Storia di una casa (#25)

2006/2007

– 25 –

La casa era vuota, scura, spenta. Solo il nostro parlottio cercava di rianimare l’ambiente.
–       Eccoci qua… questa è la mia casa! – dissi con fare da maggiordomo.
Francesca penetrò silenziosa nella penombra. Il rumore dei tacchi riecheggiava sulle pareti. Chiusi la porta e accesi la luce. Si voltò e mi sorrise. La presi per mano e la portai a visitare tutte le stanze. Sembrò entusiasta alla vista della cucina. Si sedette sul tavolo e prese a dondolare ingenuamente le gambe, racchiuse da una minigonna di jeans.
–       Carina la cucina, piccola ma carina… –
–       Di certo non ho intenzione di dare ricevimenti… –
–       Dovrai prima farti degli amici… –
–       Per adesso ho solo una persona che potrei invitare… –
Mi avvicinai a lei senza perdere per un istante i suoi occhi nocciola. Lentamente la mia mano percorse il suo fianco e affondò nei suoi capelli morbidi. Inclinai la testa e le mie labbra coincisero con le sue in un armonico bacio… e poi un altro… e un altro ancora. Finché lei si divincolò da me e, con un risolino malizioso, tornò nell’ingresso.
–       … e la tua camera qual è? Questa? –
–       No, quella è la camera di Francesco. La mia è quella. –
L’indirizzai verso la porta giusta e senza il bisogno del mio permesso entrò. Girovagò sulle mattonelle scure, incurante del rumore sordo dei tacchi. Solo il tappeto appiattì la risonanza e lì, proprio al centro della stanza, fece un giro completo su se stessa per osservare ogni cosa.
–       Bella, ma spenta… bisogna arredarla un po’… –
–       Mi aiuterai tu… –
–       Carina l’idea dei cartoncini sulle ante della vetrinetta, da dove ti è venuta… –
–       Fantasia… –
Era bella e raggiante di gioia. Lo leggevo sui suoi occhi vissuti, che attendeva da tanto un momento come quello. Ovvero, il momento in cui tutto sembrava girare per il verso giusto. Sapevo che non era una ragazza dalla vita facile. Ogni giorno per lei era costellato di sudore e sacrifici. Era ingiusto che una ragazza di sedici anni dovesse guadagnarsi anche il semplice sorriso giornaliero sulle labbra. Quel sorriso che ora vedevo stampato sul suo volto che continuava a sfornare ipotesi d’arredo. La guardavo divertito nel suo maglioncino viola e la sua minigonna di jeans che sapevo che non avrebbe mai messo se non fosse stato per me. Era una ragazza semplice. L’amavo, perché i suoi occhi m’intenerivano e conquistare il suo sorriso era ciò di più bello che potessi ottenere dalla vita.
–       Ehi! Che fai? Sul tappeto… –
–       Si… sul tappeto… voglio baciarti qui… –
E adagiati per terra, l’uno sopra l’altra, la strinsi in caldi abbracci e teneri baci. Non mi stancavo mai delle sue labbra. Il leggero contatto con le mie mi estasiava. Erano soffici e dolci. Desiderai di non staccarmi mai da lei ma un suono inaspettato troncò ogni speranza.
–       Cavolo sono già qui sotto… –
–       Devi andare? –
–       Si… scendo… non posso farli aspettare… –
L’accompagnai fin giù al palazzo e la vidi scorrere via nella macchina dei suoi amici. Pensieroso tornai su.
Avevo un po’ di timore ad addentrarmi in un amore complicato. Ma la precedente storia con la classica reginetta della scuola, mi aveva fatto capire che il genere di ragazza tutta apparenza, non era fatto per me. Avevo bisogno di stimoli e di una ragazza che mi guardasse come il suo principe azzurro… e forse, l’avevo trovata.

