La Coinquilina Perfetta #10

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Il clima in casa era diventato più gelido del circolo polare artico. Io e Sara non ci parlavamo, e tendavamo ad evitarci nei luoghi comuni della casa. Se proprio dovevamo, ci limitavamo a monosillabi, come “Si”, “No” “Puoi cucinare”.
Mi dispiaceva questa situazione, di solito lasciavo scorrere e facevo il primo passo verso la pace… ma quella volta volevo che fosse lei a “chiedere scusa”. Purtroppo sembrava che ognuno avesse le proprie ragioni e un punto d’incontro sembrava non si sarebbe mai trovato.
E’ strano come a volte, due esseri perfettamente razionali si comportino come due bambini dispettosi.
I primi giorni passarono così: silenzi e porte chiuse.
Poi iniziò il periodo del “usiamo Roberta”.
– Roberta, puoi dire a Sara che c’è della posta per lei? –
– Roberta, poi chiedere a Ciro di liberare lo stendino? –
…..
La cosa stava iniziando quasi ad essere divertente. Di certo non per Roberta, che ogni tanto sbroccava, scocciandosi di fare da messaggero.

Qualche giorno dopo fummo soli in cucina. Sara ed io.

Aspettavo davanti alla cucina che il caffè uscisse mentre lei metteva a posto qualcosa nel suo ripiano. La guardavo. Mi guardò…
– Per quanto ancora vogliamo andare avanti così? – mi chiese.
– Anche in eterno! – le risposi con un velo d’ironia.
Lei si zittì. Avevo perso l’occasione per far pace, quindi continuai:
– Mi hai lasciato solo…. – le dissi riferendomi alla cena del compleanno di Roberta.
– Ci… io pensavo che tu avresti fatto lo stesso! Non mi andava proprio… che ci posso fare? –
– Sì, anche a me non andava… e se tornassi indietro non sarei restato per niente al mondo a quella noiosissima cena… –
– Vedi? Alla fine ho ragione io – disse Sara torcendo il filo spinato che ci circondava.
Sbuffando le chiesi: – Facciamo pace? –
– Pace… – rispose guardando altrove.

Il giorno dopo il rapporto sembrava essersi ripreso. il periodo di congelamento era finito. Eravamo tornati i freddi coinquilini di prima, ma almeno avevamo smesso di utilizzare Roberta come tramite delle nostre richieste. Anche perché, era partita per la Sicilia.

– Lo odio! Lo odio!! – sbraitava Sara nella cucina.
– Chi odi?! – dissi sorridendo dalla mia camera.
– Lo sai benissimo chi! – rispose.
– Il latin lover milanese… – dissi ironico.
– Lo stronzo milanese! – rispose Sara.
Mi alzai dalla sedia e andai in cucina per vedere cosa stesse facendo Sara. Era seduta al tavolo che continuava a leggere e rileggere vecchi e nuovi messaggi.
– Ma ti sembra intelligente una persona che mi risponde cosi? – disse porgendomi il cellulare.
Guardai rapidamente la chat di whatsapp e subito notai la lunghezza dei messaggi di Sara rispetto a quelli del suo, chiamiamolo ex.
– Sara… una cosa –
– Cosa?!? –
– SCRIVI TROPPO! – le dissi
– uff –
– Se vuoi una risposta sensata da un ragazzo non puoi scrivergli un libro ogni volta… lui leggerà le ultime due frasi… lo sai bene anche tu. Siamo stupidi… vogliamo andare subito al sodo! –
– E’ si! Ma mi risponde ste frasi! Guarda qui.. e qui… – disse indicandomi i messaggi di lui.
– Te lo ripeto… lui non li ha proprio letti i tuoi messaggi se ti risponde cosi! –
– Allora è stronzo! –
– Più pigro che stronzo… –
– Non ci tiene allora… –
– Sara… io non lo so… perché non le scrivi a lui queste semplici frasi? –
– eh… sembra facile! –

E in effetti non lo è. Non lo è mai esprimere i propri sentimenti alle persone. Soprattutto a quelle a cui si vuole bene.
Ritornai in camera sorridendo, non per suoi dispiaceri, ma perché Sara era tornata a confidarsi con me. A parlarmi come amico e come coinquilino.
Tutto era davvero tornato come prima.

 

 

 

La Coinquilina perfetta #8

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Non ci potevo credere, avevo studiato il finimondo! Praticamente tutto il libro, ogni singola frase, ogni singolo pezzo e… non ce l’avevo fatta. Non l’avevo passato!
Rimasi scioccato quando aprii il file contenente i voti. Avevo passato tutta la settimana con la curiosità di sapere se avessi preso un 25 piuttosto che un 27, non avevo nemmeno formulato altre ipotesi sul mio esito. E Invece, compariva ben chiara accanto al mio nome, la scritta insufficiente.

Restai con gli occhi sbarrati per circa un quarto d’ora a fissare il pc. Cercavo di capire cosa avessi sbagliato nel compito. Nulla… non mi veniva in mente nulla…
Avevo risposto alle domande, avevo scritto correttamente… Cosa era accaduto?
Iniziai a girare per la stanza senza meta.

