Senza andata ne ritorno… (Malpensa, Terminal 2)

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– Pronto mamma… –
– Ciao amore… tutto bene? Sei partito?-
– No, sono ancora in aeroporto. Ci sono dei casini… mi sa che farò tardi. –
– Va bene ti aspetto a casa… –
– Mamma, farò davvero tardi. Per ora si parla di partire verso l’una… –
– Così tardi? –
– Sì, non mi aspettare… vai a dormire. Mi faccio sentire io. –
Click

Guardai l’orologio. Erano le sette e fuori era buio già da un pezzo. Il freddo non aveva risparmiato nessuno. La neve, caduta in mattinata, era ancora lì, sulle macchine parcheggiate nel parcheggio dell’aeroporto. Probabilmente la stessa neve era anche sugli aerei e non partivano per quello. Guardai di nuovo lo schermo delle partenze. Scorrevo la lista cercando il volo per Napoli. Il mio volo.
Se non ci fossero stati ritardi, sarei stato già sotto il metal detector a far squillare qualcosa. Oppure ancora in fila, a imprecare contro la solita signora che s’era portata con sé di tutto, anche ciò che non poteva e non voleva lasciare niente in aeroporto. Mi capita ogni volta che devo prendere un aereo. Guardai lo schermo.
Eccolo lì il mio volo. Continuava ad accumulare ritardo. Come se l’orario fosse diventato un cronometro invece di un timer, che più passava il tempo che aspettavo e più aumentava quello che dovevo aspettare. La cosa strana era che non ero per nulla infastidito. Mi stavo ambientando in quell’aeroporto.

Mi misi alla ricerca di un posto per sedermi e per fare ciò che mi piace di più: osservare.
Camminavo per il lungo corridoio. Alla mia sinistra scorrevano i banchi di check-in vuoti e dall’altra parte invece, lunghe file di panchine piene zeppe di persone. Di posti vuoti manco a parlarne. Mi sembrava di non essere il solo ad aver avuto problemi con il volo quella sera. Chi aspettava lì non si era ancora imbarcato… e se non si era ancora imbarcato qualche motivo doveva pur esserci. C’era gente di tutti i tipi. Dagli extracomunitari ai ricchi uomini d’affari; ragazzini ancora vergini di voli e ultra settantenni che avevano visto nascere e fallire intere compagnie aeree. Questo variegato impasto di persone mi ricordava quasi una piccola città. Mi sentivo come nella piazzetta di un piccolo paesino. Dove persone andavano e venivano… e magari qualcuna si fermava.
Accanto a una ragazza pressappoco sedicenne c’era un posto vuoto. Sopra il sedile era appoggiata una copia del sole24ore. Presupponevo che quel posto fosse occupato da qualcuno andato chissà dove. Una ragazza non avrebbe mai potuto aver comprato un giornale del genere. Provai lo stesso a chiedere. Perché se il giornale fosse stato suo, la cosa mi avrebbe incuriosito parecchio.
– Scusa è libero? –
– No, mi spiace… – disse la bocca della ragazza in coincidenza con l’espressione del volto. Stranamente sembrava dispiaciuta davvero. Forse ero l’ennesimo ragazzo che le faceva la stessa domanda.
Chissà chi era seduto lì?
Suo padre?
Il suo fidanzato?
Certamente qualcuno più grande di lei.