Storia di una casa (#23)

2006/2007

– 23 –

6 : 47 pm

Finalmente a casa…
Poggiai a terra la pesante borsa dell’università ricolma di libri. Il gran peso caricato mi aveva indolenzito una spalla e presi a massaggiarla. La mia schiena s’irrigidì a contatto con il freddo portone. Sospirai. Mi ero lasciato alle spalle una lunga e interminabile giornata.
Mi sa che se continua così, non ce la farò… pensai.
La casa era silenziosa e dalla porta di Francesco non vedevo luci. Non era in casa.
Era già buio fuori e tutta l’oscurità s’era riversata all’interno, come un mare d’inchiostro su un foglio bianco. Avevo una fame che sembrava implacabile. Andai in cucina e aprii il frigo cercando di trovare un giusto abbinamento tra cibi apparentemente discordi; ma, mentre la mia testa era immersa nella luce del frigo, sentii un formicolare di chiavi. Francesco entrò in casa e, affacciandosi nella cucina, mi salutò.
–       Per poco non tornavamo a casa insieme! Sono rientrato anch’io poco fa. –
–       Allora tu eri sulla metro che ho perso… –
–       Può darsi… Che mangi? – chiesi cercando di trovare l’ispirazione.
Purtroppo, Francesco, non era proprio il tipo da fornelli e me lo fece capire in maniera concisa dicendo: – Non so cucinare! –
–       Beh… ti capisco… neanche io sono un gran che! –
Presi una pentola abbastanza capiente e la riempii d’acqua. Come ogni volta mi domandai quale fosse la quantità giusta. Accesi i fornelli e preparai il sugo in pentola. Di sottecchi, sbirciai le movenze del mio coinquilino. Dal suo scomparto aveva tirato fuori un pacco di salatini dietetici ed era intento a mangiarli osservando il cellulare.
Perché mai non ha scelto dei salatini normali? Mi domandai.
Quando il mio piatto fu pronto, lo portai al tavolo e mi sedetti dall’altro capo. Francesco aveva affiancato ai salatini uno di quei formaggi rettangolari dal sapore inconsistente. Fermamente pensai che ci tenesse alla sua dieta e con un po’ d’imbarazzo, infilzai una gran quantità di maccheroni con la forchetta.
–       Allora… come mai sei qui Francesco? –
–       Devo seguire un master alla Cattolica… –
–       Interessante… per cosa? –
–       Per cercare di diventare un giornalista. –
–       Bello… sai, sarebbe piaciuto anche a me farlo, ma non sono tanto bravo con le parole. –
–       E quindi cosa hai scelto? –
–       Economia… –
Ci raccontammo un po’ di storie, ma niente di intimo. Semplici storie convenevoli. Quei fatti che racconti quando non hai niente da dire e in un modo o nell’altro devi occupare quel silenzio forzato. Mi raccontò un po’ di sé. Amava le letture di ogni tipo spaziando da autori classici a quelli moderni, anche comici talvolta. Trovammo così un punto d’incontro su un comico satirico molto apprezzato da entrambi.
–       E’ strabiliante come riesce a mescolare attualità e politica in un contesto così demenziale… –
–       Per non parlare della faccia impassibile che ha, quando spara le sue battute!
Ridemmo, scherzammo e la serata quasi non diventò notte. Sembrava simpatico quello strano tipo introverso. Dopotutto chi ero io per giudicare l’introversione altrui? Avevamo due caratteri quasi simili ma questo non voleva per forza dire che saremo andati d’accordo.
Ci alzammo da tavola e ognuno si diresse alla sua stanza, ma poco prima che aprissi la porta, Francesco mi disse:
– Ah Ciro… questo week end parto. Ti lascio ancora una volta qui da solo. –

Storia di una casa (#22)

2006/2007

– 22 –

Nonostante la sua età sfiorasse i trent’anni, Francesco sembrava un ragazzino. Aveva la corporatura piccola, legittimamente proporzionata alla sua statura. Infatti, era più basso di me di almeno una ventina di centimetri. Sulla testa aveva un buffo groviglio di capelli. Un ciuffo alto e riccioluto dominava la fronte e andava scemando all’indietro, calmandosi e lisciandosi sui lati. Il naso invece era un’entità a parte. Era grosso e pronunciato con due larghi buchi sui lati. Si stagliava dal volto in tutta la sua lunghezza.