Avanti e indietro, avanti e indietro… come un cane in gabbia. Poi mi sedetti sul letto con la testa tra le mani. Non mi ero nemmeno accorto di aver lasciato la porta della camera aperta.

Sara ci passò davanti per andare in bagno e mi vide.
La guardai con gli occhi rossi.

– Cosa c’è? Qualcuna non te l’ha data? – disse ironica, col suo solito cinismo.
– No Sa… è che… – balbettai.

Non rispondendo alla sua battuta con la solita ironia, Sara capì che si trattava di una cosa seria. Entrò nella mia stanza e si sedette accanto a me.
Mi guardò…

– Non ho passato un esame Sara… – dissi.
– Vabè… capita… – rispose, mostrando una strana compassione.
– Era facile! Anzi quasi banale! – dissi disperato.
– Dai… avrai interpretato male… succede! A volte i professori vogliono una cosa e tu ne scrivi un’altra. –
– Già… forse è andata così… –  risposi, cercando di calmarmi.
– Ok! Adesso tirati su… Cosa vuoi per cena? Cucino io! – disse la mia coinquilina.
– Eh?! Vuoi cucinare tu? – chiesi, quasi sorpreso.
– Si certo mister perfettino! So cucinare anche io! Ma niente robe strane! La scelta è tra pasta al sugo e pasta al pesto… anzi no… non c’è scelta… pasta al pesto! – disse seria.
– … ci metti anche la pancetta? – chiesi con fare pietoso.
– Si ok… – acconsentì.

Sorrisi.

– Dai, vado a preparare… tu alzati, lavati la faccia… tranquillizzati che non è morto nessuno… La prossima volta andrà meglio… vedrai… – disse andando in cucina.

La vidi sfilar via dalla mia camera con passo sicuro… cercando di capire come facesse a restare sempre così fredda e razionale. Sara non era di certo il massimo nel consolare le persone, ma apprezzavo molto il suo gesto. Non era da lei. Mi stavo quasi commuovendo.

Ripresi le forze. Guardai in direzione della cucina sentendo il rumore delle pentole. Sara stava iniziando a cucinare.

– Sara… – la chiamai.
– Dimmi… – mi urlò dalla cucina.
– Ce la metti la cipolla vero? –
– NO! –

La Coinquilina perfetta #7

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Non passarono molti giorni prima che io e Sara ci accorgessimo di aver fatto un grosso errore di scelta. La nuova coinquilina si dimostrò essere, quasi da subito, una neofita del mondo degli adulti. Ovvero: non era capace di svolgere qualsiasi attività casalinga. Sembrava che avesse vissuto l’ultimo anno fuori casa in una specie di sfera di cristallo, dove racchiudeva il suo mondo fantastico ancora ricco di sogni irrealizzabili. Purtroppo io e Sara, i sogni (quelli irrealizzabili come volare o essere un robot), li avevamo già abbandonati verso la fine dell’adolescenza e ci stavamo concentrando su obbiettivi statici come gli esami universitari.

Ma come intaccava lo stile di vita di Roberta con i nostri progetti?
Tutto iniziò quando mi chiese un po’ di scotch…

– Ciro… –
– Dimmi Roberta… entra pure.. –
– Ciao… hai dello scotch per caso? –
– Certo, che devi fare? –
– Appendere un cartellone… –
– Mmmm forse questo dovrebbe tenere…. – dissi porgendole il nastro.

Purtroppo conoscevo bene la mia ribollente curiosità quindi mi alzai e la seguii nella sua stanza con l’intento di darle una mano. Sara era sul letto che studiava e appena entrai mi rivolse un sorriso poco rassicurante.

– Ecco… voglio appendere questo! – disse Roberta.
Mi trovai di fronte a un enorme foglio bianco con sopra disegnati una discreta quantità di personaggi fiabeschi quali Biancaneve, Peter pan, Topolino….
Lì per lì non diedi troppo peso al disegno estremamente infantile, in virtù del principio che ciascuno è libero di fare ciò che vuole. Ma, quando chiesi a Roberta dove volesse appenderlo e lei rispose:
– In cucina! – con un sorriso a ventiquattro denti e disegnando un cuore con le mani, non ce la feci a non esprimere il mio (enorme) disappunto.
– Scordatelo! –
– Ma come no?! Ciro! – implorò Roberta.
– No! Non voglio che la cucina assomigli ad un asilo nido! In camera tua puoi appenderlo dove ti pare! – le dissi e feci per andarmene, quando mi bloccai e voltandomi sull’uscio della porta continuai:
– Sempre se Sara ti da il permesso! Ovviamente! – dissi con un sorriso maligno guardando Roberta mentre Sara mi rivolse uno sguardo glaciale.

 

Continua…

La Coinquilina perfetta #5

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Passò qualche giorno. Il clima in casa si era notevolmente raffreddato. Ero tornato ad essere il freddo coinquilino di sempre. La notizia della loro dipartita mi aveva un po’ destabilizzato.

