Ci si legge.. (25 marzo 2011)

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18.30

Ero seduto in metro. Ero seduto e avevo un libro tra le mani.
Era ancora chiuso nella busta rossa della Feltrinelli. Lo rigiravo e tastavo la sua forma come per cercare di capirne il contenuto che già conoscevo. Mi guardavo in giro. A fianco a me dormiva un ciccione e dall’altra parte un giapponese giocava col suo cellulare. Di fronte, una signora dal naso sottile e i capelli castani mi guardava di sfuggita.
No… lei non va bene… pensai.
Mi alzai e scesi alla fermata successiva. Stavo girando casualmente per Milano. Non avevo una meta precisa… ma solo un obbiettivo. Dare quel libro alla persona “giusta”. Era la giornata del regala un libro a uno sconosciuto e quando mi fu proposto di partecipare ne fui entusiasta. Da un lato perché mi piace leggere e mi piace chi legge, dall’altro, perché mi piacciono le strane iniziative. C’è anche da dire che la vedevo come una sfida. Battere la mia misantropia e introversione. Uscire un po’ dagli schemi. Evadere dalla prigione della mia mente. Respirare la società e viverla con tutti i suoi difetti, le sue noie e le sue stupidità.
Potevo farcela? Beh.. ci stavo provando.
Arrivai al parco di Porta Venezia. Varcai il grande cancello e una ragazza dai capelli corti mi sfiorò mentre faceva jogging.
Lei poteva andare bene.. peccato che sia sfuggita via troppo in fretta!
Mentre camminavo osservavo le panchine. La maggior parte erano vuote.. mentre quelle piene erano occupate da coppiette che si scambiavano tenere effusioni.
Non posso di certo disturbarli!
Non c’era nessuno di particolare. Nessuno che m’incuriosisse. Nessuno che meritasse il regalo. Stavo per perdere le speranze. Scesi in metro e salii su quella che mi avrebbe portato verso casa. Guardavo il mio libro.
Possibile che sia così difficile fare un regalo?
Alzai la testa per vedere a che fermata ero arrivato e intravidi una ragazza in cappotto beige e leggings neri. Guardava distrattamente il soffitto. Certo, era carina ma non andava bene per me. Avevo paura che non avrebbe apprezzato il gesto.
Arrivò la mia fermata. Si aprirono le porte e mentre scendevo e mi dirigevo verso la mia rampa di scale, vidi una ragazza con la coda dell’occhio. Lasciai stare. C’erano molte altre persone. Così.. rassegnato e deluso mi apprestai a salire le scale per tornarmene a casa. Misi un piede sul primo gradino e qualcosa mi bloccò. Rimasi immobile per un istante, indeciso sul da farsi. Volsi la testa indietro come per istinto. Qualcosa mi attirava. Ora non so spiegarlo.. ma tornai indietro.
La ragazza di prima era seduta sulla panca di marmo della banchina. Sembrava stesse aspettando il mezzo successivo. Leggeva. Mi sedetti accanto a lei ma non troppo vicino. Le diedi una rapida occhiata. Era una ragazza molto semplice. I capelli ricci le cadevano sulla maglietta bianca attillata ma non troppo provocante. Leggeva un libro poggiato sulle ginocchia mentre con una mano mangiucchiava qualcosa da una busta di patatine. Il mio sguardo indagatore aveva dato il via libera all’azione. Quella ragazza era perfetta perché semplicità, spontaneità e naturalezza avevano avuto il segno di spunta sulla mia scheda immaginaria.
Ma mentre mettevo in ordine le parole da dire sentii il fruscio del vento che preludeva l’arrivo della metro.
Cavolo.. ora si alzerà.. salirà sulla metro e addio ragazza “perfetta”
La metro arrivò. Si fermò davanti a noi. Varie persone scesero e alcune salirono.
Abbassai gli occhi e li chiusi per un attimo. Mi stavo già immaginando mentre aprivo la porta di casa, poggiavo il libro sulla scrivania e mi buttavo sul letto deluso e amareggiato.
Aprii gli occhi e mi girai nella direzione della ragazza convinto di osservare il pezzo di panca vuoto, il cestino bianco della carta, la macchinetta del caffè, la mappa della…
Lei era ancora lì…
Leggeva il suo silenzioso libro e mangiava il suo snack rumoroso.
Questo è un segno del destino..
Feci un respiro profondo la guardai e:
– Scusami.. posso rubarti un minuto?-
Lei alzò la testa un po’ stupita.
– Certo.. dimmi..-
– Beh.. il libro che ho tra le mani devo regalarlo a una persona sconosciuta..-
Piccola pausa, lei fece un impercettibile e sincero sorriso.
-…partecipo a questa iniziativa che promuove la lettura. E quindi…. questo è tuo!-
Le porsi il libro.
– Ma dici davvero?..- mi chiese sorpresa della cosa.
– Certo! Tieni! Prendilo! È tuo!-
Lei lo prese e mi guardò. Non ancora aveva realizzato.
Le sorrisi..
– Beh.. allora ciao..- le dissi..
– Ciao..- mi rispose.. ma forse voleva sapere di più.
Mi allontanai senza voltarmi indietro. Mi sentivo sereno e sollevato, ma soprattutto felice di aver fatto qualcosa di buono. Forse quella ragazza leggerà quel libro, o forse no.. chi lo sa?
Voglio pensare in positivo… voglio pensare che al mondo ci siano ancora persone capaci di sognare e di sapersi raccontare.
Forse un giorno quella ragazza passerà anche di qui. Leggerà queste quattro frasi messe sbadatamente in ordine logico e si riconoscerà pensando che il mondo non sia poi così tanto infinito.