E sbaaaaaaaamm

Nel gesto istintivo di presentarsi e porgermi frettolosamente la mano, Francesco lasciò andare la maniglia allungata del suo pesantissimo trolley che, rovinando al suolo, fece un rumore sordo. Subito strizzai gli occhi e li riaprii pian piano.
–       Mannaggia sto coso! – disse chinandosi a raccoglierlo.
–       Aspetta che ti aiuto… –
Mi avvicinai a lui e vidi che nell’ascensore era rimasta un’altra valigia, più piccola della prima. La presi e insieme, uno dopo l’altro entrammo in casa. Francesco appoggiò il trolley al muro e si guardò intorno. Fece un rapido giro di capo, cercando di ampliare la sua visuale in tutte le stanze. Subito mi chiese: – La mia qual è? –
–       Guarda, è questa qui… – risposi indicandogli la porta davanti a lui.
Abbassò lentamente la maniglia e con la stessa lentezza aprì la porta in legno. Poggiai l’altra valigia accanto alla sua e lo seguii nella stanza. Lo vidi osservare silenzioso ogni cosa. Posò lo sguardo sui letti; poi sull’armadio, sul divano e infine andò alla finestra per costatarne la vista, ma la notte glielo permise ben poco.
Si girò verso di me e con un sorriso un po’ stiracchiato, mi disse: – Sembra carina… –
Ma sembrò poco convinto nella sua affermazione. Forse si aspettava qualcosa in più in quella camera. Non dissi niente. Tenni per me i miei dubbi per congetture future.
Lo accompagnai a vedere il resto della casa. Gli mostrai prima la cucina e poi il bagno. Gli piacquero entrambi. Soprattutto quest’ultimo cui riservò un’attenta ispezione. Gli diedi tutti i dettagli del contratto e tutte le informazioni che mi aveva dato la proprietaria. Gli raccontai anche dell’attenta descrizione e della minuziosa precisione con cui mi aveva descritto tutto. Francesco ascoltava curioso. Non mi staccava mai gli occhi di dosso. Forse voleva conoscermi un po’ di più anche lui. La dovuta convivenza era reciproca, sia per me che per lui, ed entrambi volevamo scoprire nell’altro dettagli che le bocche non avrebbero mai rivelato.
Francesco tornò nella sua camera mentre io mi fermai sullo stipite a osservarlo. Quella stanza ormai era diventata sua da quando aveva acceso l’interruttore della luce, ed entrare senza permesso mi sembrava ineducato.
Il trolley era disteso sul parquet e aspettava qualcuno che avrebbe dato sollievo alle stiracchiate cerniere laterali. Francesco si chinò e con un rapido gesto aprì la valigia. Non so perché ma la mia mente immaginò uno scoppiettare vestiti aggrovigliati per tutta la stanza. Invece non fu così. Da com’erano disposti i panni, capii che Francesco era una persona ordinata e scrupolosa. Quasi mi vergognavo a pensare che nell’altra camera c’era il mio trolley ancora a terra in cui dentro, qualcuno d’ignoto, aveva piazzato una granata innescata prima che lo chiudessi. Il mio coinquilino invece con un’accuratezza chirurgica, pescava i vestiti piegati e li disponeva in fila sul divano dietro di sé. Faceva tutto in modo silenzioso tanto che mi bloccai, quando le mie labbra stavano per interrompere quella calma. Volevo riallacciare la conversazione ma vedere quel ragazzo lì, che metteva a posto la sua valigia, mi fece pensare a me stesso e alla stessa scena che avevo svolto anch’io qualche ora prima. Così, silenziosamente mi allontanai dalla sua porta e tornai nella mia stanza.

Storia di una casa (#21)

2006/2007

– 21 –

Abbassai gli occhi tristi e rassegnati che speravano che un cielo clemente consegnasse alla vista qualche stella. Era tutto troppo luminoso perché la notte fosse davvero buia e il panorama migliore. E quasi invidiavo ciò che un tempo trovavo normale mentre tornavo tardi nella mia villetta di campagna. Lì il cielo mi coccolava, animando il tragitto con un tappeto di stelle sopra la mia cresta; e ogni volta che tornavo, magari stanco, ubriaco, disilluso, puntavo il naso all’insù e mi gustavo qualche istante dello spettacolo di ogni notte; e ogni notte mi promettevo che la notte successiva mi sarei fermato qualche momento in più; ma più i giorni passavano e più vicende alterate si sommavano al quadro generale… e rimandavo quel momento in eterno…

TRiiiiiiiinnnnnnn TRiiiiiiiiiiinnnn

Un suono squillante mi fece voltare di scatto verso la porta della mia stanza. Rientrai dal balcone e mi diressi nell’atrio. Capii subito che era il citofono ma aspettai un altro squillo per averne la conferma. Nell’attesa mi domandai chi mai potesse essere a quell’ora.

