Frammenti di vita #71

ciro letto-2

 

Mi sto lentamente fondendo con il letto…

(Una volta il mio pigiama era verde…. o ne avevo un altro? chissà...)

Storia di una casa (#2)

2006/2007

– 2 –

Scolpite nella mente uno di quei mobili antichi. Una vecchia cassettiera in legno per esempio, robusta, solida e pesante. Uno di quei mobili scricchiolanti, talmente rumorosi da sembrar vivi, come un anziano in oltre età. Immaginate sulla superfice rugosa, scheggiata e puntellata da tarli, una miriade di oggetti, apparentemente inutili, accumulati negli anni. Statuine, vecchi souvenir, regali, bomboniere… qualche bambola di porcellana, un orsacchiotto un tempo bianco e una lampada ormai spenta…
Infine, spargete nella vostra mente, su questo mobile che avete appena immaginato, un sottile ma intenso strato di polvere grigia. Ed ecco la perfetta similitudine che avevo nei confronti di quella città a prima vista.
Con essa anche parte del mio stato d’animo assumeva gli stessi contorni. Ai miei occhi Milano sembrava una città morta, chiusa in se. Un po’ diversa da come l’avevo immaginata.
Per fortuna gli anni contribuirono a farmi cambiare idea. Ma la strada per arrivarci fu dura e tortuosa.
Il mio primo obiettivo era quello di trovare una casa. Un posto dove stare tra quell’immensità di persone. Ambientarmi e piano piano far credere alla mia anima che lì mi sarei trovato bene. Ardua impresa per uno come me… che ha un posto dentro, dove luoghi e persone s’incastrano e ci restano per sempre.

Passo dopo passo arrivai davanti una bianca palazzina. Controllai il foglietto che avevo in mano.
“E’ lei…” pensai e bussai al campanello. Sentii aprirsi il portoncino e un attimo d’esitazione mi colse e mi bloccò. Una signora, o meglio solo la sua testa e il suo braccio longilineo, si affacciò da un balcone del primo piano. “Vieni, vieni!” mi disse gesticolando con la mano.
Rassicurato da quelle parole, arrivai alla porta d’ingresso. Era aperta e la spinsi verso l’interno. La stessa donna mi ricevette con estrema gentilezza.
“Eccoci qua! Ce l’hai fatta!” affermò.
“Sì… ho fatto un po’ tardi… non sono ancora capace di muovermi adeguatamente in questa città… sono venuto a piedi…”
“Potevi prendere il 23… o il 33… mmm… forse anche la 54 passa qui vicino… tra l’altro stanno facendo dei lavori e hanno spostato tutte le fermate… prima passava da… poi ha cambiato giro e percorre via… quella dove c’è l’Esselunga… sì, quel grande supermercato marrone che fa tante offerte…”
Osservavo e annuivo mentre le labbra di quella donna si muovevano così rapide e veloci, producendo parole che stentavano ad avere senso e soprattutto non richieste.
“…se decidi di trasferirti qui, sarai comodo a far la spesa lì… io mi trovo benissimo… Però non andare il sabato mattina perché c’è sempre un casino della madonna… tanto che non riesce a camminare tra i reparti e alle casse file immense. Assurdo. Comunque… vuoi domandarmi qualcosa?”
“Ehm… si… vorrei vedere la casa…”
“Oh… già… che sbadata… certo… seguimi!”
La casa era adeguata. Della grandezza ideale in cui vivere. Anche se la mia esperienza passata, svoltasi in una villetta di campagna, tra corridoi e larghe stanze, si sentiva un po’ stretta tra quelle mura di città. Dovevo abituarmi a vivere in uno spazio più piccolo, a non avere un giardino e soprattutto…
“Ecco le stanze da letto… qui c’è la singola e lì la doppia…”
“Doppia?”
“Si… ci sono due letti… e la stanza è abbastanza spaziosa per dormirci in due. In realtà si potrebbe aggiungere un letto anche nella singola e farla diventare doppia… ma tutto dipende da quante persone affittano la casa…”
“Certo…” dissi pensieroso.
In tutto quel tempo, non avevo mai fatto il conto di dover dividere la casa con qualcuno. Il pensiero non mi aveva proprio sfiorato. Avevo in testa l’obiettivo di trovare una casa, non qualcuno con cui dividerla. Capii che prendere un’intera casa da solo era troppo costoso. Altre persone erano necessarie per dividere le spese. Ma avrei mai potuto trovare qualcuno che si adattasse al mio stile di vita mentre io cercavo di adattarmi al suo? Oltre alla ricerca della casa si presentò quest’altro problema sul mio campo. Cercare dei coinquilini. E non sapevo nemmeno da dove iniziare.

