a volte ci credo… e a volte vorrei trovare quel libro per farlo in mille pezzi e bruciarne ogni frammento.
Io sono il mio destino! Io sono quello che faccio e che creo! Io sono la concentrazione umana delle mie decisioni, giuste o sbagliate che siano. Io scelgo… e a volte ho scelto male, riportando i segni sulla pelle come un prigioniero che segna i giorni sul muro della cella. Strano ma vero… anche l’apparente perfezione sbaglia. Anche la ragione per quanto giusta si possa ritenere, rapportata al cuore, sembra commettere notevoli errori.

I profili delle cittadine erano disegnate con contorni di strade illuminate. Come una foto in negativo, vedevo oscuri palazzi e fredde case. Le macchine, piccole formiche dagli occhi luminosi, si addentravano tra alberi e montagne. Il mio sentiero ferroso e gracchiante stava per portarmi alla meta. Pregavo per non avere altri fastidiosi inconvenienti. Accesi il cellulare e controllai la mia posizione sulla mappa. Non ero molto lontano da Aversa. Al tempo stesso mio fratello si avvicinava da sud, su una difficoltosa strada urbana. Enzo era sull’altro treno passato avanti nel disguido di Formia. Non aveva problemi di malinconia avendo a fianco la sua amata. Ripensai di nuovo al destino che stranamente aveva portato me e il mio amico nella stessa zona, su due treni diversi ad avere lo stesso problema: come tornare a casa. E grazie alle mie larghe tasche che contengono sempre un Piano B, mi ritrovai per l’ennesima volta a dargli una mano. Non ho mai lasciato in panne un amico. Sono sempre stato l’elemento su cui poter contare al cento per cento. Disposto sempre a dare un braccio per salvare le persone care. E mi chiedo sempre se qualcuno è disposto a farlo per me. Nutrendo seri dubbi sulla risposta…

Il treno stava rallentando la sua corsa. Segno che stavamo entrando in una stazione. Mi affacciai al finestrino opposto. Molte persone erano in piedi con le valigie in mano.
– Scusi signora… siamo quasi arrivati ad Aversa? – chiesi.
– Si… altri 5 minuti… –
Non potevo crederci. Il mio lungo viaggio da Nord a Sud si stava per concludere. La mia ansia poteva calmarsi. E quando il treno si fermò tirai un sospiro di sollievo.
Presi la borsa e scesi sulla banchina. Quella stazione mi era completamente ignota. Lessi i cartelli e cercai l’uscita. Sperai che i miei fratelli fossero dove dovevano essere.
Ed erano lì…

– Dovevate prendere la Statale! – dissi.
– We! Non rompere i coglioni eh! –
– Già è tanto che ti siamo venuti a prendere! –
Posai la borsa nel bagagliaio e salii in macchina. Iniziai a dare direttive a Davide che guidava. Graziano dietro messaggiava con qualcuna. Forse avevo rovinato la sua serata.
Con qualche difficoltà ci districammo dal traffico. Accesi il telefono e impostai il navigatore.
– Graziano… trovami l’indirizzo della stazione di Caserta… –
– Perché? –
– Perché dobbiamo andare a prendere Enzo! –
– Aèèèè Ciroooo!! –
Graziano mi urlò dietro per un paio di minuti. Poi trovò l’indirizzo e me lo diede. Poggiai il navigatore accanto al cambio in modo che Davide lo sentisse.
M’incastonai nel sediolino dando sollievo alla mia stanchezza. Guardai l’orologio. Ero partito alle 11 di mattina ed erano le 11 di sera. Non avevo toccato cibo ed ero in piedi solo grazie all’effetto di qualche caffè. Ma quell’effetto a poco a poco stava svanendo. Guardai il finestrino e vidi di nuovo me stesso nel riflesso. Ecco l’unica persona che non mi abbandonerà mai! Pensai amaramente. Quel figlio di puttana nel riflesso mi conosce meglio di chiunque altro. Sa delle scosse al cuore che mi suscitano certe immagini. Come i suoi occhi al di là del vetro. Ancora ci ripenso. Chissà quando li rivedrò? Di sicuro non presto.

