Frammenti di Parigi #8

Muro je t'aime-2

Nell’incantevole quartiere di Montmartre, poco distante dall’uscita della metro di Abbesses, si trova il famoso “mur des je t’aime”. Ben integrato in un minuscolo parchetto e quasi invisibile agli occhi dei concittadini, pur essendo un’opera dalle straordinarie dimensioni.

L’ideatore della romantica installazione si chiama Frédéric Baron ed ha cominciato chiedendo ai suoi vicini di casa, stranieri, di scrivere ti amo nelle rispettive lingue, per realizzare un’opera che fosse una linea di congiunzione tra gli uomini, un muro che unisse invece di dividere.

Ho letto da qualche parte, che i frammenti rossi dovrebbero simboleggiare un cuore infranto… beh… un dettaglio che da ancor più magia alla storia…

Muro je t'aime

Corsi e Ricorsi Storici (III)

Corsi e Ricorsi storici 3

(Foto personale)

Tirava un leggero venticello che mi solleticava la guancia, s’insinuava tra i capelli e raffreddava la vista di quell’unica stella nel cielo milanese. Il balconcino era stretto e lungo e dovevo inarcarmi molto per raggiungere il parapetto con i gomiti. Dall’interno della casa proveniva musica indy di chiaro stampo americano. Sorrisi e alzai gli occhi al cielo sapendo che l’unica persona che poteva aver messo su quel genere musicale era Annalisa. Il piccolo appartamento di Lia era pieno zeppo di persone quella sera. Aimè non conoscevo nessuno, eccezione fatta per le donne della casa: Annalisa, Eleonora e Lia. Mi girai verso la porta-finestra del balconcino e buttai l’occhio all’interno. I ragazzi sembravano simpatici, ma tutti più grandi di me. Mi sentivo in difficoltà a entrare nell’anima della festicciola. Annalisa, cercandomi con lo sguardo, mi trovò attraverso i vetri della portafinestra. Alzò una mano e fece il gesto di entrare seguito da un “entra” mimato con le labbra. Al mio cenno di diniego non si dette per vinta e uscì fuori. Mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia. Ho sempre apprezzato il suo lato affettivo nei confronti degli amici più cari. E’ una delle caratteristiche più belle e particolari che avesse quella ragazza.
– Entra Cì, ci stiamo divertendo… –
– Sì, ora vengo… –
– No, entra! –
Mi prese sottobraccio e mi trascinò di forza. Mi fece sedere tra due suoi amici e, con una scusa, si dileguò lasciandomi in completo imbarazzo.
– Ciro! Cosa combini in quel di Milano? – chiese uno dei ragazzi per rompere il ghiaccio.
– Beh… studio economia… – risposi timidamente.
– Economia… bella materia. Avrei voluto studiarla anch’io anni fa… poi ho ripiegato sulla psicologia. – rispose sorridente. Continuò, poi, rivolgendosi all’altro ragazzo seduto a fianco:
– E tu Vittorio, ne capisci qualcosa di economia? –
– Si certo! Per questo faccio il geometra! –
Ridemmo tutti.
Per un istante rivolsi uno sguardo ad Annalisa, che lo colse al volo. Come quando un bambino impara ad andare in bicicletta e si gira a guardare il padre. Lei sa che non sono molto ferrato per le relazioni sociali. Soprattutto con i maschi. Non so mai da dove cominciare.
I ragazzi mi diedero parecchi spunti su cui intraprendere una lunga conversazione. Non sono bravo nelle relazione ma nella conversazione sì. Di qualsiasi argomento si tratti. In tutti questi anni, la mia fervida curiosità mi ha fatto appassionare a innumerevoli cose. A volte ho persino paura ad avvicinarmi a qualcosa che magari mi ci fisso su e addio vita!
E parlavo e parlavo. Praticamente da solo. Quei trentenni mi fissavano pendendo dalle mie labbra.
– E quindi… com’è questa storia della borsa? –
– Emanuele, scusami, ma ho bisogno di un bicchiere d’acqua! Sto parlando da un’ora! –
Mi allontanai dalla combriccola di ragazzi. Andai verso il tavolo imbandito di leccornie da aperitivo. Facevo finta di vedere cosa potessi prendere, in realtà non volevo niente. Aspettavo che Annalisa si avvicinasse mentre riempiva il suo piatto di plastica. Volevo che mi parlasse.
– Allora? Come ti sembrano i miei amici? – mi chiese appena fu accanto alla mia spalla.
– Simpatici… socievoli… – dissi.
Annalisa si prese un’altra porzione di riso, condito da improbabili sottaceti e, nel mentre, mi disse: – Dopo ti devo raccontare di M. –
– Ancora lui!? Anna… – dissi sorpreso.
– Eh sì! Che ci posso fare! Ci son ricascata! –
– Anna… hai quasi trent’anni, ma in amore ti comporti come una quindicenne! –
– Dai… non dire così! Senti, domani devo partire… vuoi venire a dormire da me, dopo la festa? Cosi ne parliamo… –
– Anna… non ho un cambio, sono semi distrutto e chissà dove mi farai dormire! –
– Quindi? – chiese, come se non mi avesse ascoltato.
– Ahhh… quindi ok! – dissi tranquillo e rassegnato, conoscendo il suo innato disprezzo verso i no.

