Frammenti di vita #100

bud spencer

Addio gigante buono
27 giugno 2016

Frammenti di Parigi #6

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Problema Siti italiani (tv, conti correnti, ecc..)

Chi si è trasferito da poco all’estero e ha cercato di vedere l’ultimo concerto di Gigi D’Alessio su rai.it lo sa bene che ciò non è (grazie a Dio) possibile; beh.. la ragione non è perché in Francia odiano la musica neomelodica ma è un problema legato agli indirizzi IP.

Alcuni siti non sono fruibili all’estero. Tipo: skygo, Dplay, alcuni video di youtube, vengono bloccati col messaggio che potete vedere sopra.

No Problem su internet tutto è possibile (si proprio tutto è inutile che mettete la privacy alle foto con la panza all’aria su facebook)

La soluzione è aggiungere un plugin per il vostro browser preferito che crei una VPN (virtual private network)

In linguaggio maccheronico, il pc crede di stare ancora italia, anche se state ingurgitando madeleine inzuppate nella nutella.

Le vpn purtroppo non sono sempre gratuite. Ma (per ora) i migliori plugin sono: Hola per google Chrome e Hoxx per Firefox.

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Parliamo di Hoxx (Hola è simile)

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  1. Cerchiamolo e aggiungiamolo alle estensioni di Firefox:
  2. Iscriviamoci con una semplice mail.La password vi arriverà per email (se volete cambiarla fatelo nelle impostazioni)
  3. Aprite il sito che volete, selezionate da hoxx “italia” dalla lista di luoghi
  4. Aggiornate la pagina.
  5. Gustatevi il Boss delle cerimonie

 

 

 

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Inoltre, se volete proprio strafare usate: CloudTv
il sito offre quasi tutti i canali del digitale terrestre italiano in streaming (non vi serve nessun plugin)

Buona visione! (e poche madeleine!)

 

 

Galleria d’Arte ##28

47* posto della classifica dei 100 migliori film americani

“Posso aiutarla?”
“Devo prendere un tram che si chiama desiderio…”

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Un film molto interessante. Due storie diverse che s’intrecciano, finendo, poi, per scontrarsi. In pieno clima americano anni ’50, in una New Orleans operaia e lasciva.

Ho apprezzato tanto il modo in cui è stata delineata la storia; stesa sullo schermo con la stessa semplicità con cui si stende un tappeto rosso. Mi sono sentito in qualche modo rispettato dal film, che mi concedeva, man mano che scorreva, dettagli preziosi per accrescere la mia curiosità. La trama parte lenta e tranquilla con questa appariscente donna bionda che aspetta il tram. E’ il ritratto della felicità, capelli in ordine, vestito alla moda, borsetta. Nulla lascia trasparire dai suoi occhi. Sembra sia nata in quel momento, senza passato. Va a trovare la sorella, e per farlo, prende questo tram che si chiama Desiderio.

La sorella è la perfetta antitesi. Sia nell’aspetto che nel carattere. Vive con suo marito Stanley in un “tugurio” di casa.

Pian piano la trama s’infittisce. I vari caratteri dei tre personaggi principali escono fuori.

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Blanche, la bionda viaggiatrice, che maschera con un viaggio di piacere una missione per la propria redenzione dai suoi problemi: alcol e sesso.

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Stella, la perfetta massaia americana. Insicura come un filo d’erba e facilmente plasmabile. Tenera e apprensiva con tutti.

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Stanley è il marito. Interpretato da una magnifico Marlo Brando (ma doppiato barbaramente in italiano, come fosse un documentario) Ha un carattere burbero e rozzo. Divide le sue giornate tra lavoro e partite al poker con gli amici.

Ora il film inizia a correre…

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La trama, eccetto lo sketch iniziale, sembra discostarsi molto dal titolo. Solo dopo una seconda visione feci caso a piccoli dettagli, come il rumore di un tram in sottofondo in alcune scene concitate del film.

