Fidati… (strane storie estive IV)

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Foto: la mia mano timbrata all’Ariano FolkFestival.

4:00 am

Triiiiiiii…. Triiiiiii…

Un cellulare squillava nella notte. La sua vibrazione muoveva leggermente i fili d’erba attorno a sé. Una mano timidamente lo prese. Osservò il nome…

– Pronto Ciro? – disse la persona sconosciuta.

– Si sono io, ma tu chi sei? –

Poco prima…

Tum..

No… stavolta non era il mio cuore ma la testa di Enzo che batteva sul finestrino a ogni scossone dell’auto. Anche William dormiva profondamente. Aveva la testa buttata all’indietro dato che la punto di Luca non aveva i poggiatesta.
Ero in mezzo a questi due e davanti c’erano Andrea e Luca.
– No gira di qua Andrea… – diceva luca cercando di far da navigatore.
– Lo so, Lo so! Invece  di rompere organizza una sigaretta! – rispose Andrea indicando il sacchetto del drum.

Tum..
Tum..
Mentre Luca rollava il tabacco, Andrea si mise le mani in tasca alla ricerca di qualcosa.
– Dove cazzo ho messo il cellulare? –
Si muoveva pericolosamente mentre guidava. Eravamo in autostrada e una mossa sbagliata sarebbe stata fatale. Oltretutto eravamo un po’ alticci dopo la serata al concerto.
– Cazzo il cellulare! Non lo trovo!! – esclamò Andrea.
– Rilassati… starà qui da qualche parte nella macchina! – disse Luca con in bocca il filtro.
– Ora provo a chiamarti…- dissi.
Il telefono squillava, ma in ma macchina non si sentiva nessuna “strana” suoneria.
Anche Luca si era messo a cercarlo dopo essersi acceso la sigaretta.
– Niente Andrea… bussa, ma non lo troviamo! Provo a chiamare di nuovo… –
Tuuu..

Tuuu..
Click..
– Pronto Ciro? –
– Si sono io, ma tu chi sei? –
– Ho trovato questo cellulare nel prato… –
– Grande! – disse Andrea che stava ascoltando la conversazione tra me è lo sconosciuto.
– Senti… come possiamo riprendercelo? –
– Allora… io sto in campeggio qui ad Ariano… –
– Digli che torniamo indietro a prenderlo… – disse Andrea senza nemmeno farlo finire di parlare.

– Ok… allora noi tra mezz’ora siamo di nuovo lì. Poi ti richiamo. – dissi allo sconosciuto.
– Cazzo! Mi sarà scivolato dalla tasca quando ci siamo stesi sul quel maledetto prato! –
– Già… ma ora come facciamo a tornare indietro? Siamo sull’autostrada! –
– Ora facciamo inversione da qualche parte!- disse Andrea.
-No! Sei un pazzo! – disse Enzo che, per l’occasione, si era svegliato.
– Tranquilli ragazzi! Fidatemi di me… –
Ero dubbioso… come tutto il resto della compagnia. A parte Willy che continuava a dormire.
– Ecco… ora mi giro! Fidatevi! Lo so! L’ho fatto già una volta!-
– Non lo fare Andrea! Ci faranno la multa! Oltre a, vabbè, tipo rischiare la vita… –
– No ma che sarà! Ci parlo io con il casellante!-
Mi trattenei dal fare commenti per non risultare sempre il solito rompiscatole. Un pochino però, mi fidavo di Andrea. Non so… ma stranamente lo reputavo una guida affidabile. Sarà stato l’alcol o forse perché accanto a lui c’era Luca, quindi anche un terrorista islamico mi sarebbe risultato affidabile.
Facemmo inversione in un punto aperto dell’autostrada. Avevamo percorso quasi metà del percorso verso casa e ora tornando indietro avremmo azzerato il tutto. Andrea continuava a dire di non preoccuparci, che si sistemava tutto lui.
Casello.
– Cazzo! C’è solo il coso automatico. – disse Andrea visibilmente preoccupato.
– Cazzo non si alza la sbarra! Non possiamo passare! –
– Spingi il bottone di aiuto! –
Andrea diede una botta sul grande bottone rosso. Dopo un po’ rispose un uomo di mezza età molto, ma molto, assonnato.
– Si? –
– Buona sera… senta… noi non riusciamo a uscire… abbiamo messo il biglietto ma la sbarra non si è alzata… –
– Ora controllo… – disse il signore dopo uno sbadiglio.
La megapalla era andata, ora bisognava aspettare.
– Ecco ragazzi. Ora vi stamperò uno scontrino. Prendetelo. –
La voce sembrava sicura. Lo scontrino usci e Andrea lo prese.
73 euro di multa per inversione in autostrada.
– Cristo! Richiamalo al volo! – disse Luca.

