L’amicizia è come un while… (Andrea parte #3)

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Secondo semestre anno 2013/2014
Sesta lezione.

Ero di fronte alla macchinetta del caffè. Aspettavo che completasse il lavoro. Tra me e l’aula d’informatica ci separava solo un lungo corridoio. Biip emise il grosso aggeggio. Presi il bicchiere e, al contrario delle altre volte, inserii un’altra monetina per un altro caffè. Quella mattinata s’era ripetuta uguale alle altre. Puntuale, terzo posto, di fianco Anjalie…
Dopo i soliti saluti avevo preso l’iniziativa con un “Vuoi un caffè? Vado a prendertelo io!”. Lei, un po’ titubante, scosse il capo in segno affermativo. Non seppi mai se mi disse di sì perché voleva il caffè o perché avrebbe potuto violare qualche strana consuetudine religiosa rispondendo in modo scortese a una richiesta gentile.
Il caffè era a metà del suo corso e mentre aspettavo, soffiavo sul mio per farlo raffreddare. Improvvisamente vidi scendere dalle scale il ragazzo milanese incrociato nell’ultima lezione. La sua andatura sicura non passava di certo in osservata. Mi guardò e sorrise, dirigendosi poi verso il lungo corridoio.
Biiip… La macchinetta aveva finito. Presi in mano i due caffè e andai verso l’aula.  Appena sulla porta vidi il volto sorridente di Anjalie. Subito le porsi il caffè, infilando il braccio tra i monitor dei pc sui banchi. Girai attorno al banco e fu allora che notai il ragazzo milanese, messosi proprio accanto al mio posto. Forse voleva mettersi al mio pc e Anjalie gli avrà detto che quel posto era occupato. E’ strano come il pensiero di quel piccolo e minuzioso gesto mi avesse fatto sorridere. Nessuno mai mi aveva tenuto il posto a lezione; e la volta che succede me la perdo anche! 
Chiesi permesso e il ragazzo mi fece passare con la solita gentilezza nelle parole. Mi sedetti e con calma e cura studiata, sistemai l’altezza della sedia a rotelle. Il pc, ovviamente, faticava a caricarsi. Il professore chiuse la porta, trangugiai il mio caffè e la lezione cominciò.

Il mio programma era sempre impeccabile. A volte, quanto il vecchio pc dell’università tentennava, cercavo il problema del rallentamento e lo sistemavo. Di fianco a me Anjalie scriveva i suoi appunti con attenzione. Dall’altra parte, invece, scoppiavano piccole battaglie tra uomo e macchina in cui quest’ultima aveva sempre la meglio. Il ragazzo milanese non ci sapeva proprio fare. Era un caso perso. Aiutarlo sarebbe stato un buco nell’acqua, come ne avevo fatti tanti in passato. Dovevo concentrarmi sul mio esame e non più su quello degli altri.
Però era divertente osservarlo. Intervallava gli sbuffi ai porca troia con una cadenza quasi regolare. A un certo punto si stancò di combattere con il pc e prese un foglio bianco tutto spiegazzato. Inoltre cacciò un paio di penne nere dalla marca sconosciuta e le appoggiò sul banco.
Cominciò a scrivere. Passò circa un’ora molto tranquilla. Avevo lasciato perdere il teatrino di fianco a me per calare la mente sui miei appunti. Negli anni avevo sviluppato e maturato un buon sistema d’organizzazione dei concetti. Usavo penne di vario colore per dividere le nozioni chiave dalle semplici descrizioni. I colori andavano dal rosso al nero passando per il viola e il verde. Tutti erano fondamentali alla mia organizzazione di appunti. Nessuno escluso. Ecco perché, quando la mia penna nera iniziò a tentennare, mi salì la mia solita ansia da cose stupide. Non potevo continuare a scrivere gli appunti in rosso o verde. Il nero era fondamentale. Quindi, quando la penna si esaurì del tutto. Guardai subito verso Anjalie, per chiederle una mano. Ma era troppo intenta a scrivere velocemente per disturbarla. Così mi girai verso il ragazzo milanese, ricordando la marea di penne tutte uguali che aveva disseminato sul banco. – Mi presti una di quelle? – dissi indicandone una.

– Ma certo! Anche due! Tanto le frego a lavoro!  Prendi pure! –

Sorrisi… presi la penna e continuai la stesura dei miei ordinatissimi appunti.