Stanley sprigiona subito tutti i brutti lati del suo carattere. Sempre padrone di se e della sua casa nonostante la presenza estranea della sorella della moglie. Sente da subito puzza di marcio in quella ragazza dalla pelle liscia e candida. Qualcosa non quadrava in quella visita inaspettata e decise d’indagare sul suo passato.

Intanto Blanche fa la conoscenza degli uomini del vicinato. Si fa ammirare, corteggiare, adorare. Tratta tutti con sottigliezze provenienti dalle sue molteplici letture poetiche. Non cede a nessuna corte fino a quando, resasi conto che un uomo sarebbe stato il modo migliore di cancellare il passato, concede a Mitch, amico intimo di Stanley, una possibilità.
Ma appena Stanley scopre il tormentoso trascorso della donna, va subito a riferirlo al suo amico. Sicché, la situazione si fa pesante. L’alcol inizia ad abbondare nella bocca di tutti. Le parole, i gesti, le urla, la violenza, portano scompiglio nella piccola casa della dolce Stella; e quest’ultima, stanca di tutto ciò, scappa nascondendosi dall’amica al piano superiore.
Qui, Stanley, ripresosi dall’alcol grazie ad una doccia fredda, capisce che la sua donna è scappata via. La sua amatissima Stella.
Non può perderla. Non può permettere che accada.

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“Voglio la mia Stella” grida
“Hey Stellaaa” grida ancora; e lo farà fino a quando non la vedrà scendere da quelle scale.
Stella, dopo un attimo d’esitazione, lo stringe forte tra le sue braccia. Sa che quell’uomo è il suo veleno… ma stranamente non può farne a meno.

(Film: Un tram che si chiama desiderio, 1951, Marlon Brando, Vivien Leigh, Kim Hunter)

Galleria d’Arte ##27

Suona la nostra canzone Sam, come a quel tempo…
Non conosco cosa dite signorina…
Suonala Sam… Suona “Mentre il tempo passa”
Non ricordo signorina, mia testa un poco stanca…
Su, te l’accenno io…
 Tarai rarai rarà…
Canta Sam…

You must remember this 
A kiss is just a kiss, a sigh is just a sigh. 
The fundamental things apply 
As time goes by…

Sam! 
Se qui a Casablanca è Dicembre del ’41, 
che stagione è a New York?
Che? Non pensate a New York…
A quest’ora dormono laggiù… 
Scommetto che dormono in tutta l’America…
Con tanti ritrovi nel mondo,
doveva venire proprio nel mio!
Cosa stai suonando?
Una cosetta di testa mia.
Beh smettila!
Sai quello che mi piace!
Io non so!
L’hai suonata per Lei e ora suonala per me!
Ma le parole non ricor…
Per Lei si e per me no!?
 Suonala!

And when two lovers woo 
They still say, “I love you.” 
On that you can rely 
No matter what the future brings 
As time goes by…

(Tratto dal film: Casablanca – (1941) con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman)

Galleria d’Arte ##25

  

Come ti chiami?
Jamie Randall
Jamie, certo.. ok.. scusa.
 Qual è il tuo gioco?
Il mio gioco?
Oh, scusami certo, a questo punto
 dovremo parlare di noi e di cosa
 abbiamo studiato al college...
Hai dei bellissimi occhi…
Tutto qui? E' il meglio che sai fare?
Dico sul serio… sono bellissimi.
Beh grazie. Vediamo che altro…
 La mia infanzia…
 quando mi sono ammalata…
Sei sempre così perfida?
Veramente così è quando sono gentile.
 L'obbiettivo di vendite questo mese?
 La tua prima valutazione professionale?
E' un tremito in posizione di riposo?
 Va e viene?
Non sono affari tuoi...
Succede quando sei nervosa…
Signore esperto!
 Perché dovrei essere nervosa?
Perché sei interessata!
Per questo mi renderebbe nervosa?
Si!
 La tua testa ti dice una cosa
 e il tuo corpo ti dice qualcos'altro…
Andiamo…
Scusa?
Dai…
 vuoi chiudere il cerchio… no?
 vuoi andare a letto…
Adesso?
mmm giusto giusto…
 io dovrei comportarmi come se
non fossi certa che sia giusto.
 Così tu potresti dirmi che
 non esiste giusto o sbagliato…
 Solo il momento…
 E poi io ti direi che non posso
 facendoti capire che invece posso!
 Il che è inutile perché in realtà non mi stai ascoltando!
 Perché non è una questione emotiva per te…
 non è neanche una questione di sesso…
 è solo questione di trovare un'ora o due di sollievo
 dal peso di essere te stesso…
 e per me va bene così…
 perché…
 voglio esattamente la stessa cosa…