Click
– Sii? –
– Senta, abbiamo preso lo scontrino… ma dice che dobbiamo pagare 73 euro? –
– Ragazzi… voi avete fatto inversione sull’autostrada. E’ già tanto che vi è andata bene che non c’era una pattuglia. Domani andate a un Punto blu… e raccontategli che vi si è rotta la macchina o che avete avuto un problema… o che cazzo ne so! Forse non vi faranno pagare niente. –
– Ok… buonanotte… –
– Buonanotte! E basta con le cazzate stanotte! – Il tipo ci ammonì e attaccò bruscamente l’interfono. In macchina per qualche secondo regnò il silenzio. Oltrepassammo la sbarra che si era aperta e poi:
– L’avevo detto io! – disse Enzo – Sull’autostrada ste stronzate non si possono fare! –
– Dai ragà… non vi preoccupate… la pago io se si deve pagà. – rispose Andrea.
Io osservavo divertito i vari dibattiti che si stavano creando. La cosa bella era che non era la prima volta. In passato avevo già assistito a scene simili.
Perché erano fatti così… testardi fino al midollo. La prima regola che imparai in quel gruppo era che quando Luca diceva “Fidati” era l’ultima cosa da fare… ma da quel giorno la applicai anche ad Andrea.
Mezz’ora dopo arrivammo di nuovo al paesino, dove si era tenuto il concerto. Io e Luca scendemmo dalla macchina e cercammo questo tipo che aveva il cellulare di Andrea.
– Eccoli! – dissi puntando il dito nella direzione di un ragazzo che sembrava familiare.
Ci avvicinammo a passo svelto. Il ragazzo era lì con la sua ragazza… o quello che sembrava.
– Grazie ragazzi… ci avete salvato. – disse Luca.
– Figuratevi… noi eravamo lì sull’erba quando è squillato e l’ho preso… –
– Grazie ancora… buonanotte cumpà! –
– Buonanotte cumpà! –
Tornammo velocemente in macchina e dopo aver imprecato contro Andrea e avergli dato il cellulare partimmo a volo.
Sperando che la nottata non avesse in serbo altre sorprese…

– Ragazzi! Che ne dite di una spaghettata a casa di Luca? –

..cuore.. (III)

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tum tum.. tum tum..

Veloce.. battito dopo battito il cuore faceva il suo corso. Il suo “sporco” lavoro andava fatto. A suo modo, al suo ritmo, non curante del dolore che mi provocava nel petto. Lui lo sa. Lui non sgarra come me. Forse è vero, forse sono io.. e qui potrei anche fare a meno dei forse.

Vivo in bilico.. sempre sul filo del rasoio. Sempre a guardare la vita da un’altra posizione. Distaccato dal mondo. Come un’anima di un altro corpo. Come un essere insensibile. Come un fantasma in una camera da letto che veglia affianco al mio cadavere. Guardandomi.. osservandomi.. dicendomi qualcosa che io certamente non starò a sentire.. I consigli.. Come dice il mio vecchio poeta, è meglio tenerseli ognuno per se. È meglio seguire i propri, giusti o sbagliati che siano. Perché la vita è così.. e nessuno può capirla..

Che strano a volte, vivere.

 

Una.. due.. tre.. quattro..

 Le gocce cadono in un bicchiere una dopo l’altra. Lente.. cadenti.. quasi infinite. Segnano il tempo. Troppo uguali tra loro.. eppure così diverse. Così perfette ai nostri occhi.  Noi non ce ne accorgiamo. Continuiamo a vivere comunque. Anche se il nostro cuore a volte non ce lo permette. Ci sentiamo importanti.. ci sentiamo forti e superiori.. ci sentiamo invincibili. Ma a certe cose dobbiamo per forza arrenderci tutti.

Il tempo.

Il tempo un giorno mi ucciderà. Un giorno conoscerà il mio punto debole. Saprà sorprendermi.. entrare silenziosamente e sconfiggermi. Abbattere la fortezza di ossa e polmoni che ho costruito per tutti questi anni. Il tempo lo sento addosso.

Sembra strano alla mia età. Sembra strano sentirsi come se il giorno dopo fosse l’ultimo. Ogni giorno. Ogni maledetto giorno.. ogni maledetta notte passata a contare i minuti. Guardando l’orologio e scommettendo sull’ora in cui mi sarei addormentato e quella che non arriva mai sta vincendo un po’ troppo spesso. Le notti sembrano troppo uguali.. proprio come le gocce nel bicchiere.

 

Cinque.. sei.. sette.. otto..

