Storia di una casa (#12)

 2006/2007

– 12 –

La descrizione della casa, prima di volgere al termine, si spostò su una di quelle stanze che spesso i proprietari di case sorvolano nel loro giro d’ispezione: il bagno. Costatai, con uno sguardo del volto e dalle parole pompose con cui la proprietaria pronunciava: l’abbiamo ristrutturato da poco, che quella era una delle stanze di cui essa stessa andava fiera. Negli anni poi, appresi che la parola ristrutturare, in una città come questa, con prezzi e tariffe dettate dalla poca manovalanza disponibile sul mercato, era roba da ricchi.
Comunque sia, il bagno era accettabile. Aveva tutto il necessario piantato nel posto giusto. Ovviamente il concetto di doccia tardava ancora a radicarsi nella mentalità e nelle case di antica generazione di cui Milano era piena. Se volevo viver lì, dovevo abituarmi ad assolvere il mio bisogno di pulizia in quel surrogato di lavaggio verticale.
– …e qui c’è la lavatrice. Tutto chiaro? –
– Si… tutto chiaro… –
– Bene… passiamo al ripostiglio, è proprio qui, dietro questa porta –

La donna, dopo aver aperto la porta dello stanzino, si scansò di lato per permettermi di osservare. Lo spazio era poco e per affacciarmi all’interno, mi trovai con la parte destra del corpo, quasi a contatto con la signora di mezz’età, diventata ormai il mio Cicerone. Di solito mantengo una certa distanza, sia con gli estranei sia con le persone in generale. Il contatto fisico lo cerco poco relegandolo marginalmente ai saluti convenzionali come le strette di mano. E lì stavo osando. Stavo oltrepassando una linea che il mio istinto non poteva sopportare ancora. Mi tirai indietro da quello spazio. Mi allontanai con garbo dalla donna e sorrisi annuendo, dando l’impressione di aver osservato ogni minimo dettaglio.
Cosa non vera, data la mia scarsa memoria di quel momento.
La proprietaria tirò un sospiro di sollievo e disse: Eccoci giunti all’ultima stanza, il salotto.
In quel momento ebbi la sensazione di essere su una meravigliosa giostra rotante nell’istante in cui il giostraio pronunciava l’unica frase che un bambino non vorrebbe mai sentire: ultimo giro!
Anche se non sapevo ancora se quella sarebbe diventata casa mia, quel tour guidato casalingo mi era piaciuto parecchio. Si vedeva che la donna aveva esperienza di affitti, di certo arricchita dalla sua acutezza e precisione.

…E rullo di tamburi, l’ultima porta s’aprì.
Si presentò davanti a me ciò che pensai essere la vera chicca della casa, checché ne dicesse e ne pensasse la proprietaria. E questa volta, fui il primo a entrare…

Storia di una casa (#11)

2006/2007

– 11-

La porta si aprì e davanti a me si presentò il posto, dove avrei dovuto passare le mie notti, spesso insonni, per gli anni a seguire. La proprietaria, come ormai di consueto, si fiondò verso il confine della stanza. Col suo movimento repentino, cercò di calamitarmi a sé; spingermi a entrare nell’ambiente; a osare ciò che la mia timidezza m’impediva.
– Apro un po’ la finestra… – disse – faccio entrare un po’ d’aria! –
E dopo aver sbrigato le dovute manovre percependo che il mio sguardo era l’unica cosa che riusciva a calamitare, m’indicò, stendendo il braccio e poi un dito, i tre protagonisti della stanza.

– Come vedi ci sono tre letti… sono abbastanza nuovi e tutti Ikea… li abbiamo cambiati da poco perché gli altri… – e si addentrò nella storia passata di quella casa che le mie orecchie proprio non volevano sapere. Era un po’ come raccontare la sorpresa che si cela in una di quelle uova di pasqua da quattro soldi. Credo che nessuno voglia sapere cosa sia. Si preferisce restare nell’oblio dell’ignoranza per generare la fede e la curiosità in qualcosa di buono.

Era questo che pensavo in quel momento, volevo tener lontane le storie passate di qui, per formare nella mia testa un’idea tutta mia di casa.
Poi pensai al vero problema del momento: quei letti erano troppi.