Perciò non dovrò neanche… offrirti la cena?!
 
 
(Film: Amori e Altri Rimedi, 2010, Anne Hathaway e Jake Gyllenhaal)

A volte le magie accadono… (parte 3)

Luciano prese posto tra le file della platea. Si sedette nel posto centrale con a fianco Maioli e gli altri.
Non gli staccai gli occhi di dosso nemmeno per un istante. Ligabue era lì, in uno dei posti del cinema. Inciampavo ogni gradino mentre risalivo la scala. Dovevo raggiungere il mio posto. Il film sarebbe cominciato a breve. Ma quale film avrei visto se lui non se ne fosse andato? Ero distratto e assorto come un bambino che pensa al regalo di Natale in un negozio di giocattoli. Un bambino, mi sentii proprio un bambino. Scalai i miei ventiquattro anni in un colpo. Tornai all’inizio. Quando la mia corazza era ancora bella forte e niente riusciva a scalfirla. Quando la vita era Giorno per Giorno e non avevo pesanti ricordi in bagagliaio. Poi entrò lui, senza nemmeno bussare. Si mascherò con una semplice canzone; allettò il mio udito con la musica e penetrò il mio cuore con le parole. C’è stato un periodo che l’odiai per questo. Perché ogni canzone che ascoltavo… ogni strofa che sentivo, mi lasciava inerme, debole, pensieroso.
Alcune canzoni decisi di non ascoltarle mai più. Ma il tempo corresse gli errori e finii per cedere, come le mie lacrime.
Anni su anni. Vita su vita.
Storie, ragazze, amici.
Vizzi che non puoi smettere.
Pelle anima e ossa.
Cielo.
Sentivo dentro ogni cosa, e ogni cosa mi stava pulsando nelle vene.
Le luci del cinema si abbassarono e lo schermo scintillò. Francesca mi disse di sedermi e lentamente lo feci. Tornai per un attimo alla realtà. Ero lì, nel posto 7 della fila 13, con in mano un paio di occhialini 3D.
Avevo giubbotto e sciarpa ancora addosso. Non avevo fatto caso al caldo che faceva. Strinsi la mano di Francesca. Mi guardò. Cercava di capire la mia agitazione. Ero a pochi metri di distanza dal mio idolo.
Ci separavano solo pochi posti. Era nella mia stessa fila. Mi sporsi in avanti con il busto. Lo vedevo e per farlo dovevo distogliere lo sguardo dallo schermo. Il film stava iniziando.
Ero teso. Sullo schermo passavano le scene di migliaia di ragazzi che si preparavano a vedere il concerto. Volti sconosciuti. Semplici persone arrivate da tutta Italia per godere di un sogno. M’immedesimai in loro. Ricordai vaghe scene del passato. Ricordai le emozioni, ricordai i miei freschi diciott’anni. Ricordai gli amici, a quel tempo, più stretti che mai. Tutti i miei ricordi erano concentrati in canzoni. Le canzoni che aveva scritto quell’uomo seduto a qualche metro da me.
Partì Questa è la mia vita, una di quelle che amavo di più. Indossai gli occhialini per guardare qualche fotogramma, ma dopo un minuto li toglievo per tornare a osservare lui. Ligabue era immobile. Tutta la sala cantava e si sbracciava come se fossimo a un concerto. Lui invece era fermo a guardare. Sorrideva osservando gli spettatori estasiati. Il suo film stava dando l’effetto sperato. Stava generando emozioni.
Era quello il suo lavoro, e lo stava facendo bene.

