Storia di una casa (#25)

2006/2007

– 25 –

La casa era vuota, scura, spenta. Solo il nostro parlottio cercava di rianimare l’ambiente.
–       Eccoci qua… questa è la mia casa! – dissi con fare da maggiordomo.
Francesca penetrò silenziosa nella penombra. Il rumore dei tacchi riecheggiava sulle pareti. Chiusi la porta e accesi la luce. Si voltò e mi sorrise. La presi per mano e la portai a visitare tutte le stanze. Sembrò entusiasta alla vista della cucina. Si sedette sul tavolo e prese a dondolare ingenuamente le gambe, racchiuse da una minigonna di jeans.
–       Carina la cucina, piccola ma carina… –
–       Di certo non ho intenzione di dare ricevimenti… –
–       Dovrai prima farti degli amici… –
–       Per adesso ho solo una persona che potrei invitare… –
Mi avvicinai a lei senza perdere per un istante i suoi occhi nocciola. Lentamente la mia mano percorse il suo fianco e affondò nei suoi capelli morbidi. Inclinai la testa e le mie labbra coincisero con le sue in un armonico bacio… e poi un altro… e un altro ancora. Finché lei si divincolò da me e, con un risolino malizioso, tornò nell’ingresso.
–       … e la tua camera qual è? Questa? –
–       No, quella è la camera di Francesco. La mia è quella. –
L’indirizzai verso la porta giusta e senza il bisogno del mio permesso entrò. Girovagò sulle mattonelle scure, incurante del rumore sordo dei tacchi. Solo il tappeto appiattì la risonanza e lì, proprio al centro della stanza, fece un giro completo su se stessa per osservare ogni cosa.
–       Bella, ma spenta… bisogna arredarla un po’… –
–       Mi aiuterai tu… –
–       Carina l’idea dei cartoncini sulle ante della vetrinetta, da dove ti è venuta… –
–       Fantasia… –
Era bella e raggiante di gioia. Lo leggevo sui suoi occhi vissuti, che attendeva da tanto un momento come quello. Ovvero, il momento in cui tutto sembrava girare per il verso giusto. Sapevo che non era una ragazza dalla vita facile. Ogni giorno per lei era costellato di sudore e sacrifici. Era ingiusto che una ragazza di sedici anni dovesse guadagnarsi anche il semplice sorriso giornaliero sulle labbra. Quel sorriso che ora vedevo stampato sul suo volto che continuava a sfornare ipotesi d’arredo. La guardavo divertito nel suo maglioncino viola e la sua minigonna di jeans che sapevo che non avrebbe mai messo se non fosse stato per me. Era una ragazza semplice. L’amavo, perché i suoi occhi m’intenerivano e conquistare il suo sorriso era ciò di più bello che potessi ottenere dalla vita.
–       Ehi! Che fai? Sul tappeto… –
–       Si… sul tappeto… voglio baciarti qui… –
E adagiati per terra, l’uno sopra l’altra, la strinsi in caldi abbracci e teneri baci. Non mi stancavo mai delle sue labbra. Il leggero contatto con le mie mi estasiava. Erano soffici e dolci. Desiderai di non staccarmi mai da lei ma un suono inaspettato troncò ogni speranza.
–       Cavolo sono già qui sotto… –
–       Devi andare? –
–       Si… scendo… non posso farli aspettare… –
L’accompagnai fin giù al palazzo e la vidi scorrere via nella macchina dei suoi amici. Pensieroso tornai su.
Avevo un po’ di timore ad addentrarmi in un amore complicato. Ma la precedente storia con la classica reginetta della scuola, mi aveva fatto capire che il genere di ragazza tutta apparenza, non era fatto per me. Avevo bisogno di stimoli e di una ragazza che mi guardasse come il suo principe azzurro… e forse, l’avevo trovata.