I secondi scorrono sulle lancette. Descrivono un cerchio immaginario.. lento e preciso. Semplice in un istante e complesso nel suo insieme. Numeri e tempo si mescolano tra gli ingranaggi di un aggeggio inventato dall’uomo. Sembra strano a pensarci. Il tempo in fondo l’abbiamo creato noi. Siamo stati noi a voler contare ciò che non possiamo nemmeno vedere o toccare. Siamo stati noi a immaginare questo essere sconosciuto. Questa forza sovrumana inarrestabile.

A pensarci.. quanto sarebbe bello fermare il tempo. Quanto sarebbe bello pensare al giorno dopo senza rimpiangere il giorno prima. Perché il giorno in se non esiste.

Vivere senza numeri sul calendario.. feste programmate e ricorrenze prestabilite. Insomma sopravvivere senza contare i ticchettii scanditi da un oggetto inutile…

Magari fermare una lancetta fermasse il tempo per davvero.

 

Nove.. dieci… undici.. dodici..

Parole scritte sulla tastiera. Uniche.. diverse.. decise e a volte dolorose. Utili a ricordare.. e spesso difficili da digerire. Sono armi che chiunque possiede. Chiunque può usare per fare del bene o del male. Soprattutto se ad accogliere quelle parole è un cuore malandato. Già martoriato da anni e anni di ferite sensibili. Ferite d’amore.  Ferite di storie ormai andate  che solo le parole possono ricordare.

Pensieri.. frasi.. ordini.. urla.. grida.. si susseguono in un crescendo di emozioni interiore. Ci sono certe frasi che descrivono sentieri di brividi sul cuore. Si diramano come le vene nel corpo e le senti dovunque. Le parole, anche quelle più semplici, come un “ciao” scambiato dopo anni di assenza, come un sms ricevuto in speciali circostanze con notizie dolorose, fanno male. Le parole fanno riflettere. Fanno pensare che forse qualcosa veramente può ucciderti. Qualcosa di cui non puoi farene a meno…

 

  

Tredici.. quattordici.. quindici… sedici…

Lacrime versate su una scogliera. Fino a farsi odiare dal mare. Fino desiderare il giorno che verrà. Urlando e detestando il cielo scuro. Pensando che in fondo la fortuna gira e rigira.. e prima o poi arriverà anche a chi ne ha molto bisogno. E le lacrime fanno da cornice all’impossibilità di donare un po’ di questa fortuna che possiedo. Donerei anche la mia vita se servisse a qualcosa. Strapperei anche il mio cuore per donarlo.. sempre sperando che in un altro corpo funzioni meglio. Ma non posso.. e me ne resto qui in questo “comodo” riparo con la mia Tennent’s quasi fuori dal mondo, lontano dalle luci e dai rumori artificiali. Coccolato dalle onde che s’infrangono e dal profumo di salsedine. Nell’altra mano il cellulare. Questo aggeggio tecnologico che dovrei eliminare come ho fatto per l’orologio. Così da rinviare i pensieri ad un’altra vita. E scoprire che in fondo la solitudine non fa così tanto male.

 

Diciassette… diciotto… diciannove… venti…

Righe su uno specchio pulito. In cui la mia faccia si riflette nel centro. A volte mi chiedo se sono davvero io quello li. Se davvero il ragazzo di sempre sa quello che sta facendo. Perché la consapevolezza degli errori a volte arriva un po’ troppo tardi e nell’istante del delirio i limiti sembrano scomparire.  

Il corpo sembra immune e immortale. La mente spazia nell’irrealtà. Il cuore sembra battere decentemente. Le mani tremano insicure. Le labbra insensibili e la voglia di correre all’infinito condiscono il tutto. Il viaggio non è importante. Luoghi e persone ci siano purché casuali. Ho tutto.. e penso che forse mi manca qualcosa. Forse un po’ di sana ragione che mi faccia rigare diritto..

..a messo che questa non sia una delle mie solite battute…

 

 

..tum tum..

..tum tum..