Continuai per la mia strada.
Una donna mora quasi mi urtò, camminando in modo spedito e nervoso. Appena mi passò avanti disse, con un tono minaccioso: “che compagnia di merda!” e si guardò a destra e sinistra quasi a cercare appoggio.
Anche io dovrei essere incazzato come lei, pensai.
Il ritardo del mio volo era ancora incalcolabile. Guardai uno dei monitor e vidi che uno dei voli era stato cancellato.
Ecco il motivo di tanta incazzatura.
La donna di prima, doveva essere una dei passeggeri di quel volo.
Spero solo di non fare la stessa fine
Ormai stavo perdendo le speranze di trovare un posto, quand’è che vidi un’altra area dietro i check-in principali. Lì qualche posto era ancora vuoto.
Mi sedetti.
Cacciai il mio solito libro dalla borsa, inforcai gli occhiali e cominciai a leggere. Affianco a me, sulla stessa panchina erano sedute due ragazze. Parlottavano fastidiosamente tra solo. Ogni tanto di sottecchi le guardavo. Una aveva i piedi appoggiati scompostamente sul trolley davanti a lei e l’altra aveva qualcosa che non andava. Fatto sta che non riuscivo a leggere tranquillamente. A ogni capitolo chiudevo il libro infastidito dalle loro risatine, commenti e ciarlanerie. Incominciai ad ascoltare i loro discorsi mentre guardavo distrattamente lo schermo lontano davanti a me. Parlavano di amici lontani, di università e di storie d’amore mancate. Una si chiamava Martina e l’altra non so, ma continuava a incuriosirmi. Un colpo di tosse mi diede la conferma. Questa qui… non sta bene.
Tornai a me. Il mio stomaco brontolava. Avevo fame e tutti i miei propositi di mangiare a casa con la mia famiglia erano svaniti. Dovevo cenare qui. Così mi alzai e mi diressi verso la piccola pizzeria del terminal che avevo notato prima, durante la mia “passeggiata”.
Camminando incrociai un ragazzo e una ragazza.
Guardai le scarpe di lei e le scarpe di lui. Le scarpe a volte dicono molte cose. Credo di poter descrivere il carattere di una persona solo dalle scarpe… e quando in un uomo, le scarpe s’intonano con il colore del foulard intorno al collo può voler dire solo una cosa:
Sicuramente quei due non sono fidanzati, perché lui è…
– Guarda questo ciuffo… continua ad andare a destra e sinistra! Mi sto irritando! – disse lui a lei.
Sorrisi.
Ecco la pizzeria. Si sentiva un odore misto di dolce e salato. Roba che all’olfatto sembrava piacevole ma al gusto sarebbe stato un abominio. Ordinai un pezzo di pizza e mi guardai intorno alla ricerca di un tavolino. Intravidi tra i tanti la ragazzetta di prima che mi aveva negato il posto. Mi guardò anche lei per un attimo. Mi fissò un po’ troppo per non avermi riconosciuto. Distolsi lo sguardo da lei e osservai lui, il ragazzo che cenava con lei. Aveva i suoi stessi occhi..
È suo fratello maggiore…
Sorrisi sotto i baffi e mi sedetti al mio tavolo. Mentre tagliavo la pizza, intravidi una signora di mezza età che girava con un carrello pieno di valigie. Ma più che valigie mi sembravano un ammasso di “perché”. Non so per quale strana ragione fisica il mio istinto si comporti così. Quando osservo una persona che desta la mia attenzione, il mio cervello comincia a farsi diecimila domande su ogni suo piccolo dettaglio. Cominciando dalle suole delle scarpe fino a qualche ciuffo di capelli fuori posto; e come un algoritmo ben progettato inizia a darmi automaticamente delle risposte. Quando però, qualcuna di queste domande resta incompleta, lì la mia curiosità schizza alle stelle.
Cos’ha che non va quella signora? Sembra un’anziana passeggera come tante…
Sotto sotto, c’era qualcosa.
Decisi però di lasciare in pace con lo sguardo la povera signora e mi concentrai sulla mia mediocre pizza margherita.
Appena finito mi alzai e mi ricomposi.

E ora un bel caffè…
Mentre camminavo verso il bar un bambino correndo mi urtò una gamba. La madre che lo seguiva subito dietro gli urlò qualcosa in non so quale lingua. Il bambino si girò un attimo e poi riprese a correre via.
Quel bambino mi darà dei problemi… pronosticai.
Detesto i bambini monelli. Certo, esistono cose che detesto di più. Ma quelli se si mettono d’impegno riescono a superare anche una folla di studenti rumorosi al corso di Matematica 2… o un passante indeciso se attraversare o meno la strada mentre sto guidando.
Arrivai al bar.
Un ragazzo di bel aspetto mi chiese cosa volessi.
– Un Caffè… grazie –
– 95 cent –
Gli diedi un euro e lui cercò in cassa un resto che non c’era. Prese uno di quei bussolotti di monete che si usano spesso nei supermercati. Lo spezzò a metà e saltò via una moneta da 5 cent che arrivò diritta nelle mie mani. Il barista con un sorriso mi disse: – Se volevo farlo a posta non ci riuscivo… –
Andai al bancone e aspettai il mio caffè. Casualmente affianco a me si posizionarono  le due ragazze di prima.
Martina e l’altra.
Martina prese un caffè e l’altra:
– Un tè grazie. Molto caldo… non mi sento bene. –
Il cameriere la guardò incuriosito, forse più di me.
– Che cos’hai? –
– Ho un po’ di febbre… –
– Anche tu! Se vuoi, di la ho la Tachipirina. Anche io oggi sto male… –
Risero tutti e tre.
Beati loro che ne ridono di certe malattie..
Volsi lo sguardo verso i monitor. Niente… qui si mette sempre peggio. Al mio aereo non andava di volare.
A un tratto si avvicinò la strana signora di prima. Il suo giubbottino viola stonava con tutto il suo abbigliamento. Si appoggiò con i gomiti sul bancone e cercò di avere l’attenzione del barista, non riuscendoci.
Sbirciai un attimo il suo carrello di valigie. Sembrava tutto normale ma mi chiesi: “Perchè non le ha ancora imbarcate tutte queste valigie, invece di farle vagabondare per tutto il terminal?” E mi sa che la parola giusta l’avevo appena pensata: vagabondare.
Quando la signora capì che il barista la stava ignorando, si rivolse a me.
– Scu-scusa… ma bi-bisogna fa-fare lo scontrino pri-prima? –
– Si certo… lì, guardi. – le risposi senza chiederle come abbia fatto a pronunciare la parola più difficile della frase senza balbettare.
La signora se ne andò appena dopo la mia risposta e non mi curai più di lei.
Dopo aver finito il mio caffè e aver salutato il gentile ragazzo, andai verso una panchina libera, poco distante. A quell’ora l’aeroporto si stava spopolando. A mano a mano le persone s’imbarcavano e partivano per le proprie destinazioni. Mi sedetti e aprii il mio libro.
Un paio di capitoli dopo arrivò, sempre correndo, il bambino pestifero di prima. Staccai gli occhi per guardarlo e all’improvviso si bloccò. Il suo viso si fece serio. Si chinò e un improvviso conato di vomito colpì il pavimento. Il bambino si guardò intorno con una faccia di chi ha capito di aver fatto qualcosa di sbagliato. Continuai a fissarlo esterrefatto e schifato. Raccolsi subito le mie cose e me ne andai via da quella zona.