– In passato ho affittato questa casa a tre persone per volta… – disse mentre il mio sguardo basso fingeva di osservare dei grossi cassettoni sotto i letti per mascherare il mio disappunto.
Sarebbero stati troppi due coinquilini, e soprattutto non sapevo nemmeno dove andarli a cercare in questa nuova città. L’unica possibilità che avevo, era il ragazzo che aveva contattato la signora Pina per me. Di cui non conoscevo praticamente ancora niente. Ma ragazzo o non ragazzo, quei letti erano troppi lo stesso e avrei voluto tanto buttarne uno giù dal balcone per sistemare la cosa.
La donna però, sembrò leggermi nella mente, e, per salvaguardare l’incolumità del suo letto in più, disse: – … poi a me non interessa quante persone affittano l’appartamento… possono essere una, due o tre! –

– Quindi… – fiatai lasciando passare qualche secondo. – …anche due persone le andrebbero bene? – chiesi con la dovuta calma.
– Ma certo! Poi, ovviamente l’affitto lo dividete in due! –
Questo era scontato, pensai, mentre portavo a casa una magra consolazione: abitare con meno persone possibili.

L’altra battaglia invece, che in quel momento avrei sicuramente perso, era quella di ottenere una stanza tutta per me. In tasca però, al riparo da occhi indiscreti, tenevo le dita incrociate su quell’idea che mi frullava per la testa e che non aveva ancora una base su cui appoggiarsi.
Dovevo finire di vedere il resto della casa prima di avanzare le mie proposte.

Passai oltre e misi un punto temporaneo a quei pensieri. Ora toccava alla proprietaria sapermi vendere quella stanza per far salire il suo voto in pagella.
– Come vedi, c’è il parquet qui… Lo fece mettere mia suocera… anni fa ormai. Ho sempre detto ai ragazzi e alle ragazze che hanno abitato in passato, di stare attenti a pulirlo… il legno è molto delicato… –
Solo allora notai che il pavimento era formato da tasselli di legno incastrati in forme geometriche regolari. Non avevo idea di come si pulisse un parquet, e a pensarci bene non avevo la minima idea di come si pulisse un pavimento in generale. Ma questi, sarebbero stati problemi futuri.

– …e infine… c’è un armadio a tre ante che, se andava bene per tre persone, figuriamoci per due! –
E figuriamoci per una! Pensai con un po’ di malinconia e desiderio mentre la donna ultimava il suo lavoro in quella stanza.

Storia di una casa (#10)

 2006/2007

– 10 –

La prima stanza che mi fu presentata fu la cucina. Si accedeva da una porta subito a sinistra nel piccolo atrio che fungeva da ingresso. Entrai calpestando un pavimento diverso da quello precedente. Restai sull’uscio ad osservare, mentre la donna era già in fondo alla stanza. Indicava e parlava. Le parole sembravano uscire come l’acqua da un rubinetto, senza esitazione o tentennamenti. Il clima era calmo e cordiale. La proprietaria utilizzava tutti gli artifici linguistici per mettermi a mio agio. Elargiva domande e commenti con dovuto peso. Proponeva ipotesi di spostamenti di oggetti, mobili o quant’altro, per aiutare la mia fantasia a socializzare con quell’ambiente estraneo, dimostrando anche una minima abilità d’arredatrice. La cucina però, non esaltava di particolari moderni se non per un piccolo microonde sopra il frigo. I mobili erano in legno di ciliegio e si amalgamavano per bene sullo sfondo bianco donato dalle pareti.
Un tavolo con tre sedie mi fornì un’informazione non detta: tre persone era la capienza massima che quelle mura potevano contenere. Quindi, nella mia mente si formò un’idea approssimata della grandezza massima che quella casa potesse avere.
La proprietaria, notando la mia immobilità, cercò di sbloccarmi invitandomi ad ammirare la vista che dava il piccolo balconcino della cucina.
– Vieni a vedere, da qui si vede l’interno… poi c’è un altro balcone, nell’altra stanza, che da sulla strada. Ci sono anche due staffe qui, dove si possono mettere i fili per stendere. –
Mi limitai a pronunciare un “vedo” annuendo con la testa, cosa che modificò il sorriso della donna che mi stava mostrando la chicca della stanza.
– Torniamo dentro che ti mostro il cucinotto… –