Incrociai le dita. Pregai. Volevo quel qualcosa che prima mi era sfuggito. Volevo lui. Non mi bastava averlo sfiorato. Volevo di più, e quella era l’occasione giusta. Forse l’unica per me. Guardavo il film ma stranamente ero impaziente che finisse. In quel momento non m’importava. Il film poteva aspettare. Pensavo a come avvicinarlo, e pensavo, con dispiacere, alla probabilità che non ci fossi riuscito.
Il solito pessimista.
Sperai, sperai, sperai. E le luci si accesero. Il film era finito.
Mi guardai intorno. Infilai alla svelta il giubbotto di pelle. Francesca mi guardò e capì. Sgomitai tra la folla. M’infilai in ogni buco. Passai avanti a tutti. Lo vedevo. Ero vicino. Sentii il cuore battere forte. Le braccia mi tremavano. Ligabue stava uscendo dalla fila nella mia direzione. Nella direzione di molti. Si faceva sempre più vicino. Le mani dei ragazzi non volevano lasciarlo andare. Si appigliavano ai vestiti, al collo, alle braccia. Li capivo. Anche loro volevano toccarlo. Luciano era a un palmo da me. La sua mano destra era stretta da un altro ragazzo. Tesi il mio braccio allo spasmo.
Gridai “Ligaaa”. Lo guardai negli occhi per un istante. Quell’attimo fu immenso. Ligabue lasciò la mano del ragazzo e con un rapido movimento gliel’afferrai. Senza pensarci, senza permessi, senza chiedere. Un contatto. Avevo la sua mano nella mia. Nella testa mi scoppiò una supernova. Non guardavo più la sua faccia ma la mia mano, insieme alla sua.
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Furono i secondi che passarono. Poi lentamente lo lasciai andare. Le sue dita scivolarono via dalle mie e incontrarono quelle di un’altra persona. Il cuore mi batteva come un tamburo e le gambe sembravano fatte di pan di spagna. Ero fermo. La folla lo seguiva nella sua dipartita. Tutti si allontanavano da me. E quando non ci fu più nessuno, scorsi Francesca dall’altra parte della sala.
Le sorrisi… e lo fece anche lei.

A volte le magie accadono… (parte 2)

– … per andare a vederlo da un’altra parte! –

Melzo è una piccola cittadina nella sconfinata periferia di Milano. Ha una manciata di abitanti in un gruppo di case, una ferrovia che la spacca in due e una vecchia storia medioevale.
Faceva freddo anche lì e il sole lentamente se ne stava andando, oscurando tutto. Il pullman ci lasciò in strada. Apparentemente quel posto aveva qualcosa di familiare, ma tralasciai i miei pensieri.
– Siamo arrivati! – disse lei.
Eravamo di fronte un modesto palazzetto. Aveva la forma di una cupola o quasi. Su un lato, una grossa insegna multicolore: Arcadia.
Era un cinema. Un posto così semplice dove tenere coppiette vanno a passare qualche ora spensierata. Non avrei mai pensato che quello fosse stato il luogo dove si sarebbe avverato un mio desiderio.
Ci avvicinammo. La mia curiosità cresceva allo stesso ritmo della mia impazienza. Mi fermai un attimo davanti alla vetrina che racchiudeva un poster. “Ligabue – Campovolo – il Film 3d”
Quel giorno, non avevo programmato di vedere quel film, ma lei mi ci trascinò con tutte le sue forze.
E’ delizioso avere qualcuno che riesce a penetrare la tua corazza, guardarti dentro, e scavare nei tuoi desideri più intimi. Oltretutto Francesca non ammirava Ligabue come me. Non aveva motivo di essere lì, se non per me. Eppure aveva fatto di tutto per portamici, per recuperare due biglietti introvabili, per permettermi di vederlo e regalarmi un sogno.
Ancora non credevo a quello che stava per succedere.
Eravamo in un corridoio. Il cinema si stava riempendo pian piano. In mano avevo i nostri due biglietti. Posti 7 e 8. C’erano capitati i nostri numeri fortunati. Che bizzarra coincidenza.
Adoro le coincidenze ma al loro succedersi il mio istinto va in allarme… e non riesco mai a capire se in bene o in male.
– Che hai? – mi chiese, osservando il mio volto che appariva triste.
– Niente… sono agitato… teso… emozionato… incredulo… non so che dire… –
Sorrise e mi strinse la mano. Cercò di comprendere il mio silenzio. Avevo un mondo all’interno che si stava scontrando con un altro. Due forze contrastanti, una fatta di ricordi, e una di presente. Sentivo gli stessi sentimenti di dieci anni fa. Quando ascoltai per la prima volta una canzone di Ligabue sul mio pc. Era Certe notti. Me ne innamorai subito. E da lì, la rapida ascesa: il primo cd… la prima maglietta… il primo concerto. Fu proprio Campovolo nel 2005. Il 10 settembre del 2005. Lo amavo talmente tanto che mi ci fiondai senza se e senza ma, col mio giubbotto di pelle e la mia monospalla, qualche amico fidato, una botta di vita e un viaggio di 10 ore.

