Leggendo il giornale…

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Repubblica Milano:

A Mauritius ha una casa e una famiglia che la aspetta, ma dal 2005 vive nell’area arrivi del terminal 1 dell’aeroporto milanese di Malpensa: Cesira Ton, 73enne conosciuta da tutti i frequentatori dello scalo come Emilietta, dorme su una panchina di marmo, si lava nei bagni destinati ai passeggeri in transito e quando si sente sola scrive poesie e racconti. Non può rientrare nell’isola africana perché le autorità mauriziane l’hanno inserita da tempo nella black list delle persone non desiderate per motivi che lei non vuole rivelare. Emilietta non si arrende, però, e si è stabilita in aeroporto, con le valigie sempre pronte al fianco, perché così le sembra di essere più vicina ai suoi figli. Vive con i 620 euro della pensione mensile e racconta di essere benvoluta da tutti, dalle donne delle pulizie ai baristi e alle commesse dei negozi di Malpensa.
(testo Lucia Landoni, foto Varese Press) 

Ed ora, per capire il perchè di questa notizia, vi invito a leggere il post che scrissi  nel 2010:

Senza andata ne ritorno… (Malpensa, Terminal 2)

Buona lettura!

Se tanto non hai fretta… (parte II)

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Formia

Ripresi il pc e lo arroventai sotto i colpi delle mie dita frenetiche. Calcolavo percorsi, probabilità, eventuali
problemi che i miei fratelli avrebbero potuto incontrare; possibili stazioni in cui fermarmi; traffico, orari, chilometri, deviazioni, mi stava venendo un gran mal di testa!
Il mio cellulare lampeggiò. Sullo schermo comparse una mappa e un punto con la faccina di mio fratello che si spostava. Graziano stava facendo bene il suo dovere, si erano mossi da casa. Io invece, dall’altra parte della mappa, restavo fermo e immobile nei pressi della stazione di Formia. Immaginai che la stessa mappa la stesse guardando mio fratello nel sedile passeggero di un’Audi sparata sulla statale 7. Gli avevo insegnato a usare Google Latitude qualche anno prima. Era Pasqua e giocavamo con i cellulari mentre andavamo a trovare i nonni per i consueti auguri.
– Graziano, guarda quest’applicazione… – gli dissi.
– Cos’è? Una mappa? –
– Molto di più… vedi quest’icona con la mia foto? Indica la mia posizione. Ora accendi anche il tuo cellulare e ti faccio vedere che compari anche tu… –
Graziano cacciò dalla tasca il suo Htc bianco. Attivò la connessione e cliccò su Google maps. Un attimo dopo, accanto alla mia icona lampeggiante, comparse anche la sua.
– Fico! – disse – Ma a che cazzo serve? –
– Per adesso a niente… ma sicuramente verrà un giorno in cui ci servirà… –
E il giorno era proprio quello in cui i miei fratelli erano la mia ultima speranza di salvezza. Guardai l’orologio e fissai per un po’ le lancette che segnavano le nove. Quanti casini che stavo creando. Avevo spedito i miei fratelli fino a Formia! Più di cento chilometri da casa! Di notte! Dovevano attraversare paesi come Giuliano, Castel Volturno, Casal di Principe… zone in cui, a volte, la legge stenta ad arrivare e regna l’anarchia. E mandarci due adolescenti immaturi, non era tanto una buona idea.
Mia madre ucciderà…
Mentre ero assorto nei miei pensieri, il telefono cominciò a squillare. La foto di mia madre apparve sullo schermo nero. – Cazzo! Tempismo perfetto! –
Click
– Ciao Ma’… –
– Ciro! Sei arrivato a casa? –
– No… sono ancora in treno… ci sono stati dei problemi… –
– Ce la fai a prendere la coincidenza? Devo chiamare qualcuno che ti venga a prendere? –
– No Ma’… ho chiamato Graziano e Davide… stanno venendo loro… – bomba sganciata, chiusi gli occhi e allontanai un po’ il cellulare dall’orecchio, in attesa di roventi grida furiose.
– Ah… – disse solamente. – Te lo vedi tutto tu? –
– Certo… li sto guidando da qui… –
– Va bene… allora fammi sapere quando arrivate a casa… Ciao –
– Ciao Ma’ –
Click
Chiusi il cellulare ancora incredulo. Mia mamma che non si preoccupava? Suonava strano pensarlo. O semplicemente non aveva ancora focalizzato con la mente… cosa molto probabile.
Mi adagiai sul sedile appoggiando i piedi su quello di fronte. A intervalli di 5 minuti accendevo la connessione per seguire il tragitto dei miei fratelli. Non avevano ancora oltrepassato la metà del percorso.
Intanto il mio treno restava nell’inamovibilità più assoluta. I passeggeri erano incazzati neri. Un tizio si era impossessato del microfono dell’interfono e con messaggi del tipo “Capotreno! Abbiamo donne e bambini a bordo! Dove sei?” aizzava ancora di più la folla inferocita.
Perché non ho preso il Frecciarossa? Pensai amareggiato.
Mentre roteavo il cellulare tra le dita, sentii un rumore ferroso provenire da lontano. Un treno si stava avvicinando a noi. Possibile?
Andai al finestrino e un regionale mi passo a pochi metri dal viso a tutta velocità. Mandai un messaggio a Enzo:
Ma per caso, sei su quel treno che mi è appena passato a fianco?
Nello stesso istante mi arrivò un suo messaggio che sostanzialmente diceva la stessa cosa. Lo chiamai.
– We! Figlio di puttana! Sei passato e noi no! –
Rise.
– Ciro, come facciamo quando arrivo? –
– Ti passo a prendere con i miei fratelli, tranquillo! –
– In che stazione devo scendere? –
Pensai un attimo e dissi: – Caserta… scendi lì –
Click