Con una faccia disgustata e un passo nervoso mi allontanai. Vidi un piccolo schermo affisso al muro sulla mia destra. Cercai il mio volo. Un’altra mezz’ora di ritardo si era aggiunta all’estenuante attesa. Sospirai. Guardai l’orologio e calcolai la mia villeggiatura al terminal 2 di Milano Malpensa: 4 ore.
Dovrà partire prima o poi!
Appoggiai la mia valigetta sul sedile di un posto in una zona di passaggio del terminal. Sperai, per il mio stomaco, di cancellare al più presto la scena di poco prima. Di leggere non mi andava più, anche perché, il rumore della pulitrice elettrica guidata dall’inserviente poco più in là, era molto fastidioso. Presi le cuffie e misi su un po’ di musica.
Mi passò davanti la famosa signora di prima col suo ingombrante carrello di valigie. Cercai di convincermi che fosse un’insolita passeggera distratta e un po’ ritardata ma non ci riuscii. Per convincere il mio istinto ci voleva ben più di una conferma. La guardai sfilare via. Avanzava ondeggiando come se il carrello dinanzi a lei fosse un carrello della spesa. Si fermò e chiese qualcosa all’inserviente che stava passando con la sua fastidiosissima pulitrice, proprio in quel punto. Per gioia delle mie orecchie e di non so chi altro che prima aveva esclamato “chist c’ha rutt u cazz”, l’inserviente fermò il suo rumoroso attrezzo e si mise a parlottare con la strana signora.
Da lì non riuscivo a sentire cosa si stessero dicendo e continuai a chiedermi il perché non avesse ancora imbarcato i bagagli. Intuii qualche parola.
Parlavano di orari, di persone, di bar che chiudevano e di lui che doveva pulire nonostante ci fossero ancora tante persone in aeroporto.
– Di solito a quest’ora non c’è più nessuno… – le disse.
La signora gli fece un’altra domanda, ovviamente balbettando.
– No, no, al terminal 1 non chiudono, lì restano aperti tutta la notte, perché arrivano i voli intercontinentali… –
L’inserviente rimise in moto il suo stressante trabiccolo mentre la signora sembrava cercasse altre domande da fare per non interrompere quella conversazione…
Voleva chiaramente perder tempo. Lo stesso tempo che io stavo faticosamente aspettando. Sembrava irrispettoso da parte sua, soprattutto quando il malcontento per il ritardo stava aumentando.

Poco lontano da me c’era il tipico luogo comune napoletano. La solita famigliola numerosa e piena di difetti. La madre, ovviamente in sovrappeso come due dei tre figli e il marito, tipico operaio emigrato al nord in cerca di lavoro. Ogni volta che osservavo certe persone, era come se vedessi un pezzo della mia tanto odiata città. Piena di difetti e obesa anche lei… non di lipidi ma di problemi e persone.

Quella famigliola, però, di problemi sembrava non averne. La loro simpatia e spensieratezza, anche nel disagio, copriva ogni cosa. È questo che rende speciali i napoletani. Ridono anche quando soffrono… e il tipico detto “addà passà a nuttat” valeva non solo per quella notte ma per la vita in generale.

Ormai la mezzanotte era passata da un pezzo e il mio cellulare segnava già gli impegni per il giorno dopo.
Iniziai ad annoiarmi e non mi andava di leggere ne di ascoltare la musica. Volevo partire.

Una giovane coppia, poco distante, sembrava combattere la noia meglio di me. Erano visibilmente brilli e accesi in volto. Con un bicchiere a testa, ancora mezzo pieno di una bionda, parlottavano tra loro in qualche lingua nordica. Sorridevano ad ogni frase, forse incoscienti che quello fosse il posto meno adatto per ubriacarsi. Lui guardò lo schermo cercando di leggere gli avvisi degli aerei scritti in italiano.
– Ann… Anulato… –
– Annullato! – lo corresse la compagna.
Risero. Forse non conoscendo il significato di quella parola.
Li guardai invidioso.
Invidioso di tanta felicità e spensieratezza. Invidioso di tanta complicità di coppia. Invidioso degli sguardi e del loro amore che mostravano aiutandosi l’un l’altro. Anche io avrei voluto essere così. Solo che di bionde ne avrei dovuto bere almeno il doppio per scalfire il mio fegato veterano e scollegare i fili della mente.
Non si risolve tutto con l’alcol… disse la mia coscienza imitando qualche amico.
Le persone riescono ad essere felici anche normalmente. Basta una buona compagnia e qualche frase giusta mescolata ad una giusta scenografia.
Non serve rovinarsi… non ser…

I miei pensieri s’interruppero…

La porta scorrevole d’ingresso si aprì producendo uno strano cigolio e una ventata d’aria fresca che colpì tutti i presenti. Ad aprirla era stato il carrello pieno zeppo di valigie della signora con il giubbottino viola.