Storia di una casa (#24)

2006/2007

 – 24 –

La caffettiera fumava e brontolava in un insolito sabato mattina. Insolito, perché l’ospite cui stavo servendo il caffè, non immaginava affatto di doversi catapultare lì a quell’ora.
Solo per una strana coincidenza e un maldestro disguido, mi trovai, seduto al tavolo della cucina, con Paola.
–       … Quindi studi economia? – mi chiese.
–       Sì, ho appena iniziato… –
– Anch’io ho studiato economia, e l’anno scorso sono andata in erasmus in Cina. –
–       In Cina?! –
–       Sì, è stata una bella esperienza e poi i cinesi sono così simpatici… –
–       Mah… io non so se avrei il coraggio di andare così lontano… e in Cina per giunta! –
Paola mi raccontò un po’ di sé. I capelli biondi le incorniciavano una faccia acqua e sapone e gli occhi azzurri le davano un’aria da ragazzina ingenua. I suoi discorsi, invece, smentivano l’apparenza, rivelando la ragazza matura qual era. Aveva studiato le stesse materie difficili che stavo apprendendo; aveva fatto pratica lavorando; aveva viaggiato all’estero standoci per mesi e mesi, al contrario di me che ancora restavo affezionato al suolo italiano. Fu curioso ascoltare il suo percorso accademico nell’ambito economico. Sembrava un modello da seguire, un miraggio, un angelo catapultato in casa per indicarmi la via giusta. Forse, qualcuno lassù aveva ascoltato le mie ansie e le mie paure per il futuro incerto, su una dissestata carriera universitaria.
–       Oh cavolo… devo andare! Ciro… è stato un piacere conoscerti. –
–       Anche per me… –
–       Grazie per il caffè… era buono. –
–       Come sei brava a dire le bugie! –
Paola mi sorrise e se ne andò. Non servì che l’accompagnai perché conosceva l’uscita di casa alla perfezione. Chiusi il portone e guardai le chiavi nella mia mano pensando al perché quella ragazza era finita in casa mia.

Qualche ora prima dormivo beatamente in un letto che ancora doveva prendere la mia forma. Con molta difficoltà, abbracciai Morfeo, che stranamente aveva assunto le sembianze del mio cuscino. Il rumore del portone che si chiuse mi svegliò e, guardando il sole già alto, capii che era troppo tardi per fare colazione. Solo a quel punto mi accorsi che, mentre un piede veniva coccolato dal tepore delle coperte, l’altro era intento a saggiare la fresca aria di fine ottobre da chissà quante ore. Sentii un rumore di chiavi e poi nulla più.
Francesco è partito. Pensai.
Mi alzai zoppicando sul piede congelato. Trascinai il mio corpo in bagno e dopo qualche colpo d’acqua in faccia, il mondo tornò a colori. Mi spogliai, mi vestii e fui pronto per l’appuntamento con la mia ragazza. Sarei andato a prenderla a scuola in quel di Lodi, ma dovevo sbrigarmi per non fare tardi. Chiusi la porta della stanza e fui davanti al portone dell’appartamento. Lo guardai sapendo che Francesco lo aveva chiuso prima di andarsene. Così appoggiai la mano sul mobiletto in vetro accanto all’entrata. Stranamente la mia mano non riusciva ad afferrare le chiavi cosicché guardai e vidi che effettivamente non c’erano.
Merda. Sicuramente le aveva prese Francesco scambiandole per le sue. Avevamo preso entrambi l’abitudine di poggiare le chiavi su quel mobiletto, sia all’uscita che al ritorno. Presi il cellulare e cercai il numero nella rubrica ma, prima di chiamarlo, mi avvicinai alla sua stanza.
Forse la sua copia è in camera sua…
Aprii e in punta di piedi entrai. Guardai ovunque ma non trovai niente che assomigliasse a una chiave. Mandai un messaggio a Francesco che, profondamente dispiaciuto, mi comunicò che si trovava su un treno diretto verso sud e che aveva con sé entrambe le copie.
Dannazione! Dissi muovendo la maniglia in modo compulsivo. Come avrei fatto a uscire?
Per prima cosa rovistai in ogni angolo della casa alla ricerca di una fantomatica chiave di riserva. Correvo in giro per la casa come un forsennato per ritrovarmi in balcone con l’idea strampalata di saltare su quello del mio vicino. Ma, mentre stavo per alzare una gamba oltre il parapetto, ebbi un acceso diverbio con la mia coscienza che mi ricordò di essere al quinto piano e che, presentarsi in casa d’altri attraverso il balcone non sembrava molto gradevole. Tornai sui miei passi. Mi sedetti a terra e, cellulare alla mano, chiamai la mia ultima chance.
–       Pronto signora… avrei bisogno di aiuto. Vede… sono rimasto chiuso dentro! –
–       Oddio Ciro! E ora come si fa? Non posso muovermi ora! Sono fuori tutto il giorno. –
–       Quindi sono in prigione in pratica! –
–       Beh… forse c’è una soluzione. Chiamo mia figlia Paola… speriamo che sia a Milano. –
–       Speriamo… –

