La spalla… (Livigno 2010 parte VI)

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Piano piano aprii un occhio… poi anche l’altro. La luce del sole mi batteva sul viso. Mi dava un po’ fastidio, appena sveglio. La notte prima io e Ciro ci eravamo dimenticati di chiudere la tenda rossa. Mi voltai verso di lui. Dormiva ancora. Era tutto scomposto. Una gamba spuntava fuori dal piumone e aveva la faccia affondata nel cuscino. Sicuramente la luce dava fastidio anche a lui.

Non sapevo che ore fossero, ma visto che iniziavo a sentire le voci dei miei genitori e del padre di Luca, era ancora troppo presto. Affondai anche io la faccia nel cuscino cercando disperatamente di riprendere sonno. Ma sapevo già che non ci sarei riuscito. Quando mi sveglio… non mi riaddormento più.

Pensai alla notte prima. Cercavo di ricongiungere tutti i pezzi di puzzle che restavano confusi nel mio mal di testa. Mi mancava un pezzo di storia…

Cosa avevamo fatto ieri notte?

Poco dopo entrò mio padre… che appena ci vide disse ad alta voce:

– Sveglia, sciatori… gli altri sciano e voi siete ancora qui a dormire!- e se ne andò…

Ciro voltò la testa nella mia direzione senza staccarsi dal cuscino. Cercò di aprire faticosamente gli occhi… mi vide sveglio e mi chiese… – È già passato zio Umberto? –

– No… –

– Allora passerà fra poco… –

E, puntuale come un orologio svizzero, entrò nella nostra camera anche il padre di Luca. Anche lui con lo stesso intento di mio padre: svegliarci.

– Neh… ragazzi… ma ieri sera a che ora vi siete ritirati? –

Sentendo che Ciro non rispondeva, lo feci io:

– Non ricordo zio… l’una… le due… –

– Nell’altra stanza Luca dice che vuole dormire e che scende più tardi… –

Se ne andò anche lui e tornò il silenzio. Feci un respiro profondo. Guardai alla finestra il paesaggio all’esterno. Il bianco della neve regnava ovunque. Aspettava solo noi…

 

Un paio d’ore dopo sentivo i piedi che mi facevano un po’ male. Gli scarponi da sci erano leggermente stretti, così li allentai.  La cabinovia ci stava portando lentamente fin su in cima. Con me c’erano i soliti tre scapestrati. Presi dalla tasca un Twix e mentre lo mangiavo buttai l’occhio nel vuoto. Si vedeva tutto il paese da lassù. Le abitazioni sembravano miniature di un plastico ben architettato.  Le vie erano piccoli sentieri neri che uscivano dal folto gruppo di case in ogni direzione. Sullo sfondo, le cime delle montagne, tutte imbiancate, dominavano la vista. La neve aveva cancellato le loro forme originali per ammorbidirle con il suo soffice strato. Mi chiedevo se prima o poi tutta quella neve sarebbe caduta a valle. Era veramente tanta. Certe montagne erano così bianche da sembrare fatte solo di neve. Avrei voluto dare un morso a quelle ipotetiche torte piene di zucchero a velo.

La cabina arrivò in cima. Si fermò lentamente e scendemmo tutti.

 

Clack…

Clack…

 

Gli sci calzavano precisi sotto i miei scarponi. Sembravano un prolungamento delle mie gambe in orizzontale.

– Giriamo a destra… non ho voglia di salire ancora… voglio sciare! –

I ragazzi mi seguirono mentre sciavo in piano, a colpi di racchette. Non so… ma quegli affari ai piedi mi facevano venire una voglia matta di usarli. Ero arrivato all’inizio della pista. Le punte degli sci erano fuori e non toccavano la neve.

Respiro profondo… chiusi gli occhi un istante… e via… giù per il rapido pendio.

Destra… sinistra… destra… sinistra…

L’adrenalina si accumulava nel mio corpo mentre la velocità man mano aumentava. Il cuore batteva furiosamente di più ogni volta che accadeva un piccolo imprevisto, come una persona che ti tagliava la strada o un piccolo cumulo di neve in mezzo alla pista. I riflessi sempre pronti servivano a questo. La discesa continuava, era una lunga pista. I miei polpacci erano diventati d’acciaio. Non sapevo per quanto ancora sarei riuscito a tenere le curve. Mi dovevo fermare, ma la velocità era troppo alta. Feci un paio di piccole curve a destra e sinistra per diminuirla ma niente. Ero ancora troppo veloce. I miei amici si erano già fermati davanti all’impianto di risalita. Restai concentrato sugli sci. Le mie gambe stavano per cedere. La fine della pista era vicina. Sfrecciai davanti al cartello piantato nella neve su cui campeggiava la scritta rallentare. Dovevo fermarmi. Subito.

Girai a destra facendo perno sulla gamba più “forte”… cercai di piantare il più possibile le lame degli sci nella neve. Cercai di frenare ma continuavo a correre veloce anche in diagonale. Osservavo i volti delle persone che mi guardavano poco più giù, tra cui anche quelli dei miei amici. Frenai ancora… frenai troppo… uno sci cedette girando la punta a valle mentre l’altro era ancora trasversale…

E Paaamm!

Sbattei violentemente la spalla sinistra sulla neve che sembrava più dura del cemento. Feci due o tre giri mentre uno sci si staccò e volò chissà dove. Le racchette, neanche a pensarci. Sentii la neve ovunque fino a quando non mi fermai di schiena. Aprii gli occhi… Respiravo forte… guardai il cielo e pensai…

“Beh… una bella caduta oggi ci voleva proprio!”