Ci si legge..

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1.

Il Bar Bahia è un piccolo bar non lontano da casa mia qui a Milano. Definirlo piccolo però è ingiusto. Diciamo che è delle giuste dimensioni da renderlo accogliente. L’ingresso del bar è protetto da una grande porta a vetri che permette di vedere quasi tutto il locale da fuori. Come se fosse la vetrina di un negozio.. solo che qui si vendono caffè.

La parte sinistra è occupata da un’elegante bancone in legno col ripiano in marmo. In un angolo c’è l’usatissima macchina per il caffè con a lato il macinatore elettrico. Dall’altro lato la piccola bacheca dei croissant con affianco la cassa. Alle spalle del barista c’è un bancone in acciaio con lavandino, lavastoviglie, affettatrice per i panini e su una lunga mensola una vasta varietà di super alcolici.

Nella parte destra del locale invece c’è una panca-divano che corre lungo il muro con davanti tre tavolini e un paio di sedie. In fondo c’è un ripiano rialzato con sopra uno specchio e sotto due sgabelli. Di solito li sono poggiati i giornali per chi vuole leggere le notizie. Anche sopra la panca vi è uno specchio rettangolare che da l’impressione che il bar sia più grande di quanto sembri. Le pareti sono dipinte in giallo scuro e tutte le rifiniture sono in legno di ciliegio. Il tutto è illuminato da dei faretti sparsi per il soffitto e la musica che esce dalle casse è sempre ben curata.

Il barista è Rocco.. un uomo sulla quarantina molto educato e cortese. Quasi sempre con lui c’è Giovanna. Una bella donna con uno strano accento che devo ancora decifrare.. e infine.. la ragazza che mi ha appena portato il caffè al tavolo si chiama Carmelina. Rocco l’ha assunta per dare una mano quando il bar è pieno di gente.

Ed eccoci qua.. spero di essere riuscito a scolpire l’immagine di questo posto nella mente di voi che leggerete. Questo bar è diventato la valvola di sfogo dalla mia routine quotidiana.. spesso fatta di malinconici pensieri. Qui dentro riesco a schiarirmi un po’ le idee.. anche se il tempo di un caffè.. non basta mai..

