Frammenti di vita #81

pallina rossa cuffie

Un’altra dura giornata davanti…

(almeno stasera c'è il Napoli!)

Frammenti di vita #77

esami libri

Matematica Finanziaria

Metodi Statistici

Finanza Quantitativa

Economia dei Mercati Finanziari

(sperando di non cedere prima…)

Pensieri random #16

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Quanto mi piacerebbe tornare indietro nel tempo. Circa verso la fine del 1700. Per poter girovagare tra le strade di Groninga alla ricerca di un buon e originale pub olandese. Dove magari incontrare personaggi del luogo e del tempo…

Quanto sarebbe stato bello incontrare Daniel Bernoulli che tra una birra e l’altra ti sparava la la frase dell’utilità attesa. Frase su cui si basano tutte le decisioni del mondo… di singole persone, aziende, banche… e anche di quelli che ignorano queste parole, tipo qualche idiota che deve scegliere tra un pacco di pasta Barilla e una sottomarca del penny market.
Gli direi: “Hai ragione Daniel…”
E magari gli scriverei su un foglio la formula: Schermata 01-2457419 alle 12.22.14
cosi da togliere il nobel a von Neumann e Morgenstern circa 200 anni dopo.
(per vendicarmi delle ore passate a cercare di capirla!)
E aggiungerei: “Daniel… vedi.. siamo tutti riassunti in questa U. Si chiama funzione di utilità, ognuno ha la sua… e stabilisce le preferenze che ognuno ha riguardo alle cose…”

Daniel: “Interessante, straniero dall’accento borbonico…”
(c’erano i Borboni a Napoli nel 1700? non mi ricordo :P)
Io: “C’è un problema però… ”
Daniel: “Un fottio di funzioni vero? Una per ogni persona esistente..”
Io: “Già… sei perspicace! Non si direbbe dall’imbarazzante parrucca riccioluta che porti…”
Daniel: “Mi costringono a portarla… se no vengo male nei quadri…”
Io: “Beh… al tuo tempo… cioè in questo tempo, le persone sono tutte diverse, ognuna con le sue preferenze… e quindi migliaia di formule da calcolare…. ma…”
Daniel: “C’è un ma?”
Io: “Si c’è un ma bello grosso che arriverà in futuro… ovvero… se si riuscisse a condizionare il volere delle persone, a canalizzare le preferenze… a costringerle a fargli piacere solo determinate cose… sarebbe fantastico vero?”
Daniel: “Si! Ovvio! Ci sarebbero meno funzioni… meno U… i calcoli sarebbero più facili… ma non credo che ciò possa avvenire! E’ impossibile modificare le preferenze delle persone…”
Io: “Beh… Daniel, ordiniamo un’altra birra cosi ti spiego un pò di cose sul futuro… Iniziamo dal Marketing….”

 

La Coinquilina perfetta #7

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Non passarono molti giorni prima che io e Sara ci accorgessimo di aver fatto un grosso errore di scelta. La nuova coinquilina si dimostrò essere, quasi da subito, una neofita del mondo degli adulti. Ovvero: non era capace di svolgere qualsiasi attività casalinga. Sembrava che avesse vissuto l’ultimo anno fuori casa in una specie di sfera di cristallo, dove racchiudeva il suo mondo fantastico ancora ricco di sogni irrealizzabili. Purtroppo io e Sara, i sogni (quelli irrealizzabili come volare o essere un robot), li avevamo già abbandonati verso la fine dell’adolescenza e ci stavamo concentrando su obbiettivi statici come gli esami universitari.

Ma come intaccava lo stile di vita di Roberta con i nostri progetti?
Tutto iniziò quando mi chiese un po’ di scotch…

– Ciro… –
– Dimmi Roberta… entra pure.. –
– Ciao… hai dello scotch per caso? –
– Certo, che devi fare? –
– Appendere un cartellone… –
– Mmmm forse questo dovrebbe tenere…. – dissi porgendole il nastro.