Galleria d’Arte ##27

Suona la nostra canzone Sam, come a quel tempo…
Non conosco cosa dite signorina…
Suonala Sam… Suona “Mentre il tempo passa”
Non ricordo signorina, mia testa un poco stanca…
Su, te l’accenno io…
 Tarai rarai rarà…
Canta Sam…

You must remember this 
A kiss is just a kiss, a sigh is just a sigh. 
The fundamental things apply 
As time goes by…

Sam! 
Se qui a Casablanca è Dicembre del ’41, 
che stagione è a New York?
Che? Non pensate a New York…
A quest’ora dormono laggiù… 
Scommetto che dormono in tutta l’America…
Con tanti ritrovi nel mondo,
doveva venire proprio nel mio!
Cosa stai suonando?
Una cosetta di testa mia.
Beh smettila!
Sai quello che mi piace!
Io non so!
L’hai suonata per Lei e ora suonala per me!
Ma le parole non ricor…
Per Lei si e per me no!?
 Suonala!

And when two lovers woo 
They still say, “I love you.” 
On that you can rely 
No matter what the future brings 
As time goes by…

(Tratto dal film: Casablanca – (1941) con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman)

Galleria d’Arte ##26


Sei evasivo anche con il tuo subconscio!
La morte non è interessante…
Per te conta solo ciò che è interessante:
Rompicapo, idee, analisi…
La morte… è il contrario di un bel rompicapo!
La morte è un eterno nulla…
Ma…
per te la vita non è più interessante…

(DrHouse, Stagione 8, ultima puntata)

Storia di una casa (#22)

2006/2007

– 22 –

Nonostante la sua età sfiorasse i trent’anni, Francesco sembrava un ragazzino. Aveva la corporatura piccola, legittimamente proporzionata alla sua statura. Infatti, era più basso di me di almeno una ventina di centimetri. Sulla testa aveva un buffo groviglio di capelli. Un ciuffo alto e riccioluto dominava la fronte e andava scemando all’indietro, calmandosi e lisciandosi sui lati. Il naso invece era un’entità a parte. Era grosso e pronunciato con due larghi buchi sui lati. Si stagliava dal volto in tutta la sua lunghezza.