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Stuck in a station…

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Non conosco il cielo… non so quando piange… quando ride… quando ha voglia di fermarsi a pensare. Non so quando è arrabbiato… quando ha voglia di farsi coccolare… quando è fermo e incapace della realtà. Quando si guarda il cielo ogni convinzione svanisce… e si sogna. Soprattutto ora che questo tramonto sovrasta la città. Ero seduto su una sedia sul mio balcone. Al quinto piano si godeva di una bellissima vista. Le nuvole e il cielo sembravano più vicini da qui. E questa sera faceva al caso mio… un tramonto così chi poteva perderselo? Il mio stomaco cominciò a brontolare proprio quando il sole scomparve tra le case. Con svogliatezza guardavo la porta del balcone… come se il mio sguardo volesse entrare ed arrivare alla cucina per vedere cosa ci fosse nel frigo. “Sarà vuoto” pensai. Ma anche se fosse stato pieno, la voglia di cucinare era pari a zero. Incrociai le mani dietro la testa e mi misi comodo dondolandomi sulla sedia. Le luci della città si accesero una dopo l’altra. I fari delle macchine divennero più visibili e l’oscurità iniziava a farsi sentire. Mi appoggiai alla ringhiera. Guardai giù sfidando quel vuoto sotto di me. Le macchine erano piccoline da qui su. Sembravano tanti piccoli giocattoli con cui un bambino si sarebbe divertito a giocare. Per non parlare delle motociclette… quelle si che erano carine. Le persone invece si facevano più rare e quei pochi che rimanevano in giro, si affrettavano a tornare a casa… chissà perché poi… chissà per cosa.. chissà per quale vita. Forse magari andavano a cenare. “Eccolo lì”, il mio stomaco tuonò di nuovo. “Ok, va bene… troviamo qualcosa da mettere sotto i denti!”. Mi alzai dalla sedia e tornai dentro. Spensi lo stereo e cercai le scarpe.
“Una è qui… e l’altra?”
Sembrava impossibile. Quando cercavo le scarpe ne trovavo sempre una sola. Non le perdevo mai insieme! Chissà per quale regola statistica o per quale caso sfortunato. Sempre e solo una.
“Eccola!”
M’infilai le scarpe cercando con lo sguardo la mia sveglia digitale. I numeri rossi segnavano le otto e mezza. Faceva un po’ freschetto quindi presi dall’appendiabiti il mio giubbotto di pelle. Nel staccarlo dal gancio cadde da una tasca l’ombrello portatile. Lo presi in mano… “Non penso mi servirà…” e lo poggiai su un ripiano della libreria.
Portafoglio… cellulare… anello… “Credo di aver preso tutto” Andai verso la porta e: “le chiavi!! Dannate chiavi!” Tornai indietro e le afferrai per il portachiavi di Ligabue che avevo comprato al concerto al forum di Assago. Due mandate e giù con l’ascensore al piano terra.
Ero fuori. M’incamminai per la strada che facevo tutte le mattine per raggiungere la stazione e da lì prendere il treno che mi avrebbe portato in università. Questa volta però, dovevo solo raggiungere il piazzale. Guardai il cielo. Era ricoperto di nuvole grigie che da un lato si dipingevano di un colore rossastro.
Raggiunsi la piazza ed era notte. Alcune persone aspettavano il 93 alla fermata mentre altre uscivano frettolosamente dalla metro. Un passante distratto mi urtò la spalla. Continuò a correre e girandosi mi chiese scusa. Gli feci un cenno con la mano e lo osservai andarsene con non troppo rancore. Il lampione accanto a me, m’inondava con la sua luce attirando schiere di moscerini. Mi guardai intorno decidendo dove andare a mangiare. Le opzioni sono due: Pizza Mundial alla mia sinistra o il messicano con il suo camioncino ambulante fermo dall’altra parte della piazza. Scelsi il panino del messicano e lo raggiunsi. Mentre camminavo, guardavo la stazione. Il grande orologio digitale era perennemente rotto. Segnava numeri a casaccio come a fregarsene del tempo. Lo adoravo. Sotto c’era la grande scritta “Milano Lambrate” e poi l’ingresso principale. Il messicano era parcheggiato poco dopo la fermata dell’autobus 54. Un’anziana signora con una busta di plastica mi osservò mentre le passai davanti. “Forse assomiglierò a qualche suo nipote”… tirai diritto e arrivai al camioncino.
– Ciao! – mi disse una ragazza dai tratti somatici dell’America latina.
– Ciao… mi fai un panino con la salsiccia? –
S’infilò i guanti in lattice e passò una salamella all’uomo che stava alla piastra. Il messicano stava preparando un altro panino per un ragazzo che aspettava con me.
– Cosa ci metto dentro? – mi chiese con un accento leggermente spagnolo.
– Formaggio e peperoni. – dissi, cercando di non pensare alla salute del mio povero fegato.
– Ci vuoi anche la cipolla? –
– No… grazie. –
Il messicano aveva finito le sue domande di routine e si era messo all’opera sulla mia salsiccia con la spatola di ferro. Gira, rigira e la mise nel panino con il suo contorno di peperoni e formaggio. E il messicano in fondo in fondo, mi voleva bene perché ci aggiunse anche la cipolla. Non dissi niente… perché, del resto, la cipolla mi è sempre piaciuta. Però, chissà come faceva a saperlo?
– Ecco a te. –
Presi in mano quel panino bollente e sborsai i miei tre euro.
– Vuoi qualcosa da bere? – mi chiese la ragazza.
Pensai se prendere o no la mia solita Fanta. Dissi di no… e mi girai dando un morso al mio panino.
Una goccia cadde dal cielo e grande e grossa si schiantò sul marciapiede. Non gli diedi troppo peso e soffiai sul mio panino cercando di fargli raggiungere una temperatura più bassa. Ma a quella goccia ne seguirono altre due… e poi tre… e poi altre ancora. Pioveva.
E pioveva forte. Non una di quelle pioggerelline leggere primaverili. No… un bel temporale estivo. Di quelli che di acqua ne mandava. E il cielo sembrava non voler smettere.
Ero al riparo sotto la piccola tettoia del camioncino. Continuai a mordere il panino. Le persone correvano qua e là. Passò un motorino poco distante. Andava piano perché il ragazzo stava prendendo un bel po’ d’acqua ed ogni tanto frenava perché le pozzanghere si stavano riempiendo ad un ritmo impressionante.  Diedi l’ultimo morso al panino e piano piano mi stava salendo la sete. Pensai alla Fanta a cui prima avevo rinunciato. Mi volsi indietro a guardarla da dentro il piccolo frigorifero sul camioncino.
“Na… chissà quanto me la farà pagare.” E me ne andai passando sotto la piccola tettoia fino ad arrivare alle scale dell’ingresso laterale della stazione. Era buio anche qui e il sottopassaggio era deserto. Si udiva solo il rumore dei miei passi che s’infrangeva contro le pareti creando un eco spettrale. Nessuno saliva o scendeva le scale dei binari. Nessuno correva… aspettava… leggeva… Un vuoto inimmaginabile. Dal binario 12 percorsi tutto il sottopassaggio fino al binario 1 dove c’era la biglietteria e il bar. Qui ogni mattina, se mi svegliavo con un po’ d’anticipo, venivo a prendere il caffè. Un caffè di merda… ma pur sempre meglio delle macchinette automatiche. Arrivai davanti alla porta a vetri del bar. Le luci erano ancora accese ma la porta non si smuoveva. Un ragazzo all’interno poggiò una sedia sul tavolino e mi fece segno che era chiuso. “Addio Fanta”. Mi toccava andarla a prendere ai distributori lungo i binari. Riscesi nel sottopassaggio.
“Vediamo… il binario 1 non ce l’ha… il 2 non mi piace… binario 3!”
Salii le scale e andai diretto al distributore, alla disperata ricerca della Fanta perduta. Cercai nella tasca qualche moneta ma mi accorsi che l’affare per inserirle era bloccato. “Eccheccavolo” pensai, per non scrivere qualcosa di più volgare. Tornai indietro e vidi che sulla panchina stava dormendo un barbone. Chissà come avevo fatto a non notarlo.
Binario 4… “Speriamo che almeno qui non mi vada male.” La sete aumentava come le gocce che cadevano sulla tettoia in lamiera che proteggeva la banchina. Il rumore che provocavano era assordante. Sembrava una mitraglietta che sparava sulla mia testa.

