Galleria d’Arte ##6

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Sono pronto per metà… e per metà starò a sentire…

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…E mi trovavo su quel treno a cercare un posto tranquillo tra le file dei passeggeri. Mi sedetti accanto a una signora. Mi guardò in modo altezzoso mentre spostava la borsa dall’altro lato. La signora di fronte iniziò a parlare con lei ed io, non curante minimamente di loro, cacciai il mio DS dalla borsa e iniziai a giocare. Dopotutto in qualche modo dovevo pur passare il tempo. Non avevo un finestrino a portata di sguardo e quindi era impossibile fantasticare sul paesaggio. Chi mi conosce lo sa… Quando prendo un mezzo di trasporto qualsiasi, macchina, treno, aereo, preferisco sempre prendere il posto vicino al finestrino. Mi piace osservare il mondo. Mi piace essere partecipe con lo sguardo di un pezzo di passaggio. E con gli occhi scattare piccole fotografie. Fotogrammi di posti sconosciuti che compongono un puzzle di ricordi. E guardando quel paesaggio ormai conosciuto, avevo imparato che dopo certe case, certe vie, eravamo quasi a metà strada. Sapevo già che dopo quella masseria c’era quella casa rossa… e che dopo quella casa rossa ci sarà quello strano albero che noto sempre. Fino ad arrivare alla meta… che segna la fine del mio album fotografico immaginario.
“Dannazione! Ho sbagliato di nuovo!” il mio Brain training mi stava dando del filo da torcere. Di solito svolgevo gli esercizi con facilità uno dopo l’altro ma questa volta, c’era qualcosa che mi distraeva…

Ero nella vettura di testa. Praticamente guidavo il treno. Il capotreno sembra aver lasciato apposta la porta aperta per farmi entrare. Si vedeva tutto. Si vedeva ciò che vede uno che guida un treno. Non avevo mai provato una simile sensazione. Perché è strano… Noi siamo abituati a vedere l’andatura del treno attraverso i finestrini e la prospettiva è diversa. Il paesaggio scorre con te. Invece quando sei in testa, sei tu ad andare in contro all’orizzonte. Le case, gli alberi, i ponti, si avvicinano pian piano… ti vengono in contro e poi spariscono, senza che tu possa rivederli. Davanti a te hai solo due binari che sembrano non finire mai. Vedevo il capotreno intento ad accelerare e rallentare a seconda delle occasioni. Tipo quando un treno viaggiava sull’altro binario… quando si arrivava a uno scambio… quando si passava per una stazione…  e lì lo sentivo anche suonare quell’odiato clacson ai passeggeri distratti che avevano oltrepassato la famosa “linea gialla”. Chi lo sa come ci si sente a fare questa vita dalla mattina alla sera. Esser costretto da due binari e non poter andare dove vuoi. Dover fermarsi quando si deve… e correre quando si è in ritardo. Dover restare calmo quando dei passeggeri inferociti per questo o quello ti assaltano. Magari bisogna prendere la vita un po’ meno sul serio… magari tutti avremo bisogno di un finestrino da cui guardare il nostro paesaggio…

Arrivai a Lodi.
Mi fermai davanti alla stazione. Guardai il cielo. “Sembra non promettere bene” pensai. “Speriamo che qualcuno mi abbia riportato il mio ombrello”. La chiamai. Era ancora a scuola. Tra poco sarebbe uscita e ci saremmo incontrati. M’incamminai nella direzione da cui sarebbe arrivata. Attraversai il sottopassaggio della stazione e il piccolo parchetto. La vidi…
Mi venne incontro e ci salutammo con il solito bacio. Era felice. Non solo perché io fossi lì con lei… ma anche per qualche altra cosa.
– Ho passato l’interrogazione! –
– Brava! –
– Solo brava?! Era importante! – mi disse con lo sguardo imbronciato.
– Bravissima! – le risposi ironicamente.
– Uffa… sei sempre il solito! Mai che mi facessi un complimento! Andiamo va! –

Ci stavamo dirigendo verso la piazza di Lodi. Quella che sovrastava il nostro parchetto. Mano nella mano, da lontano guardavamo la città. Una città diventata un po’ nostra. Un luogo d’incontro a metà strada tra nostre case. Un posto in cui abbiamo vissuto un bel po’ di storie. Tra taxi “costosi” e treni che arrivavano e partivano dal binario tre. Parchetti verdeggianti e panchine speciali.  Il luogo del nostro primo “ti amo”… ma questa… è tutta un’altra storia…