E sbaaaaaaaamm

Nel gesto istintivo di presentarsi e porgermi frettolosamente la mano, Francesco lasciò andare la maniglia allungata del suo pesantissimo trolley che, rovinando al suolo, fece un rumore sordo. Subito strizzai gli occhi e li riaprii pian piano.
–       Mannaggia sto coso! – disse chinandosi a raccoglierlo.
–       Aspetta che ti aiuto… –
Mi avvicinai a lui e vidi che nell’ascensore era rimasta un’altra valigia, più piccola della prima. La presi e insieme, uno dopo l’altro entrammo in casa. Francesco appoggiò il trolley al muro e si guardò intorno. Fece un rapido giro di capo, cercando di ampliare la sua visuale in tutte le stanze. Subito mi chiese: – La mia qual è? –
–       Guarda, è questa qui… – risposi indicandogli la porta davanti a lui.
Abbassò lentamente la maniglia e con la stessa lentezza aprì la porta in legno. Poggiai l’altra valigia accanto alla sua e lo seguii nella stanza. Lo vidi osservare silenzioso ogni cosa. Posò lo sguardo sui letti; poi sull’armadio, sul divano e infine andò alla finestra per costatarne la vista, ma la notte glielo permise ben poco.
Si girò verso di me e con un sorriso un po’ stiracchiato, mi disse: – Sembra carina… –
Ma sembrò poco convinto nella sua affermazione. Forse si aspettava qualcosa in più in quella camera. Non dissi niente. Tenni per me i miei dubbi per congetture future.
Lo accompagnai a vedere il resto della casa. Gli mostrai prima la cucina e poi il bagno. Gli piacquero entrambi. Soprattutto quest’ultimo cui riservò un’attenta ispezione. Gli diedi tutti i dettagli del contratto e tutte le informazioni che mi aveva dato la proprietaria. Gli raccontai anche dell’attenta descrizione e della minuziosa precisione con cui mi aveva descritto tutto. Francesco ascoltava curioso. Non mi staccava mai gli occhi di dosso. Forse voleva conoscermi un po’ di più anche lui. La dovuta convivenza era reciproca, sia per me che per lui, ed entrambi volevamo scoprire nell’altro dettagli che le bocche non avrebbero mai rivelato.
Francesco tornò nella sua camera mentre io mi fermai sullo stipite a osservarlo. Quella stanza ormai era diventata sua da quando aveva acceso l’interruttore della luce, ed entrare senza permesso mi sembrava ineducato.
Il trolley era disteso sul parquet e aspettava qualcuno che avrebbe dato sollievo alle stiracchiate cerniere laterali. Francesco si chinò e con un rapido gesto aprì la valigia. Non so perché ma la mia mente immaginò uno scoppiettare vestiti aggrovigliati per tutta la stanza. Invece non fu così. Da com’erano disposti i panni, capii che Francesco era una persona ordinata e scrupolosa. Quasi mi vergognavo a pensare che nell’altra camera c’era il mio trolley ancora a terra in cui dentro, qualcuno d’ignoto, aveva piazzato una granata innescata prima che lo chiudessi. Il mio coinquilino invece con un’accuratezza chirurgica, pescava i vestiti piegati e li disponeva in fila sul divano dietro di sé. Faceva tutto in modo silenzioso tanto che mi bloccai, quando le mie labbra stavano per interrompere quella calma. Volevo riallacciare la conversazione ma vedere quel ragazzo lì, che metteva a posto la sua valigia, mi fece pensare a me stesso e alla stessa scena che avevo svolto anch’io qualche ora prima. Così, silenziosamente mi allontanai dalla sua porta e tornai nella mia stanza.

Storia di una casa (#21)

2006/2007

– 21 –

Abbassai gli occhi tristi e rassegnati che speravano che un cielo clemente consegnasse alla vista qualche stella. Era tutto troppo luminoso perché la notte fosse davvero buia e il panorama migliore. E quasi invidiavo ciò che un tempo trovavo normale mentre tornavo tardi nella mia villetta di campagna. Lì il cielo mi coccolava, animando il tragitto con un tappeto di stelle sopra la mia cresta; e ogni volta che tornavo, magari stanco, ubriaco, disilluso, puntavo il naso all’insù e mi gustavo qualche istante dello spettacolo di ogni notte; e ogni notte mi promettevo che la notte successiva mi sarei fermato qualche momento in più; ma più i giorni passavano e più vicende alterate si sommavano al quadro generale… e rimandavo quel momento in eterno…

TRiiiiiiiinnnnnnn TRiiiiiiiiiiinnnn

Un suono squillante mi fece voltare di scatto verso la porta della mia stanza. Rientrai dal balcone e mi diressi nell’atrio. Capii subito che era il citofono ma aspettai un altro squillo per averne la conferma. Nell’attesa mi domandai chi mai potesse essere a quell’ora.