La parola “cucinotto” risuonò strana alle mie orecchie. Cercai negli angoli reconditi della mia testa, tra forme dialettali e neologismi, qualcosa che potesse darmi un significato. Niente, non comprendevo il motivo per cui l’angolo cottura venisse chiamato così. Nel seguito degli anni poi, feci un’abbondante cultura dei diversi modi di specificare una cucina a seconda di come sia disposta. Una delle tante terminologie che mi lasciò perplesso fu la differenza tra cucina abitabile e non abitabile. Venni a conoscenza che, in una città moderna, esistono cucine così piccole da non permettere alla gente di mangiare comodamente sedute a un tavolo. Da dove provenivo io, una cucina senza un tavolo con un minimo di 6 posti espandibili a 10 nei giorni di festa, non poteva esser degna di chiamarsi tale. Così, feci la mano con i nuovi neologismi imparati, come “angolo cottura”, “cucina a vista”, “cucinino”, “cucinotto” eccetera, eccetera…

Compresi che non potevo nemmeno aspirare a ottenere una cucina come quella che aveva la mia casa natale. La mia cucina sembrava oro colato in confronto. E pensare a tutte quelle lamentele che scagliavo contro mia madre per via delle ridotte dimensioni dell’ambiente in cui eravamo “costretti” a mangiare. Quanta ingenuità avevo negli anni addietro!
– Ecco! Qui c’è il lavandino, qui dei pensili, dove lasciar asciugare le robe; e qui la cucina! –
La cucina era una di quelle a gas. Quelle classiche bianche che si usavano un tempo. Ricordai che mia nonna ne aveva una uguale in garage che utilizzava in caso di emergenza per sopperire all’invasione di nipoti affamati con enormi quantità di fritture di vario genere.
Mi sembrava tutto così antico. Un tipo di antico che però non dispiaceva.

– Vieni di qua Ciro, che ti mostro il resto della casa… –
La proprietaria m’invitò a seguirla così che, uscendo, sorvolai con lo sguardo sugli altri particolari che mi restavano da vedere. Feci un rapido giudizio complessivo e valutai con una sufficienza la piccola cucina abitabile. Misi quel voto in un registro mentale in attesa di far media con le altre parti della casa, sperando, come uno studente agli sgoccioli dell’anno scolastico, che il voto complessivo potesse evitare la bocciatura.
Credevo in quella casa…

– Seguimi… aspetta che apro la porta… Ecco: questa è la camera da letto! –

Storia di una casa (#9)

2006/2007

– 9 –

Più camminavo e più mi avvicinavo all’appartamento da visitare; più camminavo, e più mi accorgevo di quanto ogni mio passo fosse solitario. Era angosciante il rumore delle suole delle scarpe sull’asfalto. In quel momento compresi di esser solo. Non avevo amici, conoscenti, o quantomeno qualcuno con cui scambiare due chiacchiere nel raggio di chilometri. Sentivo crescere in me il senso di abbandono. Ero partito alla ricerca di me stesso. Questo viaggio, questa città, questa casa, tutto faceva parte di una sfera in cui entravo. Una sfera di vetro, sul cui rifesso, vedevo distorte le storie che abbandonavo: amici di strada, corse in macchine e nottate affacciati alle stelle. Ormai era il passato… e di tutto ciò, solo un riflesso distante di molti ricordi. E la sfera in cui stavo ora? Non scorgevo un gran che, vuoto assoluto. Solo una bella e incantevole città che faceva da scenografia a un palco vuoto. Ma quand’è che gli attori sarebbero entrati?