Ora dovevo solo sperare che il mio treno riprendesse la corsa. Se il treno di Enzo era passato, perché il mio era ancora fermo? Nessuno lo sapeva. Intanto avevo socializzato con una signora di Salerno. Stando nella mia stessa cabina aveva ascoltato tutte le mie chiamate e quindi seguito la mia vicenda. Le chiesi consiglio su dove scendere nel caso in cui il treno fosse ripartito.
– Aversa… E’ abbastanza vicina a Napoli ed è la fermata successiva a Formia… e soprattutto non è lontana da Caserta! – mi disse con estrema calma e tornò a leggere la sua rivista. Non sembrava per niente preoccupata dalla situazione. Sfogliava il suo Gente proprio come se fosse nella sala d’attesa di un parrucchiere. Invidiavo la sua calma.
Improvvisamente qualcosa si smosse. Sentii vibrare il sedile sotto il culo. Il macchinista aveva acceso i motori. Le persone si calmarono. Il vociare si ammutolì per un istante come in attesa di qualcosa.
E quel qualcosa avvenne: le ganasce dei freni lasciarono libere le ruote che cigolarono sui binari muovendosi in avanti. Tutti tirarono un respiro di sollievo… tranne io che avevo riaperto il pc per ricalcolare i percorsi. Mandai un messaggio a Graziano:
Cambio di programma, il mio treno è ripartito, andate alla stazione di Aversa!

Porcaputtana! Deciditi un po’! Mi rispose un po’ incazzato…

<—Parte I                                                         Parte III –>

 

Certe volte ho voluto essere grande più di lui…

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Anche se  molte volte mi hai fatto soffrire… Grazie Papà

31 gennaio…
Napoli..
Stazione centrale.

