Frammenti di Parigi #8

Muro je t'aime-2

Nell’incantevole quartiere di Montmartre, poco distante dall’uscita della metro di Abbesses, si trova il famoso “mur des je t’aime”. Ben integrato in un minuscolo parchetto e quasi invisibile agli occhi dei concittadini, pur essendo un’opera dalle straordinarie dimensioni.

L’ideatore della romantica installazione si chiama Frédéric Baron ed ha cominciato chiedendo ai suoi vicini di casa, stranieri, di scrivere ti amo nelle rispettive lingue, per realizzare un’opera che fosse una linea di congiunzione tra gli uomini, un muro che unisse invece di dividere.

Ho letto da qualche parte, che i frammenti rossi dovrebbero simboleggiare un cuore infranto… beh… un dettaglio che da ancor più magia alla storia…

Muro je t'aime

Seicentoventi (VI)

Ducati monster 620 ruota-3

Riuscii a cumulare sì e no un paio d’ore di sonno.
L’ansia per l’esame della patente era troppa. Non potevo fallire. Era la conclusione del mio piano. Avevo progettato tutto nei minimi dettagli da 4 mesi a questa parte.
L’acquisto della moto…
La corsa per avere i soldi…
I giri interminabili per strappare un’assicurazione decente…
Le lunghe file alla motorizzazione per le decine di carte da sbrigare…
e, sudore e freddo per le ore spese a esercitarmi da solo…
Tutto questo all’oscuro dei miei genitori. Certo, potrebbe essere normale alla mia età. Ma i miei genitori sono della categoria degli iperprotettivi con l’aggravante dell’ossessività. Non potevo dirgli che avevo smesso da tempo di pagare l’abbonamento dei tram per gironzolare a bordo di una moto da 60 cavalli. Sarebbe stata una follia…

Ricordo di quella volta a 18 anni… ne combinai una delle mie e mio padre, furioso, durante la notte mi smontò la ruota davanti della mia piccola vespa. Cioè… lui s’era alzato presto per smontarmi la vespa! Poi era andato a lavoro.
Quella volta vinse lui…
Che avrebbe potuto fare ora?
Mi sa che la sua ira, qui non ha giurisdizione…

Mi girai nel letto. Timidamente, l’alba s’intrufolava nella stanza. Gianni, il mio migliore amico, dormiva su una brandina accanto a me. Quella mattina, aveva il compito di seguirmi con la macchina. Purtroppo, l’esame della patente A, da privatista, comportava la presenza di una macchina che seguisse il motociclista per l’esame pratico in strada. Le scuole guide a Milano avevano prezzi inaccessibili ed io ero quasi al verde. L’unico tentativo era quello e, dopo aver smosso mari e monti per trovare qualcuno che avesse una macchina per l’8 gennaio, mi parò il culo Gianni.
Lo guardai, pensieroso:

“Grazie stronzo… vale molto per me quello che stai facendo… forse potrei anche perdonarti quella cazzata che hai fatto quest’estate. Ricordi? Maledetto…
Ma ora sei qui… a dimostrare che gli amici ci sono, quando ne hai bisogno…
Grazie…”

Gianni continuava a dormire sereno. Guardai l’orologio e capii che era giunto il momento di svegliare tutti. Nell’altra stanza, insieme alle mie coinquiline c’era la mia ragazza, Francesca.
Anche lei, quel giorno, mi avrebbe accompagnato all’esame.
e forse, era più in ansia di me.

–       Gianni! –
–       ohhh…. –
–       Svegliati… è ora… –

Continua… Parte VII

Corsi e Ricorsi Storici (I)

Via Nino Bixio Milano

(Foto personale)

Epilogo Parte 1

Nino Bixio fu un personaggio chiave per il Risorgimento italiano. Strinse rapporti con Mazzini, partecipò ai moti carbonari, fu al fianco di Garibaldi, partecipò a tutte e tre le guerre d’indipendenza… Un curriculum impeccabile, disegnato su un uomo spavaldo e arrogante.
“Arrendetevi! Altrimenti domattina si chiederanno dove fu Civitavecchia!” disse alla testa dei suoi uomini, irritato dall’ostinazione che la città stava opponendo al suo passaggio.Era tenace, testardo… che Italia sarebbe stata senza di lui? Forse non sarebbe nemmeno esistita. Bei tempi quando si lottava per unire.
Ora invece, le guerre servono solo a macinar soldi e il nome di Nino Bixio (la cui storia chissà in quanti la conoscono) serve solo a dar indicazioni ai passanti, col suo nome in bella vista su un’effigie marmorea.