continua…

Un’isola italiana nel cuore di Parigi (la nouvelle de Paris III)

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(Ultimo giorno)

– Quelle est cette chose? –
– Je ne sais pas… –
Ero in un letto non mio… in un posto sconosciuto alla mia percezione. Cercavo di dormire ma dalla finestra entrava un filo di luce che mi colpiva il viso. Il vetro era aperto e sentivo delle voci provenire da fuori.
– …un bâton en plastique… –
– Comment est arrivé ici? –
C’erano due signori francesi che discutevano davanti all’ingresso di questo palazzo sconosciuto. Si stavano chiedendo chi avesse devastato il loro splendido atrio. Feci un sorriso malizioso e con un braccio tastai la spalla di mio cugino.
– O… che vuoi? –
– Mi sa che abbiamo fatto un gran bel casino ieri… –
– Speriamo che non chiamino la polizia! –
– Già… come faremo a spiegargli che non volevamo fare del male a nessuno? –
– Dormi che è meglio… –
Mi rimisi a dormire. Le voci erano scomparse. Tutto era scomparso… e soprattutto, tutto questo doveva ancora accadere. Era il futuro di una storia ancora tutta da scrivere. Una storia Parigina incredibile che cominciò qualche giorno prima… in una città, ancora inesplorata…


(Primo giorno)

Ero a Parigi!
Davvero! Ero a Parigi!
Ero nell’aeroporto di Orly. Avevo seguito il fiume di passeggeri fino al punto in cui si era dissolto diramandosi nelle varie direzioni. Ero al centro di una grande sala rettangolare. Imponenti lastroni di vetro ci dividevano dall’esterno, dove lo spettacolo era fantastico. Aerei provenienti da tutto il mondo atterravano e decollavano su chilometri sterminati di asfalto. Ero solo, ero ancora solo perché i miei amici dovevano ancora arrivare. Ero solo, e avevo un po’ di tempo per sognare…
Avevo superato quel confine. Ero riuscito a saltare nel vuoto. Il vuoto che per me era un bianco sterminato… e i luoghi erano solo storie di libri e un mucchio di geografia. Potevo vedere, sentire, toccare quel qualcosa che avevo ascoltato dalle spiegazioni dei professori liceali o visto in documentari e quadri d’arte. La mia percezione era obbligata a limitarsi al confine stretto tra inchiostro e fantasia. Il rumore delle pagine e il suo sfrigolio era l’unico suono che sentivo quando immaginavo. Li vedevo nella mia mente quei personaggi storici che avevano cambiato l’Europa. Vedevo Napoleone, alla testa del suo immenso esercito. Vedevo Luigi XIV, il re sole, immaginandolo con una lunga parrucca nera riccioluta. Vedevo la rivoluzione e quando la Senna si dipinse di rosso per tutto il sangue versato. Non potevo credere di essere nella città più importante del ‘700. Ero eccitato e impaziente. L’ansia del volo si era trasformata in ansia positiva… in ansia curiosa. Volevo vedere…