Trascinavo a fatica il mio pesantissimo trolley tra la gente che mi tagliava la strada e gli enormi cartelloni pubblicitari che si stagliavano come grattacieli all’interno della stazione. L’altra borsa l’aveva mio padre. Quella mattina mi aveva accompagnato fin lì evitandomi un noioso viaggio a bordo di un pullman che sicuramente mi avrebbe fatto perdere il mio treno programmato. Così s’era svegliato di buon ora durante il suo giorno di riposo che, per chi conosce mio padre, era una definizione irrilevante. “Non si smette mai di lavorare!” era uno dei suoi pensieri più persistenti.
Entrai nella porta secondaria della stazione, che forse era quella principale, non saprei. Entrai dalla zona in cui erano disposti gli interminabili sportelli della biglietteria e le altrettanto interminabili code di persone davanti a loro. Le macchinette automatiche, come al solito, erano vuote o con una o al massimo due persone. “Chissà perché?” mi chiedevo sempre. “Come mai non le usano. Sono più veloci e comode e scegli ciò che vuoi…”. Oramai le conoscevo a memoria. Avrei potuto anche utilizzare una lingua diversa per fare il mio biglietto. Magari il giapponese così almeno capirei quando un turista di quella nazionalità mi chiede informazioni mostrandomi il suo biglietto incomprensibile. (Non sapete quante volte mi sia capitato!)
Dopo aver zigzagato tra le file di macchinette, procedetti a passo svelto, diretto al solito binario 16. Oramai non guardavo più il tabellone per sapere da dove partiva il mio treno. Perché avevo imparato per esperienza che i treni in partenza per la mia solita meta li trovavo sempre lì. Tra il 15 e il 17. La solita banchina sempre colma di gente in attesa.
Mi fermai un attimo. Per sicurezza volli controllare il grande tabellone delle partenze per essere certo che il mio treno non sia stato cancellato o spostato. Beh… sarebbe stato molto stressante prendere un treno sbagliato con un trolley che pesava quasi quanto me. Ma eccolo lì. Sempre lui. Solita ora… solito binario… e… solito ritardo! Vabbè… c’avevo fatto l’abitudine. Quei 5, 10 minuti ormai erano ordinaria amministrazione. Diedi un’occhiata a mio padre e gli indicai il mio treno. Lui guardò il tabellone per una manciata di secondi e finse di aver capito ma sapevo che senza occhiali non riusciva a leggere molto. E in quel momento pensai che se fossi partito per le Maldive, lui non se ne sarebbe minimamente accorto. Ciò che però mi avrebbe fregato sarebbe stato quel binario. Beh… anche lui conosceva quel binario. Gliel’avevo insegnato io una volta che mi chiese dove sarei arrivato con il mio treno.
“Binario 16 papà… salvo complicazioni… è sempre quello.”

Ma ora si trattava di partire. Partire per un altro viaggio. Il solito viaggio con le solite tappe intermedie che il capotreno scandiva ad ogni fermata, ricordando dove fosse diretto quel treno. Verso la mia meta.
Stringevo nella mano il mio biglietto mentre camminavamo lungo il binario.
Mio padre dopo dieci metri mi chiese che carrozza avessi.
– La 8… – risposi, ma questo non gli disse niente e quindi aggiunsi.
– Dobbiamo arrivare a circa metà del binario… lì dovrebbe fermarsi al mia carrozza. –
E dopo una decina di metri…
– Fermiamoci qua… dovrebbe andare bene… –
Mio padre non disse niente. Come al solito non siamo stati mai molto loquaci. Così passarono 5 minuti e mi disse: – Vabbè… tanto ormai devi aspettare solo il treno… Vado a casa… ci sono un mucchio di cose da fare… Mi raccomando giovane… sta attento. –
– Certo papà… ci sentiamo… ciao. –
E dopo questo saluto ed un veloce abbraccio mio padre mi voltò le spalle diretto verso l’uscita. Sapevo che odiava aspettare senza far nulla. Quindi se non se ne fosse andato lui gliel’avrei detto io che non serviva aspettare.
Mio padre avanzava lento scansando le persone in attesa del treno. Le superava una ad una, come ostacoli di una vita già vissuta. Chissà cosa starà pensando… Forse a me… forse ai miei fratelli… Molto probabilmente al lavoro… nessuno potrebbe mai scollarlo dal lavoro. Ha fatto moltissimi sacrifici. Per me… per la famiglia… Chissà dove sarei ora senza l’aiuto di quell’uomo che ora camminava via da me. Era merito suo se ero lì, su quel binario, diretto in quella città. Era merito di tutte le volte che mi diceva che dovevo mettercela tutta. Era merito di quando mi urlava ostinatamente che dovevo provarci. Era merito della sua vita e di quello che ha costruito con i suoi sforzi e il suo sudore.
Ed io ero lì ad osservarlo… inerme. Chiedendomi se mai un giorno sarà fiero di me. Se mai potrò ripagarlo dei giorni di lavoro necessari a farmi comprare tutti quei libri su cui ho studiato anno dopo anno… E degli sforzi che ha fatto per comprarmi tutte quelle cose inutili che volevo a tutti i costi… solo perché gli altri ragazzi le avevano. E mio padre, per non farmi sentire inferiore a nessuno, me le comprava. Magari dopo mille richieste, ma alla fine riuscivo a convincerlo. Perché in fondo non avrebbe voluto mai negarmi niente… ma solo farmi capire quanto costi la vita e quanto costi svegliarsi per 40 anni e avere turni a tutte le ore, tutti i giorni e spesso anche la notte. E quando ritornava a casa, non sempre era felice e rilassato. Ed io… invece di capirlo, giravo i tacchi e correvo nella mia stanza… solo per non sentirlo ripetere le solite frasi dettate dalla stanchezza.
Ora quelle frasi non le sentivo più… Ora molte cose sono cambiate… Forse avrà capito che sono cresciuto, che in un certo senso sono maturato. Insomma ho pure 20 anni! Ma secondo me, per lui rimarrò sempre il suo figliolo. Il suo primogenito. Quello a cui insegnava le cose. A cui dava spiegazioni che duravano delle ore perché voleva farmi capire bene i miei “perché?”. Quello a cui ha insegnato a sapersela cavare sempre e comunque in qualsiasi situazione. E solo ora capisco perché molte volte mi costringeva a seguirlo al lavoro, nei lavoretti di casa, o a vedere il telegiornale. Ho imparato tantissime cose. Mi ha insegnato a vivere senza aver bisogno degli altri. Inconsciamente mi ha fatto capire come potermi rialzare dopo una caduta e che quando una cosa si rompe, col tempo e la pazienza si può aggiustare. Ma soprattutto… che una vita si costruisce passo dopo passo.
Ed eccolo lì… che passo dopo passo si dirigeva verso l’uscita della stazione. La folla si fece più fitta e lui si mescolò alle persone come una anima comune. Riuscivo ancora a distinguere la sua figura in lontananza. Aveva le mani in tasca e lo sguardo rivolto verso il basso. Come se avesse sbagliato qualcosa nella sua vita ed ora se ne pentisse. Ma nessuno sa… che lui è l’unico, in mezzo a queste persone, a poter camminare a testa alta… sempre. Tra chiunque e in qualsiasi luogo. Lui è riuscito a creare qualcosa dal nulla. Da quel nulla in cui molte persone sono ancora presenti e pigramente si adagiano su quel poco che hanno fatto. Ma lui no… ogni giorno della sua vita ha sempre compiuto uno sforzo in più… per dare a me le migliori possibilità per il futuro.
Ho sempre pensato che mio padre fosse egoista ma vedendo il disegno del mio futuro, in buona parte costruito da lui, mi sono ricreduto delle mie parole.
Ho capito… che se un giorno mi negava qualcosa, era perché il giorno dopo me l’avrebbe data il doppio.
Ho capito… che se qualche volta dormiva invece di accompagnarmi dai miei amici era perché era veramente stanco.
Ho capito… che se mi sgridava e mi sgrida ancora… è per il mio bene.

