Little red ball (III) (Marina di Camerota ’09)

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La ricca cena stava volgendo al termine. Elena, la simpatica cameriera, ci stava servendo i secondi. Notavo che aveva non poche difficoltà. I miei fratelli e i miei genitori avevano riempito la tavola di piattini con i contorni presi al buffet… ed Elena, nel servire, cercava il giusto incastro per piazzare il piatto del secondo, stando anche attenta a non far cadere gli altri piatti che portava. E non solo… i tavoli erano messi in posizioni scomode… tra candele per terra, vialetti e aiuole sembrava impossibile non fare danni.
Elena stava servendo i miei fratelli e giunto il mio turno le feci un po’ di spazio sul tavolo. Lei mi ringraziò con un sorriso, prese alcuni piatti vuoti e se ne andò in cucina. Incominciai a mangiare la mia bistecca. Presi forchetta e coltello e ne tagliai il primo boccone. Mentre masticavo, guardavo il vialetto che portava all’interno del ristorante. Mangiavamo fuori sotto un grande ombrellone. Devo dire che il villaggio era progettato bene. Sistemato… accogliente… curato… Un ambiente ottimale per passare una vacanza tranquilla con la propria famiglia. Già, “tranquilla” era il termine adatto quando la descrivevo ai miei amici. Quando mi chiedevano perché ci andassi invece di restare con loro in paese. Pensavo di annoiarmi… che il posto non mi fosse piaciuto e che la tranquillità si fosse trasformata in impulsiva voglia di scappare. Ma dovetti ricredermi… tra tuffi in piscina… gare e tornei… animatori e giochi.. e soprattutto nottate in discoteca… di tempo da dedicare alla noia ne avevo ben poco. Per fortuna direi, il mio cuore ne aveva proprio bisogno… non di tutto ovviamente. Certe volte potevo anche lasciarlo riposare invece di stressarlo con musica house e balli sfrenati. Purtroppo, mente e cuore litigano sempre e non sempre si fa quello che decide la mente.
Continuavo a mangiare e osservavo il vialetto non curante di ciò che si stava svolgendo a tavola. Come spesso mi capita, ero sovrappensiero. Non so perché ma focalizzo la mia attenzione sulle piccole cose… come una mattonella fuori posto o una fiammella che si sta per spegnere… un filo d’erba più lungo degli altri o le scarpe da ginnastica nere di una giovane cameriera. Elena era tornata e s’era messa al suo posto. In piedi vicino a una piccola siepe e osservava i tavoli. Faceva bene il suo lavoro. Precisa e impeccabile. Pantalone nero, camicia bianca, papillon, un filo di trucco e capelli raccolti. Doveva essere dura lavorare d’estate in un villaggio vacanze. Doveva essere dura sacrificare i propri giorni destinati al divertimento. E cosa ne potevo mai sapere io? Che ero lì a mangiare e divertirmi…
La cena era finita. Ci alzammo tutti da tavola e c’incamminammo verso la camera. E quando fummo abbastanza lontani:
– Accidenti! Ho dimenticato una cosa sul tavolo! Corro a prenderla… – dissi.
Mio padre un po’ scocciato disse a mia madre ironicamente.
– Ma come devo fare con questi figli tuoi?! Si scorderebbero anche la testa se non l’avessero attaccata al corpo! –
Andai al mio tavolo. Per fortuna era ancora tutto come l’avevamo lasciato. In realtà non avevo dimenticato niente… volevo solo lasciare qualcosa… a qualcuno.
Presi dei soldi dalla tasca e alzai il bigliettino delle ordinazioni che ogni sera ci lasciavano da compilare sul tavolo. Li misi lì sotto e andai via facendo finta di niente. Sapevo già che il nostro tavolo veniva sparecchiato da Elena. Questa volta magari, lo farà con il sorriso sulle labbra.
Raggiunsi mio fratello.
– Allora? Cosa c’è stasera in anfiteatro? – chiesi.
– Danno le premiazioni per i tornei… poi non so… –
– Cavolo… – dissi.
– Ma cosa avevi dimenticato al tavolo? –
– Ehm… – cercai in tasca e oltre al cellulare trovai… – Questa! –
..La mia pallina rossa..

..Poco dopo..