Mi ero abituato a loro. Mi ero abituato al freddo raziocinio di Sara, che andava molto d’accordo con il mio; mi ero abituato all’odore di qualche sostanza illegale che spesso usciva dalla cucina mentre Carmen studiava; mi ero abituato ai discorsi, alle risate… alle prese in giro… al tempo perso in cucina dove ora mi fermavo più volentieri. Tutto perso… Tutto doveva essere ricostruito d’accapo con nuove persone… nuovi coinquilini.

Era sera. Carmen era andata chissà dove. Restavamo solo io e Sara.
Entrai in cucina.

– Ciao Sa’… stai cucinando? –
– Sì… ma uso solo un fornello, gli altri sono liberi –
– No, tranquilla aspetto che finisci… –
– Ciro! –
– Sì? –
– Cucina! –
Sorrisi. A volte mi dava questi strani ordini ironici. Era il suo modo di dimostrare gentilezza.
Presi una padella e l’appoggiai su un fornello. Eravamo fianco a fianco.
Il cucinotto della casa era separato dalla cucina. Piccolo e quadrato, davanti avevi i fornelli e dietro il lavandino. C’era il giusto spazio solo per due persone, per questo preferivo cucinare da solo. Sono uno che ha bisogno di avere tutto sotto controllo e avere un’altra persona in mezzo mi fa innervosire. Con Sara però era diverso. Mi capiva. Prevedeva quello che dovevo fare. Se dovevo scolare la pasta, si spostava e apriva il rubinetto per far scorrere l’acqua nel lavandino. Se dovevo abbassare una fiamma o accendere la cappa bastava uno sguardo. Ci capivamo… forse eravamo più simili di quanto non sembravamo.

– Io ho finito… – disse.
– Tra poco anche io… –
– Mangi di qua? – mi chiese dato che era mio solito cenare in camera davanti alla tv.
– Si apparecchia anche per me… –
Sara prese la tovaglia a quadri arancione e la mise sul tavolo. Piegò un paio di Scottex a mo’ di fazzoletti e mise le posate. Accese la radio e si sedette, aspettandomi, per mangiare.

Spensi il fornello e riversai nel piatto la mia pasta al pomodoro.
– Buon appetito Sara… comincia pure… – dissi mentre prendevo posto a tavola.
– Buon appetito… –
– Carmen? E’ uscita? – le chiesi.
– Cì… con Carmen non scorre buon sangue… abbiamo avuto un po’ di discussioni ultimamente… per questo è sempre fuori… –
– Ah.. mi spiace… –
– Niente di serio… però il nostro rapporto s’è incrinato… –
– Colpa mia? –
– No Ciro… non è mai colpa tua! – sorrise.
– beh… io chiedo… –

Passò qualche minuto di silenzio. Il rumore delle posate e la musica della radio faceva da sottofondo.

– Cì,… –
– Dimmi? –
– E se non cambiassi casa? –
– Torni in Calabria? – chiesi ironico.
– Scemo, dico, se restassi qua… –
– Ci sarebbe un solo problema… – le dissi.
– Quale? –
– Quello di trovare una nuova coinquilina che condivida la stanza con una fredda, acida… ehm dolce, simpatica… ragazza come te.-
– Dici che è difficile… –
– Non impossibile… iniziamo domani? –

 

Continua…

La Coinquilina Perfetta #2

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I mesi si susseguirono veloci. Sara e Carmen si ambientarono bene nella casa milanese. Imparai a conoscerle col tempo attraverso i gesti quotidiani delle singole due. Sara era la precisa, parlava e ti contraddiceva ogni qual volta poteva farlo. Carmen era molto più calma, socievole e incline al discorso, non contraddiceva mai una tua affermazione.
Quelle due erano un perfetto ossimoro… e spesso mi chiedevo come facessero a dormire insieme nella stessa stanza.
E’ sempre stato un mio dubbio…

“Ciro… smettila di guardarmi… mi metti ansia…” Disse Sara mentre cucinava.
“Ma come! Non sto dicendo niente…”
“Tu no… ma i tuoi occhi dicono tutto!”
“I miei occhi?”
“Sì lo so… ci voleva più olio… non va bene che poggio il cucchiaio sporco sul tavolo… il fuoco è troppo alto… “
Sorrisi… “Hai dimenticato che devi accendere la cappa… “aggiunsi.
“Vedi? Ormai ti conosco…”

Ormai ti conosco… disse… e quella frase risuonò nella mia testa. Mai nessuna coinquilina o coinquilino l’aveva mai pronunciata. Stava scattando qualcosa… un qualcosa di diverso.
Beh.. a questo punto c’è da spiegare un po’ di me e di come sono fatto. Sono sempre stato un tipo non molto incline alla socializzazione… sempre un po’ riservato e chiuso con gli altri. I rapporti sociali sono sempre stati difficoltosi e quei pochi che ho, ho sempre cercato di tenermeli stretti il più possibile. Nei primi anni di convivenza con altre persone non sono riuscito mai a instaurare amicizie durature, pur vivendo in casa con la stessa persona per un intero anno. Sembra strano, ma è così… e non mi è mai dispiaciuto più di tanto quando qualcuno abbandonava la casa al termine del contratto. Ora… Sara era lì, intenta a cucinare il suo merluzzo impanato. Aveva pronunciato quella semplice frase che chiunque pronuncia verso un amico. Mi conosceva… riusciva a leggere i miei occhi… capire i miei pensieri… e pur avendo un brutto caratteraccio puntiglioso sorrideva nel prendere in giro la mia pignoleria… Ed io? Cosa sapevo di lei? Un cavolo! Non me ne fregava praticamente niente… perché sapevo che a fine anno mi avrebbe abbandonato come tutti gli altri ex coinquilini, finiti chissà dove e mai più sentiti. Tutti sfruttavano quella casa per il tempo che gli serviva e poi… puff…. Tanti saluti…
Non volevo più attaccarmi… non volevo più affezionarmi….
E per fare ciò rimanevo sempre freddo… distaccato… lontano…

