Galleria d’Arte ##33

Down Brown Libri

Fantastico, come sempre…

Una scatola d’amore parte (III)

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Una stupenda città. Firenze è proprio una stupenda città. Sembra di vivere ancora in quel tempo che fu. Tra personaggi in costume e dialetti nostrani. Come se il rinascimento non fosse mai finito. Le case e le mura sembrano ancora parlare e raccontarti di loro. Della loro civiltà, della loro epoca, dei loro usi, della loro compostezza dei modi, della loro vitalità e della loro arte d’amare.

-Finalmente l’abbiamo trovata!- disse Francesca.

 

Ero di fronte alla statua di Dante. L’osservavo e mi chiedevo come mai avesse il volto così cupo. Forse lo scultore non era di buon umore quando la realizzò. Sorrisi. Un così grande poeta forse meritava qualcosa di più e magari un posto più “centrale”.

Quanto mi piaceva studiarlo al liceo. Lo preferivo a tutte le altre materie. Gli dedicavo molto tempo. La sua divina commedia è fantastica. Quando iniziavo a leggere un canto non smettevo fin quando non era finito. Stuzzicava talmente tanto la mia fantasia che certe volte staccavo gli occhi dal libro per immedesimarmi in lui. Era stupendo poter vedere attraverso le sue parole il suo viaggio fantastico. Un po’ come vedere un film dalla trama avvincente.

Osservai meglio la statua e poi guardai Francesca..

 

-Scommetto che non sai che cosa significano quelle lettere!-

-Certo che lo so!-

-No che non lo sai!-

-Io lo so e tu?-

-Ovvio che lo so! Ho studiato il latino! E quelli sono numeri romani.-

-Bla bla bla.. Vuoi fare solo il saputello ma non lo sai!-

-Beh.. secondo me qui l’unica a non saperlo sei tu!-

-D’accordo..  allora.. M dovrebbe essere mille… C cento.. D..-

-E bla bla bla.. 1865-

-Ci stavo arrivando!-

 

Ci sedemmo sulle scale della chiesa. Io dietro di lei la circondavo con il mio corpo e l’abbracciavo. Guardavamo la piazza. Affianco a noi c’era Dante che ci osservava. Sorridevo al pensiero che uno dei miei poeti preferiti vedesse anche solo un pizzico della mia storia e pensavo alle ore passate a leggere le sue. Forse aveva amato la sua Beatrice proprio nei vicoli di questa città. Aveva camminato sulle stesse pietre e magari si era seduto proprio sugli stessi gradini di questa chiesa. Proprio come noi.

Guardammo il cielo.  La giornata stava per finire e purtroppo dovevamo tornare alle nostre case. Francesca aveva il volto triste. Non voleva staccarsi da quella magica città. E un po’ anche io volevo restare.

Sarebbe stato stupendo. Ma non ora.. non potevamo.

 
..e nascosta nella mia tasca giaceva l’ultima sorpresa. Era un piccola scatolina d’oro. Grande quanto un pollice. Si apriva.. e dentro avevo messo un piccolo cuoricino di vetro rosso. Sembrava un puro e semplice oggetto. Ma nascondeva molti significati per me.. e per noi. In quella scatolina era racchiusa l’essenza del nostro amore.
Sapevo che ogni volta che l’avesse aperta avrebbe pensato a me. 

Una scatola d’amore.. parte (II)

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-Dai! Muoviti!-

-Un momento!-

La mia stanza era in fermento. Da una parte volavano vestiti e oggetti, dall’altra si riempivano borse e zaini. Cercavo di pensare a cosa portare. Riempivo il mio zaino con il minimo indispensabile dato che saremo stati via solo una notte. Francesca preparava le sue cose. Aveva ancora gli occhi rossi e pieni di lacrime.. ma era felice. Sentivo il suo cuore battere forte. La osservavo mentre prendeva dall’armadio i miei vestiti.