TRiiiiiiinnnn

–    Si? –
–    Ciao Ciro, sono Francesco! –
–  Ah Francesco! Che sorpresa! Ora ti apro… Aspetta che capisco come si fa… –

Schiacciai a caso alcuni tasti finché dalla cornetta non sentii il rumore metallico del pistoncino che scattava. Restai ancora ad ascoltare sperando che Francesco non incorresse in nessun intoppo nel suo ingresso nel palazzo. Poi, quando sentii il portone chiudersi, appesi la cornetta e crebbe in me un’ansia spropositata dominata dalla curiosità morbosa di sapere che aspetto avesse questo futuro coinquilino.
Con la mano tremolante girai la chiave per aprire il portone. Di fronte, un ascensore silenzioso attendeva il suo passeggero. Ma i minuti passavano e niente si muoveva. La strana attesa mi fece pensare che quel ragazzo odiasse i piccoli ascensori degli anni settanta. Così mi affacciai sulla tromba delle scale nell’intento di scrutare l’ombra di Francesco. Niente. Nel palazzo sembrava che nessuno fosse entrato. Deserto. Nessun rumore, nessuna voce, nessun suono. Stavo dubitando che quel ragazzo fosse effettivamente entrato ma ecco che la lucina dell’ascensore si posizionò su occupato e il motore iniziò a girare. Qualcuno stava salendo, doveva essere lui.
Tornai in casa lasciando il portone aperto per far capire al nuovo inquilino la corretta via da seguire. Sull’uscio, nel frattempo, osservai il portone della casa di fronte. Ancora non sapevo chi ci abitasse e feci diverse congetture, immaginando un’arzilla vecchietta con una torta fumante tra le mani; o un gruppetto di ragazzi scalmanati che, in una nuvola di fumo, si davano al poker texano; e per concludere, la solita filmesca fantasia di una vicina libertina che apriva la porta in asciugamano per prendere la posta.
Come corre a volte la mia immaginazione, non come questo catorcio di ascensore! Pensai.

E finalmente intravidi dalle porte le luci dell’interno dell’ascensore. Mi trattenni dallo sbirciare all’interno e rimasi sull’uscio. Ne uscì all’indietro il tanto atteso coinquilino. Si girò, mi vide e disse, porgendomi la mano:

– Piacere, io sono Francesco. –

Storia di una casa (#20)

2006/2007

– 20 –

Scese la sera e con essa il cielo si dipinse d’arancio, colorando le piccole nuvole sparse sulla città. Adoravo osservare il tramonto. Sin da bambino, restavo affascinato dalle movenze di quella sfera luminosa che attraversava, da lato a lato, l’intero arco celeste sopra la mia casa. Lo conoscevo bene ormai: dalla mattina, quando gli fuggivo via fino a scuola; al pomeriggio quando invece gli correvo incontro, perché tramontava, come nelle più consuete scene di film, in mezzo a due monti e proprio sulla strada che percorrevo. Amo il sole, soprattutto il tiepido sole d’autunno che riscalda quel tanto che basta da non lamentarsi né del freddo né del caldo. Cosa avrei dato per vedere il tramonto su quel balcone. Purtroppo, potevo godermi solo quel rossore celeste nell’attesa del buio. La mia camera era orientata verso est e da lì, solo albe potevano passare. Meglio così, i tramonti mi regalano troppa malinconia, e scrollarmene un po’ da dosso non m’avrebbe fatto male…

Un profumo di carne e peperoni, stuzzicò un languore assopito nel mio stomaco. Qualcuna tra le mie nuove vicine era intenta a cucinare quella prelibatezza, non curante di scatenare invidia in chi, come me, certe cose non poteva, né sapeva cucinarle. Il brontolare del mio stomaco mi ripeteva che era giunta anche per me l’ora di mangiare. Nei giorni precedenti, esclusi quelli in cui mia madre si era presa cura di me, avevo saltato parecchi pasti, mangiando poco e male in orari inconsueti. Era arrivato il momento di mettere mano a padelle e fornelli, come quando, a scuola guida, arriva il giorno di passare dalla teoria alla pratica.

