Corsi e Ricorsi Storici (VI)

Passante Porta Venezia 2

(Foto personale)

Di solito, non bazzico mai nella zona nord di Milano. Soprattutto nella stazione di Porta Garibaldi alle 11 della mattina. In quel momento, in realtà, sarei dovuto essere a seguire una noiosissima lezione di strategia di marketing aziendale. Che, per uno che vuole specializzarsi in finanza, è solo uno sbattimento in più da dover sbrigare.
Invece ero lì, a seguire una pazza squinternata nei suoi giri incoscienti.
–  Secondo te lo troviamo un biglietto? – mi chiese Annalisa speranzosa.
–  Sì certo! Chi vuoi che parta da Milano per il ponte dell’immacolata… solo, mmm… TUTTA MILANO? – risposi ironico.

Dopo aver percorso un lungo ed elegante corridoio, arrivammo alla biglietteria della stazione.
Una signora anzianotta dal volto simpatico, ci chiese cosa volessimo.
–  Un biglietto per Napoli, sul primo treno disponibile! – disse la mia amica.
L’espressione della signora bigliettaia mutò. Tirò un bel sospiro e iniziò a digitare i tasti della sua consumatissima tastiera. Assunse espressioni via via più deluse nel costatare che non c’era speranza di partire per quel giorno.
–  Niente… mi spiace… –
–  Nemmeno un posticino piccolo? – la pregò Anna.
–  No, zero. Tutto pieno! Oggi e domani. –
–  Ma io devo partire! –
Anna continuò a pregare la povera bigliettaia incolpevole finché intervenni io.
–  Senta… non si può fare un posto in piedi? Senza il posto riservato? –
–  Sì ma… un viaggio così lungo in piedi… –
–  Non si preoccupi… alla mia amica fa bene stare in piedi! Così si ricorda di prenotare MOLTO prima, la prossima volta. –
Anna mi sorrise. Sapeva che le mie critiche erano solo per il suo bene.
–  Sì… in piedi c’è disponibilità. –
–  Ottimo! Faccia due biglietti allora! – esclamò Annalisa.
Sorpreso, afferrai Anna per un braccio.
–  Che fai? Per chi è l’altro biglietto? – chiesi.
–  Per Lia, scende con me! –
–  Mmm ok… ovviamente presumo che Lia lo sappia. –
–  Eh no… dopo glielo diciamo. –
–  aaaahhh Anna! –
Mi passai una mano sulla fronte mentre la mia amica finiva di pagare i biglietti. Era impacciata tra mille borse e borsettine. Cercai di aiutarla in qualche modo, mantenendole qualcosa.
–  Ecco bravo. Mantieni quella che è tua. –
–  Cosa? –
–  Sì, ci ho messo dentro una busta d’insalata pronta da condire… –
–  Anna… dimmi, perché? Cosa ti ho fatto di male?! Spiegamelo! –
–  Susu! Quante storie! Porta a casa e mangiala! –
–  Aaaahhh –

Più tardi, in metro, ero seduto tra un indiano dal dubbio gusto nel vestirsi e la mia terribile amica. Osservai il suo trafficare con il cellulare. Stava spedendo sms a raffica. Chissà a chi.
–  Lia lavora… non può partire! – disse delusa.
–  Vedi? Non puoi far le cose avventate e sperare che ti vadano bene! Ora chi te lo ripaga quel biglietto? –
–  Ovviamente lei! Perché partirà con me! –
–  Sì e ora mi spieghi come farai a tirarla fuori dal lavoro?  –
–  Ah non lo so ancora… ma tu mi darai sicuramente una mano, vero? –
–  Aaaaahhh! Come devo fare con te! – dissi, scuotendo la testa mentre l’indiano accanto a me se la rideva sotto i baffi.

 

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (V)

Corsi e Ricorsi storici 5 Camille

(Foto personale)

Una parete sfocata si presentò ai miei occhi ancora spenti dal sonno. Misi a fuoco lentamente e notai Annalisa aggirarsi per la stanza.