Bussai al 10, dopo aver controllato ogni nome sul citofono e fugato ogni dubbio. Sentii la voce squillante di una donna che mi chiese chi fossi. Dal tono capii che già sapeva che qualcuno sarebbe arrivato, quindi quella domanda era inutile.
– Sono Ciro… il ragazzo che… –
– Si! Sali! Scala A quinto piano. –
– Ok, salgo… – sussurrai per chiudere la conversazione ormai già chiusa.
Spinsi il pesante portone a vetri e fui all’interno dell’atrio. Un tappeto verde smeraldo m’indicava l’unica via percorribile. C’erano tre gradini davanti a me. Larghi e lunghi. Un tipo di scala che spesso sentii come metaforico esempio di funzioni non decrescenti nei corsi di matematica. C’è chi dice che la matematica non servirà mai, e invece, eccola lì… proprio sotto i miei piedi.
Arrivai a un bivio. A sinistra una porta in legno con una lunga vetrata; a destra, un altro corridoio con in fondo la stessa identica porta. Ciò che differenziava le due porte era una lettera. A e B. Ricordai ciò che aveva sputato il citofono poco prima e girai a sinistra.
Un modesto ascensore cercò di portarmi al quinto piano. Pensai che gli scricchiolii di quell’aggeggio sarebbero stati inclusi nel mio futuro affitto. In realtà tutto quello su cui stavo camminando lo sarebbe stato. Persino quel bottone numero 5 che per chissà quante volte avrei premuto; o la scala all’ingresso coi gradini larghi o la lettera A della porta in legno.
Mi accorsi di star andando troppo oltre. Forse il mio istinto stava già affezionandosi a quella casa e iniziava a fertilizzare il terreno per nuovi ricordi. Dovevo smetterla di pensare.
Aprii le due ante del vecchio ascensore e come un buffo gambero umano, uscii in retromarcia per chiuderle entrambe. Sull’uscio della porta semiaperta mi aspettava questa simpatica signora. Ancora non ero riuscito a darle una collocazione geografica dal suo accento, ma dal modo di vestire, dal taglio degli occhi e dal colore della tinta dei capelli, era chiaramente del nord. La salutai con una stretta di mano e con un “salve” non troppo serioso. Lei iniziò a parlare e si vedeva che il mestiere lo conosceva da un po’. Non ero di certo il primo sconosciuto che superava quell’uscio. Chissà quanti ragazzi sprovveduti e inesperti erano alla ricerca di un alloggio in questo momento. Milano sembrava pullulasse di anime vaganti in cerca di un posto dove stare. Ed io ero tra quelle a contendermi un posto con gli altri. Era una guerra ingiusta che mi ero stufato di perdere. Non avevo più tempo…

– Vieni Ciro, di qua c’è la cucina… –

Storia di una casa (#8)

 2006/2007

– 8 –

Ero solo. Alberto era andato in garage e la signora Pina sparita chissà dove. Gironzolavo per quella taverna sotterranea adibita a cucina e salotto. La mia attenzione tornò sull’aquario. Mi affascinava quel micro-mondo di esseri viventi, tanto estraneo a noi eppur così in simbiosi.
S’ipotizza che se ora siamo noi a essere al di qua del vetro lo dobbiamo a loro. Alle loro cellule, alla loro evoluzione, alla loro capacità di sopravvivere in ambienti ostili. Sembra così difficile pensare che milioni di anni fa sarei potuto essere uno di quei piccoli pescetti colorati; e invece di gironzolare tra divani e mobili, mi sarei addentrato tra alghe e scogli. Chissà se possono provare affetto, amore, odio, paura… dopotutto, se i nostri organi si sono evoluti dai loro, perché non potrebbe valere anche per i nostri sentimenti?
Può l’amore essere un’evoluzione di un istinto? L’eterna trasformazione di un sentimento d’affetto, amplificato dalla capacità di comunicare? Sembrava impossibile che tra me e il pesce che mi fissava boccheggiando al di là del vetro, ci potesse essere il ben che minimo collegamento. Eppure, qualcosa mi diceva che nel suo piccolo, quell’esserino stava apprezzando i tentativi di Alberto di mostrare “affetto” verso di loro.
Quel minuscolo castello in finta pietra; quel vaso rotto in terracotta; il minuscolo veliero affondato; erano tutti tentativi di umanizzazione di un ambiente che per millenni era rimasto uguale: sabbia e acqua.
I pesci sembravano felici, o almeno provavano una forma primitiva di felicità, ma pur sempre felicità. E allora mi chiedo: se la felicità è un’evoluzione di un qualcosa, tra milioni di anni, in cosa si trasformerà?