Un ultima occhiata…
E poi scompare…
Venendo da dove è venuto. Ritornando al suo presente… Ritornando alla sua macchina… Negando come al solito la mancia al parcheggiatore (mentre io sorridevo guardandolo dal lato passeggero). E mi ripeteva che lui quei 50 cent se li era guadagnati lavorando e non stando davanti ad un parcheggio a guardare le macchine! Su certe cose non cambierà mai. Testardo come pochi… Fermo sulle sue idee… Autoritario e tenace. Instancabile e assiduo. Intramontabile… imbattibile anche dal tempo…
Continuavo a guardare oltre il binario anche se sapevo che non avrei più potuto vederlo. Oramai avrà già messo in moto la vecchia focus dimenticandosi di allacciare la cintura di sicurezza… diritto verso casa… la sua casa…

E ripenso alle tante volte che avrei voluto essere più grande di lui…
Per gustare il potere della decisione…
Per poterlo sovrastare…
Per poterlo mettere a tacere dopo una discussione…
Tutte quelle volte in cui avrei voluto che ritornasse al lavoro perché così non rompeva le scatole in casa.
Tutte quelle volte che, da piccolo, avrei voluto che giocasse un po’ con me.
Ripenso a tutte le volte che mi ha accompagnato dovunque desiderassi e a qualsiasi ora.
Tutte le volte che ha risolto i miei problemi con la scuola.
Quelle volte quando lo chiamavo a notte fonda perché magari avevo fuso il radiatore della Punto con le mie bravate.
E lui era lì…
E solo ora che sono solo…
capisco quanto sia difficile il mondo là fuori…
Senza il suo costante appoggio… e la sua immancabile presenza.

Grazie papà…

– Scusi… Scusi giovanotto… –
Una vecchietta mi distolse dai miei pensieri.
– Mi dica… –
– Dove porta questo treno? –
– A Milano signora… a Milano… –

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