 

 

 

 

 

 

Una storia disonesta.. (TorreSuda ’09) (I)

Erano le sette del mattino e mi trovavo davanti casa di Luca. Bussavo al citofono nell’attesa che qualcuno mi aprisse. Speravo che Luca si fosse alzato presto quella mattina. Non avevo voglia dei soliti ritardi e delle continue lamentele. Intanto mi godevo involontariamente la dolce aria del mattino. Limpida e fresca… totalmente diversa da quella che ero costretto a sentire a Milano. Respiravo a pieni polmoni e iniziavo a sentire anche un po’ freddo. Un ossimoro per il caldo agosto.
M’ero dimenticato cosa volesse dire svegliarsi così presto. In estate, le parole svegliarsi e presto scomparivano dalla mia mente. Vengono rimandate a settembre, come uno studente che non ha studiato.
E quel giorno ero lì a rispolverare quelle parole, davanti a un cancello, appena dopo l’alba. Finalmente arrivò Luca. Vestito come il giorno prima. Chissà se aveva dormito o no. Mi aprì il cancello e mi fece entrare senza fare troppo casino. Stava finendo di preparare le cose da portare. E mentre rovistava sulla scrivania perennemente in disordine gli chiesi:
– Allora? Preparato tutto? – chiesi.
– Si certo… controllo le ultime cose..  – rispose Luca distrattamente.
– Ho detto.. pre-pa-ra-to tutto? – dissi rimarcando la frase.
– Certo Ciro! Senza la benzina non si parte! –
– Ok… dov’è? –
– E’ in quella busta insieme alle cose da mangiare… –
– Bene… la mia busta è fuori insieme al borsone. Cerchiamo di sistemarle nella macchina prima che arrivi qualcuno a dar fastidio. –
Lasciato Luca alle sue ultime cose, uscii dalla porta d’ingresso e puntuale come un orologio svizzero mi ritrovai davanti il padre di Luca.
– Buongiorno… – dissi educatamente, mascherando un po’ di timore.
– Siamo in partenza? –
– Si… –
Involontariamente cercavo di evitare il suo sguardo. Come se avessi qualcosa da nascondere. Il che, in fondo poteva pur esser vero, ma di solito la mia coscienza se ne infischiava abbastanza.
Restai davanti alla macchina ad osservare i miei bagagli. Fremevo nell’attesa di metterli nel bagagliaio. Temevo che qualcuno potesse guardare in qualche busta e consigliarmi di non portare qualcosa dall’apparenza inutile.
Intanto rispondevo alle domande del padre di Luca cercando di non essere troppo sovrappensiero.
Dove andate… che strada fate… com’è la casa… chi deve venire… chiamate quando arrivate…
Delle sue domande quasi non ne potevo più. Così inventai una scusa e tornai dentro da Luca.
– …Dov’è il mio marsupio blu! – disse Luca disperato.
– Luca… datti una mossa! Tuo padre è lì fuori a rompere i coglioni! Se si mette a frugare nei bagagli è la fine! –
– Tienilo a bada! –
– E’ una parola… continua a fare domande! Dammi le chiavi della macchina. Che sistemo la roba. –
Sistemai il mio borsone nella macchina alla meglio. Nel frattempo arrivò Luca.
Il padre ci guardava poco distante.
– Luca mi raccomando… dovete andare piano… le ruote sono lisce. –
– Non ti preoccupare… andremo sugli ottanta all’ora. –
Non so perché ma quell’affermazione non mi convinceva molto. Dovevamo fare molta strada e se avessimo tenuto quella velocità non saremo mai arrivati. Sicuramente lo sapeva anche Luca e quella era una chiara menzogna per mitigare l’apprensione del padre.
Certamente, un po’ di timore di finire contro il guardrail in una curva un po’ troppo stretta, cominciava a salirmi. Luca non era di certo un ottimo guidatore. Ma tenni i miei pensieri per me perché finalmente salimmo in macchina.
Passammo a prendere Armando e c’incontrammo con l’altra macchina in cui c’erano Gabriele, Enzo, Francesca e Martina. Il viaggio poteva cominciare e con esso la nostra vacanza.
L’aria fresca mattutina stava svanendo. Il sole stava facendo il suo dovere. E dato che la macchina non aveva l’aria condizionata, i finestrini erano costantemente abbassati. Mi voltai dietro a vedere Armando. Era immerso nelle valigie.
– Armaaaa! tutto a posto? – disse Luca.
– Bene… se si potesse cambià musica. –
– Non ti preoccupà che verso le 10 e mezza inizia il festino anni ottanta. –
– Non vedo l’ora! –
Bob Dylan e la sua armonica, però, non erano male. Ci dava quel tocco di tranquillità che alla mattina, quando la mente è ancora per metà addormentata, serviva. Ci rilassava. Luca però di tranquillità ne aveva fin troppo.  Guidava la macchina come uno che stava giocando alla playstation. Ossia… senza molta cura per ciò che faceva.  Tanto nei videogiochi male che va si ricomincia.