Ero seduto tra il pubblico di questa specie di anfiteatro. A fianco a me c’era mio fratello e poco più avanti i miei genitori. Tutti pronti a vedere come il figlio e fratello si sarebbero resi ridicoli su un palco di fronte a tante persone. Vabbè… ora non voglio farla così tragica… in fondo mi dovevano solo consegnare una stupida medaglia. Vinta chissà come in uno stupido torneo. In fondo però era stato divertente… anche se la pallavolo non è lo sport che preferisco. Applaudivo. L’animatore sul palco chiamava a ripetizione nomi di persone che avevano vinto i rispettivi tornei. E applaudivo ancora, perché la situazione lo richiedeva e anche quell’omino simpatico sul palco. Mentre sbattevo le mani cercavo tra la folla i miei occasionali compagni di squadra. Volevo vedere le loro facce. Ma non trovandoli speravo che almeno fossero venuti.
Guardai di soppiatto mio fratello. Era immobile e attento ad osservare il palco. Aveva già avuto la sua medaglia. Vincitore del torneo di ping pong. E mica la categoria ragazzi… no… categoria adulti. Mio fratello aveva stracciato ogni persona che gli si era parata davanti con una racchetta in mano. Era molto bravo… e aimè, anche più del fratello. Si era allenato parecchio al tavolo da ping pong che avevamo in garage. Certe volte, quando lo sfidavo, mi dava vantaggi stratosferici che recuperava in un baleno. Stava diventando bravo quasi in tutto. E lì mi chiesi se sarebbe rimasto ancora qualcosa in cui potevo dimostrare di essere il fratello maggiore.
– Ed ecco il momento dei vincitori del torneo di pallavolo… –
L’animatore parlava dal palco.
– Ecco i nomi della squadra vincitrice… –
Mi preparai al momento…
– Ora tocca a me… – dissi sottovoce a mio fratello.
– ………e Ciro! Venite sul palco! –
Mi alzai, mi sistemai i jeans. Le persone intanto applaudivano. Salii sul palco. La squadra del torneo era al completo. C’era la triestina Paola, il signore col pizzetto, il signore brizzolato e il famoso ragazzino che mi aveva rubato la pallina giorni fa. E se la rideva anche! Il piccoletto però la sapeva lunga. Giocava a pallavolo benissimo. All’inizio  della partita, l’avevo preso un po’ in giro perché l’animatore l’aveva affibbiato alla mia squadra. Dicevo che eravamo in svantaggio perché avevamo solo metà giocatore. Ma lui nonostante l’altezza, sapeva ricevere e battere molto bene. Rimasi quasi allibito quando segnò tre punti di fila sulla battuta. Era un piccolo campione. Dopo averlo disprezzato quasi ringraziavo la sorte di averlo in squadra. Era veramente bravo… io alla sua età ero bravo solo in matematica e facevo disperare l’insegnante d’italiano. Io alla sua età… beh… diciamola tutta… con gli sport ero un po’ negato. E non è che ora brilli in materia… ma il fisico per fare certi mestieri ce l’avrei lo stesso.
La bionda animatrice ci passò davanti con le medaglie. Ce le infilò al collo e tornò dietro. Ci stringemmo tutti per una foto. Da un lato avevo Paola e dall’altro il ragazzino. Che strano che in tutti questi giorni non abbia mai saputo il suo nome. Intanto i vari flash partivano… notavo tra il pubblico mio fratello che applaudiva e i miei genitori poco distanti. Li guardai per un momento. Applaudivano anche loro sorridendo. E tra me e me pensai…

Beh… forse per un attimo… sono stati fieri di me…

Little red ball (II) (Marina di Camerota ’09)

