L’amicizia è come un while (Andrea parte #6)

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Secondo semestre anno 2013/2014
Settima lezione

Ero in anticipo. Mi ero sistemato al mio posto. Il solito. Ormai quel pc del laboratorio era diventato personale. Avevo sistemato le icone e cambiato lo sfondo. Mi piace personalizzare le cose che uso.
Quel giorno ero da solo. In aula c’erano poche persone oltre a me. Nessuna traccia di Anjalie e di Andrea. Mi avrebbe fatto piacere rivederlo. Ci speravo.
La lezione cominciò. Il professore aveva disposto sulla cattedra un bicchiere e due bottiglie. Voleva spiegarci un costrutto del linguaggio C. Uno dei più usati: il while.
“Dato che il calcolatore non è in grado di svolgere un problema in blocco… Va bene… Questo deve essere spezzettato in piccole parti facilmente eseguibili… va bene… “
Era una strana spiegazione. Oltre ai continui intervalli con “va bene” abbastanza superflui, cercai di capire come si potesse spezzettare un problema come, chessò, trovare il maggiore tra un gruppo di numeri. In tutta la mia vita mi sono limitato al mio utilissimo dito indice, che, di fronte a un gruppo di numeri non aveva nessun timore a indicarne il maggiore. Per il computer però, non era così semplice. Forse perché mancava di dito indice (concedetemi quest’umorismo spiccio… ) o forse perché:
“Ricordate che il calcolatore esegue piccole operazioni UNA alla volta… va bene…”
Il professore prese in mano la bottiglietta d’acqua e il bicchiere.
“Mettiamo che vogliamo riempire questa bottiglia d’acqua… va bene… e abbiamo un solo bicchiere a disposizione… va bene… prepareremo un ciclo di tot volte, in cui, ogni volta riempiamo il bicchiere e lo verseremo nella bottiglia…va bene…”
Tutto chiaro. Anche se acqua e computer non sono mai andati d’accordo per quel che mi riguarda. Improvvisamente però, notai dalla finestrella della porta d’ingresso un ragazzo che gesticolava animatamente. Era Andrea. Sorrisi scuotendo la testa. Non poteva entrare perché la porta si apriva solo da dentro e il professore era intransigente su certe cose.
Andrea muoveva la mano come per dirmi “Dai, vienimi ad aprire!”. Sospirai. Era una cosa che non si poteva fare e non volevo mettermi in cattiva luce davanti al prof, visto che ero sempre al primo banco.
Però… non potevo lasciarlo lì fuori.
Mi alzai lentamente. Sfruttai un attimo di distrazione del prof. Girai velocemente la maniglia e lo lasciai entrare. – Grazie Ciro! Mi hai salvato… –
– Shhhh il prof sta spiegando… –
– Ah sì… ok… –
Ci sedemmo in modo furtivo.
– Cosa sta facendo? – mi chiese Andrea.
– Spiega il while… –
– Ah certo! Com’è? Difficile? –
– Eh non lo so! Se non mi fai seguire! – dissi sorridendo.
– Certo scusa, scusa… –
Passarono 30 secondi di orologio.
– Ciro scusami ma qui com’è che si apriva? –
– Clicca lì e fai apri nuovo progetto… –
– Perché il prof ha quella bottiglia in mano? –
– Lunga storia… –
– E questo while che c’entra? –
– Andre… –
– Sì –
– TACI! –
– Eh Porca troia! Manco fossimo in chiesa! –

“Silenzio! Lì al primo banco o vi caccio!”

 

continua… domenica 8 marzo

Vite rincorse..

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– Enzo come ti senti? –

– Non ti preoccupare Ciro… portami a casa… –

 

E dopo quella frase spinsi sull’acceleratore.Prima, seconda e terza andarono via furiosamente come colpi di pistola sparati sulla strada. Enzo era dietro… seduto accanto a me c’era Stefano che m’indicava la via. Conoscevo poco quella cittadina e nonostante ciò, correvo tra quelle strade sconosciute.