Purtroppo conoscevo bene la mia ribollente curiosità quindi mi alzai e la seguii nella sua stanza con l’intento di darle una mano. Sara era sul letto che studiava e appena entrai mi rivolse un sorriso poco rassicurante.

– Ecco… voglio appendere questo! – disse Roberta.
Mi trovai di fronte a un enorme foglio bianco con sopra disegnati una discreta quantità di personaggi fiabeschi quali Biancaneve, Peter pan, Topolino….
Lì per lì non diedi troppo peso al disegno estremamente infantile, in virtù del principio che ciascuno è libero di fare ciò che vuole. Ma, quando chiesi a Roberta dove volesse appenderlo e lei rispose:
– In cucina! – con un sorriso a ventiquattro denti e disegnando un cuore con le mani, non ce la feci a non esprimere il mio (enorme) disappunto.
– Scordatelo! –
– Ma come no?! Ciro! – implorò Roberta.
– No! Non voglio che la cucina assomigli ad un asilo nido! In camera tua puoi appenderlo dove ti pare! – le dissi e feci per andarmene, quando mi bloccai e voltandomi sull’uscio della porta continuai:
– Sempre se Sara ti da il permesso! Ovviamente! – dissi con un sorriso maligno guardando Roberta mentre Sara mi rivolse uno sguardo glaciale.

 

Continua…

Frammenti di vita #62

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Sto facendo fisicamente indigestione della lettera “K”
non la voglio più pronunciare!
Maledetta matematica finanziaria!…

Ok… ricominciamo:
Ck… Ik… Rk… Dk… Ek….

 

 

Frammenti di vita #25

Io letto

Le vacanze son finite!

Frammenti di vita #20

Studio Ciro Scrivania Ragioneria

 

Ennesimo fallimento…
Non ce la farò mai!
Sembra quasi inutile che ogni volta ci provi…
Più studio e più fallisco!
Me ne andasse bene una per una botta di culo!
MAI!
Niente… ogni cosa me la devo sudare…

Non so fino a quando ce la farò…

“qui la notte picchia bene
su chi molla e su chi tiene
qui la notte picchia forte
gatti svelti vite storte…”

E – Ligabue

riproviamoci…

Storia di una casa (#40)

Storia di una casa #40 Blog

2007/2008

– 40 –

Qualche ora più tardi, affacciato al balcone, scrutavo la strada leggermente ansioso. Sapevo di che di lì a breve sarebbe passata Floria a portare i bagagli.
Ero curioso di osservarla da sola in strada, come se cogliere qualche attimo in più di quella ragazza potesse farmela conoscere un po’ meglio. Ma, tra i mille passanti di una giornata milanese d’inizio ottobre, era diventato un problema riuscire a distinguerla tra la folla. Supponevo che, in quel lasso di tempo, non si fosse cambiata d’abito e che avesse mantenuto il lungo cappotto scuro su cui spiccava un grosso cappuccio pelliccioso. Immaginavo di vederla sbucare dall’uscita della metro e, quindi, guardavo in quella direzione. Però, come spesso mi accade, non sempre ciò che immagino risulta avvenire davvero. Anzi, più sforzo la fantasia e più viene disillusa. Infatti, mentre fissavo il fondo della via, l’azione da me immaginata si stava svolgendo da tutt’altra parte. Esattamente cinque piani sotto di me, al livello della strada, una macchina blu si era fermata davanti al portone del palazzo. Un signore moro, sulla quarantina era uscito e aveva aperto il bagagliaio. Non diedi troppo peso a quella scena. Decine di macchine si fermavano tutti i giorni davanti ai palazzi della strada a svuotar valigie. Quando però, dal posto passeggero della piccola utilitaria blu, scese un’esile ragazza dai capelli castani, capii che si trattava proprio della mia futura coinquilina.
Era così strano vederla da lontano. Come se stessi osservando lo svolgersi di un film già visto. Di cui conoscevo già le scene successive.
“Tra poco suonerà il citofono…” pensai.