Aspettavo seduto in quel corridoio. Sentivo l’ansia crescere, quella violenta che ti scava dentro, quella che prende il respiro, quella che aspetta la gioia, che forse arriverà. Guardai di nuovo i miei biglietti e con loro le mie gambe in un pantalone grigio.
– Sto sognando? – le chiesi.
– No… scemo… andiamo… mettiamoci in fila che tra poco si entra in sala! –

Sala Energia

Dall’esterno non sembrava che questo palazzetto potesse contenere una sala così grande. La platea da sola era uno spettacolo. Una specie di anfiteatro con poltroncine blu, rivolte tutte verso lo tesso punto.
Al centro di un’enorme parete, un immenso schermo. Il più grande che abbiamo mai visto in vita mia. Spettacolare. Rimasi affascinato a guardare quella scena, per gustarmi i dettagli, mentre la sala si riempiva. Francesca prendeva i posti e poggiava le cose.
– Se vuoi ci mettiamo lì, in piedi in fondo alla scala. Saremo più vicini. –
Alla parola “vicino” il mio cuore ebbe un sussulto. Mi ero quasi dimenticato che non era un sogno, era tutto vero quello che stava per succedere. Scesi lentamente ogni gradino. Mi appiattii alla parete. Altri ragazzi ebbero la stessa idea e per una volta nella vita, invidiai quelli che erano seduti in prima fila. Fissavo il centro del palco. Illuminato da un’unica luce. Quasi come se Dio stesse per scendere in scena.
La sala era piena. Un vociare scomposto di sottofondo fatto di anime che si scambiavano esperienze e opinioni, contrastava col mio silenzio. L’ansia si fece più forte. La mente non aspettava altro. Il cuore pompava ritmi sconosciuti. Gli occhi non sapevano più dove guardare.
Improvvisamente, le porte si aprirono. Dal fondo comparve un gruppetto di uomini capitanati da Claudio Maioli, il manager e amico stretto di Ligabue. Scesero lungo la scala. La stessa scala al cui termine c’ero io. I ragazzi si scansarono educatamente. Maioli guardava i gradini per non inciampare nella penombra. Una ragazza gli toccò un piede e si scusò.
– Niente… non si vede un cazzo qui! – Rispose Maioli.
Sorrisi mentre mi passò accanto. Il suo solito caratteraccio. Pensai.
Si disposero al centro sotto la luce. Dietro di loro, il maxischermo ancora bianco.
Con le orecchie li sentivo parlare, ma il mio cervello non memorizzò niente delle loro parole. La mia mente era impegnata a capire da dove sarebbe entrato Lui… da dove sarebbe sceso… e se fosse passato davanti a me.
Grida confuse. Maioli dice al microfono “Entra Luciano!” e dopo qualche secondo Luciano entrò. Alzai la testa, sgranai gli occhi ma non riuscivo a vederlo. Una massa di ragazzi e ragazze gli fu addosso. Era lontano da me. Stava scendendo lentamente dalla scala a destra. I fans non lo lasciavano andare. La maschera intervenne e calmò la folla. Lo vidi. Era a 10 metri da me. Lo spazio di una strada in pratica. Come se Ligabue fosse dall’altro lato del marciapiede… ed io volevo tanto attraversarla quella strada.
Era sotto la luce. I suoi capelli si tinsero di chiaro.
– Ben arrivati! – disse, e la folla esplose.