Entrai in cucina con l’insolita sicurezza di un cuoco navigato. Vidi una padella arancione che spiccava tra le altre. Mia madre l’aveva lasciata qui, prima d’andarsene. La presi e la rigirai più volte sottosopra. L’osservai indeciso. Volevo preparare un semplice piatto di pasta ma iniziai a farmi mille domande. Quanta acqua? Quanto sale? Quanto sugo? Quanta pasta? Essendo un tipo abbastanza preciso e pignolo, provai angoscia per non aver quelle risposte pronte. Così, decisi di affidarmi al mio intuito, elemento di me, che mi ha tirato fuori da parecchie situazioni. Presi una pentola, la riempii d’acqua, accesi il fuoco. Salai l’acqua e buttai della pasta, misurata ad occhio in un piatto. Per il sugo lessi che bisognava solo riscaldarlo in padella e così feci, senza domandarmi per quanto tempo e a che fiamma. Il risultato fu gradevole alla vista ma il sapore era terribile. Rimasi quasi un minuto a domandarmi se riempirmi lo stomaco o farcire il cestino. Scelsi lo stomaco e con la mente cercai di contrastare ciò che le papille gustative stavano urlando spudoratamente.

Deluso ma con la pancia piena tornai al mio letto. Il sole ormai era tramontato e un altro giorno era finito. Uscii sul balcone con la solita pallina rossa tra le dita. Guardai il cielo e malinconico mi domandai: e le stelle dove sono?

  

Storia di una casa (#19)

2006/2007

– 19 –

–       Ciao Bambolina… –
–       Ciao tesoro… come stai? –
–       Bene… i miei genitori se ne sono andati da poco… –
–       Non ti sei fatto proprio sentire… –
–       Hai ragione… mi dispiace… –

Al telefono ascoltavo la tenera voce di Francesca che mi rimproverava dolcemente per la mia assenza. Da poco era diventata la mia ragazza. Da quando una manciata di giorni prima ci scambiammo un ti amo su una panchina di Lodi, in una sera di Settembre. Mi sembrava già esser passata un’eternità da quel giorno e noi esser cresciuti tanto. Le cose sembravano funzionare con lei. Dopo tutte le storie complicate che ho avuto, questa sembrava la meno incasinata. L’amavo tanto e l’amore che provavo per lei era così forte da sostituire il sangue nelle vene.

–       Com’è la casa? –
–       Carina… ma manca qualcosa… –
–       Cosa? –
–       Tu… –
–       Scemo… appena posso, ti vengo a trovare… –

Saperla così vicina e non poterla vedere mi dava un senso di frustrazione che cercavo di contenere. Sapevo che non aveva l’età per essere indipendente e non poteva saltar qui a Milano, da sola, dal suo paesino in provincia. Non potevo chiederle troppo. Vederci sarebbe stata dura almeno per qualche mese. Lei aveva la scuola da mandare avanti ed io intraprendere quest’ambita carriera universitaria. Però mi rasserenava il pensiero che, se avesse potuto, avrebbe fatto anche quello per me.
–       Ora devo andare… tra un po’ suona la campanella… e il prof di statistica è un rompiscatole… –
–       Sì, tranquilla… vai… –
–       Ci sentiamo dopo? –
–       Ci sentiamo dopo –

Tornò il silenzio e sentii addosso uno strano alone di malinconia e solitudine. Presi la mia pallina tra le dita e mi avvicinai al balcone. Dal vetro osservavo la facciata del palazzo di fronte e con lo sguardo carezzavo i tetti di quelli successivi. Essere così in alto mi faceva apprezzare di più quella città. Ma un dubbio m’assaliva. Per quale motivo ero lì? Milano era davvero la città dei miei sogni o avevo solo inseguito l’amore? Non era la prima volta del resto… Ne avrei da raccontarne sullo strano connubio tra amore e pazzia che mi dominava in passato.
Ero di nuovo finito in quel vortice eterno?
Avevo di nuovo dato retta al cuore invece che alla mente?