Giungemmo alla piazza per assistere ad un concerto di gruppi emergenti. Ragazzi e ragazze si stavano radunando nei pressi del palco. E noi, come persone casuali in una moltitudine, c’infiltravamo tra la gente.
Un gruppo aveva appena finito il suo giro di canzoni e il giovane presentatore annunciò il prossimo.
– Ecco a voi ragazzi… i “Libera uscita” –
Li osservai. Sul palco erano saliti quei cinque ragazzi dall’aria non troppo adolescenziale. Si disposero ai loro posti e iniziarono un rapido soundcheck. Erano una coverband di Ligabue e avevano preso in prestito il loro nome da una delle canzoni più belle. Una canzone che molti non conoscono. Una delle prime. Il loro nome mi scatenò un sorriso. Pensai a tutte quelle volte che l’avevo cantata. Pensai a quando scappavo da scuola… a quando correvo con la mia vespa contro vento… a quando  mi concedevo la mia “libera uscita”. Avevo i capelli lunghi allora… e il sangue mi ribolliva nelle vene.  Molti pensieri nemmeno esistevano e i ricordi tristi si contavano sulle dita. Ne sapevo ben poco della vita… Sapevo solo: “che di strada davanti a me… ce n’era ancora molta…”

Flashback:
Un pomeriggio dai capelli lunghi

“…e non ci prendono sul serio…
d’altronde non l’han fatto mai…
siam sempre stati il pesce d’aprile…
anche quando l’aspetti anche quando lo sai…
E non ci prendono comodamente…
nè con il loro dài e dài…
nè con il loro: “chi tace acconsente”…
noi non abbiamo taciuto mai..
e non ci beccano più…
e non ci provano più…
non se lo chiedono più…
cosa facciamo qui? nelle scarpe da corsa…
libera uscita…
in libero mondo…
libera scelta di dirlo io…
com’è che mi spendo…
com’è?… com’è?”

Mi  dondolavo sulla mia comoda poltroncina nera. Lo stereo era a palla e il cantante sempre lo stesso. Passai una mano tra i capelli guardando lo schermo del pc. C’era un messaggio: “tra poco siamo lì”.
Erano i miei amici che mi avvertivano che sarebbero passati a prendermi per combinare chissà cosa. Alzai ancora di più lo stereo e cantai a squarciagola fino a quando mia mamma non entrò in camera e abbassò di botto la manopola al minimo.
– Ciro! Ti sembra il modo?? –
– Mamma tra un po’ mi vengono a prendere Enzo e Mario ed usciamo. –
– Sei sempre in giro! Quando ti vedrò un po’ studiare?? –
E chiuse la porta dietro di se. Lo stereo riprese vita. Cercavo sulla scrivania la molletta nera che usavo per legare i capelli. Spostai la pallina rossa dal portamonete e l’appoggiai vicino alla tastiera. Lei rotolò lungo la scrivania per poi cadere per terra come una bambina dispettosa che voleva giocare. – Non ora! Non è il momento di fare dispetti! – La raccolsi e la rimisi al suo posto. La guardai per un attimo e sorrisi. La stavo trascurando un po’. Mi aveva accompagnato per un pezzo di vita ed ora era in un porta monete a prendere la polvere.  La ripresi e la feci volteggiare un po’ in aria per poi riprenderla velocemente.

Peeee Peeee Peee

Quello strano clacson inconfondibile mi faceva capire che gli amici erano arrivati. Posai la pallina delicatamente e presi il mio giubbotto di pelle nuovo di zecca. Scesi di corsa le scale per arrivare in cucina ed aprire il cancello. I miei amici erano lì che mi aspettavano sorridenti. Aprii il portone di casa. Da poco si erano abituati al mio aspetto. Capelli lunghi… giubbotto di pelle… anelli. Una piccola rivoluzione che mi aveva invaso dalla testa ai piedi. Non ero più il Ciro di prima. Perlomeno all’esterno. Perché all’interno, si sa, è difficile cambiare.
– Ciro! Forza dai! Sali in macchina! –
– Ragazzi… dove si va? –
Domanda inutile perché già conoscevo la risposta. Li conoscevo… e loro conoscevano me. Ci guardammo negli occhi e partimmo.