– … ho voluto presentare il mio film qui, all’Arcadia di Melzo, nella sala Energia. Perché qui c’è uno dei più grandi schemi 3d italiani e spero che il film si veda bene! –
Ligabue parlava al microfono. Presentava il film. Lo fissavo così intontito e la mente era un guazzabuglio di parole, di sue parole. A ogni sillaba che pronunciava, cercavo di avvicinarmi lentamente insieme ad altri colleghi.
I piedi mi tremavano e la Maschera già ci guardava in malo modo. Gettai la mia educazione in qualche angolo recondito del corpo e feci finta di non vedere i rimproveri velati.
Luciano ringraziò il pubblico e lasciò il microfono. Tutti i ragazzi, come girasoli attirati dalla luce, gli furono vicino. Crearono uno scudo tra lui e l’aria. Non lo vedevo più e la mia coscienza strinò la mia esitazione.
“Che fai lì, corri! Vai da Lui!”
In un attimo gli fui vicino. A meno di un metro. Vedevo la sua faccia grazie alla mia altezza, ma lo scudo di persone non mi permetteva di avvicinarmi. Stava risalendo le scale centrali. Si allontanava. Tesi un braccio. Ero a dieci centimetri. Il mio indice cercava di sfiorarlo. Non ci riuscivo. La folla era troppa. Pregai di avere le braccia più lunghe in quel momento. Salii sulle punte dei piedi. I muscoli erano tesi allo spasmo. Chiusi gli occhi. Dovevo riuscirci, dovevo riuscire a toccarlo almeno per un istante. Volevo un briciolo di sogno. Volevo sentire sotto le mie dita un pizzico di quel cantante. Non potevo lasciarlo andare. Me ne sarei pentito per una vita intera. Era lì… a un palmo da me.
Saltai sulle mie punte…
Gli sfiorai la spalla…
Se ne andò…
Incredulo e pensoso, restai imbambolato per alcuni minuti al centro del palco. Sotto la stessa luce che lo aveva inondato, ora illuminava me.
Trattenevo le lacrime mentre mi allontanavo. Cercavo di avere un aspetto normale. Di lì a poco sarebbe iniziato il film e lì ancora altre emozioni. A bordo scala lo guardai andar via lentamente. Quel cantate che mi aveva cresciuto. Stranamente non vidi le porte aprirsi. Ligabue stava temporeggiando a circa metà della sala. Parlava con Maioli. Cercai di capire cosa stesse facendo e quando mi fu chiaro, restai a bocca aperta dall’incredibile sorpresa.

“No… non posso crederci… non puoi far questo!”

A volte le magie accadono… (parte 1)

Duomo, fermata Duomo.

Le porte della metro si spalancarono e la solita fiumana di persone si diresse verso le uscite. C’ero anch’io tra quella folla, ed ero in ritardo. Salii i gradini velocemente. Il sole splendeva come non mai, su questa fredda città. I miei occhi si abituarono con difficoltà alla luce e La cercai con lo sguardo tra la gente. Doveva essere proprio lì, sotto la nostra statua. Un luogo d’importanti incontri in passato. Mi trovò lei e si avvicinò.
– Sei sempre in ritardo! – mi disse imbronciando il muso.
– La metro, la gente, sai com’è… – mi discolpai.
Le sorrisi, la strinsi e la baciai.
– Dove andiamo? – mi chiese con occhi dolci.
– Facciamoci un giro, guardiamo la città, tanto è ancora presto per vederlo… –

