La sala fumatori (Livigno 2010 parte III)

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Ero fermo a questa fermata del bus di questa sconosciuta cittadina montana. Il freddo cominciava davvero a sentirsi. Dopotutto, ero a quasi 2000 metri d’altezza. Mi abbottonai meglio il giubbotto e presi dalla tasca il mio cellulare.

Prima che potessi chiamare, mi chiamò Luca.

– We Ciro! Sei arrivato o no? –

– Certo che sono arrivato! Venite a prendermi! –

– Ok… dicci dove sei! –

– Non lo so… –

– Daiii, dimmi cosa vedi intorno a te… –

– Beh… una strada… neve… altra neve… –

– Non fare lo scemo! Dimmi il nome di una via… di un bar… di qualcosa… –

– Non so, Luca… qua non vedo nessun nome… ah ecco, sono di fronte al negozio di Ralph Lauren… –

 

Dopo un po’ un furgoncino grigio sbucò da una strada laterale. Alla guida notai mio padre, a fianco mia madre e mio zio. Finalmente mi ricongiungevo con il gruppo dopo questo viaggio in solitaria. Il furgoncino si fermò. Luca mi aprì il grande portellone laterale. Salii velocemente a bordo mentre tutti mi salutavano. I miei fratelli mi fecero spazio dietro. Mia madre si girò per vedermi.

– Che hai fatto? – esclamò vedendo il mio aspetto.

– Niente, mamma… mi sono tagliato i capelli con la macchinetta. –

– Ma guarda questo. – disse, rassegnata.

Mio padre cercava, con qualche sforzo, di manovrare quel gigante trabiccolo, imprecando quando non entrava qualche marcia.

 Luca ed Enzo si voltarono verso di me.

– Tutto a posto Ci? –

– Sì sì… alla grande… –

– Ehhh, beato te… noi ci siamo fatti una notte insonne su ‘sto coso. –

All’appello mancava mio cugino Ciro. Mi girai intorno. Allungai il collo per vedere nei posti davanti e lo vidi tutto aggrovigliato tra coperte e cuscini che cercava di riposare. Doveva esser stato duro, questo viaggio di 10 ore.

Dopo poco arrivammo a “casa”. I ragazzi si sgranchirono le gambe mentre mio padre apriva il portellone posteriore per prendere i bagagli. A mano a mano salimmo tutte le valigie su in camera.

La casa era carina. Aveva un lungo corridoio centrale con ai due estremi una cucina e un bagno. Nel mezzo c’erano le porte che davano alle varie camere da letto.

Entrai nella prima camera e dissi:

– Mia! –

Ciro mi guardò ed entrò anche lui. Gli altri si sistemarono nelle camere restanti. Non mi dispiaceva dividere la stanza con mio cugino. Luca ed Enzo li conoscevo bene ormai. Abbiamo fatto tante di quelle cazzate insieme che ormai potremmo definirci anche fratelli. Invece Ciro, pur essendo mio cugino carnale e non “derivato” come Enzo e Luca, lo conoscevo ben poco. Lui aveva un’altra compagnia di amici e rare volte ci eravamo incrociati in quel di Montesarchio. Quando eravamo piccoli e mio nonno era ancora in vita ci vedevamo più spesso. La domenica sera si cenava tutti a casa mia. Il vecchio nonno Ciro era sempre a capotavola. Era grazie a lui che io e Ciro portavamo lo stesso nome.

– Ciro… tu dove ti vuoi mettere? –

– È uguale. Ma che sono ‘ste coperte? –

– Boh… dove sono le lenzuola?.. –

– Che mostro! Sono piumoni foderati. Praticamente non servono le lenzuola. Qua stanno proprio avanti… –

 

Ciro andò di là a divulgare l’eclatante scoperta che aveva fatto. Rimasi solo nella camera, tra le valigie sparse distrattamente. Mi avvicinai alla finestra. Il freddo vetro si appannava sotto i colpi del mio respiro. Fuori il paesaggio era incantevole. Sembrava finto. Come se fosse stampato su una di quelle cartoline da 30 centesimi. Sembrava così irreale… così magico. Non volevo lasciare tutto ciò. Ero appena arrivato e già pensavo a quando me ne sarei andato. Era come se la mia mente avesse già vissuto tutto. Come se avesse già visto quella soffice neve. E in un attimo ero già avanti… come se la valigia chiusa sul pavimento indicasse una partenza e non un arrivo. Lo so… dovevo ancora vivere quella vacanza e già pensavo alla sua fine. Solo perché… non avrei mai voluto andar via di lì…

Dannata malinconia…

 

Dalla porta irruppero Ciro, Luca ed Enzo ciarlando di qualche cazzata incomprensibile.