-Questo lo posso prendere? Lo uso come pigiama..-

-Certo amore..-

-Secondo te mi servirà altro?.. Che faremo?.. Dove dormiremo?..-

-Bla bla bla.. basta con le domande! Su su! Muoviti!-

-Un momento!-

Sorridevo. Ci provavo gusto a metterle fretta. A romperle tutti i piani che si prefissava ogni volta. Sapevo quanto detestava non avere tutto sotto controllo. Un po’ come me.. che programmo sempre a ogni minima cosa.

E questa partenza improvvisa aveva il gusto di una sorpresa programmata. Anche se non lo era. Mi sentivo strano. La mia mente inquieta. Come quando fai una cosa che non ti va. Ma in realtà lo volevo. Solo che questo viaggio mi ricordava di quando ero un ragazzino. Della bellezza di un giorno che finiva e ne cominciava un altro del tutto nuovo. Dell’imprevedibilità. Era stupendo. Ed ora?

Negli anni avevo costruito una sorta di ordinatissima biblioteca mentale. In cui tutti i libri erano ordinati e al loro posto. Ed ora, in questa serata insolita, per cercare un libro stavo buttando giù uno scaffale, invece di seguire l’ordine alfabetico..

 

-Eccolo! Binario 10.. è il nostro..-

 

Tre ore dopo.. Firenze

Ore 11 di sera..

Luogo: Ponte vecchio..

 

Nella fredda notte c’eravamo solo noi due. L’abbracciavo, un po’ per tenerla e un po’ per scaldarla. Su questo Ponte Vecchio l’aria era diversa. Più leggera.. più confortevole. Ci stavamo bene.

Ogni tanto passava qualche turista ritardatario che camminava veloce verso il suo alloggio. A tempi quasi intermittenti si spegnevano le luci della città. Piano piano.. ad una ad una le luci che illuminavano le finestre, svanivano. E con esse, anche i palazzi sembravano sparire e spegnersi nella notte. Davanti a noi l’Arno dominava il paesaggio. Il sottile ondeggio delle acque presumeva la presenza di qualcuno. Qualche essere superiore che si divertiva a rendere torbido qualcosa di perfetto come l’acqua. Ci guardavamo negli occhi. E nei momenti di silenzio ci chiedevamo “chissà quale destino ci aveva portato fin lì.. Fino in quella città.. fin su quel ponte.. in questa magica sera.”

L’abbracciai..

I nostri occhi guardavano l’orizzonte nell’oscurità. Eravamo soli. Eravamo semplicemente noi.

Ci baciammo.

-E’ magnifico tutto ciò..-

Una scatola d’amore.. parte (I)

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Un bacio a mezzanotte. Un semplice bacio segnava la fine del sogno. Le nostre anime dovevano prendere vie diverse. Ti salutavo.. e tu mi guardavi dal finestrino. Il tuo sguardo voleva stringermi ancora. Le tue labbra volevano ancora le mie. Ma la mezzanotte era scoccata.. e la mia piccola cenerentola doveva tornare alla sua dimora. La favola però non era finita. Ma solo temporaneamente sospesa. Rimandata al prossimo giorno.. rimandata alla prossima fuga.

Mentre camminavo verso casa pensavo..

Pensavo al tuo volto mentre trovavi la scatolina d’oro. L’avresti osservata con delicatezza, rigirata nella mano, capovolta e poi, curiosa, l’avresti aperta senza batter ciglio. Ed ero sicuro del tuo sorriso nel vedere quel piccolo cuore di vetro rosso. Quanti stratagemmi ho costruito per cercare di metterti in borsa quella scatolina! Chissà se te ne sei accorta lì sul treno, mentre eravamo abbracciati a parlare di noi.

Chissà…

Posso solo immaginare il tuo sorriso, il tuo sguardo perso nel paesaggio scuro mentre torni a casa. Con i tuoi genitori che ti chiedono di raccontare e tu non rispondi.. pensi..