Ora, sono troppo lontano da lei…

 

 

<—Parte II

 

Se tanto non hai fretta… (parte II)

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Formia

Ripresi il pc e lo arroventai sotto i colpi delle mie dita frenetiche. Calcolavo percorsi, probabilità, eventuali
problemi che i miei fratelli avrebbero potuto incontrare; possibili stazioni in cui fermarmi; traffico, orari, chilometri, deviazioni, mi stava venendo un gran mal di testa!
Il mio cellulare lampeggiò. Sullo schermo comparse una mappa e un punto con la faccina di mio fratello che si spostava. Graziano stava facendo bene il suo dovere, si erano mossi da casa. Io invece, dall’altra parte della mappa, restavo fermo e immobile nei pressi della stazione di Formia. Immaginai che la stessa mappa la stesse guardando mio fratello nel sedile passeggero di un’Audi sparata sulla statale 7. Gli avevo insegnato a usare Google Latitude qualche anno prima. Era Pasqua e giocavamo con i cellulari mentre andavamo a trovare i nonni per i consueti auguri.
– Graziano, guarda quest’applicazione… – gli dissi.
– Cos’è? Una mappa? –
– Molto di più… vedi quest’icona con la mia foto? Indica la mia posizione. Ora accendi anche il tuo cellulare e ti faccio vedere che compari anche tu… –
Graziano cacciò dalla tasca il suo Htc bianco. Attivò la connessione e cliccò su Google maps. Un attimo dopo, accanto alla mia icona lampeggiante, comparse anche la sua.
– Fico! – disse – Ma a che cazzo serve? –
– Per adesso a niente… ma sicuramente verrà un giorno in cui ci servirà… –
E il giorno era proprio quello in cui i miei fratelli erano la mia ultima speranza di salvezza. Guardai l’orologio e fissai per un po’ le lancette che segnavano le nove. Quanti casini che stavo creando. Avevo spedito i miei fratelli fino a Formia! Più di cento chilometri da casa! Di notte! Dovevano attraversare paesi come Giuliano, Castel Volturno, Casal di Principe… zone in cui, a volte, la legge stenta ad arrivare e regna l’anarchia. E mandarci due adolescenti immaturi, non era tanto una buona idea.
Mia madre ucciderà…
Mentre ero assorto nei miei pensieri, il telefono cominciò a squillare. La foto di mia madre apparve sullo schermo nero. – Cazzo! Tempismo perfetto! –
Click
– Ciao Ma’… –
– Ciro! Sei arrivato a casa? –
– No… sono ancora in treno… ci sono stati dei problemi… –
– Ce la fai a prendere la coincidenza? Devo chiamare qualcuno che ti venga a prendere? –
– No Ma’… ho chiamato Graziano e Davide… stanno venendo loro… – bomba sganciata, chiusi gli occhi e allontanai un po’ il cellulare dall’orecchio, in attesa di roventi grida furiose.
– Ah… – disse solamente. – Te lo vedi tutto tu? –
– Certo… li sto guidando da qui… –
– Va bene… allora fammi sapere quando arrivate a casa… Ciao –
– Ciao Ma’ –
Click
Chiusi il cellulare ancora incredulo. Mia mamma che non si preoccupava? Suonava strano pensarlo. O semplicemente non aveva ancora focalizzato con la mente… cosa molto probabile.
Mi adagiai sul sedile appoggiando i piedi su quello di fronte. A intervalli di 5 minuti accendevo la connessione per seguire il tragitto dei miei fratelli. Non avevano ancora oltrepassato la metà del percorso.
Intanto il mio treno restava nell’inamovibilità più assoluta. I passeggeri erano incazzati neri. Un tizio si era impossessato del microfono dell’interfono e con messaggi del tipo “Capotreno! Abbiamo donne e bambini a bordo! Dove sei?” aizzava ancora di più la folla inferocita.
Perché non ho preso il Frecciarossa? Pensai amareggiato.
Mentre roteavo il cellulare tra le dita, sentii un rumore ferroso provenire da lontano. Un treno si stava avvicinando a noi. Possibile?
Andai al finestrino e un regionale mi passo a pochi metri dal viso a tutta velocità. Mandai un messaggio a Enzo:
Ma per caso, sei su quel treno che mi è appena passato a fianco?
Nello stesso istante mi arrivò un suo messaggio che sostanzialmente diceva la stessa cosa. Lo chiamai.
– We! Figlio di puttana! Sei passato e noi no! –
Rise.
– Ciro, come facciamo quando arrivo? –
– Ti passo a prendere con i miei fratelli, tranquillo! –
– In che stazione devo scendere? –
Pensai un attimo e dissi: – Caserta… scendi lì –
Click