La scala in legno iniziò a scricchiolare. Qualcuno stava scendendo. Ovviamente era la signora Pina, ma in quella casa delle sorprese non davo più nulla per scontato.
– Ciro! Porto buone notizie! –
– Mi dica. –
– Ho chiamato Francesco. E’ un ragazzo che tempo fa cercava casa qui a Milano. Pensavo che avesse già trovato, per questo non te l’ho proposto prima. Indovina un po’… sta ancora cercando! –
– Bene… –
– Bene? Benissimo! Vedrai… ti troverai bene con lui. E’ un bravo ragazzo… e poi è delle tue zone! –
– Ah si? –
– Certo! Però è più grande di te… ma quando si è giovani non fa differenza qualche anno in più o in meno. –
Sorrisi a Pina in modo da mostrare un po’ di finta felicità per quella notizia. Dovevo rassegnarmi. Vivere da solo era una possibilità troppo remota. Quindi, quell’occasione, era la migliore che mi potesse capitare in quel momento.
– Ah! Ho anche richiamato la signora dell’annuncio. Ho fissato un appuntamento per domattina alle dieci, tu ci sei vero? –
– Mmm… si certo, ci sono! –
Stavo cominciando a odiare le continue intromissioni di Pina in quel che doveva essere la mia ricerca. Ma devo ammettere che mi stava dando un’importantissima mano.
– Allora domattina andrai all’appartamento… purtroppo sarai da solo. Io lavoro e Francesco non è qui a Milano ma ha detto che se l’appartamento è vivibile e costa poco, per lui non ci sono grossi problemi. Quindi la scelta sta a te… –

Già. Tutto era nelle mie mani. Come al solito del resto. Come se il fato dopo tutto il lavoro che aveva fatto per estromettermi dai miei sogni, mi ponesse davanti a due porte con scritto: Milano e Napoli. Stava a me scegliere. Stava a me completare o continuare quell’estenuante ricerca di una casa.

Un passato non meno lontano…

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E mi risveglio ancora una volta da uno strano sogno. Un sogno inconfondibile. Con quel profumo familiare di passato. Il mio passato. Storie ormai andate che riaffiorano alla mente nel momento più fragile. Nei sogni. Pensavo ormai di aver tagliato un po’ di pellicola dal mio film. Di aver censurato ai miei occhi alcune scene indimenticabili. Alcuni ricordi ormai andati. Ma Mariella era ancora lì… e mi teneva la mano come il primo giorno. Come quella volta che aveva freddo su quella panchina. Ed io la strinsi scaldando non solo lei ma anche il suo cuore. Quella volta fu speciale. Anche se, tra noi, non c’era ancora niente. Perché per me il destino aveva la sua puntualità da rispettare. E lottavo. Lottavo con il mio cuore per non cadere ancora. Perché un’altra storia voleva dire per me ancora guai. Guai con gli altri ma soprattutto con me stesso. Perché ne ero uscito un po’ scoraggiato l’ultima volta. E il rumore del mio cuore che cadeva nel vuoto, ronzava ancora nella mia testa. In questi anni, ogni storia mi ha portato via qualcosa, e ogni volta mi ripetevo “non fai più male”. Ma quel male restava impresso in me come un marchio a fuoco sulla pelle. Incancellabile come un destino già scritto. Non volevo caderci ancora. Maledetto amore.
 
 
 
…Incominciando dalla fine…
 
 
 