Proprio come me..

 

Un giorno prima..

 

Erano le sei e mezzo di sabato sera. E come tutte le normali coppie.. si litigava. Questa volta però aveva cominciato lei. Io relativamente non ne avevo colpa. Ero indifferente al pc. La lasciavo parlare. Detesto litigare. Chissà cosa ci trovino di piacevole le donne..

-Tu! Sei uno stronzo!-

A volte la mia ragazza era molto fantasiosa nell’elargire complimenti. Sorridevo. Tutto ciò mi sembrava irreale. Proprio come una fiction scadente della rai. Lei però sembrava seria. Ma io continuavo a non capire. Era stressata.. non ne poteva più e scaricava su di me tutto ciò che aveva accumulato durante la settimana.

-Non ti sei fatto sentire per giorni! Io non riesco a vivere così!-

Era vero. La mia vita in quel periodo stava cambiando quasi radicalmente. Impegni su impegni costringevano la mia mente a lavorare ogni minuto e quando avevo un attimo libero lo dedicavo allo svago. Per non parlare di un mio difetto che sempre mi accompagnerà. Questo si presenta ogni volta che mi dedico a qualcosa. Mi immedesimo talmente tanto che mi estraneo dal mondo. E il tempo passa.. e quasi non me ne accorgo.

Ci voleva qualcosa..

Qualcosa per rimediare alla situazione che si stava creando. La mia ragazza era seduta in un angolo. I suoi occhi erano tristi. Non volevo vederla così. Dovevo riuscire a strapparle un sorriso.

Guardai l’orologio.

18:40

Poi guardai lei e le dissi

-Ti va di vedere il Ponte vecchio?-

Lei alzò lo sguardo.. come quando ad un bambino dici che gli comprerai il giocattolo più bello.

-Smettila di scherzare! Non è il momento per le tue battute idiote!-

Sorrisi.

Sorrisi perché ero serio.

Quella sera.. saremo stati a Firenze.

Ci vuole sempre qualchecosa da bere.. (TorreSuda ’09) (II)

 

 

Li avevamo persi. Eravamo partiti con due macchine per questo lungo viaggio. E guarda caso, proprio come era nostro solito fare, ognuno faceva di testa sua. Erano finiti chissà dove. Al telefono tentavano di spiegarci la strada che stavano facendo. Ma il punto era che nemmeno noi sapevamo dove eravamo. Tecnicamente andavamo verso la direzione giusta. Verso sud. Ma se la strada che percorrevamo fosse stata giusta o meno non lo sapevamo.

-Ciro accendi il navigatore..-

-Te l’ho detto Luca.. ho l’antenna GPS scarica..-

Avevo dimenticato di ricaricare il mio GPS convinto che la batteria avesse retto tutto il giorno. Mi venne un idea. Rovistai nella mia monospalla nera alla ricerca di qualcosa. Quella borsa è sempre stata l’ultima speranza di ogni situazione. Potrei anche naufragare su un isola deserta o restare isolato su una montagna a 3000 metri.. ma se ho la mia monospalla con me mi sento al sicuro. Mentre cercavo pensavo che quella borsa ne aveva di storie da raccontare. Tra tutte le modifiche che le avevo fatto.. le aggiunte, le tasche segrete, i rinforzi.. quella borsa ne aveva passati di anni.. e di avventure…

 

 


     “Ricordo quella volta che ero a Firenze con i miei amici e decidemmo di andare agli Uffizi. Avevo la mia monospalla addosso e tra l’altro in quell’occasione c’era anche il mio giubbotto di pelle.