Brrrrr
Il mio stomaco brontolò come quando un bambino ti tira il pantalone perché vuole qualcosa. Scollai gli occhi dalla pista e cercai un posto dove rifocillarmi. Erano le 3 e non avevo ancora mangiato qualcosa. La mia ricerca terminò quasi subito quando vidi un’emme dorata in fondo alla sala.
Ringraziai il Dio delle multinazionali ed entrai. Era pieno di gente. Persone in fila e persone alla cassa, responsabili e inservienti… e io che mi guardavo intorno sentendomi per un attimo disorientato. Nemmeno una parola amica risuonava al mio orecchio. Mi sentivo strano… come qualcosa di esterno.
Che ci faccio qui? Mi domandai quasi dimenticandomi del mio stomaco.
Osservai il primo della fila che sciorinava un francese perfetto. Il cassiere non fece nemmeno una domanda e iniziò a preparare la sua ordinazione. La mia mente era così impegnata nella decisione della lingua da adottare che la fame era svanita. Fu il mio turno e one cheeseburger e one coke fu la scelta più adatta. Il cassiere capì e mi rispose con una domanda incomprensibile. Annuii col capo due volte e mi ritrovai con una salsetta inutilizzabile perché non avevo le patatine. Mi sedetti in un posto e mangiai il mio panino. Mi accorsi che vicino al tavolo c’era uno sportellino rotondo. Lo aprii perché le mie dita sono sempre state curiose.
Alla vista restai sbigottito. Era una presa elettrica francese. Formata da due buchi e un perno di ferro che fuoriusciva quasi al centro. Era completamente diversa da una normale presa.
“Cazzo! Calma Ciro… stai calmo… respira… Il tuo amico Antonio è italiano… casa sua sarà italiana… avrà delle prese italiane…”
Rigirai più volte il cellulare in mano con il pensiero fisso di chiamarlo e appiattire la mia paranoia. Se non fossi stato in grado di ricaricare il mio cellulare o il mio pc mi sarei impiccato con il cavo dell’alimentatore.
Mi alzai e buttai i rifiuti nel cestino. Una signora anziana mi si avvicinò e in un francese molto stretto mi chiese qualcosa…
– Excusez-moi, madame… Je suis italien! – le dissi.
“L’ho detta bene? Come sono andato? Dammi un voto da uno a dieci…” pensai mentre la fissavo.
La signora mi fece un mezzo sorriso e se ne andò. La guardai un po’ deluso come quando studi tutta la notte e il giorno dopo vai male all’interrogazione.
Fa niente… sarà per la prossima volta.
Tornai nella sala centrale e il grosso divano a forma di serpente o di S arancione, allettò la mia stanchezza. Appoggiai il mio trolley e mi distesi sopra. Avevo bisogno di dormire. Avevo passato la notte in bianco e non avevo ancora preso un maledetto caffè. Chiusi gli occhi… ma non entrambi, uno solo, l’altro restò vigile e in guardia. Come solo un ansioso paranoico riesce a fare.