E di fronte a quel pezzo di marmo, su un palazzo all’angolo della via omonima, c’ero io, che leggevo e rileggevo il suo nome per occupare la mente e distrarre i sensi dal freddo di mezzodì, di un giorno di dicembre. Aspettavo un tram, il 23, tra l’insegna arancione della fermata e un cestino verde bottiglia. Il sole sfoggiava i suoi deboli raggi, utili solo a rischiarare l’ambiente, invece di compiere il ruolo di calorifero naturale. Ero solo. Non avevo nessuno intorno con cui poter scambiare i “classici commenti metereologici da fermata del bus”.
“Menomale” pensai. Altrimenti avrei dovuto condividere anche la mia sfattezza fisica, i miei abiti stropicciati e la mia pettinatura a dir poco vergognosa. La similitudine con uno straccio usato credo che renda l’idea del mio aspetto obbrobrioso. In aggiunta, su una spalla, avevo una di quelle buste di stoffa che andavano molto di moda tra le persone con la mania del risparmio o tra quelle con sani principi ambientalistici. All’interno vi era una busta d’insalata pronta da condire che boccheggiava la freschezza del cassetto per le verdure di un qualsiasi frigorifero. Ecco, per ora, accettate come spiegazione di questa insolita busta “l’insistenza femminile di evitare uno spreco di cibo”. Più in là, nel corso della storia, la vostra curiosità verrà di certo soddisfatta.

continua…

Frammenti di vita #9

Pallina rossa mobiletto

Povera Mamma… quante cose che le faccio patire. E continua ad amarmi…

Sto arredando la mia nuova casa. Costruita e consegnata qualche mese fa, a qualche minuto di macchina dalla mia famiglia.
Quindi, dalla casa di mia madre, uno strano fantasma ha iniziato a far scomparire sedie, piccoli mobili, tavolini…

Un giorno, credendo che mia madre non ci fosse, tolsi un soprammobile da un bellissimo tavolinetto in legno, che faceva la sua bella figura sul pianerottolo delle scale. Lo afferrai per sollevarlo quando mi si parò davanti la sinuosa figura di mia mamma ancora mezza addormentata dalla pennichella pomeridiana. Con fare minaccioso, afferrò le piccole gambe del tavolino e iniziò a tirare dalla sua parte.

 – No Ciro! Questo proprio no! –
– Dai mamma! Sai come starebbe bene nell’ingresso! –
– Sta meglio nelle mie scale! Lascia! –

Galleria d’Arte ##32

Pallina Rossa Passerella

E se l’estate non finisse mai?

© La pallina rossa

Galleria d’Arte ##31

Pallina Rossa Estate

Foto: Pallina Rossa Formia 2013

Sento il mare dentro

a una conchiglia,

 Estate,

 l’eternità è un battito di ciglia.

Jovanotti – Estate

Weekend finanziario (V)