Se ne sta andando!
Avevo ragione. Non doveva partire! 
Quella signora era una vagabonda abilmente “travestita” da passeggera.
Tutto quadrava: le valigie, il barista, gli orari di chiusura. Non era affatto una passeggera e il mio istinto, ancora una volta, aveva ragione…

La sua figura ormai non si vedeva più. Era andata via… chissà per quale altro posto affollato, chissà per quale altro luogo cittadino ancora aperto… chissà dove avrebbe passato la notte… lei… il suo carrello… e il suo invisibile alone di malinconia.

E fu lì che decisi di tirar fuori il mio portatile e di scrivere 
tutta questa storia. Fu un ottimo passatempo fino all'imbarco sul mio volo... che alla fine partì. Un po' tardi, ma arrivai a casa sano e salvo chiudendo quella nottata movimentata al terminal 2 di Milano Malpensa.


Torno tra un momento… cerco un argomento…

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Sapete perché amo la vita? Per la sua imprevedibilità. Non si sa mai ciò che può succedere mentre stai comodamente seduto a giocare con la tua pallina preferita. Le persone cercano sempre di prevedere il futuro, ma nessuno ha la sfera di cristallo o la palla numero 8 delle risposte. Credo che non bisogna pensare al futuro… perché tutto può succedere… cose belle, ma anche cose brutte. Ciò che bisogna fare, è sperare in positivo lasciandosi alle spalle i brutti pensieri. Alcuni credono nel destino. Credono che tutto sia stabilito da una forza maggiore, e che nulla sia attribuito al caso. Credono che ogni momento della vita, sia pure il più imprevisto possibile, sia stato programmato da qualcuno… o qualcosa… o chicchessia…
Naa…
Per me la vita è come una pallina rossa. Non rotola mai nella direzione in cui vorresti. Non è lei a rincorrere te… ma tu a doverla assecondare correndole dietro per afferrarla. Anche se lei sale in un Eurostar diretto delle ore 10.
Può sembrare strano… ma la mia storia con lei, cominciò con un “No!”

(carrozza 7 di un treno diretto)

– No… Ciro… No…-
– Che succede? –
– No… no… no! –
– Ho fatto qualcosa che non dovevo? – dissi con aria furbesca.
– Non dovevi essere qui! –
– Non sei contenta che io sia qui? –
– No! Cioè… si… ma no! –

Sembrava confusa. Qualcosa l’aveva turbata… o per meglio dire, qualcuno. Qualcuno che non doveva essere lì, a quell’ora, su quel treno, a disturbare la lettura del suo Focus.

– Non dovevi! Ti avevo detto di non farlo! –
– Sbaglio o avevi detto: “non venire alla stazione di Napoli” e sottolineo Napoli. – dissi chiedendo conferma con la testa all’amica seduta affianco a lei.
– Si ma… –
– Ma! Ma! Primo: non credo che questa sia una stazione. Le stazioni di solito hanno tanti binari… questo ne ha uno solo e sembra muoversi… naa… non è una stazione… credo che sia un treno… Già! Sono sicuro che sia un treno! – dissi con aria ironica rivolgendomi ogni tanto all’amica che mi dava ragione.
– Quella credo che sia una stazione… – dissi indicando, fuori dal finestrino la stazione di Roma che da poco avevamo abbandonato.
– Ma credo che nemmeno quella sia la stazione di Napoli… quindi tecnicamente, non sono alla stazione di Napoli… e tu mi avevi detto di non venire alla stazione di Napoli centrale… quindi… non ho fatto niente di male! –
– Giusto… – disse l’amica rivolgendosi a Francesca.
Francesca era girata verso il finestrino e guardava fuori con aria quasi furibonda. Ogni tanto sbuffava per farmi percepire la sua irritazione. Aveva le braccia conserte come la piccola faccina che usava spesso su internet. Io ero seduto di fronte a lei. Ci separava solo il tavolino di quel lussuoso Eurostar che entrambi tenevamo aperto: io per appoggiare il mio Ipod e i miei occhiali da sole, lei il suo focus e il suo cellulare. L’amica, di nome Imma, appariva alquanto divertita nel vederci. Francesca ripeteva quasi a intermittenza un “no” secco e conciso. Io, invece, cercavo di cambiare discorso tentando di farle passare l’arrabbiatura. Sembravamo due acerrimi nemici che si odiavano a morte. Credo che se avesse avuto una mazza da baseball a portata di mano me l’avrebbe data diritto sulla testa. “Non sarei dovuto essere lì…” pensavo. Era passata mezz’ora e lei continuava a fare l’indifferente con me; a parlare con Imma facendo finta che non ci fossi; a fare azioni per ripicca e ripetere: “No! No! e No!”. Avevo fatto una cazzata e ora me ne stavo rendendo conto, e forse stavo anche rovinando un’amicizia. Così presi e me ne andai…

– Dove vai ora?! –
– Faccio un giro… vedo se su questo treno ci sono persone più simpatiche ed amichevoli… ciao! –
– Fai pure… – disse lei indifferente.
Così, spinto ancora di più dal suo atteggiamento, presi la mia borsa e mi diressi in fondo alla carrozza. Ero convinto di andarmene… mentre le porte scorrevoli si chiusero dietro di me.