– Ma guarda questi davanti se si muovono! Stanno andando pianissimo! Non ci riesco ad andare così piano… dammi il cellulare! – disse Luca, inveendo contro la macchina dei nostri amici davanti a noi.
Presi il cellulare e lo passai a Luca che, con violenza, lo prese e cercò il numero di Gabriele.
– Dammi qua! Ora li chiamo e gli dico che devono andare più veloce! –
Ma, proprio mentre Luca trafficava col cellulare distogliendo pericolosamente gli occhi dalla guida, sgranai gli occhi terrorizzato. Vidi dal suo finestrino un poliziotto in moto che aveva osservato tutta la scena. Avevo il cuore in gola.
– Luca… – dissi sottovoce.
– Aspetta… non trovo il numero! –
– LUCAA. – urlai.
– Che c’è! –
Luca guardò fuori e vide il poliziotto che proseguiva in moto a fianco a noi. Mi passò lentamente il cellulare e si mise a guidare come un guidatore qualunque. Mani alle dieci e dieci, occhi sulla strada… Osservavamo il poliziotto e ci accorgemmo che non era solo. Dietro di noi ce n’era un altro. Anch’egli in moto. Stava succedendo qualcosa. Avevo il cuore a tremila. Lo sentivo distintamente. Cercavo di non pensarci e di rimanere razionale. Attendevamo le mosse dei poliziotti come in una partita a scacchi in cui l’avversario ti mette in difficoltà. Eravamo in trappola. Se così si può definire. Avevamo un poliziotto dietro e uno davanti. Si stavano parlando con la radio. Chissà cosa si dicevano. Noi eravamo in silenzio. Luca aveva spento anche la radio. In ballo non c’era solo la solita multa ed io e Luca lo sapevamo bene. Armando invece non sospettava di niente e per questo se ne restava dietro tranquillamente tra valigie e buste varie. Quegli attimi sembravano infiniti.
Improvvisamente l’altro poliziotto si affiancò. Sbirciò dentro anche lui e diede un colpo di clacson. Quel rumore risuonò dentro di me come un colpo di pistola. Ormai avevo perso le speranze. Ma il poliziotto invece di fermarci accelerò e scomparve via con il suo collega.
Tirammo un sospiro di sollievo. Luca tornò nella sua posizione originale e accese la radio e la sigaretta. Cercai di far rallentare il mio cuore…
Il telefono squillò…
Risposi. Erano i nostri amici che avevano visto tutto dall’altra macchina.

– …Vi siete cagati sotto eh?! –
– Gabriele Vaffanculo! –

Come Pesava Quello Zaino Sulle Spalle Per La Strada Della Scuola E La Maturità…

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Spam..

E la porta sbatté dietro le spalle di mio padre. Uscì con il suo solito nervosismo isterico che ormai fa parte integrante del suo carattere. Io ero lì e mia madre seduta sul divano che guardava la tv. Ennesimo litigio su futili motivi, era il tema della serata. Non ce la facevo più e avevo iniziato a discutere con mio padre in seguito ad una delle sue solite provocazioni. Ma lui come al solito non comprendeva mai il senso delle mie parole e si attaccava sempre alle piccole cose. Elementi marginali di una discussione incentrata su di lui. E rinfaccia… rinfaccia… Ti rinfaccia i tuoi errori, casomai capitati anni addietro, quando avevi ancora un’età poco matura.
Non lo sopportavo più… era un odio cresciuto negli anni. Di quelli radicati dentro la propria anima che non si staccano con una semplice “giornata felice”.

Non erano passati nemmeno due minuti da quando mio padre era uscito.
– Non vedo l’ora di uscirmene da questa casa! – dissi a mia madre.
– Ciro… – disse lei quasi sussurrandolo.
– Si! Hai sentito bene… non ce la faccio a stare ancora qui! –
– Perché? –
– Perché?! Il perché è appena uscito da quella porta! – dissi alzandomi con l’aria alquanto irritata.
– È fatto così… Ciro lo sai… –
– Beh… è fatto male… –
Stavo iniziando a innervosirmi. Tutto l’odio che provavo verso di lui iniziava a ribollire dentro di me, così me ne andai verso la mia camera, ma prima di uscire dalla cucina dissi:
– Mà… la famiglia è un posto in cui uno si deve sentire tranquillo e felice altrimenti come fa ad affrontare il mondo esterno? Non mi piace stare qui… non so che darei per starmene un po’ in pace… Si… ma ora basta… ne ho piene le scatole di discorsi… domani devo fare un esame… e non ho voglia di avere la testa occupata da queste stronzate… dopodiché me ne andrò il più lontano possibile! Notte… –
Mia mamma rimase per un attimo senza parole. Aveva un volto triste. Non dovevo prendermela con lei. Non centrava niente. Lei, come tutte le mamme voleva stare con i propri figli e sentirsi dire quelle parole da me, le fecero male. Io sono il suo primo figlio. Mi ha sempre trattato come una persona cosciente e mi ha sempre donato la sua fiducia. Sa che in ogni situazione sono capace di prendere la strada giusta e che ho principi che nessuno mai mi toccherà. Crede molto in me e non ha smesso anche quando, alle volte, la facevo arrabbiare.
Non glielo mostro, ma voglio molto bene a mia madre e credo che sarà la cosa che mi mancherà di più quando me ne andrò da qui… e credo che per lei sia lo stesso.