Ciro si buttò sul letto e infilò la testa sotto il cuscino dalla stanchezza. Luca mi scostò dalla finestra e la aprì. Tirò fuori dalla tasca il pacchetto di Camel Light.

– Ce la fumiamo? –

 

E da li in poi…

… la mia stanza diventò la sala fumatori dell’appartamento livignese.

 

 

Il negozio di Ralph Lauren (Livigno 2010 parte I)

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Ti ti ti ti ti ti.. ti ti ti ti..

 

La sveglia del mio cellulare suonò. Ero nel letto e mi rigiravo, mentre il sole che penetrava dalla finestra appannata mi batteva sugli occhi. Erano le otto ed ero a chilometri da casa. Erano le otto ed ero da solo.
Mi sentivo come nel film Mamma ho perso l’aereo. Avete presente la scena in cui il bambino si sveglia in casa e non trova nessuno? Beh, quello ero io…
In quella casa regnava il silenzio. In quella settimana la parola silenzio non l’avevo mai sentita nominare. Tra mia madre che preparava la colazione, papà che sbraitava perché c’eravamo alzati troppo tardi e i miei fratelli che litigavano per chi doveva andare prima in bagno, la mattinata era sempre un po’ movimentata.
Forse quel silenzio mi avrebbe fatto bene, era rilassante. Ma a chi volevo darla a bere… adoravo quell’irritante casino.
Mi sgranchii un po’… Sentivo i muscoli ancora indolenziti e il polso mi faceva ancora un po’ male. Mi alzai e preparai la valigia. Sembrava ieri di averla riempita per la prima volta ed ora mi trovavo qui.. a sistemare pantaloni e magliette come se un’altra vacanza stesse per iniziare. Purtroppo prima o poi si deve ritornare a casa.
Feci un giro per le stanze vuote. Tutta la combriccola era già partita col furgone verso il Sud. A me invece toccava tornare a Milano tra i libri.
Arrivai nella cucina dove c’era il divano rosso e le sedie gialle. Dove cenavamo tutti insieme. Dove giocavamo a carte e dove la sera cominciavano discorsi di politica e di attualità per finire fino a tardi. Tornai indietro nel corridoio e passai in rassegna tutte le camere da letto.
La camera di Luca… La camera di Enzo… La camera dei miei genitori… La camera dei miei fratelli…
E poi veniva la mia camera…
Mi soffermai sulla porta…
Vorrei dormire qui ancora una volta…
Vorrei stare qui e fregarmene di tutto…
Vorrei patire il freddo di questo luogo piuttosto dei problemi di altre “calde” città…
Vorrei star fermo per un momento e non pensare a niente…
Vorrei

Freddo… Faceva tanto freddo quella mattina…
Il mio trolley traballava sui ciottoli di quella piccola città. Livigno.
Nevicava leggermente e qualche fiocco mi finì in faccia. Sentivo il freddo sulla mia pelle che penetrava fino al cuore. Ero solo in quel momento… Fui l’ultimo a dover lasciare quel posto. Solo qualche giorno prima avevo percorso quella stessa strada con i miei cugini. E allora il peso del freddo non lo sentivo affatto. Chissà dove erano ora. Passai davanti al Miky’s pub e sorrisi. Pensai a tutto quello che gli avevamo fatto passare, a quel povero locale. Magari il barista era lì alla finestra e mi stava fissando. Forse sarebbe voluto uscire a rimproverami ancora per l’altra sera. Sorrisi. Un po’ di malinconia scivolò via. In fondo in fondo non volevo andarmene da lì… Quei giorni erano volati in un baleno ed ora dovevo tornare alla mia Milano.
Arrivai alla fermata. Lì vicino c’era un bar.

– Un cappuccino per piacere… –
La ragazza piccoletta dietro il bancone mi osservò un istante e subito si mise all’opera. Sentii un piacevole odore di brioches che si espandeva nell’aria.
– Scusa… mi sapresti dare un’informazione? – Chiesi alla barista.
– Certo. –
– Mi sapresti dire a che ora è il prossimo pullman per Tirano?-
– Alle 9.45… –
– Grazie… Intanto mi posso accomodare?-
– Ma certo… –
Entrai nella sala e mi sedetti al primo tavolino che trovai. Guardai l’orologio… mancava un’ora. La nordica morettina mi portò il cappuccino al tavolo. Le sorrisi per ringraziarla. Mentre mescolavo lo zucchero, mi guardai intorno. C’era un gruppetto di tedeschi seduto al tavolo a fianco che chiacchierava allegramente. Non capivo una parola…
Tirai fuori dalla borsa il mio portatile bianco e lo accesi…
Avevo giusto il tempo per far ciò che amavo di più…

Mentre dalla vetrina si vedeva l’insegna blu del negozio
di Ralph Lauren…

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