Ma qualcosa stava cambiando…

Guardai Sara sistemare il pesce nella padella con la forchetta di metallo. Mi morsi la lingua per non dire niente. Lei mi guardò, sorrise, aveva capito che morivo dalla voglia di dirle che mi avrebbe rovinato la pentola se avesse continuato così.

“Sara?”
“Dimmi Ciro..”
“Tu mi odi?”
“Naaa…. “
“E perché usi la forchetta?”
“Perché la tua faccia sofferente non ha prezzo…”
“Dai… questa è crudeltà… ti prego… usa un cucchiaio di legno!
“Mmmm mi sa che…. Non lo farò!” disse, con tanto di pausa nella risposta.
“Sei perfida…” dissi ironico e feci per andarmene.
Quando mi sentii chiamare.
“Ciro… mica esci stasera?”
“Mmmm non credo…  perché?”
“Beh… Carmen non torna oggi e…. ho paura a restare sola in casa…” disse con un sottile velo di timidezza. Mi aveva confessato un suo sentimento. Una sua paura… una sua fragilità.
“No… non esco. Resto qui…” le dissi guardandola intenerito dalle sue parole.
“Sicuro… guarda che posso andare da una mia amica.”
“No tranquilla Sara… resto… però… devi fare una cosa….” Dissi e presi un cucchiaio di legno dal cassetto. Glielo porsi davanti al viso.

Lei capì e sbuffando lo afferrò.

 

 

Continua…

La Coinquilina Perfetta #1

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Settembre 2015

Era un venerdì sera di uno strano settembre che stava per concludersi. Ero intento a studiare le ultime pagine di un libro di matematica che mi servivano per un esame. Insolitamente avevo lasciato la porta della mia camera semichiusa in mondo che qualunque suono esterno potesse entrare; in particolare, la voce della mia coinquilina.
Sara era nell’altra stanza. Sentivo il rumore dello scotch estendersi per poi spezzarsi. Era intenta a chiudere grosse scatole di cartone.

“Ciro…” mi chiamò.
“Dimmi..”
Sara si affacciò nella mia camera. Intravidi il suo volto dalla fessura lasciata dalla porta. Ha sempre avuto esitazione ad entrare, solo e soltanto dopo il mio “entra”.
“Tieni.. ho finito” disse porgendomi il rotolo.
“Hai chiuso tutto, le chiesi?”
“Si… tra poco vado… volevo prendere una macchina solo che l’app non mi funziona…”
Sorrisi. Quello era il suo strano modo di chiedermi un favore.
Subito tirai fuori il mio cellulare e aprii l’app del car sharing.
“Ce n’è una qui vicino, la prenoto?”
“Sì, tanto ho quasi finito con i pacchi” disse, ritornando nella sua stanza.
Esitai qualche minuto mentre mi risuonava nella testa un malinconico pensiero…
Sì Ciro… sta andando via… per sempre…
Tornai verso la porta della sua camera e dissi…. “Sara… io… ehm…”

Flashback settembre 2012

Ricordo ancora il primo giorno che la vidi. Erano quasi esattamente 3 anni prima.
Come ogni anno, capitava che la camera doppia dell’appartamento in cui vivo a Milano si liberasse; e in quel periodo il portone d’ingresso era sempre un via vai di persone;
Studenti, stranieri, lavoratori; persone con ogni tipo di problema; persone senza nessun tipo di problema ma senza soldi… Adulti spaesati… neo diciottenni in cerca di fortuna…
Beh… di tutto… Quasi c’avevo fatto il callo o l’abitudine, per cosi dire, a travestirmi da agente immobiliare e illustrare pregi e difetti della casa.
Suonò il citofono per l’ennesima volta…
Sali al quinto piano questa coppia di ragazze. Le salutai con la solita stretta di mano, mi presentai e nello stesso istante dimenticai i loro nomi. Le feci entrare dopo di me e chiusi il portone.
“Bene eccoci qua… vi mostro la casa”
Solito giro… Cucina… Tinello… Bagno… Camera… Ripostiglio…
Solite caratteristiche e soliti costi…
Entrambe mi ascoltavano ma l’unica a fare domande era diciamo “la più carina” delle due. Beh.. non me ne voglia l’altra… però oggettivamente il fisico slanciato, i capelli biondi e gli occhi azzurri battevano i fianchi larghi e lo spirito indipendente no global dell’altra.
Io rispondevo con calma alle sue domande puntigliose. Voleva sapere tutto (com’è giusto che sia). anche ogni più piccolo dettaglio. Stava quasi urtando la mia eterna pazienza.
Questa è una stronza pensai…. Mi sa che le dirò di no… inventerò una scusa e… 
“Bene! La prendiamo!” disse con tutta sicurezza, tanto che io ed anche l’altra ragazza rimanemmo sorpresi.
“Sicuro?” chiesi in modo da infondere un qualche minimo dubbio….
“Si certo… sembra perfetta… tu che ne dici?” chiese all’altra ragazza.
L’altra, un po’ titubante disse… “beh.… non sembra male… “
“Quindi?” La incalzò… mentre io assistevo alla scena. La biondina sapeva metterti in soggezione. Ti guardava e già ti sentivi in difficoltà.
“Beh… sì… può andare..”
“Ottimo, allora Ciro… ci vediamo più tardi… ti paghiamo la cauzione per fermare la camera e poi contattiamo la proprietaria ok?”
“Beh… sì… per me non c’è problema!”
“Allora Ciao!”
“Ciao….”