Il Natale a Milano inizia prima. In tutte le altre case, in tutte le altre città, tradizionalmente, l’albero si prepara l’otto dicembre. Qui invece no, qui l’albero è già pronto. Qui, il sette dicembre, è già Natale.
La città sembra quasi una casa, così caldamente addobbata, e la piazza è quasi un salotto, con un albero, decine d’invitati e migliaia di lucine.
Camminavamo per le strade, battibeccandoci a ogni incrocio. Lei, che prendeva la mia attenta precisione e la deformava a suo piacimento; ed io che non sapevo mai come dirle di no.
Quella mattinata eravamo lì per un motivo. Precisamente un mio motivo: quella faccia che mi guardava ogni giorno e ogni notte da decine di posters, sarebbe stata lì, in piazza Duomo.
Ligabue.
Colsi quella news come un chiaro invito. Quell’uomo mi stava dando un segnale. L’avevo trascurato un po’ non andando al concerto di Campovolo; e lui era venuto da me, in questa città. Finalmente avrei potuto vederlo da non troppo lontano e avvicinarmi quel pizzico in più che ai concerti non ero mai riuscito.
Oltretutto, per ironia della sorte, quel cantante sognatore, si sarebbe affacciato proprio dalla stessa terrazza dove m’innamorai di lei, la terrazza dell’Arengario.
Glielo dissi e lei si precipitò da me abbandonando ogni dovere.
Quante cose faceva e avrebbe fatto per me, quella ragazza?
Innumerevoli.

Eravamo fermi lì, a un incrocio di una via sconosciuta. Un viale trafficato a più corsie. Un semaforo scintillava di rosso. Le macchine correvano e i tram scricchiolavano tra i binari. Lei voleva attraversare, ma le tenevo la mano per impedirglielo. Mi guardò un secondo… e conoscevo quello sguardo.
– Perché non siamo insieme? – mi chiese di colpo.
– Perché stiamo così bene non stando insieme che lo stare non avrebbe senso… –
– Ma se fossimo insieme lo sarebbe di più… –
– Davvero? –
– Ahhhh… sta zitto stupido! Andiamo! –
Mi trascinò in mezzo alla strada. Tra macchine, tram e taxi… una follia.
-Vieni! Muoviti! –
– Francesca!! – le urlai con un finto rimprovero.
Arrivammo dall’altra parte, sani e salvi.
– Visto? Era facile no? –
Non le risposi ma il mio sguardo diceva tutto, come il suo di prima.

Un giorno mi stuferò di dire che Milano non smetterà mai di sorprenderti. Spero che quel giorno però, sia ben lontano. Tra le tante vetrine e i mille negozi di quella strada ancora ignota, scorgemmo un’insolita insegna stampata in bianco su un vetro trasparente.
Bakery
– Ecco dove faremo colazione! – disse lei, raggiante di gioia.
Sorrisi… un po’ perché pensavo a come si potesse far colazione in una panetteria; un po’ perché adoravo quando mi trascinava in posti nuovi.
Entrammo. Il posto era fantastico. Mattonelle bianche rivestivano i muri e un tocco di verde ogni tanto colorava l’ambiente. Le luci, con la forma di sfere bianche, pendevano dal soffitto. I tavolini in legno e le sedie erano disposti in fila su un lato. Davanti a me, un grande bancone con scritte in inglese.
Ci sedemmo e ci portarono i menù. Francesca era deliziata dal posto e anche a me piaceva molto.
Un cameriere nero venne a prenderci le ordinazioni.
– Per me dei Pancake e un caffè… –
– Sciroppo d’acero? E il caffè italiano o americano? –
– Sì, Pancake e sciroppo d’acero, e il caffè ovviamente americano! –
Mi s’illuminarono gli occhi a sentire tutto ciò. Sembrava quasi di essere in uno dei tanti Starbucks americani, dove puoi ordinare tutte le loro prelibatezze. Adoro il loro stile di vita, adoro far una colazione “salata” ogni tanto, con uova e pancetta. Adoro i pancake con lo sciroppo d’acero e adoro il caffè americano…
Arrivò il cameriere e ci servì i piatti. I miei pancake avevano un aspetto invitante. Ci versai sopra lo sciroppo dalla piccola brocca. Presi coltello e forchetta e mangiai un boccone. Paradiso. In bocca avevo un’orgia di piacere. Le papille gustative erano deliziate dal contrasto amaro dolce. Buoni, buonissimi, i migliori mai mangiati in vita mia. Perfetto, un solo boccone aveva saziato il mio desiderio, ma ad ogni altro se ne generava uno nuovo. Guardai Francesca estasiato e il suo telefono squillò.
– Pronto… Si… Ok… bene! Ora glielo dico! Grazie mille! – disse a un interlocutore sconosciuto.
Click
Francesca mi guardò e sorrise. Aveva quell’espressione che anticipa la felicità.
– Cosa c’è? – le chiesi…
– Forse un tuo desiderio si potrebbe avverare… – mi disse giocando con le parole.
– Quale dei tanti… – chiesi speranzoso.
– Uno in particolare… però… c’è un però… –
– Immaginavo… dimmi… –
– Dovresti rinunciare a vedere Ligabue in piazza Duomo….. –