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Flashback…

Ero sul treno Eurostar dell’una e mezza diretto per Milano. Ero seduto comodamente al mio posto e ripensavo a ciò che avevo appena fatto. Cercavo di discolpare me stesso.
“In fondo sto fuori solo un paio di giorni… Ora li chiamo e glielo dico..”
Ero uscito di casa senza dire niente a nessuno ed ero salito sul primo treno diretto per Milano. Molti si chiederanno “sei scappato di casa?” Beh… in un certo senso e per certi versi direi di si. Ma se volevo veramente scappare di casa, vi assicuro che l’avrei fatto in maniera definitiva. Questa, invece, era una sorta di gita fuori porta. Molto fuori porta considerate le 6 ore e mezza necessarie per arrivare a Milano. Ma i motivi di questa meta, sinceramente ora non mi va di riportarli… Come sapete, le parole fanno male ed io ne so qualcosa. Posso dire solo che ero andato a trovare una persona molto speciale.
Erano circa le 2 del pomeriggio e il treno andava verso la stazione di Roma. Prima di uscire avevo detto a mia madre che pranzavo a casa di Enzo, come spesso facevo. Avevo preso la mia vespa ed ero uscito di corsa con uno strano zaino in spalla. Mia mamma infatti mi guardò con aria sospetta. Quella borsa la diceva lunga perché non ero solito usarla quando uscivo con Enzo. Comunque, ero uscito così frettolosamente che non le diedi nemmeno il tempo di aprire bocca.

Roma Termini

Il treno si era fermato in stazione. Le porte si erano aperte e la gente stava incominciando a scendere. Presi in mano il mio cellulare. Era spento. L’avevo spento per evitare che qualcuno mi cercasse.
Lo accesi.
Il treno attendeva…
Guardavo il cellulare. Immobile, assorto nei miei pensieri.
Brivido.
Iniziò a squillare. Avevo un po’ di timore a rispondere ma appena vidi lo schermo mi passò tutto… era Enzo.
Risposi.
Enzo era l’unica persone che sapeva tutto.

– We! Come stai? E soprattutto dove stai? –
– Ciao Enzo… tutto a posto… sono a Roma… –
– Ciro… tu sei pazzo! –
– Già… –
– Senti… la vespa è qui da me… tutto bene… ma… –
– Ma? –
– È venuto tuo padre poco fa… era molto incazzato perché non ti trovava… –
– Cavolo! –
– Mi ha fatto mille domande… su dove fossi e sul perché la vespa fosse da me… –
– Che gli hai detto? –
– Niente! Tranquillo… ma… chiamalo… ok? –
– Ok Enzo… grazie… –
– Di niente Cì… e torna presto… –
– Non ti preoccupare… –
-Senti… me lo posso fare un giro con la tua vespa? –
– Assolutamente no! –
– Ok, c’ho provato… –
– Ciao Enzo… –
– Ciao Cì! –

Avevo riagganciato da poco che subito squillò di nuovo.
Questa volta era mio padre.
Risposi dopo un paio di squilli.

– Pronto… – dissi… ma non riuscii a finire la frase che mio padre iniziò ad attaccare.
– Ciro! Ma dove cazzo sei? –
– Roma Termini… sono su un treno diretto per Milano… –
Mio padre sembrò scoppiare.
– Scendi subito da quel treno!! MUOVITI! Ma come cazzo ti è venuto in mente!! MA lo sai quanto è lontano MILANO?!!? Muoviti! Scendi a Roma… ti vengo a prendere con la macchina… in due ore sono lì… –
– No papà… –
– Mannaggia **** ******! Ma come cazzo devo fare con te? Forza SCENDI da quel treno!!
– No…- dissi.