Flashback:
Ciò che successe prima…
“Una mattinata particolare”

Spesso la vita ci spinge a fare cazzate. Azioni che per quanto studiate e progettate a dovere vengono sempre definite “irrazionali”.
Irrazionale.
Quanto amo questa parola. La vita per me è descritta a pieno da quel sostantivo. Un qualcosa che non si lascia ridurre entro gli schemi della ragione. Niente regole prestabilite… niente orbite in cui girare… niente di niente… È come il vento che corre nel cielo trasportando con se una piccola fogliolina appena staccata dal suo ramo.
La vita è fatta di difetti: problemi, caos, niente è perfetto. “Le vite nei film sono perfette” sosteneva qualcuno, ma nemmeno in quelle credevo più. Anche quelle erano imperfette… con momenti sbagliati su sfondi irreali. La vita è come una sfera su un piano tortuoso… Non saprai mai dove rotolerà.
Ops
“la mia pallina… dove cavolo è andata a finire?!”

Ero nella mia piccola stanzetta, intento a guardare fisso l’orologio con lo sguardo impaziente di chissà quale avvenimento. Facevo rimbalzare nell’aria la mia piccola pallina rossa riprendendola, poi, con l’altra mano. Ma qualcosa non andò, e quella piccola e impertinente pallina pazza mi scivolò dalle mani finendo chissà dove. Non riuscivo a trovala! Ero chino per terra a cercare sotto la scrivania pensando che fosse andata ad incastrarsi, come al solito, nei cavi dell’alimentazione del pc. Niente… non era lì. Chissà quale strano rimbalzo aveva preso. Guardai l’orologio. Mancavano tre minuti alle otto di mattina. Questo mi fece ricordare che ero terribilmente in ritardo. Tutto era pronto. Tutto era stato perfettamente programmato a dovere. Mancava solo lei… Quella maledetta pallina rossa!
– Ma dove cavolo sei?! – dissi ad alta voce non curante che qualcuno potesse sentirmi. E infatti…
– Ciro cosa cerchi? –
– Niente mamma… niente… solo quella maledetta pallina! –
– Ciro… è una pallina! –
– Si… questo lo sapevo… dimmi qualcosa che non so… –
– Ciro… io vado a lavoro… Torno per mezzogiorno… ciao… –
– Si si… ciao… ma dove cavolo è andata a finire! –
Mia madre chiuse la porta dietro di se con un aria alquanto sconcertata. Mio padre avrebbe detto sicuramente: “20 anni buttati sul pavimento”. Menomale che quella mattina era uscito presto e non l’avevo beccato in giro per questa manciata di stanze.
“Devo muovermi a trovarla! Non posso andarmene senza di lei!” Guardai un po’ più in là, in un posto impensabile dietro un angolo remoto. Era lì quella maledetta! La presi e la infilai al volo nella borsa. Chiusi e guardando la scrivania ricapitolai mentalmente gli oggetti che dovevo portarmi.
“Ipod? C’è… Cellulare? C’è… Portafoglio? C’è… della pallina non ne parliamo… e poi? Che mi manca? Ah! I Biglietti! Eccoli… tutto regolare… si parte!”

La mattinata era iniziata più movimentata del solito. Non facevo altro che correre a destra e sinistra della casa dalle sette e mezzo cercando di dare il meno possibile nell’occhio. I miei genitori non dovevano sapere del mio “piano” altrimenti avrebbero fatto troppe domande a cui non ero preparato a rispondere. Un po’ come ad un’interrogazione di geografia, se non sai dove si trova Varsavia è inutile girarci in torno, la maestra lo scoprirà. Ecco… io ero quell’alunno che quel giorno non aveva fatto bene i compiti e quindi era, per così dire, fuggito da “scuola”. Ma lasciando stare scuole e ramanzine, ero seduto alla fermata del pullman godendomi questo breve attimo di tranquillità.
Calma…
Respiravo…
Sentivo l’aria del mattino che mi entrava nei polmoni e che aveva quel gusto particolare che solo la tenera ora sapeva darmi. Silenzio… non passava nemmeno una macchina… tutto sembrava essersi fermato davanti a me… anche il vento aveva smesso di soffiare. Chiusi gli occhi e sentii le macchine che si avvicinavano in lontananza, il vento che mi accarezzava i capelli e il fischio di un treno che mi fece destare dai miei pensieri.
Il pullman era arrivato. Si aprirono le porte… salii.

Napoli (bambolina Torno tra un momento)

                                                                                                                          (Foto: Napoli)

Come sempre non mi sono mai fidato dei pullman. La loro puntualità è sempre stata, come posso dire, inesistente. A volte quando prendevo il mio Fbn per andare a scuola ero costretto a continue corse per evitare di rimanere intrappolato nella chiusura delle porte che quel maledetto vicepreside alias: “guardia svizzera del cavolo”, chiudeva sempre allo scoccare delle otto. Quella volta però, ero stato più furbo della società Metrocampanianordest, poiché avevo preso il pullman dell’ora prima così da arrivare puntuale alla partenza del treno che mi attendeva a Napoli. Secondo me, dovrebbero ritoccare tutti gli orari di arrivo visto che fanno puntualmente sempre ritardo. Ormai il traffico a Napoli era un dato di fatto. Non si poteva evitare… nemmeno i motorini ci riuscivano più! Misi da parte le autolinee e mi concentrai di più sui problemi del momento. Primo: fame. Ero uscito da casa così in fretta che non avevo avuto il tempo necessario per fregare l’ultima tazzina di caffè a mia madre. “Dannazione!”. Lo stomaco brontolava caffeina ed era passato troppo tempo dall’ultima dose. Dovevo rifornirmi… e si sa, alla stazione di Napoli, puoi rifornirti di ogni genere di cosa, ma per adesso bastava solo un cappuccino. Così mi diressi al bar sulla sinistra cercando di evitare i soliti passanti che ti chiedevano gli ultimi spiccioli per comprarsi il biglietto del treno. La macchina della polizia era parcheggiata al solito posto ed ogni volta mi chiedevo: “Cosa cavolo ci fa una macchina in una stazione?”. Mha… domanda svanita non appena vidi il poliziotto che mi guardava con aria sospetta. Così presi e tirai diritto.
“Ok… caffè preso e bottiglietta di tè comprata nel caso mi venisse sete sul treno. Ora cosa mi serve? Già! Un treno per Roma!”

