Ci vuole sempre qualchecosa da bere.. (TorreSuda ’09) (II)

 

 

Li avevamo persi. Eravamo partiti con due macchine per questo lungo viaggio. E guarda caso, proprio come era nostro solito fare, ognuno faceva di testa sua. Erano finiti chissà dove. Al telefono tentavano di spiegarci la strada che stavano facendo. Ma il punto era che nemmeno noi sapevamo dove eravamo. Tecnicamente andavamo verso la direzione giusta. Verso sud. Ma se la strada che percorrevamo fosse stata giusta o meno non lo sapevamo.

-Ciro accendi il navigatore..-

-Te l’ho detto Luca.. ho l’antenna GPS scarica..-

Avevo dimenticato di ricaricare il mio GPS convinto che la batteria avesse retto tutto il giorno. Mi venne un idea. Rovistai nella mia monospalla nera alla ricerca di qualcosa. Quella borsa è sempre stata l’ultima speranza di ogni situazione. Potrei anche naufragare su un isola deserta o restare isolato su una montagna a 3000 metri.. ma se ho la mia monospalla con me mi sento al sicuro. Mentre cercavo pensavo che quella borsa ne aveva di storie da raccontare. Tra tutte le modifiche che le avevo fatto.. le aggiunte, le tasche segrete, i rinforzi.. quella borsa ne aveva passati di anni.. e di avventure…

 

 


     “Ricordo quella volta che ero a Firenze con i miei amici e decidemmo di andare agli Uffizi. Avevo la mia monospalla addosso e tra l’altro in quell’occasione c’era anche il mio giubbotto di pelle.

Mentre ero in coda non pensavo che all’entrata ci fossero stati il metal detector e i vari controlli. Pensavo a fare battute con i miei amici sull’ubriachezza molesta di certi orientali. Quando vidi il metal detector mi salì una vena di paura. Ero in una fila obbligata. Davanti c’erano i miei amici e dietro persone su persone. Osservai meglio.. c’era un poliziotto che controllava i turisti che passavano sotto al metal detector e ce n’era un altro al pc che osservava gli zaini che passavano ai raggi x. Confesso che vedere la foto della mia monospalla ai raggi x sarebbe stato divertente. Sorrisi.. ma non potevo distrarmi, dovevo trovare una soluzione. Le strategie erano: far aprire la mia monospalla al poliziotto e stari lì ore ed ore a farmi sequestrare il 90% delle cose o andarmene? Oppure, la più bella.. rischiare…

All’improvviso vidi il poliziotto al pc che si alzò e se ne andò. Colsi il momento e passai avanti ai miei amici piazzando la mia borsa sul tappeto scorrevole. Tutti espressero il loro disappunto ma il mio sguardo minaccioso li tenne a bada. Forse intimoriti dalla minaccia della notte prima di accoltellarli se non mi avessero lasciato dormire. La mia monospalla entrò sotto il canale dei raggi x.. osservavo il poliziotto davanti al metal detector. L’altro poliziotto entrò nella sala. Si sistemò la cintura dei pantaloni e si sedette alla sua comoda scrivania. Appoggiò il caffè su un lato ed osservò il monitor del pc che aveva lasciato incustodito.

Intanto.. ero già nel corridoio degli uffizi seguito dai miei amici..

Con il giubbotto sbottonato.. e la mia monospalla nera..”

                                                                                     


 

La macchina correva veloce. Luca sembrava aver dimenticato gli ammonimenti del padre. Armando dietro stava dormendo tra le valigie. Ed io ero ancora intento nella ricerca.

-Eccola!- esclamai alzando una batteria.

-Che cos’è?-

-E’ la batteria di riserva del mio cellulare..-

 

Smontai la mia antenna GPS. Tolsi la batteria e cercai di farci entrare quest’ultima alla meglio. Feci un po’ di spessore con un fazzoletto per tenerla ferma.

-Andiamo.. accenditi..- dissi speranzoso mentre tenevo premuto il tasto di accensione..

-SI! Abbiamo il navigatore!-

 

Sapevo che la mia monospalla non mi avrebbe deluso.

 

 

 

 

Quella sera..