E Parlava bestemmiava, alzava la voce, faceva domande assurde e mi pregava di scendere. Ed io lo lasciavo fare. Non me ne importava gran che… e  più continuava e più ero fermo sulla mia decisione. Fino a quando…

– …Guarda… hai fatto piangere anche tua madre! Ti rendi conto? Tieni… ora te la passo! –
A quelle parole mi salì il cuore in gola. “Cavolo Mamma”
La mia mamma era in pena per me.
– Pronto… -disse lei con un flebile tono di voce.
– Mà… –
– Ciro… ma che hai combinato? – disse cercando di mascherare le lacrime nella sua voce.
– Tranquilla mamma, sto fuori un paio di giorni… torno domenica sera… –
– Ciro… – non riusciva a parlare. Le lacrime le bloccavano le parole.
Stava male.
Ed ora anche io. “Certe cose non si fanno”.
Eppure mia mamma non è mai stata una di quelle mamma oppressive, nel senso che mi ha lasciato sempre molta liberà. Non avrei mai pensato di farla soffrire tanto. Pensavo che si sarebbe incazzata, come mio padre, e che fosse finita lì…
Ma invece era lì… Ad ascoltare le mie parole.
Le parole di suo figlio che s’era allontanato da casa più del dovuto.
– Mamma… tranquilla… – cercavo di confortarla.
E lei prendendo un po’ più di sicurezza iniziò a farmi le solite domande da mamma.
– Almeno hai mangiato? –
– Si mamma… qualcosa sul treno… –
– Stai bene? –
– Si mamma… –
– Ma dove dormirai? Cosa farai? Quando torni? –
– Mamma… devo andare… il treno sta ripartendo… –
– Chiamami appena arrivi… capito? –
– Ok mamma… –
– Ciao… –

E il treno ripartì… ed io tornai a sedermi al mio posto guardando la stazione che piano piano ci lasciavamo alle spalle.
Triste…
Perché avevo capito che quella mamma, in fondo, ci teneva molto a me…


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(Trigonometria)

31 maggio

Era l’ultimo giorno di un mese passato interamente a studiare. Quella mattina c’era la prova scritta di matematica  dell’esame d’idoneità. Avevo già fatto quella d’italiano e di quella latino senza problemi.  La prova di matematica invece era diversa. Lì la concentrazione dev’essere massima e devi saper eseguire tutti i passaggi, perché se ne sbagli uno, quelli successivi andranno di conseguenza. È un po’ come nella vita, se fai uno sbaglio, continui a sbagliare e gli altri non capiscono, perché spesso non vogliono saperne dei tuoi sbagli e sparano giudizi sui tuoi errori… e pensano che continuerai a farli per tutta la vita. L’unica via di uscita è cambiare vita, voltando pagina e ricominciando l’esercizio daccapo, sperando che la tua penna scriva ancora. La vita può essere paragonata ad una disequazione. Fai tutti i passaggi, semplifichi tutto e metti in evidenza le cose comuni. Ma alla fine, non sempre puoi trovarti con il delta maggiore di zero… e ricominci daccapo… cambiando le variabili… sostituendo le incognite e cambiando verso… cercando di uscirne da quella impossibilità. Ma non sempre ci riesci nella vita.
E il mio foglio era ancora bianco. Aspettavo che arrivasse il mio professore di matematica a consegnarmi le tracce. Ero calmo, almeno credevo, perché la penna nella mia mano continuava a girare vorticosamente. Guardavo la finestra cercando di non pensare a niente. Il tempo era bello e il vento scuoteva i rami degli alberi in continui ed alternati movimenti.
Ero solo in quella stanza, che a giudicare dagli scaffali pieni di libri sembrava proprio la biblioteca della scuola. In mezzo c’era un grande tavolo con intorno 5 sedie nere delle quali una era quella su cui ero seduto. Mi alzai, volevo camminare un po’ e iniziai a girovagare per la stanza.
Guardai gli scaffali pieni zeppi di libri. I miei occhi si soffermarono su quello di letteratura latina. Scorrevo l’ordine degli autori e iniziai a fare commenti su ognuno di loro…

Cicerone: “Cicerone… Cicerone… se potessi maledire qualcuno vissuto nell’antichità… tu saresti il primo della mia lista. Non puoi nemmeno immaginare quante sono state le ore passate a cercare di comprendere il senso delle tue frasi. Si vabbè… all’epoca eri un ottimo oratore… spero che almeno il tuo pubblico ti comprendesse.”
Orazio: “Il grande poeta del carpe diem che inneggiava alla fugacità della vita… mah… chissà quante volte sarà scappato di casa da piccolo. Dicono che non si sia mai sposato e che abbia dedicato tutta la sua vita alla letteratura… beh… contento lui!”
Catullo:  “Magnifico poeta d’amore… quello del celeberrimo odi et amo… che tutti conoscono… ma che  solo pochi sanno come continua finisce!”
Odi et amo.
Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Che tradotto è:
Ti odio e ti amo.
Come possa fare ciò, forse ti chiedi.
Non lo so, ma sento che accade e me ne tormento…”