TRiiiiiiinnnn

–    Si? –
–    Ciao Ciro, sono Francesco! –
–  Ah Francesco! Che sorpresa! Ora ti apro… Aspetta che capisco come si fa… –

Schiacciai a caso alcuni tasti finché dalla cornetta non sentii il rumore metallico del pistoncino che scattava. Restai ancora ad ascoltare sperando che Francesco non incorresse in nessun intoppo nel suo ingresso nel palazzo. Poi, quando sentii il portone chiudersi, appesi la cornetta e crebbe in me un’ansia spropositata dominata dalla curiosità morbosa di sapere che aspetto avesse questo futuro coinquilino.
Con la mano tremolante girai la chiave per aprire il portone. Di fronte, un ascensore silenzioso attendeva il suo passeggero. Ma i minuti passavano e niente si muoveva. La strana attesa mi fece pensare che quel ragazzo odiasse i piccoli ascensori degli anni settanta. Così mi affacciai sulla tromba delle scale nell’intento di scrutare l’ombra di Francesco. Niente. Nel palazzo sembrava che nessuno fosse entrato. Deserto. Nessun rumore, nessuna voce, nessun suono. Stavo dubitando che quel ragazzo fosse effettivamente entrato ma ecco che la lucina dell’ascensore si posizionò su occupato e il motore iniziò a girare. Qualcuno stava salendo, doveva essere lui.
Tornai in casa lasciando il portone aperto per far capire al nuovo inquilino la corretta via da seguire. Sull’uscio, nel frattempo, osservai il portone della casa di fronte. Ancora non sapevo chi ci abitasse e feci diverse congetture, immaginando un’arzilla vecchietta con una torta fumante tra le mani; o un gruppetto di ragazzi scalmanati che, in una nuvola di fumo, si davano al poker texano; e per concludere, la solita filmesca fantasia di una vicina libertina che apriva la porta in asciugamano per prendere la posta.
Come corre a volte la mia immaginazione, non come questo catorcio di ascensore! Pensai.

E finalmente intravidi dalle porte le luci dell’interno dell’ascensore. Mi trattenni dallo sbirciare all’interno e rimasi sull’uscio. Ne uscì all’indietro il tanto atteso coinquilino. Si girò, mi vide e disse, porgendomi la mano:

– Piacere, io sono Francesco. –

Storia di una casa (#20)

2006/2007

– 20 –

Scese la sera e con essa il cielo si dipinse d’arancio, colorando le piccole nuvole sparse sulla città. Adoravo osservare il tramonto. Sin da bambino, restavo affascinato dalle movenze di quella sfera luminosa che attraversava, da lato a lato, l’intero arco celeste sopra la mia casa. Lo conoscevo bene ormai: dalla mattina, quando gli fuggivo via fino a scuola; al pomeriggio quando invece gli correvo incontro, perché tramontava, come nelle più consuete scene di film, in mezzo a due monti e proprio sulla strada che percorrevo. Amo il sole, soprattutto il tiepido sole d’autunno che riscalda quel tanto che basta da non lamentarsi né del freddo né del caldo. Cosa avrei dato per vedere il tramonto su quel balcone. Purtroppo, potevo godermi solo quel rossore celeste nell’attesa del buio. La mia camera era orientata verso est e da lì, solo albe potevano passare. Meglio così, i tramonti mi regalano troppa malinconia, e scrollarmene un po’ da dosso non m’avrebbe fatto male…

Un profumo di carne e peperoni, stuzzicò un languore assopito nel mio stomaco. Qualcuna tra le mie nuove vicine era intenta a cucinare quella prelibatezza, non curante di scatenare invidia in chi, come me, certe cose non poteva, né sapeva cucinarle. Il brontolare del mio stomaco mi ripeteva che era giunta anche per me l’ora di mangiare. Nei giorni precedenti, esclusi quelli in cui mia madre si era presa cura di me, avevo saltato parecchi pasti, mangiando poco e male in orari inconsueti. Era arrivato il momento di mettere mano a padelle e fornelli, come quando, a scuola guida, arriva il giorno di passare dalla teoria alla pratica.