Galleria d’Arte ##21

Il cervello umano è una macchina così complessa, così perfetta, così inspiegabile che a volte va temuta. Alcuni dedicano questo straordinario marchingegno naturale, alla violenza. Uccidono, torturano e violentano con cognizione, nella maniera più spietata.
Altri invece, spinti anche da un qualcosa che chiamiamo anima, dedicano le proprie facoltà a un buon fine. Osservano, studiano, creano… danno il meglio per raggiungere un obiettivo che non appaghi solo se stessi, ma l’intera umanità.
Realtà…
E se questo potere potesse essere amplificato? Migliorato… gestito a pieno. Quali poteri potrebbe avere un essere super intelligente?
Passare dalla mediocrità di una vita comune al top della migliore civiltà. Sentirsi carichi ogni giorno… senza paure o timori. Affrontare con tenacia ogni ostacolo, ogni imprevisto. Avere il pieno controllo del proprio corpo… e della propria anima.
Fantasia…
E se potesse diventare realtà grazie a una spinta, una droga. Un farmaco particolare; studiato per aumentare la percentuale d’utilizzo del nostro cervello; che, come sappiamo bene, resta bloccato al 20%.
Sarei sicuro che questa sostanza sarebbe ambita da molti mille volte più dell’oro. E quando un qualcosa diventa così estremamente raro, l’indole umana abbandona ogni limite alla malvagità delle azioni che potrebbe compiere. Saremmo capaci di passare dal bene al male con la stessa facilità con cui cambiamo canale della tv. Il mondo si mescolerebbe come una soluzione chimica assumendo i volti più spregevoli e le astuzie più cattive.
Possibilità
Per fortuna tutto ciò è stato solo il parto di un bravo regista e dello scrittore di una bella trama. Tutto però si basa su un qualcosa di vero. La smania e il desidero di avere anche solo un pizzico di quelle capacità. Compreso me… forse uno dei più pazzi. Dei più scellerati drogati di energizzanti, anfetamine e integratori. Ho devastato il mio corpo con ogni genere di sostanza, per avere quel briciolo di potere. Non sugli altri, ma su me stesso, la persona più intransigente che conosca.
Concentrazione, riflessi, istinto erano i miei obiettivi… e per essi avrei fatto di tutto. Dimenticando ogni mio limite, volendo sempre di più. Quello che per altri era troppo per me era la normalità. E la normalità mi annoiava fino a spingermi a osare, a volere, a toccare un confine immaginario quasi letale. Per poi uscirne con violenza, di netto, senza guardarmi indietro, per non ricadere.
Che sia stato uno sbaglio ancora non so dirlo…
Ma ci sono stati dei momenti in cui sono stato
maledettamente bene…

(Dal film: Limitless)

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