Sorpassai un Audi. Il motore andò su di giri rombando come quando si tira la frizione e l’acceleratore insieme. Misi la quinta e la macchina si riprese. La lancetta dell’acceleratore scalava il tachimetro fuggendo da ogni numero per salire a quello successivo. Stavo correndo troppo. Il rischio c’era, ma volevo portare a casa Enzo il prima possibile. E poi noi ne abbiamo fatte di corse… che male c’era a farne una alle due della notte?

– A destra Ciro! Ho detto a destra! – urlava Stefano indicando la strada giusta.

– Scusa! Ho sbagliato! Lo sai che spesso confondo la destra con la sinistra! –

– Ciro! Non vengo più in macchina con te! –

Girai a destra. Dopo un paio di strade, ma girai a destra. Passai a tutta velocità sotto un semaforo lampeggiante. Lo stesso semaforo che poco prima avevo aspettato per ben 2 minuti. Ogni tanto mi chiedevo a cosa servissero in quella piccola città. Lo stridio delle gomme risuonò in una curva troppo stretta. Eravamo quasi arrivati…

 

 

 

5 minuti dopo:

 

Fermai la macchina. Io e Stefano scendemmo. Poco prima eravamo passati da casa di Enzo. Era salito su, dopo averci salutato. “Spero non sia niente di preoccupante” pensai.

– Cì, ho una sete incredibile! – disse Ste.

– Concordo… prendiamo qualcosa a quel distributore. –

In due mettemmo insieme un euro con gli spicci che avevamo nelle tasche. Estathè alla pesca. Ci sedemmo su una panchina poco distante. In giro, solo l’aria fresca delle due della notte e qualche lampione acceso. Ogni tanto passava una macchina che, con indifferenza, ci guardava. Sembrava che ci fossimo solo noi due in quel paese. Sembrava tutto morto… tutto calmo… pace.

Il corso principale che si spiegava alla nostra sinistra era vuoto. Qualche ora prima, ragazzi di tutte le età lo avevano attraversato ed ora solo noi due gli facevamo compagnia. Io e Ste… ospiti comuni di un piccolo paesino.

– Tieni bevi tu. –

Gli passai la sua parte di thè. Stefano prese la lattina e la mandò giù di un fiato. La sete era tanta ed avevamo anche sudato parecchio perché la serata era stata molto movimentata. Guardai il cielo. Pensai che era lo stesso cielo che guardavo dalla mia casa a Milano. Sulla terra i chilometri valgono… ma lassù le cose sono ben diverse. Era sempre dura salutare tutti gli amici per rivederli chissà quando. Erano diventati la mia casa. La mia protezione dall’ambiente esterno. Erano diventati un pezzo importante della mia vita. Starne senza era come quando mangi una pizza divisa a metà… non riuscirai mai a saziarti… non riuscirò mai a non pensare a loro quando mi capiterà di fare qualcosa di “moralmente” sbagliato. Sono stati la mia scuola di vita. Ed ognuno, un po’ a modo suo, mi ha insegnato qualcosa. Sono cresciuto con loro. E con la malinconia di quegli anni felici in cui l’adolescenza ci faceva una baffo, ricordo ogni giorno stupendo passato con loro… Ogni serata… Ogni litigio… Ogni cazzata.. Ogni storia d’amore “costruita”. Ogni sabato passato alla ricerca del divertimento… Ogni volta che siamo passati “dietro al liceo” alla ricerca di quella mano alzata che ci salutava e ci imponeva di restare. Giri su giri… Vite su vite… Amici dentro e fuori quella piccola città. Amici un po’ diversi ma che hanno in comune quella voglia di vivere unica… Ed ogni attimo, ogni istante passato con loro, ne è valsa la pena viverlo…

 

– Che facciamo Ste? –

– Torniamo a casa… quando parti per Milano? –

– Domani… –

– Allora… ci vediamo… prima o poi… –

– Si… prima o poi… –

 

 

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