Nella solita direzione… verso il solito luogo… verso la nostra:

Libera uscita…

Un amore ghiacciato…

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“…perché c’era una sorta di magia nei suoi occhi…
…quella magia che mi aveva fatto innamorare…
…ed ora era lì…
…che danzava inesperta sul ghiaccio…”

Ore 12
Avevo da prendere un treno per Lodi e non dovevo fare tardi, ma soprattutto, non dovevo dimenticarmene. A volte mi succede di distrarre un po’ troppo la mia attenzione vagando nel vuoto dei pensieri. Ok… dov’ero rimasto? Ah sì. Come dicevo, dovevo prepararmi. Maglietta, jeans, scarpe, una pettinata ai capelli, profumo. E invece ero ancora sul letto ad oziare beatamente. Fino a che non mi feci coraggio e spensi la tv.
Ok… si parte!
Il cielo era grigio e tirava un leggero venticello che faceva sentire perfettamente che eravamo all’11 dicembre. Potevo portarmi i guanti, ma le tasche servivano solo a metterci le  chiavi di casa e il resto del caffè. Così, leggermente infreddolito, aspettavo il mio treno alla solita stazione… ed anche al solito binario… con persone indifferenti e annunciatori distratti.
“Il treno per Verona è in ritardo di 48 ore.”
Poveri passeggeri. Mai affidare il proprio sedere a Trenitalia. Perché sanno fin troppo bene cosa farsene!
Beh, menomale che il mio treno era diretto in tutt’altra direzione. Ammesso che arrivasse.
Arrivò.
Nell’attesa, rivolsi il mio sguardo a ciò che mi proponeva il finestrino. Il mio Ipod vagava in modalità casuale tra le sue innumerevoli canzoni. Ogni tanto chiudevo gli occhi, convinto che forse quella bellezza non esisteva. La bellezza della vita. La bellezza della natura.
Pensavo alle complicazioni che avvenivano sempre in momenti sbagliati. In cui desideri un attimo infinitesimo di stabilità mentre tutto il mondo ti avvolge. E ti chiudi in te stesso per avere un senso di protezione irrisorio regalato dal chiassoso silenzio del gongolio del treno.

Ero arrivato e aspettavo la mia ragazza all’ingresso della stazione.
Eccola lì… in tutto il suo splendore.
– Che facciamo?..-
– Beh… non so… –
– Hai fame? –
– Si un po’… –
– Allora ci mangiamo qualcosa! E poi vediamo! –
– Ok! –
Entrammo in un bar e ci sedemmo a un tavolino. Finalmente eravamo un po’ al caldo. Lei aveva le mani ghiacciate così gliele strinsi cercando di riscaldarle.
Ordinammo dei panini. Due per me, uno per lei. Perché non avevo fame!
Conto… caffè… e passeggiata nella piazza centrale.
Guardavamo le vetrine.
Lei le scarpe…
Io i telefonini…
Lei i vestiti..
Io i manichini…

– Ahia! Dai! Ma è un manichino! –
– …di una donna! –
– Appunto! –
– Ahia! Ok ok… pace! –
Arrivammo al parchetto tra battute e schiaffi che volavano a destra e manca. Sopravvivendo entrambi senza troppi rimorsi ma con qualche sorrisetto furbetto ancora da calmare.
In lontananza si vedeva la pista da pattinaggio allestita all’aperto in mezzo alla piazza.
Non avevo mai pattinato in vita mia. Tutto quello che avevo fatto e che poteva somigliare al pattinaggio era sciare ed andare sui roller. Pesavo che fosse un misto tra i due con  qualcosa in più… ma non lo sapevo ancora…
E nemmeno lei…
– Pattiniamo? – le proposi.
– Dai… non so pattinare! –
– Nemmeno io! Impariamo! –
– Ma guarda quelle due come sono brave! Lo so già che cadrò e tu riderai! –
– Può darsi che cada prima io? No? –
E dopo vari convincimenti… ricatti e seduzioni di vario tipo, presi due biglietti e due paia di scarponi.
– Gli scarponi sono simili a quelli per gli sci… aspetta… quello devi metterlo lì… –
– So fare benissimo da sola! –
Non ci potevo fare niente, purtroppo me l’ero scelta testarda.
– Dai… lascia fare a me che ti aiuto. –