Storia di una casa (#1)

2006/2007

– 1 –

Tutto cominciò in una notte insonne. Uno stato d’ansia mi attanagliava la mente generando pensieri che occupavano minuti e ore. Guardavo un soffitto bianco, puro, perfetto. Un soffitto dove i pensieri potevano disegnarsi a loro piacimento e tingersi di colori nuovi. Pensavo al futuro, alla mia vita e alle scelte che stavo per compiere; pensavo alla mia famiglia e a tutti i miei amici… lontani più che mai dal mio destino.
Scostai le coperte e scesi dal letto, costatando che ottobre era più freddo di quanto pensassi. Mi avvicinai alla piccola finestra che dava in strada. Scostai delicatamente le tende, quasi non volessi farmi sentire. Quasi che quel gesto di guardare fuori, fosse proibito. Sulla finestra, le luci tenui di un lampione giallo allargavano il riflesso del mio volto. La mia immagine mi fissava e rispecchiava ciò che non vedevo, ma sentivo. Un volto preoccupato, con mille sogni e duemila speranze; due occhi neri ingordi di curiosità per qualcosa di nuovo; e un sorriso che sussurrava perentorio: ce la posso fare.
Al di la di me, c’era un palazzo… e accanto un altro… e poi un altro ancora. Fino a disegnare quasi un muro tra me e l’orizzonte. Sotto, una piccola strada con macchine parcheggiate ai lati, in ogni buco.
Quanto tempo sarebbe passato prima che mi fossi abituato a tutto ciò? Pensai con una goccia di rimpianto. Per anni il mio orizzonte era stato frastagliato di colline e tappezzato di verdi campagne. Di macchine parcheggiate nemmeno l’ombra, eccetto quella di mio padre nel vialetto di casa. Il lampione però, quello c’era, ed era giallo uguale. Mi fissava anche lui dalla finestra della mia cameretta nella casa natia. Strana casualità e dolce coincidenza che mi legava al ricordo delle notti insonni adolescenziali. Al tempo in cui quel lampione mi teneva sveglio proiettando sul letto le righe della persiana, e contandole mi addormentavo. Venti… e poi altre venti… e lentamente chiudevo gli occhi gustandomi l’ultimo spiraglio di luce prima del sonno. Sorridevo perché mi sentivo protetto, in quella stanza, in quella casa, tra quelle mura…
che ora fisseranno un letto vuoto e mille ricordi di un bambino ormai grande.

Un forte suono di clacson strimpellò i miei timpani come un batterista con la cassa di un rullante. Spalancai gli occhi. Sulla guancia sentivo il segno del bordo del davanzale. Mossi le dita dei piedi e scoprii che erano diventati dei piccoli ghiaccioli. Avevo dormito su una sedia davanti alla finestra. Distesi le gambe ancora addormentate e il formicolio si arrampicò nelle vene. Guardai il letto sfatto con un po’ di rancore. Avrei potuto dormire su un materasso, coperto da una calda coperta, invece di restare lì, accanto alla malinconia.
La mia stanza d’albergo era piccolissima. Più lunga che larga. C’entravano a stento il letto e una scrivania su un lato. La finestra era in fondo e sul lato opposto la porta. Sulla destra il bagno e a sinistra un armadio, dove il mio trolley occupava la maggior parte dello spazio.
La cella di un prigioniero sarebbe stata più spaziosa, pensai mentre m’infilavo le scarpe.
Era mattina e invece del sole sorsero le nuvole. Col passare dei giorni davo sempre più peso a ciò che diceva la gente di quella città. Triste e ombrosa.
Scesi le scale e fui nella hall di quel minuscolo alberghetto. Il signor Luca, il fratello del proprietario, mi preparò un caffè, affiancandoci un cornetto alla crema.
– Buongiorno signor F. dormito bene? –
– Buongiorno, si… dormito bene. – dissi con aria stanca.
– Come va la ricerca? – mi chiese interessato, mentre controllava qualcosa sul registro degli ospiti.
– Mah… non tanto bene. Ancora niente. Mi sa che resterò qui ancora per qualche giorno… –
– Mmm… devo controllare se c’è posto, la settimana prossima è la settimana della moda e ho molte prenotazioni… vedo cosa posso fare… – mi disse dispiaciuto.
– Grazie signor Luca, mi faccia sapere… e grazie del caffè… Mi rimetto all’opera anche oggi! Buona giornata! –

Uscii in strada e mi specchiai in quel muro di palazzi. Cercai di vedere il cielo e di trovarci qualcosa di familiare, ma era talmente lontano e grigio che pensai di essere su un altro pianeta.

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