Entrai in cucina con l’insolita sicurezza di un cuoco navigato. Vidi una padella arancione che spiccava tra le altre. Mia madre l’aveva lasciata qui, prima d’andarsene. La presi e la rigirai più volte sottosopra. L’osservai indeciso. Volevo preparare un semplice piatto di pasta ma iniziai a farmi mille domande. Quanta acqua? Quanto sale? Quanto sugo? Quanta pasta? Essendo un tipo abbastanza preciso e pignolo, provai angoscia per non aver quelle risposte pronte. Così, decisi di affidarmi al mio intuito, elemento di me, che mi ha tirato fuori da parecchie situazioni. Presi una pentola, la riempii d’acqua, accesi il fuoco. Salai l’acqua e buttai della pasta, misurata ad occhio in un piatto. Per il sugo lessi che bisognava solo riscaldarlo in padella e così feci, senza domandarmi per quanto tempo e a che fiamma. Il risultato fu gradevole alla vista ma il sapore era terribile. Rimasi quasi un minuto a domandarmi se riempirmi lo stomaco o farcire il cestino. Scelsi lo stomaco e con la mente cercai di contrastare ciò che le papille gustative stavano urlando spudoratamente.

Deluso ma con la pancia piena tornai al mio letto. Il sole ormai era tramontato e un altro giorno era finito. Uscii sul balcone con la solita pallina rossa tra le dita. Guardai il cielo e malinconico mi domandai: e le stelle dove sono?

  

Storia di una casa (#19)

2006/2007

– 19 –

–       Ciao Bambolina… –
–       Ciao tesoro… come stai? –
–       Bene… i miei genitori se ne sono andati da poco… –
–       Non ti sei fatto proprio sentire… –
–       Hai ragione… mi dispiace… –

Al telefono ascoltavo la tenera voce di Francesca che mi rimproverava dolcemente per la mia assenza. Da poco era diventata la mia ragazza. Da quando una manciata di giorni prima ci scambiammo un ti amo su una panchina di Lodi, in una sera di Settembre. Mi sembrava già esser passata un’eternità da quel giorno e noi esser cresciuti tanto. Le cose sembravano funzionare con lei. Dopo tutte le storie complicate che ho avuto, questa sembrava la meno incasinata. L’amavo tanto e l’amore che provavo per lei era così forte da sostituire il sangue nelle vene.

–       Com’è la casa? –
–       Carina… ma manca qualcosa… –
–       Cosa? –
–       Tu… –
–       Scemo… appena posso, ti vengo a trovare… –

Saperla così vicina e non poterla vedere mi dava un senso di frustrazione che cercavo di contenere. Sapevo che non aveva l’età per essere indipendente e non poteva saltar qui a Milano, da sola, dal suo paesino in provincia. Non potevo chiederle troppo. Vederci sarebbe stata dura almeno per qualche mese. Lei aveva la scuola da mandare avanti ed io intraprendere quest’ambita carriera universitaria. Però mi rasserenava il pensiero che, se avesse potuto, avrebbe fatto anche quello per me.
–       Ora devo andare… tra un po’ suona la campanella… e il prof di statistica è un rompiscatole… –
–       Sì, tranquilla… vai… –
–       Ci sentiamo dopo? –
–       Ci sentiamo dopo –

Tornò il silenzio e sentii addosso uno strano alone di malinconia e solitudine. Presi la mia pallina tra le dita e mi avvicinai al balcone. Dal vetro osservavo la facciata del palazzo di fronte e con lo sguardo carezzavo i tetti di quelli successivi. Essere così in alto mi faceva apprezzare di più quella città. Ma un dubbio m’assaliva. Per quale motivo ero lì? Milano era davvero la città dei miei sogni o avevo solo inseguito l’amore? Non era la prima volta del resto… Ne avrei da raccontarne sullo strano connubio tra amore e pazzia che mi dominava in passato.
Ero di nuovo finito in quel vortice eterno?
Avevo di nuovo dato retta al cuore invece che alla mente?