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continua… giovedì 26 ore 10:00

L’amicizia è come un while… (Andrea parte #2)

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Tre anni dopo…

Secondo semestre anno 2013/2014
Quinta lezione.

Ero puntuale come un orologio svizzero a sedermi nel terzo posto della prima fila, poco distante dalla cattedra. Il professore era arrivato da qualche minuto e s’era seduto al suo posto di fronte a noi. Aveva un’aria contrariata stamane. Forse qualcosa lo disturbava; forse qualcosa che stava controllando al suo Mac nuovo fiammante; mentre i nostri pc, come al solito, faticavano ad accendersi. Di fianco a me c’era Anjalie, una timida ragazza indiana che un paio di volte aveva accennato a chiedermi qualcosa. Si sedeva tutte le mattine nello stesso posto; e, dato che anch’io, sono un tipo che, tutte le mattine si siede sempre nello stesso posto, abbiamo finito per conoscerci. Certo è che la definizione di conoscenza richiederebbe qualcosa in più di un semplice scambio di nomi; ma per il mio standard di socialità era già molto… e meglio di niente.

– Tutto bene Anjalie? – le chiesi.
– Si tutto bene… – mi rispose in uno stentato italiano.

A questo si limitavano le nostre conversazioni. Poi, si rimaneva in silenzio per le successive 2 ore; e ci si salutava alla fine; prendendo strade diverse.
Il professore guardò l’orologio, alzò gli occhi e avanzò verso la porta d’entrata ancora aperta. Se c’era una cosa che non tollerava, erano gli studenti che arrivavano in ritardo; e, durante la sua lezione, non si poteva né entrare né uscire. Si apprestava a cominciare la lezione, quindi, con un gesto della mano, rimosse il blocco che teneva la porta aperta e la chiuse.
Improvvisamente alla finestrella sbucò il volto di uno studente che ovviamente voleva entrare, anche se il professore aveva appena chiuso la porta. Lo studente fece una capanna con le mani cercando d’impietosire il docente che lo osservava. Quest’ultimo sorrise e lo fece entrare.

– Grazie Prof! Oggi c’era un traffico! La tangenziale bloccata! Ho cercato di….. .
– Sì.. sì.. si! Vai a sederti! –

Il ragazzo moro con uno spiccato accento milanese si avvicinò ai banchi. Vide che di fianco a me c’era un posto libero e si sedette in tutta fretta. Iniziò a muovere il mouse e a digitare qualche tasto senza senso.
– Sembra funzionare sto catorcio! – disse sottovoce.
Feci un mezzo sorriso.
Il professore aveva da poco iniziato a sfoggiare tutto lo scibile intorno alla procedura d’iterazione nel linguaggio C. Lo ascoltavo attento. La lezione del giorno e quelle successive comportavano l’utilizzo di un software di compilazione che dovevamo usare mentre il prof. spiegava. Nella mia spiccata pignoleria, avevo aperto il programma, allargato la finestra per vedere meglio, inserito commenti utili vicino ai costrutti e ogni tanto salvavo per non perdere il lavoro. Accanto a me Anjalie, faceva più o meno lo stesso mentre, dall’altro lato invece, il ragazzo milanese davanti al pc, sembrava un orango che cerca di mettere un triangolo nella fessura quadrata. Batteva sulla tastiera con una forza inconsueta e sbuffava quando non riusciva a capire cosa fare. Ogni tanto parlottava e imprecava sottovoce. Una parte di me voleva aiutarlo, l’altra parte invece, lo odiava, perché intenta a seguire la lezione che stava quasi per terminare. Mi feci gli affar miei…
Il professore aveva appena finito. Salvai tutto sulla mia penna usb. Riposi le cose nello zaino, salutai Anjalie e chiesi al ragazzo milanese il permesso di passare dato ostruiva il passaggio tra i banchi e l’uscita. Si voltò frettoloso e mi disse:

– Certo! Scusami tu! –

 

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continua… domenica 22 ore 10:00

Frammenti di vita #39

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Il mio esame d’informatica è andato pressappoco così…

Perdonate il sottofondo…
ma essendo quello che usavo per fare gli esercizi non potevo mettere altro!