Appena furono fuori la porta e appena quest’ultima si chiuse, tirai un mezzo sospiro di sollievo: la stanza era affittata. Non dovevo più sbattermi tra annunci e chiamate ad ogni ora del giorno. Era fatta. Poi però, mi vennero in mente tutte le mie esperienze di convivenza passate, belle e soprattutto brutte. Quindi, guardai il soffitto, congiunsi le mani come un atto di preghiera e dissi:

“Ti prego… fa che non siano pazze… maniache del controllo o della pulizia… fa che non invitino una caserma di ragazzi ogni sera… ti prego… fa che quest’anno sia migliore…”

 

Continua…

Piove… (Sara II)

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…E le gocce di pioggia continuavano a battere sul vetro di questo mio posto finestrino. Continuavo a guardare fuori nonostante avessi terminato il mio hamburger e come si era solito in questi posti, bisognava sloggiare. Ma restavo ancora lì che giocherellavo con la cannuccia della Coca Cola. Già… la Coca Cola. Chi mi conosce almeno un po’ si sarebbe già chiesto perché mai avessi preso la Coca Cola? E secondo me dovrebbe chiedersi mille altre cose. Ma a ora non sono in vena di divagazioni esistenziali.
Ero lì, seduto al mio posto, con il cartone dell’hamburger ancora caldo e qualche patatina sparsa qua e là nel vassoio rosso. La pioggia continuava a cadere… seppur incerta. I rigagnoli d’acqua sul vetro sembravano piccoli fiumiciattoli che si congiungevano alla base. L’acqua ha intrinseco odore di fantastico. Lascia immaginare la purezza e l’unicità di un elemento che è alla base della vita. In quel momento mi chiedevo come facesse la pioggia a sapere dove andare. Mi spiego meglio. Quando una goccia d’acqua scorre lentamente sul vetro, sembra già sapere la strada da percorrere. Sembra avere un destino già scritto che nessuno può interrompere. Anche se piazzassi un dito in mezzo, la goccia ci scorrerebbe attorno e continuerebbe giù fino alla sua meta. Niente potrebbe fermarla… ne lei, ne le milioni di sorelle gemelle che s’infrangevano su quel vetro. C’è chi ci vedrebbe milioni di lacrime cadute da un volto immaginario. Un volto pieno di dolore e amarezza… sconcertato dal tempo nebbioso della propria vita. E un po’ di nebbia l’avevo dentro anche io. Il mio cuore non andava… si fermava… correva… giocava a mosca cieca… e mi faceva passare le notti insonni. Volevo ricominciare dal presente.
Mi alzai e mi sistemai. Infilai il mio anello al pollice e presi il mio giubbotto di pelle dalla sedia. Svuotai il mio vassoio nel cestino stando attento a non fare troppo casino. Trattenevo in mano la mia Coca Cola ancora piena per metà. La portai via con me. Appena fuori, chiusi la porta a vetri e diedi una lunga sorsata alla cannuccia.
La strada era disseminata di pozzanghere che riflettevano le varie luci della città. Iniziai a camminare addentrandomi nella notte di questo mondo fantastico…
 
 
 
Continua…
 
 
 
– Dai ora smettila… – le dissi con dolcezza sfiorandole il viso. Lei si voltò come per non farsi vedere da me in quello stato. I suoi capelli si mossero con lei e qualche lacrima svanì luccicosa nell’aria. Lo sapevo… era di nuovo colpa mia. L’avevo scossa con i miei soliti pensieri. La mia solita vita difficile anche da raccontare. I miei guai, i miei casini, le avventure in cui mi cacciavo sempre. “Non so se ne riuscirò a venir fuori” le avevo detto. E questa non era una menzogna. Non sapevo proprio da che parte cominciare ed in mente mi girava l’idea di come finire. “Promettimi che non farai stronzate…” m’intimò lei con gli occhi arrossati. “Te lo prometto… ti prometto che qualsiasi cosa accada ne uscirò vivo”. Ed in parte mantenni quella promessa.
 