Ora dovevo solo sperare che il mio treno riprendesse la corsa. Se il treno di Enzo era passato, perché il mio era ancora fermo? Nessuno lo sapeva. Intanto avevo socializzato con una signora di Salerno. Stando nella mia stessa cabina aveva ascoltato tutte le mie chiamate e quindi seguito la mia vicenda. Le chiesi consiglio su dove scendere nel caso in cui il treno fosse ripartito.
– Aversa… E’ abbastanza vicina a Napoli ed è la fermata successiva a Formia… e soprattutto non è lontana da Caserta! – mi disse con estrema calma e tornò a leggere la sua rivista. Non sembrava per niente preoccupata dalla situazione. Sfogliava il suo Gente proprio come se fosse nella sala d’attesa di un parrucchiere. Invidiavo la sua calma.
Improvvisamente qualcosa si smosse. Sentii vibrare il sedile sotto il culo. Il macchinista aveva acceso i motori. Le persone si calmarono. Il vociare si ammutolì per un istante come in attesa di qualcosa.
E quel qualcosa avvenne: le ganasce dei freni lasciarono libere le ruote che cigolarono sui binari muovendosi in avanti. Tutti tirarono un respiro di sollievo… tranne io che avevo riaperto il pc per ricalcolare i percorsi. Mandai un messaggio a Graziano:
Cambio di programma, il mio treno è ripartito, andate alla stazione di Aversa!

Porcaputtana! Deciditi un po’! Mi rispose un po’ incazzato…

<—Parte I                                                         Parte III –>

 

Ci siamo persi ma… (parte I)

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Milano, Stazione Centrale

Due occhi color nocciola mi osservavano dal finestrino. Appartenevano a una ragazza in un elegante vestitino blu che aspettava che il mio treno partisse. Voci d’interfono, rumori confusi e un gran scalpitio di persone, passeggeri in attesa e molti che partivano. Osservavo quegli occhi seduto al mio posto 64. Sapevo che al di là del vetro c’era un cuore che batteva, ansioso e malinconico per la mia partenza. E anche il mio si associava al suo. Per un istante pensai di non partire più. Di gettare il biglietto che avevo tra le mani e fuggire con lei ovunque… lontano da qui. Quella ragazza respirava con parsimonia, intravedevo una lacrima e gli angoli della bocca tendevano al basso. La sua espressione triste si rifletteva su di me. Mi entrava dentro e mi spolpava, frammentando l’orgoglio. Quelle labbra un tempo amate e quelle guance che solo le mie mani accarezzavano con piacere. Tutto perso… tutto finito nell’oblio di una fredda scatola.