 

 

 

Storia di una casa (#18)

2006/2007

– 18 –

 

Quel mattino arrivò con un richiamo casalingo: l’odore del caffè appena fatto. La premurosa mano materna era intenta a versare il liquido scuro nelle tazzine, con lo scrupoloso intento di non toccare la porcellana con il beccuccio della caffettiera.
Mi allontanai un istante da quella scena per affacciarmi al balcone della camera. Cercavo, tra le macchine parcheggiate, una color verde acqua poiché, lì vicino, avrei sicuramente intravisto mio padre. Era sceso poco prima a portar giù le valigie ma a vederlo indugiare pensai che le valigie fossero solo una scusa per dar un occhio in più alla macchina. Conoscevo bene quell’uomo e con il tempo ho imparato a conoscere almeno la metà delle preoccupazioni che avvinghiavano quella testa brizzolata e baffuta. Sapevo che, nonostante la bella gita fuoriporta a Milano, non vedeva l’ora di tornare a casa a risolvere i problemi che aveva lasciato a metà; e pensare che uno degli eterni problemi lasciati a metà ero io. Chissà come avrebbe attenuato l’ansia che gli potevo procurare da qui, senza potermi mostrare il suo sguardo severo pieno di rimproveri. C’è da dire però, che sicuramente gli avrei tolto qualche grattacapo, visto come sono andati gli ultimi anni del liceo. Ora poteva finalmente dedicarsi a qualche passatempo nell’immenso vuoto lasciato dall’assenza dei miei casini.
–       Tieni, attento che scotta… –
Mia madre mi raggiunse alle spalle e mi porse il caffè tenendo la tazzina come il braccio di una di quelle macchinette afferrapupazzi. Si sporse anche lei e guardò mio padre che si stava allontanando in direzione del palazzo.
–       Ti ho sistemato i panni in quella libreria. Meglio di niente per adesso… –
–       Va bene così mamma, tanto sono solo vestiti… – tenni a sminuire quell’impiccio.
–       Mi raccomando, tienili in ordine altrimenti si sgualciscono tutti! –

Sentii la porta aprirsi e il solito borbottio raggiungere le mie orecchie. Mio padre entrò nella camera e osservò il dito di mia madre che puntava la sua tazzina di caffè sul tavolo.
–       Siamo pronti? – disse mio padre, includendo anche me nella compagnia di viaggio.
Li accompagnai alla porta d’ingresso. Mia madre mi abbracciò e mi diede un bacio affettuoso. Abbracciai anche mio padre, con meno intensità, ma con eguale affetto. Mi fecero le solite raccomandazioni e ultimarono il discorso con -… tanto appena possiamo, facciamo un salto qui… – Peccato che quella fu l’unica volta che misero piede in quella casa.

Mi abbandonai sul letto. Sorrisi pensando alla giornata trascorsa con i miei genitori e l’immaginai seduti in macchina a battibeccare su argomenti di poco conto. Osservavo il mio nuovo armadio. Certo, era difficile definirlo tale solo perché dentro ci appoggiavo i vestiti. Nonostante tutti gli sforzi d’immaginazione, quella cosa in legno con porte in vetro, restava una libreria. Ci sarà qualcosa che posso fare? pensai alzandomi dal letto e prendendo le chiavi.
Comprai alla cartoleria in strada un blocco di fogli colorati. Con lo scotch biadesivo l’incollai, sopra i vetri delle porte, in modo da coprire ogni spazio trasparente. Ammirai soddisfatto il risultato. Il mio armadio non doveva più vergognarsi di essere una libreria.

Tornai sul letto ma il telefono squillò…

 

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