Volsi lo sguardo al cielo. Il freddo si faceva più pungente e le gocce di pioggia cadevano con più coraggio. La guardai… Aveva indosso il mio giubbotto di pelle. La superficie lasciava scivolare via le gocce d’acqua senza trattenerle. Io invece, sentivo l’acqua penetrarmi la felpa ed arrivarmi alla pelle. Amavo la pioggia… e amavo anche sentirla addosso. Ovviamente non uscivo in strada tutte le volte che pioveva! Ma quelle volte in cui, costretto dagli eventi, ero rimasto sotto la pioggia mi piacque parecchio. Si creava una strana atmosfera… difficile anche da descrivere. In quel momento ti senti solo… isolato. Le altre persone corrono con i loro ombrelli in cerca di un riparo. E la pioggia è lì… che crea una sorta di scudo immaginario tra te e il mondo. Senti l’acqua bagnarti il viso… il capelli… le mani… Senti le pozzanghere formarsi piano piano lungo il tuo percorso. Senti il rumore dell’acqua che cade. Una giostra… un’armonia… una poesia vissuta. E lì… chiudi gli occhi lasciandoti trasportare dalle emozioni.
Ma un brivido ti riporta alla realtà. Alla vita quotidiana… alla consapevolezza che la pioggia in fondo è solo pioggia e devi andartene al più presto. 
– Dai.. facciamoci un giro… – dissi.
La vita è come una melodia musicale. A volte suona note cupe e basse… contorcendoti il cuore in spasmi dolorosi. Poi, dopo un po’, si passa gradualmente ad arpeggi più alti e melodiosi. È un saliscendi di emozioni. Una volta si è giù… e poi di nuovo su. Questo era il teorema di quel periodo di vita. Quel pezzo di strada dissestato su cui mi accingevo a camminare. Un po’ come questo scomodo viottolo ciottoloso.
Un colpo di vento ci riportò il sorriso. La pioggia ci batteva violentemente sul volto. Eravamo in mezzo al corso principale e cercavamo un riparo da qualche parte. Lei sorrideva divertita dalle continue corse a destra e sinistra per ripararci sotto i balconi e le pensiline.
Le tristi parole sembravano scomparse dai suoi occhi. Non pensava più a me… o almeno non lo dava a vedere. Non so se è cosa comune alle donne interessarsi alle storie malinconiche e incasinate. Può darsi che sia la tanto nominata curiosità femminile. Non saprei. Magari Sara in quel momento mi voleva bene davvero. Quelle cose che le avevo detto e rivelato solo a lei, magari le sentiva, le capiva, le scendevano in fondo al cuore e s’immaginava nella mia situazione. Come avrebbe affrontato i miei problemi? Sarebbe scappata come me? Li avrebbe affrontati? Oppure cosa?
“Cosa?”… era la domanda chiave a quel tempo.
Oggi mi sarei dato una risposta empirica… ossia quantificare il problema e pensare ad una strategia. Analizzare gli elementi, studiare i fondamentali, formulare ipotesi. Ma qui niente matematica… niente economia… niente formule ne grafici. Solo parole… fatti… e storia.
A ripensaci ora… a distanza di cinque… sei anni… magari ci rido anche su. Però, ripensare agli stati d’animo, mi faceva capire quando davvero fossero stati pesanti quei giorni. Quando le forze mi abbandonavano e quando mi richiudevo nella mia camera seduto per terra a guardare il soffitto. Inerme… Le giornate sembravano interminabili a volte. Era come guardare un fiume in piena dall’alto di un ponte che portava via quel che restava della tua vita. Un fiume proprio uguale a quello che vedevo. Su quella strada che affacciava sull’acqua. …è c’è qualcun’altra qui con me… direbbe qualcuno. Un’amica a cui ho confidato tutto. A cui ho detto che lei era stata qui, insieme a me a vedere lo stesso fiume. E ne ridevamo… di un giorno passato insieme.
E il mio cuore urlava a gran voce la sua presenza. I suoi occhi… il suo volto… i suoi morbidi capelli… E so che sbagliavo ad attaccarmi a quelle illusioni. So che non potrà più essere così. Il passato è già stato scritto… e può solo essere ricordato.
 
Mi appoggiai con le braccia al parapetto. Il mio sguardo fissava l’orizzonte. Sotto di me, come ho detto, c’era il fiume. E la pioggia continuava a battere.
– Dai… ora non pensarci più… – disse Sara avvicinandosi.
– La vita continua… e il presente è fatto di mille realtà… –
 
– Hai ragione… ma quando c’è troppa realtà…
non resta altro che attaccarsi alle illusioni. –
 
 
 

Piove… (Sara I)