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Frammenti di vita #38

spazio%2520biancoHope in C++

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Frammenti di vita #37

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Market Driven Management

27

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Pensieri Random #3 “Il paradosso di Zenone”

Paradosso di Zenone

Il paradosso di Zenone: La freccia che non arriva!

La punta di una freccia, partita dall’arco, si dirige verso il bersaglio. Supponiamo che tutto il tragitto da percorrere sia lungo 1. La freccia quindi percorre la prima metà, lunga 1/2.
Poi percorre metà del tragitto rimanente, lungo 1/4;
Poi ancora percorre 1/8;
Poi 1/16;
1/32;
1/64;
1/128;
1/512;
1/1024;
1/2048;
1/4096;
(…)
così all’infinito.
In teoria sommandoli tutti dovremmo ottenere 1.

1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + ……….

Ma come facciamo a sommare una serie INFINITA di tragitti?
Non arriva mai sta freccia?!?
Zenone conclude che in un tempo finito su può fare sono un numero finito di cose.
Che suona come una grande paraculata filosofica. In realtà il tempo è una quantità razionale che si può dividere in infiniti frammenti.
Per fortuna, successivamente qualche cervellone matematico inventò le serie numeriche e si poté dare un senso logico al paradosso. (Perché la matematica non da mai risposte vaghe…)
Quindi la ragione di questo inghippo matematico si spiega con la serie geometrica:

Paradosso di Zenone soluzione

mmm riflettendo…
potrei giungere alla Laurea anche se mi hanno diviso gli esami in infiniti moduli…
Mi serve solo una serie geometrica… pongo gli esami = q.. tolgo il primo termine… mando all’infinito… faccio le somme parziali…
sembra funzionare…

Frammenti di vita #34

Lavagnetta esame Market driven managment-2

Forse per quest’esame mi servirebbe una lavagnetta più grande…

Forse un muro più grande…

Forse una casa più grande…

si… sto sclerando…

Seicentoventi (XIII)

Ducati monster bilancino blog
Tensione…
Agitazione…
Ansia…

Il prossimo ero io. Carezzavo il manubrio della Ducati come per dire:
“io ci metto del mio… ma tu non mi deludere”.
Sapevo cosa fare. Conoscevo il percorso a memoria. Mi ero preparato meglio di qualsiasi scuola guida. Non potevo fallire. Volevo quella patente A.

Un cenno con la mano nella mia direzione mi fece capire che era giunto il mio momento.
L’istruttore mi fece avvicinare e m’indicò il punto da dove iniziare. Avevo mille domande per la testa, ma quello non era il momento per farle.
Accelerai fino alla line di partenza. Tra due birilli.
Mi fermai.
–       Vai, su! – m’intimò.

Via.
Il mio esame era iniziato!
L’agitazione e l’ansia erano scomparse. M’importava solo di completare gli esercizi. Dovevo dare il meglio di me e soprattutto non dovevo far cadere quei dannati birilli.
Stranamente non sentivo più freddo. L’adrenalina mi scaldava per bene.

Frizione…
Prima…
Freno…
e ancora frizione…

Fare lo slalom era tutto un gioco di polsi e bacino.
La moto sembrava comportarsi bene. Era scaldata a dovere dopo la lunga corsa in tangenziale.
Al termine dello slalom c’era la curva attorno a un birillo. Lì giocavano le gomme e per fortuna io avevo delle fantastiche Pirelli diablo rosso II.
Poi il passaggio stretto tra due lunghe file di birilli. Avevo paura di beccarne uno con i piedi che facevo sporgere sempre dalle pedaline.
Filò tutto liscio ed entrai nel penultimo esercizio: evitare l’ostacolo.
Quattro birilli formavano un quadrato ed io dovevo andargli contro e scansarlo all’ultimo momento.
Quello fu un gioco che lasciai all’acceleratore. Chiesi al mio polso, ormai distrutto, un ultimo sforzo.
E riuscii brillantemente.
Arrivai alla fine. Una linea d’arresto che per me era un traguardo.

Guardai l’istruttore. Mi fece un segno con la mano e poi col capo.
Era andato tutto bene per lui e segnò tutto sul suo blocco note.
Tornai da Francesca e Gianni.
Mi sorrisero… ce l’avevo fatta…

O quasi! Mancava ancora la prova in strada!
Ma non v’annoierò con inutili dettagli.
Filò liscia anche lei. Certo che andar in moto con qualcuno che t’osserva ti mette molta ansia addosso. Ma riuscii a mantenere la calma e, soprattutto, ad andar piano.