– Buon giorno… –
Sentii una voce dietro di me e mi girai all’istante come se stessi facendo qualcosa di non permesso. Era il mio professore di matematica che aveva poggiato un malloppo di fogli sul tavolo.
– Buon giorno… – risposi con educazione e mi msisi a sedere.
Il professore mi guardò e fece un sorrisetto, continuando a sfogliare delle carte cercando qualcosa. Lo scrutai con attenzione. Ero calmo. Il foglio bianco era davanti a me e la penna nella mia mano. Mancava solo lui. Mancano solo le sue tracce. Chissà cosa mi avrebbe dato… Ero pronto a tutto… o quasi… ma era impossibile che mi avrebbe dato qualcosa sulla fisica quantistica o su qualche teorema vettoriale. “Cerchiamo di rimanere con i piedi per terra… eh?”
– Ecco Ciro… queste sono le tracce… 3 ore di tempo… la penna ce l’hai… tutto a posto… – disse facendomi un breve sorriso mentre mi passava il foglio.
Cominciai subito a ragionare leggendo uno dopo l’altro gli esercizi.

Disequazione Trigonometrica
Disequazione logaritmica
Equazione Esponenziale
Problema di trigonometria
Sistema di equazioni parametriche
Algoritmo d’informatica

Mha… all’apparenza sembravano difficili. Ma non era così. Infatti, uno dopo l’altro, feci tutti gli esercizi con tranquillità lasciando per ultimo la Disequazione Trigonometrica. Perché come sapete, le cose belle, si lasciano alla fine… belle e impossibili!
E dopo un paio di passaggi…
Non riuscii più a continuare. Mi ero bloccato.
“Il tutto sta nel semplificare le varie funzioni trasformandole in altre simili in modo da avere una disequazione omogenea… Beh… facile a dirsi! Cosa trasformo qui… vediamo…”
Giravo e rigiravo quell’esercizio. Sopra, sotto, destra, sinistra… Cancellavo, riscrivevo… ma niente…
C’era qualcosa che non andava. Qualche piccolo cavillo si nascondeva…
E finalmente lo trovai..
Era un piccolo “1” che restava lì immobile.
“Poverino… non dava fastidio a nessuno… ma se lo porto di qua.. e lo trasformo… ottengo…”
E via…
La penna scorreva velocemente. I numeri venivano facili…
Le operazioni si susseguivano sempre più semplici… segno che la fine era vicina… ed infatti…
Eccola lì…
Il compito era finito. Tutto era al suo posto. Mi girai verso il professore cercando il suo sguardo. Ma lui era affacciato alla finestra che guarda all’esterno fumando una sigaretta.
Quel professore era sempre stato un assiduo fumatore di Marlboro rosse rigorosamente da 20! E portava sempre con se un pacchetto di riserva nel suo borsello, perché non poteva restarne senza.
Si girò, mi guardò e disse:
– Hai finito? –
– Si… –
Guardò l’orologio e venne verso di me. Era un po’ stupito dalla mia rapidità. In fondo non era passata nemmeno un’ora..
Era dietro di me. Avevo il foglio davanti con gli esercizi svolti. Diede un rapido sguardo.
Poco dopo, si allontanò dicendo: – Ricontrolla… –
– Ok… – dissi pensando che me lo dicesse solo perché era troppo presto per consegnare.
Quindi ricontrollai velocemente e lasciai passare un quarto d’ora facendo disegnini sul banco.
– Ho controllato… – dissi con la fretta di consegnare.
– Hai corretto? –
– mmm… no… –
– C’è un errore… – mi disse.
– Non so dove sia… –
Il professore si girò verso di me con aria benevola.
– Controlla la disequazione logaritmica… –
Abbassai subito lo sguardo sul foglio cercando quell’esercizio. L’avevo fatto per primo perché era il più semplice. Avevo commesso un errore?
Controllai i passaggi:
Dominio… ok
Verso… ok
Incognite… ok
Base?
”Cavolo! la base del logaritmo è minore di zero!”
“Come ho fatto a non notarlo! È una disequazione… quindi si cambia verso…”
Ecco, avevo trovato l’errore. Tutto regolare… o almeno speravo che fosse così.
Ricopiai in bella… e consegnai. Subito il professore aprì il mio compito. Controllò quell’esercizio e fece un sorriso come per dire: “bravo…”
– Ok… puoi andare… ci vediamo per gli orali… preparati… –
– Va bene professore… arrivederci… –

E lo lasciai così.. seduto in quella stanza che riordinava le sue carte.
Scesi di corsa pensando che anche questa era andata.
Salutai il segretario, come al solito molto simpatico.
Via..
Ipod nelle orecchie..

E testa sgombra dai mille pensieri…

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