Biiip…
Mi arrivò un messaggio. Era di mio cugino Ciro e diceva che erano arrivati ad un certo imbarco B ad Orly ouest. Scattai sugli attenti come un soldato di fanteria. Presi il mio trolley e scesi le scale. Inclinai il capo in alto. Centinaia di cartelli distraevano la mia attenzione.
“Orly ouest! Eccolo lì…”
Camminai in quella direzione. Camminavo e camminavo ma non raggiunsi nessun arrivo di voli. Arrivai ad un punto morto. Vidi un altro cartello…
“Orly ouest! Allora è dall’altra parte!”
Ritornai sui miei passi e raggiunsi l’altro lato dell’aeroporto. Niente. I miei amici non erano lì. Avevo perlustrato ogni dove. Chiamai Ciro.
– We! Dove cavolo siete? Vi sto cercando da un quarto d’ora! –
– Orly Ouest! Tu dove sei? –
– Beh… io sono a Or… –
Mi venne un dubbio. Possibile che i terminal potrebbero essere due? Cercai qualche cartello che me lo dicesse… e infatti…
“Orly sud!”
– Cazzo! Sono a Orly Sud! –
– Ve bene… non ti preoccupare… veniamo noi la… ciao! –
Attaccai il telefono e lo lasciai scivolare in tasca. Mi sovvenne un po’ di timore che non sarebbero riusciti a trovarmi. I miei amici, presi singolarmente, sono intelligenti e responsabili. Ma chissà perché quando si mettono insieme, tutto l’acume svanisce. In quel momento contavo su di loro. Sapevo che non mi avrebbero abbandonato.
Biiip messaggio:
Siamo fuori Orly sud, ci stiamo fumando una sigaretta.
Normale. Il lavoro di ricerca toccava ancora a me, ma almeno avevano fatto un passettino. Sorrisi. I miei amici non cambieranno mai… e del resto nemmeno io.
Percorrevo il corridoio interno osservando l’esterno dalle porte a vetri. Avanzavo svelto e ad un certo punto sentii picchiettare sul vetro.
Erano quei due che tranquillamente fumavano. Li salutai e cercai la porta più vicina. Ero felice. Mi fiondai all’esterno e li abbracciai.
– Come va Antonio? –
– Tutto a posto. –
– E tu Ciro? –
– Mha… il volo è stato un po’ traumatico. –
– Davvero? Vabbè… però siete qui sani e salvi! –
– Già! Ora andiamo a casa mia! – disse Antonio capeggiando la fila.
– Ah! Antonio scusa un attimo… ma le prese della corrente a casa tua come sono? –
Antonio fece un sorriso e guardò mio cugino… poi con una faccia come per dire “ma che domande sono” mi rispose:
– Italiane Ciro… sono italiane! –

Ci si legge.. (25 marzo 2011)