Carrozza 8…
Carrozza 7…
Carrozza 6…
era quella che cercavo.
Avevo da poco fatto il biglietto. In tasca ne avevo già un altro. Era quello per il treno di ritorno da Roma. L’avevo prenotato su internet molto tempo prima.
– Permesso… permesso… permesso… posto 126… dovrebbe essere questo. –
Mi sedetti nell’ultimo posto vicino al finestrino. Di fronte a me c’era un’anziana signora dallo sguardo non molto intellettuale giustificato anche dal fatto che leggeva Visto. Sulla sinistra invece c’era un tizio distinto. Camicia con cravatta, ventiquattrore e telefono cellulare rigorosamente acceso e squillante. Doveva essere un avvocato da come parlava. Gli avvocati mi sono sempre stati simpatici. Perché cercano di contorcere la legge per cercare di tirarti fuori dai casini… ed io ne avrei avuti molti da proporgli. Affianco a me invece c’era il tipico napoletano. Maglietta giromanica, pantaloncini corti e corriere della sera usato come ventaglio. Faceva molto caldo. Non sapevo come facesse l’avvocato ad avere ancora addosso la cravatta. Il caldo sembrava non toccarlo proprio. Io, dopo aver osservato i miei coinquilini, mi misi comodo sprofondando nel seggiolino. Presi il mio ipod e superai la play list di Ligabue per andare a quella dei Dream Theater. In quel periodo, non sapevo bene il perché, ma ascoltavo solo canzoni di quel gruppo. C’era una canzone che mi piaceva particolarmente. “Pull me under” Stupenda… anche se in quello scompartimento c’era troppo poco spazio per saltare sui sediolini cantando a squarciagola. Quella canzone aveva una carica emotiva pazzesca.
“Ripassiamo un po’ il piano”. Presi il mio blocknote dove avevo annotato ogni cosa.
“Allora… Il suo treno parte alle 10 da Milano centrale e dovrebbe essere a Napoli verso le 4 e mezza. Ma dato che io a Napoli non dovrei esserci… A Roma dovrebbe arrivare alle 2 e mezza. Dovrei riuscire a farcela.” Avrei preso il treno su cui lei stava viaggiando alla stazione di Roma. Avevo già il biglietto con il posto prenotato nella sua stessa carrozza il più vicino possibile a lei. Tutto era stato semplice fino ad allora. Forse troppo…

Trrrrrrr
La vibrazione del mio cellulare iniziava a farsi sentire. Era arrivato un messaggio di Francesca che diceva che aveva qualche problema con il treno e che sarebbero partiti un’ora dopo. “Cavolo!” pensai. Le avevano fatto cambiare il treno, a lei e a tutti gli altri passeggeri. Era un casino! Un vero e proprio casino. Ora come facevo a trovarla? Il treno sarebbe stato lo stesso 9433 che avevo prenotato io? E quando sarebbe arrivato a Roma? “Dannazione! C’è sempre qualcosa che deve complicarmi la vita! Sempre! Ora cosa si fa?” Ricalcolo i tempi:

Milano 11.05
Bologna 12.47
Firenze 13.50
Roma 15.35
Napoli 17.30

Era leggermente in ritardo. Dovevo solo sperare che il treno fosse lo stesso. Non conoscevo la procedura di Trenitalia in certe occasioni. Speravo che avessero spostato tutti su un treno vuoto così da mantenere intatte le prenotazioni, i posti e il numero del treno. Altrimenti sarebbe diventata una vera e propria caccia al tesoro. E io non sono mai stato bravo a trovare le cose. Tantomeno le persone sui treni. E pensare che la stazione di Roma ha più di trenta binari. Dannazione… per il momento devo arrivare a Roma, poi si vedrà.

Roma (bambolina torno tra un momento)

Roma... Roma caput mundi… la mitica città di Nerone, Augusto, Cesare… La città del Colosseo… del foro romano… di San Pietro… di piazza di Spagna… dell’altare della patria… Chi non ha mai visto, almeno una volta, una di queste cose? Chi di voi non ha mai gettato una monetina nella stupenda fontana di Trevi? Chi non ha mai girato per le sue strade a fare compere? Beh, se non lo avete mai fatto, fatelo! E saprete perché l’Italia sia la meta più ambita di tutti i turisti. Quel giorno, anche io ero lì. E sembravo proprio un giovane turista spaesato in cerca d’informazioni. Ma le informazioni che cercavo non riguardavano statue o chiese. Avevo fatto migliaia di gite turistiche in quella città e di chiese ne avevo piene le scatole. In quel momento mi serviva sapere se quel treno sarebbe arrivato a Roma. Così chiesi al centro informazioni.