 

 

 

Storia di una casa (#18)

2006/2007

– 18 –

 

Quel mattino arrivò con un richiamo casalingo: l’odore del caffè appena fatto. La premurosa mano materna era intenta a versare il liquido scuro nelle tazzine, con lo scrupoloso intento di non toccare la porcellana con il beccuccio della caffettiera.
Mi allontanai un istante da quella scena per affacciarmi al balcone della camera. Cercavo, tra le macchine parcheggiate, una color verde acqua poiché, lì vicino, avrei sicuramente intravisto mio padre. Era sceso poco prima a portar giù le valigie ma a vederlo indugiare pensai che le valigie fossero solo una scusa per dar un occhio in più alla macchina. Conoscevo bene quell’uomo e con il tempo ho imparato a conoscere almeno la metà delle preoccupazioni che avvinghiavano quella testa brizzolata e baffuta. Sapevo che, nonostante la bella gita fuoriporta a Milano, non vedeva l’ora di tornare a casa a risolvere i problemi che aveva lasciato a metà; e pensare che uno degli eterni problemi lasciati a metà ero io. Chissà come avrebbe attenuato l’ansia che gli potevo procurare da qui, senza potermi mostrare il suo sguardo severo pieno di rimproveri. C’è da dire però, che sicuramente gli avrei tolto qualche grattacapo, visto come sono andati gli ultimi anni del liceo. Ora poteva finalmente dedicarsi a qualche passatempo nell’immenso vuoto lasciato dall’assenza dei miei casini.
–       Tieni, attento che scotta… –
Mia madre mi raggiunse alle spalle e mi porse il caffè tenendo la tazzina come il braccio di una di quelle macchinette afferrapupazzi. Si sporse anche lei e guardò mio padre che si stava allontanando in direzione del palazzo.
–       Ti ho sistemato i panni in quella libreria. Meglio di niente per adesso… –
–       Va bene così mamma, tanto sono solo vestiti… – tenni a sminuire quell’impiccio.
–       Mi raccomando, tienili in ordine altrimenti si sgualciscono tutti! –

Sentii la porta aprirsi e il solito borbottio raggiungere le mie orecchie. Mio padre entrò nella camera e osservò il dito di mia madre che puntava la sua tazzina di caffè sul tavolo.
–       Siamo pronti? – disse mio padre, includendo anche me nella compagnia di viaggio.
Li accompagnai alla porta d’ingresso. Mia madre mi abbracciò e mi diede un bacio affettuoso. Abbracciai anche mio padre, con meno intensità, ma con eguale affetto. Mi fecero le solite raccomandazioni e ultimarono il discorso con -… tanto appena possiamo, facciamo un salto qui… – Peccato che quella fu l’unica volta che misero piede in quella casa.

Mi abbandonai sul letto. Sorrisi pensando alla giornata trascorsa con i miei genitori e l’immaginai seduti in macchina a battibeccare su argomenti di poco conto. Osservavo il mio nuovo armadio. Certo, era difficile definirlo tale solo perché dentro ci appoggiavo i vestiti. Nonostante tutti gli sforzi d’immaginazione, quella cosa in legno con porte in vetro, restava una libreria. Ci sarà qualcosa che posso fare? pensai alzandomi dal letto e prendendo le chiavi.
Comprai alla cartoleria in strada un blocco di fogli colorati. Con lo scotch biadesivo l’incollai, sopra i vetri delle porte, in modo da coprire ogni spazio trasparente. Ammirai soddisfatto il risultato. Il mio armadio non doveva più vergognarsi di essere una libreria.

Tornai sul letto ma il telefono squillò…

 

Storia di una casa (#17)

2006/2007

– 17 –

 

La mattinata era finita ormai da qualche ora. Ero ancora assopito su un giaciglio formato da un lenzuolo e dal mio giubbotto di pelle. La sera prima non ebbi tempo ne voglia di disfare il mio trolley e di prepararmi un letto decente. Così, raggomitolato in un’indicibile posizione, cercavo il motivo giusto per uscire dai sogni e svegliarmi. Ero nella fase del riposo della semi-coscienza. Sapevo che fuori batteva il sole da un po’, ma volevo continuare a sognare. Ciò che non sapevo invece, era che il motivo per svegliarmi, stava per bussare alla mia porta, letteralmente.