Un amore ghiacciato…

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“…perché c’era una sorta di magia nei suoi occhi…
…quella magia che mi aveva fatto innamorare…
…ed ora era lì…
…che danzava inesperta sul ghiaccio…”

Ore 12
Avevo da prendere un treno per Lodi e non dovevo fare tardi, ma soprattutto, non dovevo dimenticarmene. A volte mi succede di distrarre un po’ troppo la mia attenzione vagando nel vuoto dei pensieri. Ok… dov’ero rimasto? Ah sì. Come dicevo, dovevo prepararmi. Maglietta, jeans, scarpe, una pettinata ai capelli, profumo. E invece ero ancora sul letto ad oziare beatamente. Fino a che non mi feci coraggio e spensi la tv.
Ok… si parte!
Il cielo era grigio e tirava un leggero venticello che faceva sentire perfettamente che eravamo all’11 dicembre. Potevo portarmi i guanti, ma le tasche servivano solo a metterci le  chiavi di casa e il resto del caffè. Così, leggermente infreddolito, aspettavo il mio treno alla solita stazione… ed anche al solito binario… con persone indifferenti e annunciatori distratti.
“Il treno per Verona è in ritardo di 48 ore.”
Poveri passeggeri. Mai affidare il proprio sedere a Trenitalia. Perché sanno fin troppo bene cosa farsene!
Beh, menomale che il mio treno era diretto in tutt’altra direzione. Ammesso che arrivasse.
Arrivò.
Nell’attesa, rivolsi il mio sguardo a ciò che mi proponeva il finestrino. Il mio Ipod vagava in modalità casuale tra le sue innumerevoli canzoni. Ogni tanto chiudevo gli occhi, convinto che forse quella bellezza non esisteva. La bellezza della vita. La bellezza della natura.
Pensavo alle complicazioni che avvenivano sempre in momenti sbagliati. In cui desideri un attimo infinitesimo di stabilità mentre tutto il mondo ti avvolge. E ti chiudi in te stesso per avere un senso di protezione irrisorio regalato dal chiassoso silenzio del gongolio del treno.

Ero arrivato e aspettavo la mia ragazza all’ingresso della stazione.
Eccola lì… in tutto il suo splendore.
– Che facciamo?..-
– Beh… non so… –
– Hai fame? –
– Si un po’… –
– Allora ci mangiamo qualcosa! E poi vediamo! –
– Ok! –
Entrammo in un bar e ci sedemmo a un tavolino. Finalmente eravamo un po’ al caldo. Lei aveva le mani ghiacciate così gliele strinsi cercando di riscaldarle.
Ordinammo dei panini. Due per me, uno per lei. Perché non avevo fame!
Conto… caffè… e passeggiata nella piazza centrale.
Guardavamo le vetrine.
Lei le scarpe…
Io i telefonini…
Lei i vestiti..
Io i manichini…

– Ahia! Dai! Ma è un manichino! –
– …di una donna! –
– Appunto! –
– Ahia! Ok ok… pace! –
Arrivammo al parchetto tra battute e schiaffi che volavano a destra e manca. Sopravvivendo entrambi senza troppi rimorsi ma con qualche sorrisetto furbetto ancora da calmare.
In lontananza si vedeva la pista da pattinaggio allestita all’aperto in mezzo alla piazza.
Non avevo mai pattinato in vita mia. Tutto quello che avevo fatto e che poteva somigliare al pattinaggio era sciare ed andare sui roller. Pesavo che fosse un misto tra i due con  qualcosa in più… ma non lo sapevo ancora…
E nemmeno lei…
– Pattiniamo? – le proposi.
– Dai… non so pattinare! –
– Nemmeno io! Impariamo! –
– Ma guarda quelle due come sono brave! Lo so già che cadrò e tu riderai! –
– Può darsi che cada prima io? No? –
E dopo vari convincimenti… ricatti e seduzioni di vario tipo, presi due biglietti e due paia di scarponi.
– Gli scarponi sono simili a quelli per gli sci… aspetta… quello devi metterlo lì… –
– So fare benissimo da sola! –
Non ci potevo fare niente, purtroppo me l’ero scelta testarda.
– Dai… lascia fare a me che ti aiuto. –

E un attimo dopo eravamo dentro. Io in mezzo alla pista, lei chiaramente attaccata al bordo come un bambino alla sua mamma.
Dopotutto era la sua prima volta. Quindi la lasciai un po’ tranquillizzare, anche perché le sue parole avevano una cattiva intonazione!
– Vattene via!! – mi rispondeva appena provavo ad avvicinarmi.
Dopo un po’ mi abituai ad avere ai piedi quei cosi. Bastava portare un po’ il peso in avanti e via… si scivolava da Dio. Con qualche incertezza riuscivo ad andare anche abbastanza veloce. Facevo il giro della pista e ritornavo da lei che aveva percorso solo un paio di metri.
– Dai…  prendimi la mano… e vieni via con me… –
E come nell’amore reale, un piccolo gesto di fiducia risvegliava i nostri cuori. Gli occhi erano impegnati a fissare il ghiaccio per il timore di cadere. Le nostre mani si tenevano l’una all’altra… sfiorandosi e stringendosi… allontanandosi per qualche istante per poi riprendersi e ritrovarsi. Era come un gioco. Come una sfida… e lei era bravissima, quasi meglio di me. Danzava, mentre la musica ci cullava e ci trasportava in questo girotondo di persone. Era stupendo pattinare insieme a lei. Abbracciandola e sorreggendola ogni volta che aveva bisogno. Punzecchiandola ogni tanto cercando di farla cadere. Guidandola… portarla vicino al bordo e baciarla… con le labbra che sapevano d’amore.
E la sera scendeva… mentre le luci ci tenevano compagnia… con la folla che ci osservava curiosa.

…In un giostra infinita…
…che girava in una sera di un amore ghiacciato…

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