E il mio cuore? Anch’esso giace tra lettere e fotografie dimenticate? Lo ritroverò un giorno. Batterà come prima. Dimenticherò tutto… riuscirò a non farti più del male… Pensami… Ed anch’io lo farò. Prometto di pensare alla nostra storia o quello che n’è rimasto. Ora che s’interrotta per un mio capriccio. Per quella testa bacata che governa il mio corpo, comanda l’anima e ripudia il cuore. Vedrai che un giorno i tuoi occhi torneranno a specchiarsi nei miei; sentirai il mio respiro sulle labbra che anticiperà un casto bacio; e le mani stringere le tue come il tempo in cui solo con quelle ci amavamo già. Baciami mia bella. Vorrei un bacio ora, prima che il treno parta. Vorrei sfondare il finestrino e raccogliere i tuoi capelli tra le mani. Vorrei averti per sempre e non rimpiangere gli attimi in cui eravamo felici. A volte penso che ormai non sia più in grado di amare. Poi vedo te… e dimmi come cavolo faccio a non amarti? Come faccio a dimenticarti? Solo la distanza può sbrigare questo compito… e questo treno è il mezzo che mi porterà lontano. Questo treno mi separerà da te… e dal mio cuore che resta chiuso in una scatola della mia camera. Resta il mio corpo freddo che si riscalda solo con la sua presenza.

La guardavo cercando di capire i suoi pensieri.
Un fischio destò l’attenzione di entrambi poi tornammo su di noi. Strinsi le labbra in un misero sorriso mentre il treno lentamente si smuoveva. Con due dita le lanciai un piccolo bacio. Lei mi salutò delicatamente con una mano. E non la vidi più… perché il treno, incurante dei sentimenti, abbandonò la stazione.
– È la tua ragazza? – mi chiese un tipo a fianco a me che aveva osservato la scena.
– No… o meglio, non più… –
– Strano… –
– Già… è una strana storia… –
Il treno viaggiava veloce. Le stazioni cambiavano nome in tempi costanti. Lodi, Piacenza, Parma…
“Ho fatto bene a prendere l’intercity…” pensai, “così ho più tempo per riflettere sulla mia vita…”.
Presi un libro dalla borsa e ne lessi qualche pagina. M’immersi nella storia estraniandomi dal mondo. Ma lentamente mi assopivo sulle parole. Le frasi scorrevano lente, fino a quando chiusi gli occhi e mi addormentai…
– Che cosa è successo? –
– Perché siamo fermi? –
– Il treno è guasto? –
– Capotreno! Chiamate il Capotreno! –
Con gli occhi chiusi e ancora assonnato, ascoltavo delle voci che si facevano sempre più vicine. Non capivo ancora cosa stesse succedendo. Ero tra sogno e realtà. Aprii gli occhi e vidi un treno in fermento. Persone che andavano e venivano. Chi urlava, chi parlava, chi si lamentava. Cercai di capire e notai che eravamo fermi. Niente stazioni, nel bel mezzo del nulla. Mi destai alla svelta e presi piena conoscenza di me. Mi alzai e uscii dalla cabina scostando le persone sedute. Intravidi dal finestrino alcuni passeggeri che erano scesi sui binari. Chiesi informazioni a un ragazzo che passava dietro di me e sinteticamente mi disse che c’era un treno rotto davanti a noi. Non potevamo passare. Guardai l’orologio.

20:30

Troppo tardi per prendere il regionale che mi avrebbe portato fino a casa. Dovevo darmi da fare e organizzare qualcosa. Cacciai il mio netbook dalla borsa.
– Dov’è quel maledetto cavo usb! –
Con il cavo attaccai il cellulare ed ebbi la connessione. Cercai di capire dov’ero.
– Formia… 100 chilometri da Napoli… –
Mi grattai la testa pensieroso. Chi poteva darmi una mano? I miei genitori erano beatamente in vacanza e i miei amici erano chissà dove. L’ultima speranza erano i miei fratelli. Quei due marmocchi viziati che non sanno fare un cavolo. Sarebbero riusciti a fare tutti quei chilometri per venirmi a prendere?
Sbuffai e sentii il mio cellulare vibrare.
Un messaggio, era Enzo:
We Ciro dove sei? Io sto tornando da Roma con Eva!
Risposi: A meno che il tuo treno non abbia le ali da Formia non si passa…
Io sono in treno bloccato qui…

Intanto un gruppo di napoletani aveva alzato il volume delle loro proteste. Cercavano il controllore per cantagliene quattro. Erano stufi dell’attesa, un po’ come tutti. Per quell’ora dovevamo essere già arrivati da un pezzo e invece…

Messaggio, Enzo:
Cazzo! Vuol dire che perderemo la coincidenza? Come si fa?
Risposi: Non ti preoccupare… penso a tutto io!