Scorrevano tra le mie mani le dolci note di piccola stella senza cielo, condite da qualche nota in più o qualche tasto sbagliato. Era da un po’ che non prendevo in mano quella vecchia chitarra. Ormai mutilata a vita di due corde che Enzo non si sognava di cambiare. E a me poco importava, perché le poche corde che restavano bastavano a suonare la mia canzone. Enzo era in bagno e io m’intrattenevo così nella sua cameretta. Ogni cosa era nel suo disordinato posto. Esattamente come qualche anno fa. Quando presi quella chitarra in mano per la prima volta e suonai quelle note stonate che vagamente ricordavano una canzone. Le cose erano un po’ cambiate da allora. Avevamo le macchine al posto dei motorini. La sera facevamo tardi e nessuno ci rompeva le scatole al telefono. I bar diventarono pub e i luoghi isolati dove ci ritrovavamo diventarono piazzette. Ma la canzone che suonavo era rimasta la stessa. Le stesse dolci note che infastidivano Enzo quando lo svegliavo la mattina. Quanti ricordi erano impressi dentro quelle quattro note.
La serata doveva ancora iniziare. E di ricordi da scoprire ce n’erano tanti altri.
Enzo uscì dal bagno con i denti lavati e una faccia soddisfatta.
– Che facciamo… andiamo? –
– Ok… Ho la macchina parcheggiata al solito posto. Vicino alla chiesa. Sai com’è… non voglio beccare un’altra multa per aver parcheggiato davanti al tuo portone… perché “qualcuno” non si decideva a scendere! –
Scendemmo. Piovigginava leggermente. Il tempo adatto al morale che avevo. Un po’ giù di corda per quel sogno che avevo fatto ieri notte. E quel sogno, coincidenza delle coincidenze, coincideva con questa serata. Andammo da Mario. C’era il compleanno di una delle sorelle più piccole e gentilmente la madre aveva invitato anche noi. Gli amici che ormai erano diventati coinquilini di quell’appartamento. Ci aprì Mario. Gianni era appena arrivato e ci aspettava dietro di lui nell’ingresso. Un rapido saluto alla festeggiata e ci fiondammo al buffet.
Patatine e pizza a volontà. Il paradiso dei golosi era sopra un tavolo. Ma non appena misi la mano per afferrare uno di quei stuzzichini. Scorsi dietro un angolo lei. Stava parlando con un’amica mentre io la fissavo. A un certo punto l’amica mi indicò facendola voltare. Gioco di sguardi e di silenzi. Di frasi dette e stradette in un istante mentre il tempo si fermava perdendosi in quegli occhi. Stupendi. Un taglio intrigante e profondo come pochi. Nascosto dalla purezza dell’età appena sbocciata. Mariella continuava a fissarmi. Abbassai per primo lo sguardo come per nascondermi da qualcosa e continuai a servirmi da mangiare. Avevo perso la prima battaglia, ma lei non sapeva nemmeno di star giocando. Magari se ne fregava di me, chi poteva saperlo. Era passato molto tempo dall’ultima volta che avevamo litigato. Sempre e solo attraverso quel maledetto messenger. Dove un tasto o una parola non riusciva mai a far comprendere l’intonazione che portava con se. E nascevano incomprensioni, malintesi, litigi per un nonnulla, spesso ricadendo nella realtà. Dove magari con una parola si risolveva tutto… con una frase detta nel modo giusto… o anche solo con uno sguardo come questo… tra due persone che avevano condiviso una storia. Una bella storia. Anche se breve.
Non ci vedevamo da un po’. Ma soprattutto non ci sentivamo. Non ricordo nemmeno perché avevamo litigato l’ultima volta. Sicuramente me ne sarò uscito con il mio solito orgoglio maschilista e avevo chiuso la conversazione in modo sbagliato. O forse volevo proprio così. Perché magari chiudere con il passato era la cosa migliore da fare. Ormai c’eravamo lasciati da un pezzo ed ognuno si era creato una nuova vita. E a me naturalmente dava fastidio la sua. Perché magari, in fondo in fondo, un pezzo di cuore era ancora in mano sua. E lo stava calpestando allegramente. O Forse no. Magari lo conservava da qualche parte, ben protetto dai pensieri indiscreti… ma raggiungibile con un semplice sguardo, dalla persona giusta ovviamente.
– Com’è la pizza Ciro? –
– Buona Mario. Son certe invitate che mi stanno andando di traverso. –
– Ho visto… Bè.. io te l’avevo detto che probabilmente sarebbe venuta. –
– Già… –