 

 

La mia mente era distesa su un bel letto di neuroni in cancrena. Mi girava. Si svuotava di ogni pensiero maligno. Le inibizione cedevano lasciando spazio alla sfrontatezza. Non ero in me. Ero tutta un’altra persona, una persona che però mi piaceva. Mi sentivo indistruttibile con il cuore a mille, i muscoli pompati e la voglia irrefrenabile di uscire a spaccare il mondo. Dovevo farlo.. quella notte era mia. Volevo dar la buonanotte a mille ricordi e soprattutto al Ciro che ha bisogno di star male.

I ragazzi si preparavano per la serata.. chi si lavava.. chi si vestiva.. chi si dedicava all’artificeria.. chi metteva su canzoni..

Aspettavo stravaccato su una poltrona. Guardavo gli altri e sorridevo delle loro azioni. Volevo dire la mia. Volevo dire a ognuno di fare le cose in un altro modo, magari migliore. Ma in quel momento me ne fottevo allegramente. E per una volta smisi di rompere le scatole.

Il tempo correva e la mia percezione di quella sera lo sentiva ancora di più. Uscimmo.

Andammo in un pub sulla spiaggia. Scesi dalla macchina e come prima cosa mi fiondai al bar ad esigere la mia porzione di alcol. Presi la mia Tennent’s dal bancone e mi girai ad osservare il posto. Carino. Non era il solito pub. C’era un grande terrazzo in legno che dava sulla spiaggia. Sopra c’erano i tavoli e la gente che ordinava. Da un lato del terrazzo la cucina e il bar. Diedi un lungo sorso alla mia birra e adocchiai la cameriera. Riccia.. mora.. occhi chiari. Decisamente carina. Aveva un gran bel daffare quella sera mentre mi chiedevo come mai mi saltassero sempre agli occhi le cameriere. C’erano tante altre ragazze in giro, anche più carine di lei. Chissà perché l’avevo notata per prima? Chissà cosa m’intrigasse..

-Ciao Ciro!-

-Ciao Gaetano.. posso offrirti una birra?- Dissi.. dimenticando totalmente che il mio amico era celiaco.

Gaetano non ci fece caso rinunciando alla mia offerta.

-L’hai vista la cameriera?- disse.

-Certo..-

-Veramente bella..-

Sorrisi e brindai con la sua Coca-Cola pensando che non ero il solo a cui piacevano le cameriere.

 

Un ora dopo avevo il triplo delle birre in corpo. Stavo quasi per toccare il mio limite. E non sapevo se quella sera mi andava di battere il record. Intanto ero su uno scoglio a parlare con una tipa. Sembrava simpatica. Intrattenevo discorsi stupidi con battute orribili.. ma divertenti. Non si può pretendere molto quando uno ha la mente annebbiata. Veniva da Milano anche lei e subito attaccai con le mie storie. Di avventure e pazzie fatta in quella odiatissima e amatissima città. Lei non parlava molto. Le piaceva ascoltare.. ed essere quello che parlava di più in una conversazione mi faceva sentire strano, quasi importante. Lei rideva.

I miei amici erano su uno scoglio poco distante a fumare. Mi osservavano e sicuramente facevano i loro commenti. Continuavo a parlare con la ragazza non curandomi di loro. Le chiesi come mai fosse qui.. in questo posto desolato. E chissà che viaggio avrà fatto. Le raccontai il mio..

 

-…Davvero??!?!..-

-Certo!.. poi siamo finiti in un posto stile deserto del Colorado. Con tanto di terra rossa e arbusti che rotolavano. C’eravamo persi ancora! Nonostante il navigatore..-

-Divertente però..-

-Altroché.. e in ogni deserto che si rispetti poteva mancare il tizio che vede i meloni col carretto? Certo che no.. pensavamo che fosse un miraggio. Era solo.. in un angolo della strada..-

-Ed era vero?-

-Certo che era vero! Comprammo un melone. Ma non avevamo coltelli e stavamo pensando a come aprirlo. Proponevo ad ogni curva di aprirlo a morsi per la troppa sete.-

-ahahah-

-Per fortuna che trovammo una signora che ci prestò un coltello. Dovevamo proprio sembrare dei disperati.-

-Già..-

Appoggiai le labbra al freddo vetro della mia Tennent’s. La alzai di un colpo e lasciai scendere l’ultimo sorso di birra. Avvicinai la bottiglia e l’osservai meglio nella remota speranza che fosse rimasto ancora un goccio d’alcol. Niente..