Chiamai mio fratello più piccolo. Rispose svogliato e un po’ nervoso.
– Graziano! Mi serve una mano. –
– Dai Cì… devo uscire mo’ –
– No! Mi devi venire a prendere! Ti ricordi quando ti ho insegnato a usare Google Latitude col cellulare? –
– Certo… –
– Ecco… usalo per trovare la mia posizione e poi col navigatore raggiungimi… –
– Che palle Cì! –
– Muoviti! E fai guidare Davide! –
Click
Strinsi in mano il cellulare. Guardai gli alberi dal finestrino ondeggiare al suon di un vento caldo. La sera calava lentamente sulle nostre teste in attesa.

Questo viaggio sarà più lungo del previsto… pensai mentre riaprivo lo schermo del mio pc.

Parte II –>

##8

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8.

Sabato mattina.
Il sole d’aprile entrava dalla finestra e illuminava la mia stanza. I suoi riflessi facevano brillare il mio portatile laccato nero. L’osservavo pensando che di lì a poco sarebbe finito anche lui nella valigia vuota sul pavimento. Prima però…
– Martì, io scendo… vado a fare colazione! –
La mia coinquilina era in cucina che preparava il caffè in pigiama. Chiusi la porta e scesi.
In strada non c’era nessuno. Normale… Un sabato normale. Forse non ci sarebbe stato nessuno anche al bar. Meglio, così potevo prendere il mio cappuccino in santa pace.
Aprii la porta a vetri del bar e subito buttai un occhio ai tavolini… tutti occupati. Anche il bancone era semioccupato e mi piazzai in uno spazio davanti alla cassa. Giovanna capì subito che volevo un cappuccino e si ricordò che preferivo la brioches alla marmellata.
– …attento che è un po’ calda… – mi avvertì.
– Non ti preoccupare… –
Presi la mia brioches e Carmelina mi lanciò una lunga occhiata come a volermi chiedere qualcosa. Non ressi il suo sguardo e finsi di controllare qualcosa al cellulare.
Rocco era alla macchina del caffè. Mi aveva salutato quando ero entrato. Avevo il sospetto che Giovanna non l’avesse avvertito e mi stesse preparando il solito caffè. Quando mi porse il cappuccino sorrisi. Devo imparare a fidarmi un po’ di più delle persone e smetterla con le inutili raccomandazioni.
Visto che avevo il cellulare in mano controllai il messaggio di Trenitalia. Il mio animo s’incupì. Tra circa un ora sarei partito per tornare a casa. Quella vera… quella in cui sono nato. Tra i miei genitori e i miei fratelli che non vedevo da natale. E anche se una parte di me volveva a tutti i costi tornare, l’altra aveva messo salde radici in quell’appartamento di Lambrate. Tra libri e pc, palline e poster polverosi. Tornare giù voleva dire immergersi di nuovo in una vita che avevo interrotto 5 anni fa. La mia cameretta, anche se abitata da un nuovo inquilino, era rimasta come l’avevo lasciata e osservarla mi riportava alla mente un Ciro diverso. Un Ciro che tirava freccette al muro e lasciava che la musica facesse vibrare i vetri delle finestre. Un Ciro che ora è cambiato. Un Ciro che chissà come non aveva mai preferito il cappuccino al bar… Ed ora, mi trovo qui, in una città che fatico a far diventare mia, con piaceri e peccati da evitare, cibi e pietanze da scoprire… un mondo nuovo che in cinque anni continua a stupirmi…
Per fortuna direi…

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