Floria, qualche metro più in basso, salutò con un bacio sulla guancia il suo sconosciuto accompagnatore. Entrambi, poi, presero direzioni diverse: Floria si avvicinò al portone e la macchina che l’aveva accompagnata, sfilò via seguendo il traffico milanese.
Suonò il citofono.
Corsi in casa ad aprire, fingendo di non conoscere chi ci fosse dall’altro lato. Con un rapido gesto, schiacciai il tasto del portone e riappesi subito la cornetta. Impacciato sul da farsi, gironzolavo nell’ingresso fino a quando il mio spirito protettivo non prese il sopravvento.
“Beh… potrei andare ad aiutarla…”
Uscii sul pianerottolo e vidi che l’ascensore non era ancora stata chiamata da nessuno.
“Avrà sbagliato scala…”
Spinsi il tasto di chiamata e l’ascensore fu subito da me. Entrai e scesi al piano terra.
Trovai Floria nell’ingresso del palazzo che si guardava intorno imbarazzata.
– Ah! Menomale che sei sceso! Non ricordavo più la scala! –
–       Tranquilla… scala A, vieni, dammi una valigia. –
Le sorrisi e lei ricambiò, e spostammo le due enormi valigie viola verso l’ascensore.
–       Speriamo che c’entrino! – dissi.
–       C’entreranno… sono entrate in ascensori più piccoli di questo! – rispose ironica.
–       Perchè? Esistono ascensori più piccoli di questo? – chiesi con finta curiosità.
–       Prima ero in viale Argonne, e l’ascensore era molto più stretto di questo! Ho dovuto mettere le valigie una sopra l’altra! –
–       In due di certo non ci saremo stati! – dissi chiudendo a fatica le porticine dietro di me.
Schiacciai 5 avendo cura che Floria vedesse il piano della sua futura casa.
L’ascensore si mosse ed io e lei fissammo silenziosi i piani che scorrevano. Il silenzio diventò imbarazzante, com’è solito negli ascensori. Fortuna che lei, con una domanda tagliente, spezzò il solido ghiaccio che si stava formando.

– Mah… ti piacciono i film? –

continua…

Storia di una casa (intro.)

 

Introduzione

Negli anni dell’università, divisi in lunghi mesi passati a ottenere una sudatissima laurea, condussi la mia vita in un piccolo ma discreto appartamento nella zona est di Milano. Il tempo, nonostante la sua estenuante lentezza, sembrò volare in un soffio; e la mia vita, come una piuma in assenza di vento, smise di volteggiare nell’aria e si poggiò al suolo. Un suolo fantastico e per anni solo sognato. Quella città tanto in vista e tanto in alto nelle cartine che da piccolo non riuscivo nemmeno a indicarla, ora era mia.
Non ho mai saputo se fosse stato un errore o meno sradicarmi dal suolo materno. Forse le cose sarebbero state diverse, ma di certo non avrei acquisito tutta quell’esperienza che ora mi permette di affermare di essere totalmente indipendente. E tutto grazie a un desiderio avverato: una nuova città e una nuova casa.
Ma non fu tutto rose e fiori. I periodi brutti e quelli belli si alternarono come i tasselli di una scacchiera. La vita mi riservò strane sorprese, a volte quasi incomprensibili. Sembrava che qualcuno stesse giocando con il mio destino; che volesse farmi tentennare sulle mie decisioni. Assurdo… ma sottilmente vero; e ve ne accorgerete leggendo questa storia. Una storia che racconta di una casa e tutto ciò che avvenne al suo interno negli anni a seguire. Una storia che non sconfinerà mai il portone d’ingresso. Perché attraversato il quale, tutto cambierebbe, gli orizzonti si allargherebbero e con essi la storia in sé perderebbe di significato.
Questo sarà il solo confine delle mie parole. Le mie frasi si fermeranno sulla soglia di un verde portone d’ingresso e non usciranno mai….
E perché uscire, se tutto quello di cui ho narrativamente bisogno è successo lì?

 

 

 

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