–  Buongiorno! – mi disse mentre piegava un pantalone per poi riporlo in valigia.
–  Buongiorno… – accennai strofinandomi un occhio.
–  Vuoi la colazione? –
–  Cosa hai? –
–  Vieni in cucina con me… – disse uscendo dalla stanza.
Mi avvicinai al bordo del letto per scendere. Ero ancora intontito dal sonno e avevo dimenticato che quellaragazzadisastrata dormiva su un maledetto futon. Così, sbattei i piedi per terra credendo che il pavimento fosse qualche centimetro più in basso. Ahia!
Entrai in cucina zoppicante. Anna era intenta a piazzare cose commestibili sulla tavola che, però, avevano una dubbia provenienza.
– Anna, che sono queste robe? – chiesi, prendendo un barattolo dal tavolo per osservarlo.
–  Quello è farro! Lì ci sono i cereali con la frutta secca. Lì le noci… vuoi del Ginseng? –
–  Eh? Che hai detto? In che parte del mondo mi sono risvegliato? Dov’è il caffè? –
–  A me non piace il caffè! – rispose.
Mi sedetti spazientito. Guardai tutta quella strana roba davanti a me e sorrisi sotto i baffi.
Ma come fa a mangiar sta roba? Pensai.
Fortuna volle che intravidi, nel suo ricchissimo scaffale, una confezione verde con su impressa la foto di un tipo di merendine che amavo.
–  Le Camille!? Hai le Camille! – dissi eccitato.
–  Sì, ne vuoi una? –
–  Ovviamente! –
Presi l’intero pacco e ne mangiai un po’. La mia fame sembrava insaziabile. Annalisa mi guardava e sorrideva. Mi disse che ne avrebbe comprate a tonnellate data la mia fame e i miei gusti.
Intanto si mise a riordinare il suo frigo.
–  Ciro lo sai che starò via per un po’… –
–  Quindi? –
–  Devi portarti via un po’ di roba da mangiare… altrimenti la devo buttare. –
–  Scordatelo. –
–  Dai. –
–  No! –

Tornai in camera da letto dopo la scorpacciata di Camille. Mi rivestii con i vestiti sgualciti della sera prima. Mi stiracchiai facendo scricchiolare spalle e schiena. Annalisa era ancora in cucina a combinare chissà cosa. La stanza era perfettamente illuminata dalla luce del sole. Mi guardai intorno. Libreria, armadio e scrivania straboccavano di cianfrusaglie curiose. Notai un piccolo carillon su di un ripiano. Amo i carillon. Mi avvicinai e girai la piccola manovella. Produsse una stupenda melodia. Mentre suonavo, mi cadde l’occhio su un giradischi in vinile. Era ben tenuto e la collezione di dischi più in basso mi faceva pensare che veniva usato spesso. Non sia mai che quella ragazza si adegui a questi tempi! Su un altro ripiano della libreria, vidi una vecchia macchinetta fotografica. Questa è un Lomo! La presi in mano e fissando nel mirino iniziai a scattare foto a vuoto per la stanza.
Il futon, Clak
Il carillon, Clak
Il giradischi, Clak
Annalisa, Clak
– Ti stai divertendo? – mi chiese fissando il mirino della Lomo.
– Abbastanza… –
– Dai usciamo. Dobbiamo andare in stazione a cercare un paio di biglietti del treno! – disse.
Posai la vecchia Lomo sul ripiano. Anna era già davanti alla porta d’ingresso.
Portai una mano alla fronte pensando all’impossibilità di trovare due biglietti per il treno del ponte dell’immacolata.
Che Dio ce la mandi buona!

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (IV)

Tram 23

(Foto personale)