-Questa è finita.. e ha deciso di non essere l’ultima..-

-Dai.. basta bere..- mi disse.

Mi girai e le feci un sorriso beffardo mentre mi allontanavo per andare al bar.  Cercavo di camminare senza inciampare tra i sassi di questa ipotetica spiaggia. Cercavo di non barcollare a destra e manca. Sentivo le gambe pesanti.

Quasi all’uscita della spiaggia mi si pararono davanti i miei amici. Volevano sapere della tipa e di come si prospettava la serata. Li mandai a cagare facendomi un varco con le mani. Ma loro non mi facevano passare.. volevano sapere.

Ad un certo punto sentii vibrare la mia tasca sinistra. Era il mio cellulare.

Lo presi e cercai di ricordarmi il codice di sblocco.

Un messaggio.. I miei amici osservavano la scena.

“chissà chi sarà a quest’ora”

Lessi il nome.. e pensai..

“Mi sa che un’altra birra non basterà..”

 

 

Una storia disonesta.. (TorreSuda ’09) (I)

Erano le sette del mattino e mi trovavo davanti casa di Luca. Bussavo al citofono nell’attesa che qualcuno mi aprisse. Speravo che Luca si fosse alzato presto quella mattina. Non avevo voglia dei soliti ritardi e delle continue lamentele. Intanto mi godevo involontariamente la dolce aria del mattino. Limpida e fresca… totalmente diversa da quella che ero costretto a sentire a Milano. Respiravo a pieni polmoni e iniziavo a sentire anche un po’ freddo. Un ossimoro per il caldo agosto.
M’ero dimenticato cosa volesse dire svegliarsi così presto. In estate, le parole svegliarsi e presto scomparivano dalla mia mente. Vengono rimandate a settembre, come uno studente che non ha studiato.
E quel giorno ero lì a rispolverare quelle parole, davanti a un cancello, appena dopo l’alba. Finalmente arrivò Luca. Vestito come il giorno prima. Chissà se aveva dormito o no. Mi aprì il cancello e mi fece entrare senza fare troppo casino. Stava finendo di preparare le cose da portare. E mentre rovistava sulla scrivania perennemente in disordine gli chiesi:
– Allora? Preparato tutto? – chiesi.
– Si certo… controllo le ultime cose..  – rispose Luca distrattamente.
– Ho detto.. pre-pa-ra-to tutto? – dissi rimarcando la frase.
– Certo Ciro! Senza la benzina non si parte! –
– Ok… dov’è? –
– E’ in quella busta insieme alle cose da mangiare… –
– Bene… la mia busta è fuori insieme al borsone. Cerchiamo di sistemarle nella macchina prima che arrivi qualcuno a dar fastidio. –
Lasciato Luca alle sue ultime cose, uscii dalla porta d’ingresso e puntuale come un orologio svizzero mi ritrovai davanti il padre di Luca.
– Buongiorno… – dissi educatamente, mascherando un po’ di timore.
– Siamo in partenza? –
– Si… –
Involontariamente cercavo di evitare il suo sguardo. Come se avessi qualcosa da nascondere. Il che, in fondo poteva pur esser vero, ma di solito la mia coscienza se ne infischiava abbastanza.
Restai davanti alla macchina ad osservare i miei bagagli. Fremevo nell’attesa di metterli nel bagagliaio. Temevo che qualcuno potesse guardare in qualche busta e consigliarmi di non portare qualcosa dall’apparenza inutile.
Intanto rispondevo alle domande del padre di Luca cercando di non essere troppo sovrappensiero.
Dove andate… che strada fate… com’è la casa… chi deve venire… chiamate quando arrivate…
Delle sue domande quasi non ne potevo più. Così inventai una scusa e tornai dentro da Luca.
– …Dov’è il mio marsupio blu! – disse Luca disperato.
– Luca… datti una mossa! Tuo padre è lì fuori a rompere i coglioni! Se si mette a frugare nei bagagli è la fine! –
– Tienilo a bada! –
– E’ una parola… continua a fare domande! Dammi le chiavi della macchina. Che sistemo la roba. –
Sistemai il mio borsone nella macchina alla meglio. Nel frattempo arrivò Luca.
Il padre ci guardava poco distante.
– Luca mi raccomando… dovete andare piano… le ruote sono lisce. –
– Non ti preoccupare… andremo sugli ottanta all’ora. –
Non so perché ma quell’affermazione non mi convinceva molto. Dovevamo fare molta strada e se avessimo tenuto quella velocità non saremo mai arrivati. Sicuramente lo sapeva anche Luca e quella era una chiara menzogna per mitigare l’apprensione del padre.
Certamente, un po’ di timore di finire contro il guardrail in una curva un po’ troppo stretta, cominciava a salirmi. Luca non era di certo un ottimo guidatore. Ma tenni i miei pensieri per me perché finalmente salimmo in macchina.
Passammo a prendere Armando e c’incontrammo con l’altra macchina in cui c’erano Gabriele, Enzo, Francesca e Martina. Il viaggio poteva cominciare e con esso la nostra vacanza.
L’aria fresca mattutina stava svanendo. Il sole stava facendo il suo dovere. E dato che la macchina non aveva l’aria condizionata, i finestrini erano costantemente abbassati. Mi voltai dietro a vedere Armando. Era immerso nelle valigie.
– Armaaaa! tutto a posto? – disse Luca.
– Bene… se si potesse cambià musica. –
– Non ti preoccupà che verso le 10 e mezza inizia il festino anni ottanta. –
– Non vedo l’ora! –
Bob Dylan e la sua armonica, però, non erano male. Ci dava quel tocco di tranquillità che alla mattina, quando la mente è ancora per metà addormentata, serviva. Ci rilassava. Luca però di tranquillità ne aveva fin troppo.  Guidava la macchina come uno che stava giocando alla playstation. Ossia… senza molta cura per ciò che faceva.  Tanto nei videogiochi male che va si ricomincia.