Rimini ruota panoramica-56

Foto: Ruota Panoramica Rimini 2013

La fresca aria di fine maggio entrava da uno spicchio di finestrino lasciato aperto dal signore in taxi seduto davanti a me. Il tassista spense la radio e con fare calmo si districò da un piccolo ingorgo all’incrocio con la via principale. Di solito i tassisti son di due tipi: estremamente loquaci o estremamente silenziosi. Quello che mi era capitato quel giorno era del secondo tipo. Quindi, sia io che lui apprezzavamo il per niente imbarazzante silenzio che si era venuto a creare. Purtroppo però, non era dello stesso avvisto il signore a cui avevo dato, per modo di dire, un passaggio. Il nostro silenzio veniva continuamente stralciato con i suoi commenti futili o il continuo descrivere di ogni suo movimento.
Questo qui ha proprio voglia di parlare. Pensai mentre giochicchiavo con il cellulare.
–       Mi chiamo Alberto. – disse rivolgendosi dietro, verso di me, per darmi la mano.
–       Ciro… piacere. –
–       Anche tu all’ITforum? Come sei giovane! –
–       Mi porto bene i miei 26 anni… che non sono pochi… –
–       Beh… rispetto ai miei 56. Ce ne passa! –
–       Li porta bene anche lei. – ora faccio il galantuomo con tutti?
Alberto seguitò a parlare chiedendomi di sfornargli qualche dettaglio in più sulla mia alquanto breve vita. Capii che le sue erano semplici domande di cortesia quando, di punto in bianco, nel bel mezzo di una mia risposta, iniziò a parlare di sé.
Raccontò che la passione per il trading gli era venuta da qualche anno, quando un fantomatico professorone di una nota città gli aveva fatto conoscere i Certificates.
Quanto sentii quella parola portai gli occhi al cielo, scuotendo la testa in senso di disapprovazione. Approdare nella finanza con prodotti, in apparenza semplici ma dalle dubbie qualità, non la ritengo una scelta saggia. Ovviamente Alberto, seduto sul sedile passeggero, non vide il mio gesto e seguitò a decantare le qualità del prodotto all’ignaro tassista che annuiva compiaciuto. Alberto gli stava trasmettendo la speranza di ricchezza che gli aveva trasmesso qualche guida letta per caso su internet.
Quando iniziò a elencare i diversi Certificates che aveva intenzione di comprare o peggio, che aveva già comprato, trovai la conferma alla mia sempre presente teoria che la borsa dovrebbe essere interdetta agli incapaci, un po’ come si vieta di guidare ai ciechi.
Alberto era inarrestabile e il tassista sempre più incuriosito.
Ma alla frase: – Non capisco perché le persone non acquistino questi prodotti sicuri invece di altri… – decisi di intervenire.
–       Signor Alberto, mi scusi se mi permetto, ma per il mio modestissimo parere, i Certificates, sono un grande specchietto per le allodole, nella maggioranza dei casi. –
Alberto si girò per guardarmi in faccia e scrutare qualche smorfia di scherno. Invece ero serissimo e stavo cercando di evitargli qualche errore finanziario futuro.
–       Ad esempio quel Certificates sull’indice FTSE che se tocca i 18000 entro settembre e bla bla bla, è una grossa presa per il culo! Se uno guarda un minimo il grafico dell’indice, può capire subito che l’Italia dovrebbe fare i salti mortali per arrivare a quella cifra! Quindi quel Certificates non pagherà mai! –
Alberto continuava a fissarmi stranito e anche il tassista l’avrebbe fatto se avesse potuto. Continuai il mio discorso con:
–       …per non parlare dei Certificates sul prezzo delle azioni! Ah… quelli sì che mi fanno sganasciare! Cioè, LEI Banca mi vende un Certificates sul prezzo delle SUE azioni, quando a LEI banca basta uno starnuto per influenzare la quotazione e quindi annullare tutto? –
Il taxi era arrivato a destinazione. Il signor Alberto guardò la stazione di Rimini davanti a se. Era visibilmente rimasto scioccato dalle mie dure parole di critica. Voleva controbattere per continuare il discorso. Purtroppo il tassametro scorreva ed io continuavo a fissarlo.
–       Dia retta a me… lasci perdere quei cosi… – gli dissi mentre stava per scendere.
–       Mah… – pronunciò flebilmente.
–       …e buon viaggio! – lo congedai e il taxi ripartì.

Il tassista, trovatosi ormai in confidenza, scambiò con me ulteriori commenti sull’economia in generale, sulla recessione e sull’incerto futuro italiano. Ovviamente anche lui aveva la solita visione distorta e amplificata dai media che porta tutti al malcontento. Mi limitai ad assecondarlo per non alimentarla, cercando disperatamente una scorciatoia per cambiare discorso.
–       Dove posso andare stasera? – gli chiesi, – Dato che sono da solo qui a Rimini? –
–       Beh… un posto molto carino e molto vicino al tuo Hotel è il Coconuts… –
–       Interessante… cos’è? – chiesi
–       Una discoteca molto famosa. E’ sempre pieno la sera, ci va parecchia gente, anche in questi periodi. –
Vidi il profilo del mio albergo sempre più vicino. Il taxi era giunto a destinazione. Afferrai la borsa e pagai il tassista.
– Tieni, prendi questo, è il bigliettino del locale… così non ti perderai! –