E un attimo dopo eravamo dentro. Io in mezzo alla pista, lei chiaramente attaccata al bordo come un bambino alla sua mamma.
Dopotutto era la sua prima volta. Quindi la lasciai un po’ tranquillizzare, anche perché le sue parole avevano una cattiva intonazione!
– Vattene via!! – mi rispondeva appena provavo ad avvicinarmi.
Dopo un po’ mi abituai ad avere ai piedi quei cosi. Bastava portare un po’ il peso in avanti e via… si scivolava da Dio. Con qualche incertezza riuscivo ad andare anche abbastanza veloce. Facevo il giro della pista e ritornavo da lei che aveva percorso solo un paio di metri.
– Dai…  prendimi la mano… e vieni via con me… –
E come nell’amore reale, un piccolo gesto di fiducia risvegliava i nostri cuori. Gli occhi erano impegnati a fissare il ghiaccio per il timore di cadere. Le nostre mani si tenevano l’una all’altra… sfiorandosi e stringendosi… allontanandosi per qualche istante per poi riprendersi e ritrovarsi. Era come un gioco. Come una sfida… e lei era bravissima, quasi meglio di me. Danzava, mentre la musica ci cullava e ci trasportava in questo girotondo di persone. Era stupendo pattinare insieme a lei. Abbracciandola e sorreggendola ogni volta che aveva bisogno. Punzecchiandola ogni tanto cercando di farla cadere. Guidandola… portarla vicino al bordo e baciarla… con le labbra che sapevano d’amore.
E la sera scendeva… mentre le luci ci tenevano compagnia… con la folla che ci osservava curiosa.