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Appena il sole tramontava, le luci del villaggio si accendevano man mano. Era uno spettacolo vedere tutti i vialettini illuminati. Si creava un’atmosfera confortevole.. a tratti romantica. Tutto curato e perfetto. Il verde.. gli alberi.. gli ulivi.. le siepi.. gli oleandri.. le aiuole.. l’erbetta.. Così perfetto da sembrare casuale.. e così casuale da rendere il tutto affascinante..
Mi avvicinavo al ristorante con mio fratello. Parlavamo del più e del meno. Scuola, ragazze e videogiochi si alternavano nelle nostre parole a ritmi cadenzati. Più gli parlavo e più vedevo in lui una mia fotocopia spiccicata. Più gli parlavo e più capivo quanto fosse brutto vederlo crescere a “tratti”. Purtroppo la mia vita fuori casa questo mi permetteva… e le vacanze erano l’unico periodo in cui potevo stare un po’ di più con la mia famiglia. Per questo ne approfittavo per sapere come se la passava il mio fratellino.
Arrivammo al tavolo. Mio fratello piombò subito al bancone del buffet senza nemmeno aspettare che gli altri componenti della famiglia arrivassero. “Egoista ed egocentrico” pensai.. “proprio come il fratello.. e guai a chi gli tocca le sue patatine!”.
Mentre osservavo mio fratello che si riempiva il piatto di contorni, si avvicinò al tavolo la cameriera. Curata e impeccabile come tutte le sere.
– Buonasera… –
– Buonasera –
– Grazie per… –
– Shhhhhh!!… – la interruppi e mi voltai indietro per vedere quanto erano distanti i miei genitori. E dopo essermi assicurato che mio padre non fosse a portata di orecchio, le dissi: – Tranquilla… solo… teniamo questa cosa tra di noi… – e le sorrisi… forse aveva inteso o forse no. Ma speravo che non avrebbe creato casini.
– Allora porto l’acqua? –
-Sisi… e anche un quarto di vino bianco per mio padre. –
– Ok –
– Grazie Elena. –
E proprio quando la cameriera se ne andò, arrivarono al tavolo i miei genitori e l’altro mio fratello. Subito mio padre, che forse aveva osservato tutta la scena da lontano, mi chiese: – Che voleva la cameriera? –
– Solite cose papà… mi chiedeva le bevande che doveva portare… –
– Hai ordinato il vino? –
– Certo papà! –
Mi girai per vedere quante persone erano al buffet e qualcosa mi tirava nella tasca. Era la mia pallina rossa che avevo dimenticato di posare in camera. Ed era qui con me che mi faceva compagnia. “Quante ne ha passate in questi giorni… e dire che non ricordo nemmeno il nome di quel ragazzino!”

Quel pomeriggio
Mi tuffai a capofitto in quel tubo blu. Andavo lento. L’acqua cercava di spingermi. Piano piano stavo acquistando velocità. “Chissà dove sarà quel marmocchio” pensai mentre venivo sballottato nelle curve di quella specie di giostra. Era divertente… dovevo ammetterlo. Sorridevo cercando di andare sempre più veloce allungando le braccia in avanti. Dovevo raggiungerlo. E proprio nell’ultima curva intravidi la figura del ragazzino. Si voltò e mi vide.
 
Splashhhhhhhhhh
 
Finimmo entrambi in acqua. Aprii gli occhi e vidi davanti a me la mia pallina rossa galleggiare a pelo d’acqua. Cercai di afferrarla al volo ma una piccola mano fu più lesta della mia. Prese la palla e scomparse prima ancora che capissi da che parte venisse. Mi pulii gli occhi e guardai in direzione della scaletta… e in quell’instante quel ragazzo stava salendo le scale per uscire. Mi avvicinai a nuoto il più velocemente possibile. Cercai di afferragli un piede mentre era sul bordo.
– Vieni qua! Dove scappi! –
Scappò via mentre ero intento a risalire. Tutto gocciolante gli corsi dietro. Vi lascio solo immaginare cosa significava correre con i piedi bagnati. Era impossibile e soprattutto pericoloso, maggiormente se ti tagliava la strada un bambino! Quasi scivolavo cercando di evitarlo. Oltretutto la mia corsa dava fastidio a non poche persone perché schizzavo acqua come un cane dopo un bagno… e le persone sulle sdraio in prima fila avevano una faccia molto scazzata.
L’inseguimento proseguiva. L’area della piscina era quasi finita e il ragazzo puntò al vialetto che portava fuori. Sulla mia strada però s’intromise Jack. Mi si piazzò davanti e non accennò a togliersi.
– Dai Jack fammi passare! Devo inseguire quel bastardello! –
– No no! – Jack era uno degli animatori del villaggio. Il suo compito era far divertire i ragazzi… e soprattutto organizzare i tornei sportivi. Immaginavo che mi avesse fermato proprio per quello.
– Ok, Ok… non scappo… cosa vuoi? –
– Oggi alle 6 torneo di Pallavolo… ti segno! –
-No daii… non c’ho voglia… fammi passare! –
– Tu non passi se non vieni al torneo! –
– D’accordo! D’accordo! Lasciami ora! –
E mi lasciò andare. Purtroppo dovetti sottostare alla sua specie di ricatto. Ma non ci pensavo. Cercavo di riprendere la mia pallina. E dove s’era ficcato quel ragazzo? Dove dovevo andare a ripescarlo? Quel dannato animatore me l’aveva fatto perdere di vista… e con lui anche la mia pallina. Mi guardavo intorno. Cercavo d’ipotizzare i possibili posti.
“il campetto” pensai. “sicuramente è lì”. E infatti lo trovai lì. Non mi aveva ancora visto. Era vicino alla rete che recintava il campetto e guardava i ragazzi che giocavano. Gli andai piano piano dietro, senza far rumore.
– Preso! –
Si girò e mi guardo un po’ intimorito.
– Forza! Dammi la mia pallina! – Il ragazzino mi porse lentamente la mano e appoggiò la pallina nella mia. La presi e lo guardai male.
– Non lo fare mai più! – Il ragazzino sorrise non credendo alla mia serietà e si girò continuando a guardare la partita di calcetto. Tornai alla piscina… sperando che sulla mia sdraio non avessero toccato niente.
Mi sdraiai…
Feci un gran bel respiro profondo…
e sorrisi…
 