Mentre ero in coda non pensavo che all’entrata ci fossero stati il metal detector e i vari controlli. Pensavo a fare battute con i miei amici sull’ubriachezza molesta di certi orientali. Quando vidi il metal detector mi salì una vena di paura. Ero in una fila obbligata. Davanti c’erano i miei amici e dietro persone su persone. Osservai meglio.. c’era un poliziotto che controllava i turisti che passavano sotto al metal detector e ce n’era un altro al pc che osservava gli zaini che passavano ai raggi x. Confesso che vedere la foto della mia monospalla ai raggi x sarebbe stato divertente. Sorrisi.. ma non potevo distrarmi, dovevo trovare una soluzione. Le strategie erano: far aprire la mia monospalla al poliziotto e stari lì ore ed ore a farmi sequestrare il 90% delle cose o andarmene? Oppure, la più bella.. rischiare…

All’improvviso vidi il poliziotto al pc che si alzò e se ne andò. Colsi il momento e passai avanti ai miei amici piazzando la mia borsa sul tappeto scorrevole. Tutti espressero il loro disappunto ma il mio sguardo minaccioso li tenne a bada. Forse intimoriti dalla minaccia della notte prima di accoltellarli se non mi avessero lasciato dormire. La mia monospalla entrò sotto il canale dei raggi x.. osservavo il poliziotto davanti al metal detector. L’altro poliziotto entrò nella sala. Si sistemò la cintura dei pantaloni e si sedette alla sua comoda scrivania. Appoggiò il caffè su un lato ed osservò il monitor del pc che aveva lasciato incustodito.

Intanto.. ero già nel corridoio degli uffizi seguito dai miei amici..

Con il giubbotto sbottonato.. e la mia monospalla nera..”

                                                                                     


 

La macchina correva veloce. Luca sembrava aver dimenticato gli ammonimenti del padre. Armando dietro stava dormendo tra le valigie. Ed io ero ancora intento nella ricerca.

-Eccola!- esclamai alzando una batteria.

-Che cos’è?-

-E’ la batteria di riserva del mio cellulare..-

 

Smontai la mia antenna GPS. Tolsi la batteria e cercai di farci entrare quest’ultima alla meglio. Feci un po’ di spessore con un fazzoletto per tenerla ferma.

-Andiamo.. accenditi..- dissi speranzoso mentre tenevo premuto il tasto di accensione..

-SI! Abbiamo il navigatore!-

 

Sapevo che la mia monospalla non mi avrebbe deluso.

 

 

 

 

Quella sera..

 

 

La mia mente era distesa su un bel letto di neuroni in cancrena. Mi girava. Si svuotava di ogni pensiero maligno. Le inibizione cedevano lasciando spazio alla sfrontatezza. Non ero in me. Ero tutta un’altra persona, una persona che però mi piaceva. Mi sentivo indistruttibile con il cuore a mille, i muscoli pompati e la voglia irrefrenabile di uscire a spaccare il mondo. Dovevo farlo.. quella notte era mia. Volevo dar la buonanotte a mille ricordi e soprattutto al Ciro che ha bisogno di star male.

I ragazzi si preparavano per la serata.. chi si lavava.. chi si vestiva.. chi si dedicava all’artificeria.. chi metteva su canzoni..

Aspettavo stravaccato su una poltrona. Guardavo gli altri e sorridevo delle loro azioni. Volevo dire la mia. Volevo dire a ognuno di fare le cose in un altro modo, magari migliore. Ma in quel momento me ne fottevo allegramente. E per una volta smisi di rompere le scatole.

Il tempo correva e la mia percezione di quella sera lo sentiva ancora di più. Uscimmo.

Andammo in un pub sulla spiaggia. Scesi dalla macchina e come prima cosa mi fiondai al bar ad esigere la mia porzione di alcol. Presi la mia Tennent’s dal bancone e mi girai ad osservare il posto. Carino. Non era il solito pub. C’era un grande terrazzo in legno che dava sulla spiaggia. Sopra c’erano i tavoli e la gente che ordinava. Da un lato del terrazzo la cucina e il bar. Diedi un lungo sorso alla mia birra e adocchiai la cameriera. Riccia.. mora.. occhi chiari. Decisamente carina. Aveva un gran bel daffare quella sera mentre mi chiedevo come mai mi saltassero sempre agli occhi le cameriere. C’erano tante altre ragazze in giro, anche più carine di lei. Chissà perché l’avevo notata per prima? Chissà cosa m’intrigasse..