Driiiiiin Driiiiin

Le palpebre scattarono in su come tende a molla, ma le pupille, non ancora abituate alla luce, intimarono la ritirata a mezz’asta. Il citofono suonava una fastidiosa melodia per i miei timpani. Chi poteva mai essere a quell’ora della m…
–       Le tre? Cavolo! Sono già le tre! –
Mi alzai per andare a rispondere. Dall’altro capo, mia madre, un po’ infastidita per la mia lentezza, mi chiese informazioni su come raggiungere l’appartamento. Mio padre non emise parola ma sentii la sua presenza nella voce di mia madre. Riagganciai con un velo di ansia e
mi guardai intorno come chi attende l’imminente arrivo di una persona importante e vorrebbe fare bella figura. Ma cosa avrei mai potuto mettere a posto in un appartamento vuoto? Guardai il mio trolley ancora bello e intatto. Sicuramente mia madre avrebbe richiamato la mia pigrizia se l’avesse visto ancora in quel perfetto stato. Così mi sbrigai ad aprirlo e a posizionare qualche vestito qua e là, in maniera disinvolta.
Sentendo l’ascensore arrivare, mi avvicinai quatto quatto alla porta. Sentii, dall’altro lato, mio padre borbottare qualcosa. Aprii.
–       Giovanotto! – disse mio padre.
–       Ciao amore – disse mia madre abbracciandomi.
Li feci entrare, aiutandoli a portare le valigie. Sembrava così strano esser io a far gli onori di casa.
Mentre mio padre era con lo sguardo per aria senza ancora proferire una parola, accompagnai mia madre nella cucina. Le mostrai la mobilia mentre imbottiva la mia mente di domande del tipo: c’è questo, c’è quello, riuscirai a far questo o quello. Ma, nonostante le domande e qualche critica, mi sembrò soddisfatta della scelta del mio alloggio. Poi prese a guardarmi con un sorriso velatamente malinconico. Quello che tutte le madri hanno avuto o avranno nel momento in cui i piccoli lasceranno il nido. Lasciai mia madre in cucina che, senza che me ne accorgessi, s’era già messa i guanti per darsi da fare.
Mio padre stava ultimando il suo giro d’ispezione davanti alla portafinestra del balcone. Osservava il cassone della tapparella con una strana aria incuriosita.
–       Papà… – dissi quasi sottovoce e lui si girò.
–       Quindi ti sei deciso… – mi disse con tono fermo.
–       Sì… voglio vivere qui. –
–       Ma è così lontano da casa… se avrai bisogno di qualche cosa come farai? –
–       Saprò cavarmela… lo sai che sono bravo. – e al termine della frase, mio padre fece un mezzo sorriso, si avvicinò e dandomi due colpetti sulla spalla disse:
– Allora? Dov’è che dormirai? –

Mezz’ora più tardi, dalla cucina proveniva un profumo di sugo e pastasciutta. Questo sì ch’è un odore familiare, pensai. Mia madre aveva già preso mano con i fornelli come un bravo camaleonte culinario. Gli uomini di casa invece, erano intenti a far passare un divano di due metri attraverso la porta della stanza da letto.
–       Papà non c’entra! –
–       Sì che c’entra spingi! –
–       Spingo, spingo! –
Portammo il divano nella camera e uno dei tre lettini nel salotto. Finalmente potei costruire la mia stanza per potermi adeguatamente ambientare. Così, le camere da letto diventarono due, una doppia e una singola, e il salotto perse la sua connotazione trasformandosi definitivamente nella mia camera. Mi sedetti sul letto mentre papà andò in cucina richiamato dall’odore della pasta. Guardai il piccolo televisore spento davanti a me. Pensai che quello sarebbe diventato il mio unico panorama di tutte le notti a seguire. La mia cameretta ben arredata nella casa natale era un piccolo rimpianto che mi sarei trascinato per giorni. Poteva quel luogo diventare accogliente come la mente lo immaginava? In quel momento non potevo saperlo, ma solo sperarlo…
–       Vieni Ciro! E’ pronto! – strillò mia madre.
E mi alzai sorridendo, pensando che quella voce stridula diverrà una delle cose che mi mancheranno di più…

 

Storia di una casa (#16)

2006/2007

– 16 –

 