  ..ripensando a tutto quello che era inaspettatamente accaduto poco prima.

 
 
 

 

Little red ball (I) (Marina di Camerota ’09)

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Ora…

 

 

– Ehi piccoletto… ho saputo che domani parti..-

– Già… –

– Allora ci salutiamo… –

– Si… –

Mi guardò per qualche secondo. Il desiderio di restare ancora, gli si dipingeva in volto con un velo di tristezza. Purtroppo non poteva, la sua vacanza era giunta al termine. Il bambino corse via disperdendosi tra le persone.

Il piccolo anfiteatro era gremito di gente. Alcuni ballavano i balli di gruppo vicino al palco, altri chiacchieravano sulle panchine. Molti si salutavano, di lì a poco avrebbero lasciato tutto questo. Ed io ero lì ad osservarli, seduto comodamente su una delle panchine. Come se in scena si svolgesse l’ultimo atto di quella vacanza. L’ultimo per gli altri, il giro di boa per me. Un’altra settimana mi attendeva…

E chissà come sarebbe andata…

 


Qualche giorno prima…

 

Camminavo lungo un sentiero asfaltato in direzione della piscina. Sentivo uno strano odore di pittura confondersi a quello degli oleandri e degli ulivi. L’inserviente del villaggio stava dipingendo il cartello che indicava la direzione per il bar e il ristorante. Gli passai di fianco per andare in piscina. Mi sorrise come per strappare un attimo di pausa al duro lavoro. Gli sorrisi anche io, mi dispiaceva sapere che lui era lì a lavorare ed io qui a rilassarmi.

Da lontano si sentivano le urla dei bambini che scendevano sull’acquascivolo e si scaraventavano nella piscina. Sembrava divertente guardarli. Non ricordavo nemmeno l’ultima volta che andai su un acquascivolo. Era stato un bel po’ di tempo fa… un bel po’ di anni fa. A quei tempi sì che correvo sulle scale per salire su quegli aggeggi… e dovevano tirami con forza per farmi tornare a casa. Proprio come ora facevano questi bambini davanti a me.

Scelsi una sdraio. C’era molta gente. Mi stesi… mi misi al sole. Avevo bisogno di rinvigorire la mia abbronzatura.

Guardavo le persone… chi si tuffava.. chi schizzava.

Arrivò mio fratello che poggiò l’asciugamano a fianco al mio. M’invitò a fare un bagno ma non ne avevo voglia. Si allontanò.

Il mio fratellino. E’ più piccolo di me di età… ma fisicamente quasi mi batteva. Era cresciuto in altezza e aveva messo su un bella massa muscolare. A volte le persone ci scambiavano per gemelli… ma pronunciando le nostre età restavano allibiti. Il dubbio era: ero io che sembravo più piccolo o lui che sembrava più grande? Di certo un po’ d’invidia ce l’avevo… avessi ancora 17 anni. Non so cosa farei… ma di certo sentirei meno il peso degli anni, come in quel momento…

In passato non avrei mai detto di no a un tuffo. Sarei stato io a chiederlo a lui. E se avesse risposto di no, lo avrei gettato in acqua con tutto lo sdraio. E poi mi sarei gettato anche io… e tra gare di nuoto e lotta in acqua… tra corse e tuffi, le lancette degli orologi ci correvano dietro… e una vita ci bastava e come… ma la mattinata no di certo.

Comunque vada, gli anni passano… sta solo a noi cercare di goderceli.