-Ciao Ciro!-

-Ciao Gaetano.. posso offrirti una birra?- Dissi.. dimenticando totalmente che il mio amico era celiaco.

Gaetano non ci fece caso rinunciando alla mia offerta.

-L’hai vista la cameriera?- disse.

-Certo..-

-Veramente bella..-

Sorrisi e brindai con la sua Coca-Cola pensando che non ero il solo a cui piacevano le cameriere.

 

Un ora dopo avevo il triplo delle birre in corpo. Stavo quasi per toccare il mio limite. E non sapevo se quella sera mi andava di battere il record. Intanto ero su uno scoglio a parlare con una tipa. Sembrava simpatica. Intrattenevo discorsi stupidi con battute orribili.. ma divertenti. Non si può pretendere molto quando uno ha la mente annebbiata. Veniva da Milano anche lei e subito attaccai con le mie storie. Di avventure e pazzie fatta in quella odiatissima e amatissima città. Lei non parlava molto. Le piaceva ascoltare.. ed essere quello che parlava di più in una conversazione mi faceva sentire strano, quasi importante. Lei rideva.

I miei amici erano su uno scoglio poco distante a fumare. Mi osservavano e sicuramente facevano i loro commenti. Continuavo a parlare con la ragazza non curandomi di loro. Le chiesi come mai fosse qui.. in questo posto desolato. E chissà che viaggio avrà fatto. Le raccontai il mio..

 

-…Davvero??!?!..-

-Certo!.. poi siamo finiti in un posto stile deserto del Colorado. Con tanto di terra rossa e arbusti che rotolavano. C’eravamo persi ancora! Nonostante il navigatore..-

-Divertente però..-

-Altroché.. e in ogni deserto che si rispetti poteva mancare il tizio che vede i meloni col carretto? Certo che no.. pensavamo che fosse un miraggio. Era solo.. in un angolo della strada..-

-Ed era vero?-

-Certo che era vero! Comprammo un melone. Ma non avevamo coltelli e stavamo pensando a come aprirlo. Proponevo ad ogni curva di aprirlo a morsi per la troppa sete.-

-ahahah-

-Per fortuna che trovammo una signora che ci prestò un coltello. Dovevamo proprio sembrare dei disperati.-

-Già..-

Appoggiai le labbra al freddo vetro della mia Tennent’s. La alzai di un colpo e lasciai scendere l’ultimo sorso di birra. Avvicinai la bottiglia e l’osservai meglio nella remota speranza che fosse rimasto ancora un goccio d’alcol. Niente..

-Questa è finita.. e ha deciso di non essere l’ultima..-

-Dai.. basta bere..- mi disse.

Mi girai e le feci un sorriso beffardo mentre mi allontanavo per andare al bar.  Cercavo di camminare senza inciampare tra i sassi di questa ipotetica spiaggia. Cercavo di non barcollare a destra e manca. Sentivo le gambe pesanti.

Quasi all’uscita della spiaggia mi si pararono davanti i miei amici. Volevano sapere della tipa e di come si prospettava la serata. Li mandai a cagare facendomi un varco con le mani. Ma loro non mi facevano passare.. volevano sapere.

Ad un certo punto sentii vibrare la mia tasca sinistra. Era il mio cellulare.

Lo presi e cercai di ricordarmi il codice di sblocco.

Un messaggio.. I miei amici osservavano la scena.

“chissà chi sarà a quest’ora”

Lessi il nome.. e pensai..

“Mi sa che un’altra birra non basterà..”

 

 

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