Dopo qualche ora d’attesa sentii annunciare il mio nome.
–       Ciro …. –
–       Si sono io! –
–       Vieni! –
Mi avvicinai titubante. Riconobbi la mia patente dalla mia foto. Era appoggiata sul tavolo.
–       Firma qui… –
Tremolante obbedii.
–       Questa è tua! –
–       Grazie! –

Lì potevo finalmente dire di avercela fatta. Merito mio e anche degli esaminatori che hanno avuto un gran bel coraggio a patentarmi.

Io, una patente, non me la sarei mai meritata…
Patente
Alla prossima!

 

Fine!

Seicentoventi (XII)

Ducati monster specchietto barracuda blog

 

 

“Giuro che li ammazzo!”
Pensavo a denti stretti mentre guardavo la faccia di Gianni e Francesca in lontananza.
Gli andai incontro pestando ogni passo con mirata precisione. Sembravano impauriti dalla mia imminente reazione. Mi conoscevano bene e sapevano che non l’avrei lasciata correre così facilmente.

–       Ciro noi… tu… – balbettò la mia ragazza.
–       Io vi ammazzo! – dissi puntando il dito contro Gianni.
–       Che vuoi da me!? Cosa ho fatto?! – rispose.
–       Correvi come un dannato! –
–       Pensavo che in moto mi saresti stato dietro! –
–       Pensavi?! Pensavi?!?! Vabbè! Ci rinuncio! Perdo solo tempo! – risposi.
–       Sì, dai che devi fare l’esame… – sdrammatizzò Francesca.
–       La questione è solo rimandata! Vi ammazzerò quando sarò riuscito a togliermi questo maledetto giubbotto troppo stretto! – dissi allontanandomi da loro.

Tornai alla moto. Vederla parcheggiata in lontananza, mi distraeva dalla piccola sfuriata. Sospirai pensando a tutto quello che avevo appena passato. Appoggiai le mani sul serbatoio carezzandolo. Era caldo. Caldo come il corpo vellutato di una bestiola sdraiata al suolo. Aveva corso parecchio in quella gelida mattinata di gennaio.
Salii in groppa. Tirai lo starter e girai la chiave.  La moto dopo qualche sbuffo partì.
Avanzai verso l’entrata del parcheggio della motorizzazione. Vidi altre moto e altri motociclisti gironzolare per quel lungo spazio d’asfalto recintato.
Osservai meglio. Per terra erano disegnati un mucchio di pallini rossi, bianchi e gialli.
“Sarà il percorso dell’esame?”
Avanzai di lato, lentamente, in prima. Osservai quei pallini con attenzione. Intanto un ragazzo in moto, incitato da un bipede tarchiato, si esercitava poco distante da me.
–       Gira! Forza! Accelera! – urlava l’uomo al ragazzo che, tremolante, eseguiva i suoi ordini.
Quell’uomo doveva appartenere a qualche scuola guida. E quel ragazzo aveva pagato chissà quanti soldi per farsi urlare dietro cosa fare.
La mia scuola guida invece è stata la strada e le urla sono stati i clacson degli altri.
“Se solo sapessero come ho fatto ad arrivare fin qui…”

Lì per terra c’è lo slalom… lì l’ostacolo da evitare e lì la curva.
“Non c’è l’otto?!”
Non lo trovavo. Volevo farlo dopo i tentativi e le mille bestemmie che ho tirato in prova, giorni prima.
Girai la moto e andai all’inizio del percorso.
Un tizio con una di quelle Harley giganti con valigie laterali stava ultimando l’esercizio.
“Se ce la fa lui a non far cadere i birilli, io ho moltissime speranze con la mia piccola Seicentoventi.”

Partii. Francesca e Gianni mi guardavano da lontano. Feci lo slalom senza troppi problemi. Evitai l’ostacolo in velocità. Girai intorno a un pallino per fare la curva e poi avanzai diritto per il passaggio stretto. Frenai e misi il piede a terra.
“Non male.”
Ma quelli erano solo pallini disegnati sull’asfalto.

Improvvisamente un cancello s’aprì e moto e macchine iniziarono a entrare nella motorizzazione.

“Bene… vediamo come ce la caviamo con i birilli!”

Continua… Parte (XIII)

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