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Pioveva…
Pioveva in quella piccola città. Le nuvole sembravano non voler smettere più. Di acqua dal cielo ne scendeva un’infinità mentre i passanti cercavano un riparo. Era notte, e mi aggiravo tra le strade in cerca di un rapido spuntino. Il McDonald di Porta Venezia era lì che mi aspettava in fondo alla strada. Vedevo la scintillante insegna mentre alcune gocce mi colpivano il viso. Il giubbotto di pelle sembrava ripararmi a dovere. Ormai era abituato. Ne aveva presa tanta di acqua in passato proteggendomi da numerosi malanni. E certe volte mi ha protetto anche da me stesso. Quando uscivo di casa con la coscienza sporca e nascondevo la mia faccia dentro al suo cappuccio.
Una sirena iniziò a suonare alle mie spalle. Mi girai di botto. Era un’autoambulanza che stava facendo inversione in mezzo al traffico per poi fuggire nella direzione in cui stavo andando. Correva. Anche se la strada era tutta bagnata. Era un po’ pericoloso per i miei gusti. Anche se molto spesso, devo confessare che lo facevo anche io. Mi diverte molto il rischio… mi diverte l’imprevedibilità…
Entrai nel McDonald. Strusciai i piedi sul tappeto e tolsi il giubbotto. Mi guardai un po’ intorno intravedendo quelle quattro persone dai volti assenti. Mi diressi verso il banco e ordinai il mio solito menù. E mi assicurai, come ogni volta, che dentro al panino non ci mettessero i cetriolini. Sono fatto così… anche se sapevo che non ci sarebbero stati… domando sempre. Magari qualche cinese non sa leggere le ricette e ce li mette dentro! Chi lo sa? Vabbè… mettendo da parte le mie paranoie sui cetriolini, presi il mio vassoio e andai al solito posto. Un “posto finestrino”… come lo definivo io. Mi sedetti e incominciai a mangiare. La pioggia continuava incessantemente il suo lavoro. Ed io da una sorta di vetrina al contrario, osservavo questa specie di film in cui gli attori scappavano dalla scena… le macchine correvano.. i passanti aspettavano il loro verde per poter attraversare.. i loro ombrelli erano zuppi e la strada piena di pozzanghere… pioveva… e le gocce bagnavano il vetro… 
Proprio come quando lei piangeva…
 
 
 
 
…Molto tempo fa…
 
 
 
Ero seduto alla panchina della fermata di un autobus urbano. Ero sceso da poco ed aspettavo che arrivasse la persona che dovevo incontrare. Erano da poco passate le 4 di pomeriggio, ma sembrava sera poiché le nuvole erano talmente scure da non far passare il sole. “Sicuramente verrà a piovere” pensai, mentre volgevo lo sguardo al cielo. Alle mie spalle c’era la villa comunale e si sentiva la gente chiacchierare allegramente mentre passeggiava. Avevo imparato a conoscere Benevento da poco. Da quando mi ero trasferito in quella scuola. E lì avevo fatto nuove amicizie. Si sa… negli anni del liceo si fanno le amicizie migliori. Quelle che ti accompagnano per un bel pezzo di vita e non ti mollano più. Certe volte però, quelle amicizie non provengono dalla scuola in cui hai passato gli anni migliori ma si accodano alle altre, arricchendo la lista delle persone su cui poter contare.
Il mio telefono squillò.
Sms
“scusa il ritardo… sto per arrivare… ciao”
Staccai lo sguardo dallo schermo del mio piccolo 6600 tutto colorato di nero. Tornai a fissare le macchine con l’occhio di chi cerca qualcosa. Non sapevo come sarebbe arrivata e non sapevo nemmeno da dove.
Guardai a destra e sinistra seguendo la scia degli autobus. Le macchine scorrevano lente incastrandosi come pezzi di puzzle in una via multicolore. Una goccia mi colpì il dorso della mano. Mi asciugai con un lembo del giubbotto. Alcuni pensieri attraversarono la mia mente come un treno in corsa. Pensieri tristi e malinconici che solo una goccia di pioggia avrebbe potuto scatenare. Mentivo… mentivo a me stesso per sentirmi bene e speravo che un giorno tutte le cose si sarebbero sistemate. Perché? Quando? Dove mi avrebbe portato quella strada che avevo intrapreso? Chiusi gli occhi per un istante cercando di dimenticare. Ma nemmeno il buio poté contrastare l’assordante rumore dei miei problemi. Di solito avevo un metodo per risollevarmi un po’ da qualche casino in cui ero immischiato. Guardavo il tutto con un’ottica di una persona esterna. Alienandomi dalle situazioni spiacevoli e dalle complicazioni… e ridendone a volte. Passavo intere serate con la mente sgombra… vivendo giorno per giorno… attimo per attimo. Ma quando il tutto toccava di nuovo quota zero, allora si che entravano i casini. Mi richiudevo in me stesso lasciando che la vita bussasse alla porta che raramente aprivo. Aspettavo che la persona giusta entrasse. Ma si sa… le persone giuste… sono difficili a trovarsi.
 