– Ma guarda questi davanti se si muovono! Stanno andando pianissimo! Non ci riesco ad andare così piano… dammi il cellulare! – disse Luca, inveendo contro la macchina dei nostri amici davanti a noi.
Presi il cellulare e lo passai a Luca che, con violenza, lo prese e cercò il numero di Gabriele.
– Dammi qua! Ora li chiamo e gli dico che devono andare più veloce! –
Ma, proprio mentre Luca trafficava col cellulare distogliendo pericolosamente gli occhi dalla guida, sgranai gli occhi terrorizzato. Vidi dal suo finestrino un poliziotto in moto che aveva osservato tutta la scena. Avevo il cuore in gola.
– Luca… – dissi sottovoce.
– Aspetta… non trovo il numero! –
– LUCAA. – urlai.
– Che c’è! –
Luca guardò fuori e vide il poliziotto che proseguiva in moto a fianco a noi. Mi passò lentamente il cellulare e si mise a guidare come un guidatore qualunque. Mani alle dieci e dieci, occhi sulla strada… Osservavamo il poliziotto e ci accorgemmo che non era solo. Dietro di noi ce n’era un altro. Anch’egli in moto. Stava succedendo qualcosa. Avevo il cuore a tremila. Lo sentivo distintamente. Cercavo di non pensarci e di rimanere razionale. Attendevamo le mosse dei poliziotti come in una partita a scacchi in cui l’avversario ti mette in difficoltà. Eravamo in trappola. Se così si può definire. Avevamo un poliziotto dietro e uno davanti. Si stavano parlando con la radio. Chissà cosa si dicevano. Noi eravamo in silenzio. Luca aveva spento anche la radio. In ballo non c’era solo la solita multa ed io e Luca lo sapevamo bene. Armando invece non sospettava di niente e per questo se ne restava dietro tranquillamente tra valigie e buste varie. Quegli attimi sembravano infiniti.
Improvvisamente l’altro poliziotto si affiancò. Sbirciò dentro anche lui e diede un colpo di clacson. Quel rumore risuonò dentro di me come un colpo di pistola. Ormai avevo perso le speranze. Ma il poliziotto invece di fermarci accelerò e scomparve via con il suo collega.
Tirammo un sospiro di sollievo. Luca tornò nella sua posizione originale e accese la radio e la sigaretta. Cercai di far rallentare il mio cuore…
Il telefono squillò…
Risposi. Erano i nostri amici che avevano visto tutto dall’altra macchina.

– …Vi siete cagati sotto eh?! –
– Gabriele Vaffanculo! –

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