Il 23 lo considero il più bel tram di Milano. Lo amo così tanto che non si contano più le volte in cui feci da capolinea a capolinea senza uno scopo preciso. E’ un tram della fine degli anni ‘20 rimasto esteticamente e costruttivamente come allora. L’interno è interamente rivestito in legno come d’uso all’epoca. Niente tecnologismi moderni come quelli dei nuovi serpentoni. Vero e proprio acciaio sferragliante in un’elegante carrozza decorata. Mi emoziono sempre a starci su. Quando chiudevo gli occhi o restringevo il campo alla sola visione dell’interno del tram, sembrava che un secolo di storia non fosse mai passato. Tutto quel legno… le plafoniere dei lampadari decorate… i vecchi avvisi vetusti… e lo stesso cigolare, rumoreggiare, scintillare d’un tempo…
Annalisa era seduta accanto a me sulla panca in legno scuro. Il 23 scricchiolava nelle curve. Le ruote stridevano sui binari d’acciaio e il rumore penetrava da alcuni finestrini aperti.
Eravamo riusciti a prendere l’ultimo tram della notte. Pur sapendo che io odio prendere l’ultimo tram della notte.
L’una era passata da un pezzo e Milano s’era colorata d’arancio con le luci dei lampioni. Annalisa mi raccontava del suo flirt momentaneo, lamentandosi della stronzaggine di certi uomini. Non le davo torto, ma nemmeno ragione. Anche le donne hanno le loro colpe a volte. Lei intanto continuava a raccontare. Ogni tanto però, le elargivo qualche pizzicotto gratuito nel fianco, quando mi diceva di essere caduta in defiance, come spiegazione della sua momentanea “disponibilità” verso M. Le spiegai, (senza mezzi termini che qui userò per non essere volgare) che concedersi a un ragazzo fidanzato era, come dire, da:
–  Zoccola! –
–  Cirooo! Ma come ti permetti! – urlò.
Mi diede un leggero schiaffo sulla guancia.
–  Non è come pensi… in fondo è un ragazzo che mi piace. Vorrei che… –
–  Vorresti cosa?! Tu speri troppo! Quello viene qua a Milano per, come dire, haicapito, e poi se ne va! Senza nemmeno farsi sentire! –
–  Già… come devo fare. Non riesco proprio a dirgli di no… –
–  Aaahhh… –
Il 23 si fermò alla nostra fermata. Casa di Annalisa non era molto lontana. Percorremmo un piccolo tratto di strada a piedi. La zona dove abitava era fantastica. Perfetta per il suo stile da ragazza vintage. Palazzi antichi, mattoni rossi, merlature e balconi caratteristici. Ogni palazzo aveva un suo disegno particolare. Una sua storia…
–  Eccoci qua. –
Annalisa aprì il portone d’ingresso. Era la prima volta che mettevo piede in casa sua.
–  Togliti le scarpe. – mi disse.
–  Cosa? –
–  Hai capito! Qua ci sono le ciabatte per la casa… –
Dovevo aspettarmelo da una ragazza maniaca della pulizia. Indossai a malincuore quelle ciabatte di una misura più piccola e mi avvicinai alla stanza di Annalisa, dando un’occhiata in giro.
La casa era di vecchia costruzione. Pareti alte e finestroni me ne davano la conferma. La cucina era piccola ma accogliente. Girai a sinistra ed entrai nella camera di Annalisa.
–  Prendi Ciro, questo è il tuo pigiama! –
–  Verde? Detesto il verde! –
–  E questi sono i pantaloncini… –
–  Mmm femminili! Mi faranno un bel culo… –
–  Scemo! –
Mi cambiai in bagno e ritornai in stanza, sentendomi leggermente a disagio in quei vestiti.
–  Ecco fatto! – esclamai, – Dove dormo? –
–  Qui! – disse Annalisa indicando un futon.
–  Cosa? Io non vedo letti… quello non è un letto… voglio un letto! –
–  Su, non ti lamentare che è comodissimo! – rispose Annalisa.
Scossi la testa e mi stesi a fianco a lei. Tastai la morbidezza di quella sottospecie di letto con una mano e guardai con aria di rimprovero la mia amica.
–  Domani mi devo svegliare presto perché devo partire. – disse Annalisa, aggiustandosi le coperte.
–  A che ora hai il treno? – domandai con tranquillità.
–  Non ho fatto ancorai il biglietto… – rispose guardandomi con timore.
–  ANNAAAA – gridai mentre lei si copriva le orecchie.
–  Ma sì! Domani troveremo sicuramente qualcosa in stazione! –
–  Troveremo? Io non corro per mezza Milano per la tua irresponsabilità! – le dissi.
–  Dai Cì… Dobbiamo convincere anche Lia a venire. Non vuole partire domani perché lavora.-
–  Aaaaahhhh –

Qualche ora dopo, nel cuore della notte, aprii gli occhi.
Annalisa era lì che dormiva tranquilla di fianco a me.
Il suo volto era rilassato e il respiro lento e costante.
 
Come fai? pensai.
Come fai scrollarti tutte le ansie di dosso in un baleno.
Tutti i pensieri…
Tutti i problemi della vita…
Come fai? Sono anni che ci provo…
T’invidio amica mia…
Invidio quella tua spensieratezza e quella tua aurea sempre raggiante, anche nei momenti più bui. Non lo sai perché non te l’ho mai detto…
Ti urlo contro, ti critico, ti prendo in giro…
Ma vorrei avere almeno un pizzico della tua incoscienza a volte…
Vorrei non pensare e vivere la vita giorno per giorno come fai tu…
Invece, i miei giorni sono programmati fino al 2015…
So sempre cosa fare e penso sempre al piano B.
Sono fatto così… non riesco a cambiare…
Per questo penso che qualcuno lassù mi abbia mandato te a stravolgere tutti i miei piani…
Per rendere la mia vita più curiosa di essere vissuta.
Non lo saprai mai… ma adoro le tue pazzie…
 
Sei la sorella maggiore che non ho mai avuto.

Buonanotte Scema…

continua…

..giornata tipo..

Una%2520giornata%2520tipo.