– Scusi… il treno 9433 per Napoli… mi sa dire a che ora arriverà? –
– Ha 70 minuti di ritardo… dovrebbe essere qui alle 15 e 40… se vuole ci sono un sacco di treni che partono prima. –
– Grazie… –
– Vuole rimborsare il biglietto? –
– No… a me serve quel treno… grazie lo stesso. –
L’addetto mi guardò con una faccia incuriosita. Avevo appena negato di volere il rimborso. Forse qualcuno di voi lo sa… è quasi impossibile ottenere il rimborso dei biglietti Trenitalia. Ogni volta trovano una scusa nuova. Ogni volta ti mandano in un’altra stazione. Ogni volta ti fanno spedire una lettera a Trenitalia con la richiesta, e tanti saluti, niente rimborso. Quanto li odio quando fanno così! Però devo spezzare una lancia in loro favore perché una volta mi hanno pagato l’albergo. Beh… è lunga storia.

Guardai l’orologio: “È l’una… ora cosa cavolo faccio qui fino alla quattro?”

 Treno (bambolina torno tra un momento)

Erano quasi le quattro. Il treno che attendevo da tempo, era da poco arrivato. Mi batteva il cuore. Avevo addosso un misto d’ansia e tremore che dovevo al più presto eliminare altrimenti avrei rovinato le cose. Ero impaziente. Le gambe mi tremavano. Non vedevo l’ora di salire su quel maledetto treno che finalmente era arrivato.
Le porte si aprirono. La gente scese. Ero già davanti alla mia carrozza. Cioè davanti alla sua. Non stavo più nella pelle. Dovevo salire! “Chi se ne frega della gente che scende… devo salire… ho aspettato fin troppo… devo salire..”
E salii…
Il treno era uno dei modelli nuovi di Trenitalia. Non l’avevo mai preso, eppure di viaggi me ne sono fatti parecchi seduto su questi seggiolini. Ma il mio pensiero era altrove. Camminavo piano lungo la carrozza cercando di intravedere quella ragazza con lo sguardo. Niente… non riuscivo a vederla. Scorrevo lentamente i posti a sedere.
66… 67… 55… 54…
Eccoli… 44 e 45. Erano i posti su cui erano sedute le due ragazze provenienti da Milano. Diedi un rapido sguardo ma ce n’era seduta soltanto una. Mi sedetti al mio posto che era dall’altro lato del corridoio. La ragazza aveva in mano un cellulare. Avrà avuto al massimo 16 anni a giudicare dai lineamenti del viso. Molto probabilmente era l’amica di Francesca. Ma lei non era lì. Perché non c’era? Forse avevo sbagliato qualcosa… Doveva essere lì! Il treno era quello… la carrozza la numero 7… e il posto il numero 44. Le mandai un messaggio e sentii la vibrazione di un cellulare tremare dall’altro lato del corridoio. Era lei… e quello era il suo cellulare, mi aveva detto il modello di quel Nokia in una delle nostre solite conversazioni. “Sarà molto probabilmente in bagno”. E così era… infatti vidi tornare una ragazza dal fondo del corridoio e sistemarsi vicino al finestrino facendo spostare la compagna. Sapevo che preferiva viaggiare vicino al finestrino. Tutto combaciava ora.
Era lei!
Vederla mi fece un effetto strano. Sapete… è strano parlare con una persona per quasi tre anni su internet e poi vedersela in carne ed ossa a poco più di due metri di distanza. Sembrava una ragazza comune. Ma la conoscevo a fondo. Conoscevo quasi ogni cosa di lei. Su internet infatti le persone si sentono più libere di dialogare. E io ci avevo parlato parecchio. La consideravo la mia amica più cara. Forse più di un’amica. Era molto strano… non so per quale legge fisica o chimica, ma noi due non avevamo mai litigato. Mai. Di solito quando acquisto abbastanza confidenza con una persona, la prima cosa che faccio è litigarci. Ma non lo faccio apposta. Capita sempre e a tutti una giornata no. E chi ti trovi davanti diventa molto spesso la vittima del tuo nervosismo. Lei però, capitò molte volte in quelle giornate e, non so come, ma se la cavò molto bene.
Non riuscivo ancora a crederci. Era lì. Quella piccola e ostinata ragazza era a meno di un passo da me. Era stupenda. Semplicemente stupenda. Mi chiedevo quanto ancora dovevo far durare quel gioco. Possibile che non mi avesse riconosciuto? Ammetto di non essere molto fotogenico, quindi dal vivo faccio tutto un altro effetto. “Forse avrà capito? Na… è lì che parla con la sua amica”. Mi venne un’idea. La pallina rossa! Quella imprevedibile pallina che mi ero portato dietro. È una pallina speciale… e solo poche persone lo sapevano. Così mi misi a giocare spingendola avanti e indietro sul tavolino. Lei mi guardava. Non la vedevo ma sentivo il suo sguardo addosso. Sospettava… e io non riuscivo a trattenermi dal sorridere. Non stavo più nella pelle. Volevo urlarle: “Si Francesca! Sono io!” ma aspettai. Lei intanto mi mandò un messaggio che fece vibrare il mio cellulare senza suoneria. Lei aspettava che io facessi la mia mossa, ossia prendere il cellulare e vedere il messaggio. Ma mi trattenni… fino a che non ce la feci più e mi girai verso di lei che, con uno sguardo trionfante, mi aveva scoperto.