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18.30

Ero seduto in metro. Ero seduto e avevo un libro tra le mani.
Era ancora chiuso nella busta rossa della Feltrinelli. Lo rigiravo e tastavo la sua forma come per cercare di capirne il contenuto che già conoscevo. Mi guardavo in giro. A fianco a me dormiva un ciccione e dall’altra parte un giapponese giocava col suo cellulare. Di fronte, una signora dal naso sottile e i capelli castani mi guardava di sfuggita.
No… lei non va bene… pensai.
Mi alzai e scesi alla fermata successiva. Stavo girando casualmente per Milano. Non avevo una meta precisa… ma solo un obbiettivo. Dare quel libro alla persona “giusta”. Era la giornata del regala un libro a uno sconosciuto e quando mi fu proposto di partecipare ne fui entusiasta. Da un lato perché mi piace leggere e mi piace chi legge, dall’altro, perché mi piacciono le strane iniziative. C’è anche da dire che la vedevo come una sfida. Battere la mia misantropia e introversione. Uscire un po’ dagli schemi. Evadere dalla prigione della mia mente. Respirare la società e viverla con tutti i suoi difetti, le sue noie e le sue stupidità.
Potevo farcela? Beh.. ci stavo provando.
Arrivai al parco di Porta Venezia. Varcai il grande cancello e una ragazza dai capelli corti mi sfiorò mentre faceva jogging.
Lei poteva andare bene.. peccato che sia sfuggita via troppo in fretta!
Mentre camminavo osservavo le panchine. La maggior parte erano vuote.. mentre quelle piene erano occupate da coppiette che si scambiavano tenere effusioni.
Non posso di certo disturbarli!
Non c’era nessuno di particolare. Nessuno che m’incuriosisse. Nessuno che meritasse il regalo. Stavo per perdere le speranze. Scesi in metro e salii su quella che mi avrebbe portato verso casa. Guardavo il mio libro.
Possibile che sia così difficile fare un regalo?
Alzai la testa per vedere a che fermata ero arrivato e intravidi una ragazza in cappotto beige e leggings neri. Guardava distrattamente il soffitto. Certo, era carina ma non andava bene per me. Avevo paura che non avrebbe apprezzato il gesto.
Arrivò la mia fermata. Si aprirono le porte e mentre scendevo e mi dirigevo verso la mia rampa di scale, vidi una ragazza con la coda dell’occhio. Lasciai stare. C’erano molte altre persone. Così.. rassegnato e deluso mi apprestai a salire le scale per tornarmene a casa. Misi un piede sul primo gradino e qualcosa mi bloccò. Rimasi immobile per un istante, indeciso sul da farsi. Volsi la testa indietro come per istinto. Qualcosa mi attirava. Ora non so spiegarlo.. ma tornai indietro.
La ragazza di prima era seduta sulla panca di marmo della banchina. Sembrava stesse aspettando il mezzo successivo. Leggeva. Mi sedetti accanto a lei ma non troppo vicino. Le diedi una rapida occhiata. Era una ragazza molto semplice. I capelli ricci le cadevano sulla maglietta bianca attillata ma non troppo provocante. Leggeva un libro poggiato sulle ginocchia mentre con una mano mangiucchiava qualcosa da una busta di patatine. Il mio sguardo indagatore aveva dato il via libera all’azione. Quella ragazza era perfetta perché semplicità, spontaneità e naturalezza avevano avuto il segno di spunta sulla mia scheda immaginaria.
Ma mentre mettevo in ordine le parole da dire sentii il fruscio del vento che preludeva l’arrivo della metro.
Cavolo.. ora si alzerà.. salirà sulla metro e addio ragazza “perfetta”
La metro arrivò. Si fermò davanti a noi. Varie persone scesero e alcune salirono.
Abbassai gli occhi e li chiusi per un attimo. Mi stavo già immaginando mentre aprivo la porta di casa, poggiavo il libro sulla scrivania e mi buttavo sul letto deluso e amareggiato.
Aprii gli occhi e mi girai nella direzione della ragazza convinto di osservare il pezzo di panca vuoto, il cestino bianco della carta, la macchinetta del caffè, la mappa della…
Lei era ancora lì…
Leggeva il suo silenzioso libro e mangiava il suo snack rumoroso.
Questo è un segno del destino..
Feci un respiro profondo la guardai e:
– Scusami.. posso rubarti un minuto?-
Lei alzò la testa un po’ stupita.
– Certo.. dimmi..-
– Beh.. il libro che ho tra le mani devo regalarlo a una persona sconosciuta..-
Piccola pausa, lei fece un impercettibile e sincero sorriso.
-…partecipo a questa iniziativa che promuove la lettura. E quindi…. questo è tuo!-
Le porsi il libro.
– Ma dici davvero?..- mi chiese sorpresa della cosa.
– Certo! Tieni! Prendilo! È tuo!-
Lei lo prese e mi guardò. Non ancora aveva realizzato.
Le sorrisi..
– Beh.. allora ciao..- le dissi..
– Ciao..- mi rispose.. ma forse voleva sapere di più.
Mi allontanai senza voltarmi indietro. Mi sentivo sereno e sollevato, ma soprattutto felice di aver fatto qualcosa di buono. Forse quella ragazza leggerà quel libro, o forse no.. chi lo sa?
Voglio pensare in positivo… voglio pensare che al mondo ci siano ancora persone capaci di sognare e di sapersi raccontare.
Forse un giorno quella ragazza passerà anche di qui. Leggerà queste quattro frasi messe sbadatamente in ordine logico e si riconoscerà pensando che il mondo non sia poi così tanto infinito.

Ci si legge..

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