 

Il cellulare sul comodino suonava come un forsennato la melodia della sveglia. “Dovrei cambiarla” pensai mentre con la mano cercavo di stopparlo alla ceca. Restai ancora un po’ nel letto. Oziavo… Mi piaceva oziare. Un altro giorno era cominciato… e speravo che non fosse stato uguale a tutti gli altri…
Dalla finestra entrava un po’ di luce ma a guardar meglio il cielo era nuvoloso. Sentivo qualche goccia cadere… riuscivo quasi a percepire l’odore della pioggia attraverso i vetri. Quell’odore intenso e sottile di strade bagnate.
Godetti un altro po’ del caldo tepore del letto. Guardai il soffitto e pensai che era l’ora di alzarmi..
Spostai le coperte e poggiai i piedi sul freddo pavimento. Alzai le tapparelle facendomi ammirare dai vicini in tutto il mio splendore mattutino. Chissà se mi odiano per questo? Io non mi sarei odiato. Anzi… sarei stato divertito dalla cosa.. e forse mi sarei anche preso un po’ in giro.
 
Splashh
L’acqua freddain faccia mi mostrò un po’ di sana e vera realtà. Purtroppo non era servita a contrastare la crescente sonnolenza che si abbatteva sui miei occhi.
Mi vestii…
Preparai i libri… il notebook. Presi l’ombrello…
Uscii.
Il senso d’attenzione e i riflessi erano in modalità minima. Vi siete mai trovati nello stato in cui il corpo sembra sveglio ma il cervello no? Lo stato in cui gli arti viaggiano per inerzia, i sensi ammutoliti e le azioni copiate da anni di ripetitività?
Ecco… quello ero io… in un ascensore con una spalla poggiata alla parete mentre i piani scorrevano sopra di me. Piano terra.
Salutai la portinaia con un gesto della mano aspettandomi che mi consegnasse la solita posta pubblicitaria. Niente… neanche la pubblicità mi calcolava più.
Aprii il portone e maledissi Milano e le ore di punta. Un fiume di persone davanti a me viaggiava in senso contrario. Ed io, come un pesce che tenta di risalire la corrente, schivavo i passanti cercando un varco per entrare nella metro.
 
 
La metro..
Questo strano essere dalla forma squadrata. Dal colore univoco deciso in partenza. Dalle finestre chiuse e dall’aria viziata. Dalle strisce gialle e passeggeri impazienti. Dalle voci incomprensibili e i cartelli minatori. Dalle scale mobili a ciclo continuo e i varchi frettolosi. Dai murales colorati e i cartelloni pubblicati.
Questa è la vita metropolitana…
Sembrava un altro mondo. Un mondo in un mondo. A volte pensavo che ci si potrebbe vivere qui sotto senza mai uscire. E forse gli autisti facevano così… si nutrivano del cibo delle macchinettee dormivano nei gabbiotti di controllo. La mattina prendevano il caffè e leggevano il city per sapere del mondo esterno. Chiacchieravano con i controllori e gli addetti alle pulizie. Non fumavano.. a parte quando dovevano farsi la doccia. Allora lì, accendevano una sigaretta e facevano scattare l’allarme antincendio. E quando finivano di lavarsi si asciugavano con i grandi ventilatori del ricircolo dell’aria.
Che storia che m’ero fatto in testa mentre stavo stipato insieme a un centinaio di persone su un vagone malconcio. Per fortuna che il tragitto durava poco. Dovevo scendere e cambiare metro. Questa volta rossa. Questa volta meno persone.
Mi sedetti… e mi addormentai…
 
Una signora fece cadere l’ombrello a terra. Il rumore non fu forte ma l’impatto mi svegliò. Per fortuna direi. Mancava poco all’arrivo. Cominciai ad alzarmi ed andare verso le porte. La metro si fermò. Scesi e andai al solito bar.
Entrai quasi per istinto seguendo quel bisogno primario di caffeina mattutina. E il barista colse al volo il mio bisogno d’aiuto, comprendendo subito la mia voglia di caffè.  Intanto presi una brioche dalla vetrinetta sul bancone. La solita brioche ai frutti di bosco. La mangiavo mentre disegnavo strane forme con il cucchiaino nel caffè. Alzai la tazzina per il piccolo manico in ceramica. Feci scendere lentamente il liquido scuro cercando di immaginare il sapore di un buon caffè. Pagai il mio solito euro e mezzo e saltai fuori da questo mondo sotterraneo.
Sarebbe stato bello se il viaggio mattutino fosse finito lì ma un tram mi aspettava. Il tram sette..
Aspettai alla fermata aprendo il mio sole24ore. E mentre leggevo qualche notizia pensando al solito capitalismo corrotto, arrivò il tram.
Presi posto tra la folla di studenti e osservavo, da spettatore distratto, lo svolgimento di questa giornata tipo…
 
 
 

 

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