“Tu e quella maledetta pallina rossa!”


Oramai non ci speravo più. La conoscevo. Era ostinata e orgogliosa quasi quanto me. “Non sarebbe venuta…”. Forse avevo fatto un errore a venire lì. Potevo risparmiarmi tutto questa trafila e stare dove “tecnicamente” sarei dovuto stare: a casa di Enzo a rilassarmi nella sua piscinetta. Mi sedetti per terra. Ero nello spazio tra le due carrozze. Quello in cui di solito si trovano i bagni. Infatti erano disposti proprio dietro di me e, a ritmo intermittente, arrivavano persone “bisognose”. Speravo che una di quelle persone fosse Francesca. Ma dopo 4 o 5 volte che mi giravo a vuoto allarmato dal rumore delle porte scorrevoli, persi le speranze e mi rassegnai. “Te l’ho detto Ciro… non sarebbe venuta…” La mia coscienza era più ostinata di me e continuava a ripetermi frasi del tipo “goditi la fine del viaggio” o “perché non sei andato da Enzo davvero?” Stavo cominciando a innervosirmi. Così presi la mia borsa. Volevo distrarmi un po’ e il Nintendo DS che stamattina avevo fregato a mio fratello faceva al caso mio. Un po’ di musica sarebbe stata meglio, ma non so per quale strana ragione avevo lasciato il mio ipod su quel maledetto tavolino a quel maledetto posto. Un messaggio:

“Ehi… torna qui…”

“Per sentire altri no? Per continuare a parlare a vanvera da solo? Per continuare ad essere ignorato? No grazie!” Ero nervoso. Terribilmente nervoso. E nemmeno il DS riusciva a calmarmi. “Devo tornare? Era questo che voleva veramente? Voleva me? Chi ero io? Un perfetto sconosciuto, conosciuto su internet che non aveva mai visto. Perché ero lì?”
“Perché le voglio bene” mi risposi, e un’anima di malinconia m’invase il cuore. Ma non sarei tornato lo stesso… Io le volevo bene… e gliel’avevo dimostrato arrivando fin lì, ora toccava a lei fare una decina di metri per dimostrare quello che valevo per il suo cuore. Intanto continuavano ad arrivare suoi messaggi. Voleva che ritornassi al mio posto… e io volevo che superasse il mio test… così continuai a giocare con il mio DS cercando disperatamente di superare quel livello di Burnout. Ma a metà della corsa, senti scendere sul mio volto due piccole mani che andarono a coprirmi gli occhi.
– No! c’ero quasi riuscito! – dissi dopo aver perso quella gara. Lei si mise davanti a me e mi chiuse lo schermo del Gameboy.
– Allora? –
– Allora… sono sessanta minuti… –
– Ciro… –
– So come mi chiamo! –
– No… no… e no… non dovevi… – continuava a ripetermi..
– Uffa! Sei venuta qui per ripetermelo ancora? E che cavolo! Si ok, ho fatto una cazzata va bene?! –
– No… è che… non puoi capire… –
– Già… io non posso capire… già… non capisco tante cose… – dissi con un velo di alterazione.
– Ehi… – disse quasi sussurrandolo.
E lì… Ci guardammo negli occhi. I suoi erano stupendi. Non riuscivo quasi a reggere il suo sguardo. Erano così penetranti e carichi di sentimento che potevano comunicare anche senza le parole. Come si poteva dire di no a degli occhi così? Come si poteva essere arrabbiati con una ragazza così? Era lì, seduta di fronte a me, con uno sguardo pentito di come aveva dato inizio a quell’incontro. Ed io lo percepivo. L’avevo capito già da un pezzo, leggendo i messaggi che mi aveva inviato. Voleva discolparsi… anche se non ce n’era bisogno. L’avevo già perdonata.
– …È stata una giornata stressante… Mi sono fatta male a un piede… il treno che fa ritardo… Ho sonno e fame… E all’improvviso sbuchi tu… Beh… mi hai lasciata scioccata… non me l’aspettavo… per questo ho reagito così… scusa… –
Era pentita. Aveva il viso oscurato da quello che aveva appena detto. L’abbracciai. Era la prima volta che lo facevo. E sentii il cuore battere più forte. Stavo abbracciando la ragazzina a cui avevo dedicato gran parte del mio tempo, raccontandole le assurde storie della mia vita. Quasi non ci credevo. E pensare che parlavamo da quasi tre anni. Assurdo… quasi impensabile. Ci conoscevamo così bene eppure non avevo mai avuto modo di abbracciarla… di sentirla. Era un angelo… Un piccolo angioletto… caduto dal cielo per finire tra le mie braccia.
– Sei arrabbiato? –
– E perché dovrei esserlo? N’è valsa la pena… l’avrei fatto anche solo per stare cinque minuti con te… –

L’avrei fatto lo stesso… perché volevo bene a quella dolce bambina che aveva emozionato quella giornata… e un po’ la mia vita…

“E certe volte…
quando cerchi di vedere il mare e non ci riesci…
forse…
quel mare…
potrebbe essere proprio dietro di te…”

per te…

bambolina.

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