Scrivere…

si ricomincia…

(buffo, come a volte un’immagine dica più di quello che si vuol comunicare)

Storia di una casa (#34)

2006/2007

– 34 –

Le ore e i giorni passarono in un lampo e il silenzio tornò a essere il mio coinquilino più presente. Gli amici erano appena partiti per tornare a casa: Marco, Enrico, Marta e Cristina. Li salutai alla stazione con quella punta di malinconia che crebbe fino al mio ritorno a casa. Mi buttai subito sul letto come se le forze fossero partite anche loro. Pensavo… Pensavo a quei giorni in cui non provavo tristezza nel salutare un amico. Erano bei giorni allora. Giorni carichi di voglia di vivere, di scoprire insieme le sfaccettature di questo mondo sconosciuto. Trascorrevo così tanto tempo insieme a loro, da diventar loro la mia seconda famiglia: proteggendomi, assistendomi e consolandomi, per non parlare di tutte quelle volte che mi riportarono a casa, sano e salvo. Devo molto a quei ragazzi… e non lo immaginano nemmeno.

Voltai la testa verso la sedia in mezzo alla stanza. Sorrisi. Era ancora lì con il cordone dell’accappatoio che ciondolava indisturbato. “Povero Marco” pensai. “Se l’è meritato però!” E quante volte se l’era meritato! Aveva compiuto così tante cazzate nella sua cronologia che avrei dovuto odiarlo per sempre. Ma la sua generosità e la sua bontà ti scioglievano, disarmandoti. Non avrei mai potuto tenergli il broncio per più di cinque minuti. Era un ragazzo con molti pregi; come quello di farti apprezzare le cose semplici, di tralasciare il valore dei soldi, sempre troppo importanti per me. Enrico invece era diverso. Facevamo a gara a chi era più introverso. Parlavamo sempre poco di noi e sempre troppo degli altri. C’era sempre un profondo rispetto tra noi due. Non saprei dire se lo conosca abbastanza, nonostante sia il mio migliore amico.

E scese la notte. Più pesante del solito. In casa ero solo. Le stanze vuote mi facevano eco. Curioso, decisi di dare una controllata alla camera di Francesco. Aprii lentamente la porta, come a non voler disturbare una persona che non c’era. Sorrisi pensando con meraviglia che anche in quella stanza era notte. Avevo la strana concezione che quella parte di casa era un mondo distinto. Un qualcosa che non mi apparteneva, di non mio. Quest’atteggiamento derivava dal profondo rispetto per le cose, inculcatomi da mio padre. Accesi la luce. I letti erano in ordine. Merito sicuramente delle mie due ospiti femminili. Persino le ciabatte del mio coinquilino erano tornate al loro posto. Il divano, doveva aveva dormito Marco, non aveva niente che non andava. Dovrei dare più fiducia a quel ragazzo.

Notai che la finestra era aperta. Qualcuno dei ragazzi aveva pensato bene di far arieggiare la stanza prima di andarsene. Andai a chiuderla e sentii un rumore provenire dal bagno. Pensai che la corrente d’aria avesse chiuso d’impeto l’altra finestra. Andai in bagno a chiudere anche quella. Qualcosa però, stranamente, la bloccava. Provai più volte a chiuderla ma non ci riuscii. Ispezionai i bordi della cornice scoprendo un inghippo metallico che impediva la chiusura. Tirai fuori l’oggetto dalla guarnizione. Era una monetina. Una cento lire del ‘78 sulla cui faccia risaltava la testa dell’Italia laureata che rifletteva la luce della lampadina a incandescenza del bagno. Come un flash, mi tornò alla mente l’immagine di Marco che faceva ruotare quella moneta tra le dita, dicendo: “Questa è il mio portafortuna!” Gli sarà sicuramente caduta in quella serata brava che scappò dal bagno alla ricerca dell’ultimo goccio di Jack. Scossi la testa disapprovando quei momenti. Afferrai il cellulare.
“Marco, ho qui con me la tua cento lire… Appena ci vediamo te la rendo.”
“Bene! Ma tienila tu… così ti porterà un po’ di fortuna, che ne hai bisogno!”
…e ci sperai, e spero ancora, che quella tanto amata fortuna, un giorno arrivi.

Fine Seconda Parte

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