La mia lattina scese giù di colpo. La presi e l’aprii placando la mia sete con un sorso. Mi sedetti sulla panchina. Su questa non c’era nessun barbone. La pioggia si stava facendo più violenta e alcune gocce riuscivano a colpirmi nonostante la tettoia. Alcune persone sull’altro binario attendevano un treno. Bergamo… lessi sul tabellone. Infreddolite e spaesate… chi guardava l’orologio e chi leggeva il city di stamattina. Scesi di nuovo nel sottopassaggio. Questa volta in quello principale, dove c’era luce e qualche persona che si riparava dalla pioggia. Raggiunsi l’altro lato della stazione. Quello da cui ero venuto e mi fermai sedendomi sulle scale dell’ingresso principale…
Pioveva forte…
Neanche il mio giubbotto di pelle avrebbe potuto ripararmi. Davanti al marciapiede c’era una pozzanghera di dimensioni bibliche che i passanti non riuscivano a oltrepassare senza bagnarsi i piedi.

Pioveva… sulle case… sui negozi… sulle vetrine… sul messicano ed anche su Pizza Mundial. Pioveva… pioveva sui passanti con gli ombrelli e quelli che si riparavano sotto le fermate. Pioveva sul punto Snai perennemente aperto, con le persone che guardavano gli schermi e facevano scommesse impensabili. Pioveva e non smetteva… perché Dio voleva bloccarmi qui in stazione. Ad osservare la città dal basso di un gradino. A fermarmi per un minuto a scattare una foto di quella vita che conducevo di corsa… a quei treni che prendevo al volo… a quegli odiati ritardi che si riversavano in una pagina di un libro. Seduto qui, su questo gradino che non toccavo nemmeno, quando ero di corsa saltando direttamente sull’altro. Ero un passante… un semplice passante di questo mondo che viaggiava veloce… che prendeva treni, evitava controllori… e si affacciava dal finestrino quando non avrebbe dovuto. Mi sentivo come l’ignoto spettatore di Seduto in riva al fosso… a guardare l’acqua che va… che ha il biglietto ma la corsa la lasciava fare agli altri. Agli altri spettatori distratti che mi passavano davanti… che, forse in fondo, quella pioggia non la meritavano. L’unico a meritarla ero io…

  Perché Dio ha voluto che mi fermassi in stazione…
ad osservare la vita…

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