…In un giostra infinita…
…che girava in una sera di un amore ghiacciato…

20 Novembre 2006…

Lodi parchetto 20 novembre 2006

Un magico parchetto…

Sul piccolo sentiero di quel parchetto, c’era un fitto strato di foglie dalle varie tonalità di giallo. Si andava dal rosso intenso delle foglie secche al giallo limpido di quelle appena cadute. Ce n’erano tantissime in giro e molte altre ancora attaccate ai rami degli alberi nell’attesa di cadere da un momento all’altro durante una raffica di vento. Il cielo era semi-coperto e il sole stava tramontando dietro un gruppo di palazzi, regalandoci gli ultimi attimi di luce di quella stupenda giornata. La terra era un po’ umida, forse perché qualche giorno prima aveva piovuto e il sole non era riuscito a “rimettere a posto le cose”. Beh… l’autunno è così. Fatto di giornate fredde e piovose alternate spesso a momenti in cui il sole compare sulla scena. Ciò che non manca mai, invece, è il vento. Quello sì che si trova spesso lungo le tranquille passeggiate serali. Spesso da molto fastidio, ma altre volte invece, sembra un contorno magico che ondeggia i capelli e un motivo plausibile per stringere un po’ di più la tua “lei” al tuo cuore in un caldo abbraccio. E di abbracci, quella giornata, ne aveva visti parecchi e forse anche qualcosina in più che solo tre persone potevano capire. Io… lei… e un tenero pupazzetto di nome Bibo. Quel pupazzetto ora giaceva in una cartella indisturbato, tra libri mai aperti ed appunti stropicciati. Stranamente quella cartella era sulle mie spalle e quel leggero “peso” mi trascinava un po’ indietro con gli anni. A quando ero ancora un ragazzino ed utilizzavo il mio zaino della Seven per portare i miei libri a scuola. Di solito lo portavo su una spalla sola, la destra, e mi sentivo quasi a disagio ad averlo su tutte e due. Ero abituato così perché dovevo toglierlo subito quando per esempio entravo in macchina o tornavo stanco a casa e quello zaino veniva buttato rapidamente chissà dove. Chiaramente, lo zaino che portavo ora sulle spalle non era il mio, ma di una dolce ragazza che passeggiava insieme a me tra le migliaia di foglie cadute. Beh… la galanteria rientra nelle mie doti, anche se la nascondo spesso perché le donne sanno approfittarsene molto bene. Ma in quel caso lo facevo volentieri, dopotutto non potevo far stancare degli occhioni così dolci e convincenti.
– Dove stiamo andando? –
– Voglio portarti in un posto… – disse lei.
Ci stavamo avvicinando a un gruppo di alberi immersi nel verde di questo parchetto. Eravamo quasi al centro e il cancello da cui eravamo entrati si faceva sempre più lontano. Le foglie per terra erano più fitte tanto che non si riusciva a distinguere se camminavamo sul sentiero o sulla terra. Ai lati ogni tanto comparivano fredde panchine e piccole giostrine. Svago di chissà quali bambini che di giorno frequentano quel posto. L’oscurità stava calando rapidamente e a poco a poco si accendevano i lampioni delle strade. Tutto contribuiva a rendere la passeggiata più magica.
– Ecco. Vedi quegli alberi? –
– Si… –
– Andiamo lì… –
E la seguii trattenendo la sua mano che mi faceva da guida. Ci dirigemmo verso un gruppo di 4 alberi disposti quasi a formare un cerchio. Solo che non erano perfettamente diritti verso l’alto, ma avevano assunto negli anni una forma obliqua che li rese un comodo appoggio per chi voleva sedersi.
– Sediamoci qui… –
Ci abbracciammo e guardammo il cielo leggermente nuvoloso.
– Sai… vengo spesso qui… mi siedo su uno di questi alberi… e penso… –
– A cosa pensi? –
– Beh… penso a un ragazzo moro… alto… antipatico a volte… testardo… ostinato… che non mi lascia mai finire di parlare… Vabbè… ma anche molto romantico… ma poco… proprio poco così… –
Sorrisi e fingendo di arrabbiarmi e chiesi – …e chi sarebbe questo?..-
– …è seduto proprio accanto a me! –
L’abbracciai più intensamente e insieme guardammo il paesaggio. Il sole oramai era scomparso e la notte era diventata l’unica testimone del nostro amore. Era perfetto. Una perfetta serata d’amore. Eccetto forse per qualche mia battuta sarcastica che potevo anche risparmiarmi. Ma sono fatto così… che ci posso fare. So essere molto ironico.. ma anche molto romantico nei momenti delle magiche notti d’autunno.
– Ti amo piccola… – dissi guardandola intensamente negli occhi.
Lei sorrise e arrossendo abbassò lo sguardo…
– Ti amo anch’io… – mi rispose.
Essere felici è come chiedere al tempo di fermarsi. Un po’ come dire “stop” alla vita e chiederle il permesso di prolungare quell’attimo fantastico, muovendosi al rallentatore come in una sorta di moviola romantica di un semplice attimo. Come uno scambio di baci infinito in un intreccio di abbracci o uno sguardo intenso, ricco di parole difficili da pronunciare. È un’infinita giostra da cui non vuoi scendere perché sul biglietto c’è scritta a chiare lettere la parola “amore”. Quell’amore che hai sempre sognato. Intenso, puro, fantastico. Quello fatto di due cuori che battono all’unisono e che non si scontrano mai. Quello fatto di baci che trasmettono intense scariche elettriche ai corpi in modo da non poterne più fare a meno. Quello fatto di profumi indimenticabili impressi sulla pelle di entrambi che si mescolano ogni volta che vengono a contatto.
“Aveva ragione… era perfetto…”
Anche se a volte gioia e malinconia si fondevano in questo gioco di vita, quella era la vita che avevo scelto e che avrei proseguito in un’unica direzione senza voltarmi al passato. Perché altrimenti rischierei di ricadere ancora nel vuoto. L’abisso della paura dell’amore. Un timore che per sfortuna è ancora dentro me e sarà difficile estirparlo. E ce la sto mettendo tutta per potermi fidare ancora di quell’immensa forza misteriosa. Odio dirlo… ma ho paura dell’amore. Perché è l’unica cosa che può uccidermi.

– Dopotutto quello che ho passato… dopo tutte le storie “storte” che si sono susseguite… il mio cuore ha perso qualche pezzo per la strada… E ne è rimasto solo un piccolo pezzettino… E quel pezzettino l’hai preso tu… Mi raccomando… trattalo bene… perché  l’unica cosa che mi tiene ancora in vita è la consapevolezza che esista una “bambolina” che ha in custodia il mio amore… Certo… ci sono stati momenti in cui tutto è stato in “bilico”… ma ora tutto è cambiato… Ognuno ha capito i propri errori… e credo che mai più si verificheranno… almeno io ce la metterò tutta perché ciò non accada… e sono sicuro che anche tu mi darai una mano… restando accanto a me… vivendo attimi felici con me… per tutto il tempo che questa vita potrà concederci… ti amo bambolina… grazie d’esistere. –

Forse ritornare ad amare non è poi così tanto difficile. Basta solo crederci. Crederci e sperare di nuovo che il passato non si ripresenti alla tua porta o sul tuo telefonino con un semplice messaggio d’addio. Il passato fa male… Ma come dico sempre io:

“…lasciamoci il passato alle spalle… non pensiamo al futuro… e viviamo il presente…”

…Tienilo stretto il mio pezzettino di cuore…
…altrimenti non potrei vivere…
…So che tu lo custodirai bene…
…Perché mi fido di te…

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