Sono cresciuto in adolescenza e, per quel che posso ricordare dell’infanzia, con una madre tutto-fare. Si svegliava la mattina di buon ora, prima di ogni essere vivente, compreso il gallo, che la nonna allevava nel pollaio, non certo per scopi di richiamo.
Preparava la colazione a tutti noi, per poi filare a lavoro, lasciando sedimentare le proprie raccomandazioni sui nostri occhi ancora stropicciati dal sonno.  Il pomeriggio era a casa a preparare pranzo e cena, e nell’intervallo tra i due pasti, ascoltava e risolveva i problemi di tre figli. Infine, cosa da non sottovalutare, sbrigava le innumerevoli faccende, amplificate da una casa di tre piani. Tutto ciò senza mai lamentarsi con nessuno di noi. Per questo motivo, la presenza di mia madre, era perfettamente assimilabile a quella di un angelo custode: noi sporcavamo e il giorno dopo, era pulito. Non m’ero mai posto il problema di come si facessero certi mestieri né di quanta fatica ci volesse. Di tanto in tanto mi limitavo a osservare quella donna che mi aveva messo al mondo, distruggere le sue giornate tra piatti sporchi e strofinacci unti. Delle volte, in realtà, ho pure tentato di aiutarla con scarsi risultati, venendo scacciato anche in malo modo. Preferiva sempre far tutto da sola. Ma ora che tutti quei compiti avrei dovuto sbrigarli io, come avrei fatto senza un minimo d’istruzione?
Il telefono squillò, producendo uno strano eco in quella casa vuota.
–       Pronto chi è? –
–       Sono Francesco e tu dovresti essere Ciro… –
–       Sì, piacere. Finalmente ci conosciamo! –
–       Già, scusami, ho avuto un po’ di cose da sbrigare con il lavoro e ne avrò ancora per una settimana. Ti avevo chiamato appunto per questo. Ci vedremo la settimana prossima!
–       Va bene futuro coinquilino! –
–       Ah, com’è la casa? –
–       Discreta, ancora devo ambientarmi, oggi è il primo giorno! –
–       Ambientati allora! Ci vediamo lì! Ciao –
Subito dopo la chiamata, ebbi una piacevole sensazione di serenità nel sentire la voce della futura persona che avrebbe condiviso queste stanze con me, gustandone la simpatia nello scambiare qualche battuta. L’ultimo ostacolo era sormontato. Pensai. Il mio coinquilino non sembrava affatto una di quelle creature antropomorfe e rozze che solo la mia mente ossessiva era in grado di concepire. Tirai un sospiro di sollievo e mi concentrai sul da farsi.

Aprii l’anta del mobile bianco, appena dietro la porta del bagno. Sul primo ripiano c’era una moltitudine di prodotti casalinghi disposti su più file. Scostai i primi per accedere agli ultimi, cercando di scorgere qualche marca conosciuta. La mia speranza era di collegare uno di quei prodotti a qualche immagine di pubblicità viste in tv, così da avere uno spunto su come intraprendere quell’ardua missione. Tutto fu vano quando spostai l’ultimo prodotto: pronto legno pulito, che sembrava non far al caso mio. Qui ci vuole qualcuno che se ne intende! Pensai con in mano il cellulare.
–       Madre! C’è bisogno del tuo aiuto! Come si toglie la polvere? –
–       Oh! Il mio figliolo alle prese con le pulizie! Questa devo proprio vederla! –
–       Si mamma, prima o poi dovevo pur imparare! –
–       Certo figliolo mio! Comunque io e tuo padre stiamo pensando di venire lì domani. Così vengo a darti una mano! –
–       Sì ma… non ce n’è bisogno… posso cavarmela… –
–       Ormai è deciso. Ci siamo presi un paio di giorni dal lavoro per salire.  Poi, devo pure vedere dove vivrà il mio figliolo? O no? –
–       Certo mamma… Se volete, potrete anche dormire qui, tanto i letti ci sono… –
–       Bene, così risparmiamo l’albergo.  Ora fammi andare che preparo la cena e le valigie per domani. –
E attaccò senza darmi le informazioni che cercavo.  Tanto domani verrà lei, e sicuramente non si sarebbe fidata delle mie pulizie rifacendole dal principio. La conosco quella donna.

Entrai nella stanza da letto e mi sedetti su un letto, pensieroso. Guardai la finestra che dava su un’altra finestra. Era illuminata e due persone stavano cenando attorno a un tavolo rotondo. Ammirai tanta normalità.
Forse non sarebbe poi così male, avere qualcuno con cui condividere la solitudine giornaliera.

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