La pallina rossa sbucò dalla mia borsa, come un essere vivente che vorrebbe vedere la luce ogni tanto. Presi gli occhiali da sole, le cuffie e non seppi dire di no anche a lei.

Mi sdraiai di più… Mi godevo il sole che batteva sulla mia pelle. Osservavo la mia abbronzatura. Intanto giocavo con la pallina facendola passare tra le dita… e la musica correva…

Do you know what’s worth fighting for,

When it’s not worth dying for?

Does it take your breath away

And you feel yourself suffocating?

Does the pain weigh out the pride?

And you look for a place to hide?

Did someone break your heart inside?

You’re in ruins

 

One, 21 guns

Lay down your arms

Give up the fight

One, 21 guns

Throw up your arms into the sky,

You and I

 

I Green Day suonavano la loro musica. Quella canzone la amavo. Sembrava seguire attentamente i battiti del mio cuore. La pallina, intanto, continuava a girare tra le mie dita. Bella amica di sempre… la mia rossa sfera gommosa. Sembrava non staccarsi mai… anche se a volte vacillava, riuscivo comunque a recuperarla. Non la guardavo neanche più… solo sentirla tra le mani mi faceva stare bene.

Un signore con gli occhiali da sole stava facendo un video alla propria figlia. Lei era in acqua che schizzava alcuni compagni. Si stavano divertendo. Dall’altro lato della piscina, l’animatore faceva strane smorfie a dei bambini. All’improvviso, una ragazza in bikini mi passò davanti. Aveva un fisico longilineo interrotto a tratti da un costume azzurro. Continuavo a guardarla voltando la faccia da una lato e questa invitante distrazione mi fece perdere la concentrazione sulla pallina che cadde rotolando verso il bordo della piscina. Mi alzai lentamente come se non fosse successo niente. Velocemente un bambino uscì dall’acqua. Sicuramente aveva osservato tutta la scena e soprattutto la mia pallina rossa. Me ne preoccupai poco, ma quando lo vidi afferrare la pallina e scappare via, sgranai gli occhi:

– EHI! TORNA QUI!! Quella è mia!! –

Il bambino si girò indietro mi guardò e sorrise. Voleva che io stessi al suo gioco. Forse nemmeno immaginava quanto tenevo a quella cosa. Forse pensava che era una semplice e stupida pallina rossa. Un oggetto per giocare. No! Quella era la mia pallina rossa! Dovevo riaverla.

Cominciai a correre dietro al bambino, evitando persone, saltando tra le sdraio cercando di non scivolare. Insomma, un vero e proprio inseguimento rocambolesco tra un ventenne e un tredicenne. Cercavo di non immaginare l’ilarità che provocavo nella gente che mi guardava, mentre tentavo come un disperato di acciuffare quel ragazzo.

– Ehi! Ridammela! –

– No! Questa viene via con me! –

Dannazione! Quel bambino era fermamente ostinato a non cedere. Per certi versi mi ricordava qualcuno, ma non c’era tempo per pensare. Il piccoletto voltò in un vicolo dietro la piscina. Lo seguii…

– Sono qui! Non mi prendi! – e corse su per delle scale di ferro.

Ed io gli andai dietro.

Gradino dopo gradino fui in cima. In pratica era la torretta da dove partivano gli acquascivoli che finivano in piscina. Era abbastanza alta da vedere quasi tutto il villaggio. Era abbastanza alta da poter buttar giù una pallina e non ritrovarla mai più.  Un brivido mi scosse, al solo pensiero.

Cercai il bambino tra le persone che aspettavano di scendere. Eccolo.. era in piedi vicino all’acquascivolo blu e mi faceva le smorfie.

– Se ti prendo… –

Cercai di andargli vicino ma una mano mi bloccò. Era il bagnino che mi fece segno di aspettare il mio turno. Il bambino l’aveva ancora vinta. E mentre aspettavo, fremendo per l’impazienza. Il piccoletto non si tuffava ancora. Sembrava volermi aspettare e quando il bagnino mi diede l’ok, lui subito si gettò dentro l’acquascivolo blu. Gli piombai dietro ma non feci in tempo ad acciuffarlo che scese giù. Ed ora toccava a me. Scendere o non scendere… buttarmi o non buttarmi… la mia pallina rossa era con lui. Le persone dietro aspettavano.. il bagnino mi face un fischio col fischietto. Mi buttai…

Ciro… sull’acquascivolo.. questa era proprio da non perdere…

 

 

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