Toc toc
 
Una mano leggera bussò alla mia spalla. Mi girai di scatto e vidi Sara in tutto il suo splendore.
– Scusami per il ritardo… – disse, come colpevole di qualcosa di grave.
Si sedette vicino a me, su quella panchina di una fermata di un autobus urbano.
Si sistemò la gonna e si mise più comoda.
– Allora? Come mai da queste parti Ciro? –
– Avevo voglia di farmi un giro… –
– Tutto bene? – mi chiese con una voce seria. Ed io, nel mio solito giro di menzogne, dissi anche a lei che andava tutto bene. Ma Sara era una ragazza diversa. Sara non ci credeva. Sara sapeva già tutto anche solo dal mio sguardo. E mi guardò negli occhi mentre le dicevo che andava tutto bene.
La mandò giù, almeno per il momento e sdrammatizzò. – Dai facciamoci un giro… – mi disse, perché erano le sole parole che in quel momento volevo sentirmi dire.
– Tutto bene a te? – le chiesi.
– Bè… mica poi tanto… Sto riflettendo un po’ su questa storia… con il mio ragazzo… –
– Già… è proprio il momento adatto per parlare di storie d’amore… – Le dissi fingendo di grattarmi la testa.
Lei sorrise…  – Non navighiamo in belle acque! –
– Le acque non sono un problema… è il vento… la tempesta… i fulmini che ti cascano sulla testa all’improvviso da tutte le parti… –
Sara sapeva dove volevo arrivare. Aveva visto molte volte i miei occhi dissolversi nel vuoto alla ricerca di qualcosa di vago e profondo. Come in quel momento. Avevo dentro di me un fiume in piena che aveva voglia di uscire… di sfondare ogni cosa… tutto e tutti e liberare il mio essere dall’ostile peso che avevo sul cuore. Ma nella bocca c’era qualcosa che mi bloccava. Come un tappo messo in gola da qualcuno d’ignoto che non mi permetteva di sfogarmi liberamente. Era l’esperienza che mi bloccava… era l’esperienza di brutte amicizie e di persone non troppo fidate a cui ho confidato preziosi segreti. Pentendomi. Ma Sara non era così… e ne ero ben cosciente. Dovevo solo convincere il mio istinto a fidarsi di lei.
 
Percorremmo il corso principale. Qualche gocciolina di pioggia si sentiva qua e là senza dare troppo fastidio. Avevo indosso il mio giubbotto che mi proteggeva e mi teneva al caldo mentre lei, solo a guardarla, mi faceva venire i brividi di freddo.
– Non senti freddo? – Le chiesi
– Na… per niente… – (attimo di silenzio)
– Scherzavo! Sto morendo di freddo! Ho fatto male ad uscire così leggera. – disse sfregandosi le braccia.
Così mi tolsi il giubbotto e glielo offrii. Sotto, avevo una di quelle felpe con il cappuccio che mi avrebbe riscaldato ugualmente. Lei non lo accettò subito ma sfiorando il mio caldo giubbotto cambiò idea e disse.
– Ok… ma te lo ridò subito! –
Adoravo la sua sincerità. Adoravo il fatto che non sapeva mentire. Era una ragazza che all’apparenza sembrava una delle tante. Ma la sua parte nascosta, la sua indole, il suo carattere, erano cose preziose che solo poche avevano.
Giungemmo al nostro posto. Nostro… per modo di dire. Era una panchina che ci piaceva parecchio. Circondata da palazzi ma immersa nel verde… seminascosta da sguardi indiscreti. Un posto ideale quando hai voglia di parlare con qualcuno.
– Allora? Come mai è così tanto che non ti fai sentire? –
– Ho il telefono fuori uso… –
– Smettila… ora fai il serio! Dai… so che c’è qualcosa che non va… –
– Lo sai? E come lo sai? –
– Dal tuo odore… puzzi di “qualcosa che non va”! –
Ridemmo…
Una cosa era certa: “era la migliore… a saper sdrammatizzare…”
 
E tra una cosa e l’altra partì il mio racconto. Lei stava ad ascoltarmi silenziosa aspettando impaziente il suo momento. Le raccontai della storia con Erika e della sua inevitabile fine. Le raccontai dei miei genitori, delle guerre in casa e fuori… e le parlai della scuola dicendole:
– …l’ho lasciata… –
Lei sgranò gli occhi in modo eccessivo come se le avessi annunciato la morte di qualcuno. Ma subito si riprese e balbettando impercettibilmente disse:
– I tuoi lo sanno? –
– Certo che non lo sanno… continuo a mentirgli… –
E lei capì… non chiese come mai e perché si fanno certe cose. Si fanno e basta… è un misto di eventi che ti portano a una conseguenza irreparabile. Risalire al principio, percorrendo a ritroso un cammino sbagliato, non è una buona scelta per risolvere il problema. È solo una pugnalata in più al cuore e forse non una, ma due, tre, quattro… fino a quando non senti un peso sul collo che risale velocemente verso il centro della fronte… e da lì scende giù… sotto forma di lacrime. E in quel momento… non puoi proprio più fermarti.
L’ho voluto dire lo stesso a Sara… anche se lei non me lo chiese esplicitamente. Volevo che almeno lei fosse a conoscenza del peso che avevo addosso. Forse sbagliavo, perché vedevo il suo volto assorbire le mie parole e farsi pian piano più triste.
Feci un sospiro..
Tirai i piedi sulla panchina… abbracciai le gambe e poggiai la testa sulle ginocchia.
– C’è stato un tempo in cui credevo… – le dissi.. – …che le cose sarebbero andate per il verso giusto… –
E lì non resse più…
 
Una lacrima scese dai suoi occhi..
piccola e leggera percorse tutto il viso…
il suo sguardo era mutato…
non so se aveva compassione di me o cosa..
so solo… che mi sentivo colpevole…
 
 
 

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