In un certo senso il gusto di rivederla mi attirava. Ma dovetti lottare con me stesso per convincermi ad essere lì quella sera. Forse un po’ speravo che non sarebbe venuta. Così da passare una serata tranquilla senza troppi pensieri. Ma lei era lì. Ed era a pochi metri da me. Mi rifugiai nella cucina che era adibita a sala bevande. La festa aveva preso una strana piega. Si erano formate due fazioni. Una con i miei amici in cui l’età media era 20 anni e l’altra comprendeva il gruppo di sedicenni tra cui c’era anche l’invitata. Io e lei eravamo separati da questa situazione. Un po’ come Romeo e Giulietta e le loro famiglie veronesi. Divisi da un qualcosa d’immaginario. Venivo trascinato dai ragazzi a destra e sinistra a raccontare un po’ di storie milanesi. Mentre lei, dall’altra parte del salotto, sembrava non annoiarsi e soprattutto non essere turbata dalla mia presenza. Parlava tranquillamente con le sue amiche. Come l’avevo sempre vista, allegra e spensierata. Con il sorriso sempre stampato sulle labbra e la solita gioia di vivere che la caratterizzava. Era quello che mi piaceva in lei. Che mi permise di amarla. Che fece stare bene il mio cuore un po’ malandato. Un po’ parcheggiato in una via isolata mentre la vita scorreva a 300 all’ora a fianco a me. Mi sentivo bene lì. Seduto in dispare, mentre la mente viaggiava su strade perdute. Perché credevo che non sarebbe mai risuccesso. Che non sarebbe mai riapparso quel dolore piacevole del battito profondo del cuore. Ma lei passava da quelle parti. Tra quel gruppo di amici troppo orgogliosi per azzardare in nuove conoscenze. Entrò di botto nella mia vita. Come un tuono che rompeva il silenzioso scroscio della pioggia…
– Ciao Ciro! – Era Giovanna che s’era affiancata a me vicino al buffet. Era una delle migliori amiche di Mariella. Certamente anche lei voleva sapere come stavo, dato che da tempo non ci vedevamo.
– Ciao… – Rimasi quasi indifferente a quel saluto continuando a scegliere il pezzo di pizza migliore.
– Come stai? –
– Bene. – risposi.
– Hai visto chi c’è?-
– No. Chi c’è? –
– Mariella! Dai non continuare a evitarla. –
– Io non la evito! È lei che evita me. –
– Si… certo… –
E mentre me ne stavo andando, si avvicinò Mariella. Quasi come per chiedere a Giovanna cosa le avessi detto. Era curiosa, lo era sempre stato. Moriva a volte, quando in passato non le dicevo qualcosa. Nel gruppo era sempre stata quella che sapeva tutto di tutti. E spesso anche odiata per questo. Le persone si confidavano con lei perché aveva la particolarità di non assorbire i problemi degli altri, ma lasciarli scorrere. Magari con qualche frase di conforto o qualche abbraccio su una panchina un po’ troppo isolata. Purtroppo a volte si ritrovava a sapere cose che non avrebbe dovuto sapere. E scoppiavano battibecchi, da cui lei ne usciva sempre indenne.
La vedevo parlare con Giovanna. Cercavo di capire cosa si stessero dicendo. In fondo anche io sono sempre stato curioso. Ma la mia curiosità non fu soddisfatta.
– Ciro! Ma quand’è che torni a Milano? – mi chiese uno dei miei amici.
– La settimana prossima… –
– Ah… allora c’è ancora tempo per prendersi una bella birra da Dante! –
– Certo! Ma solo se offri tu! –
Mi voltai. Non c’era più. Era tornata a sedersi a fianco alle sue amiche. Come se nulla fosse successo. Come se nulla fosse accaduto. Anche tra di noi. E questa cosa mi faceva impazzire. O meglio incazzare. Non ero nessuno io? Tutti i ricordi passati insieme dove erano finiti? Non chiedevo tanto, ma almeno un pizzico d’interessamento.
Voleva la guerra.
Allora andai diretto nel territorio nemico. Tra persone che non conoscevo. Presi una sedia e mi sedetti a fianco a Giovanna. Poco più in la c’era Mariella che parlava con un’altra amica. Mi notò.
– Ciro allora che mi racconti? – chiese Gio.
– Niente di che. –
– A Milano come va la vita? –
– Procede bene… –
Parlavo con lei ma ogni tanto osservavo le mosse di quella ragazza dai capelli nero corvino. Ogni tanto mi osservava anche lei, mentre ero distratto da altre cose. Forse non si trovava a suo agio. Lo intuivo da come parlava con gli altri, da come voltava lo sguardo, da come gesticolava con il cellulare. Era nervosa. Impaziente. Quasi frenetica, anzi no, questo, lo era sempre stata.
Intuii. Se ne stava andando. La festa non era di suo gradimento. O forse le persone. O forse io. Si alzò. Prese il giubbotto, salutò la festeggiata, scambiò qualche altra parola con le amiche e chiuse la porta alle sue spalle. Così in un attimo scomparse dai miei occhi lasciando nel mio cuore un pizzico d’amore bruciato.
 
 
 

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