Su navi e per mari… (la nouvelle de Paris VI)

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23:00

Poggiammo le buste della spesa sul tavolo. Spesa però, era un termine inappropriato a descrivere tre buste piene di bottiglie di vino rosso. Eravamo stati al Monoprix, un negozio di cosmetici che aveva un supermercato nel piano interrato. Mi ricordava tanto il Billa di via Torino.
– Cosa mangiamo? Ops… scusate… what we eat? – chiesi vedendo Rafael che mi fissava.
– We have: eggs, bacon and a lot of spaghetti! – disse Antonio.
– Carbonara! –
– Cucino io… – disse mio cugino.
Alberto aveva già in mano la prima bottiglia di vino.
– Da quale cominciamo? Dal migliore o dal peggiore? – chiese.
– Dalla migliore è ovvio! Perché quando sei ubriaco puoi bere anche il peggior vino esistente! –
– Ah… anche tu sei di questa scuola di pensiero? –
– Sempre! Fin dagli anni del liceo… –
Alberto, quindi, prese una bottiglia di Bordeaux e la stappò con frenesia. Versò maldestramente il vino nei bicchieri che avevo disposto sul tavolo. Alcune gocce caddero in giro.
– Pardon… – disse Alberto.
Facemmo il primo brindisi della serata e trangugiai il liquido amarognolo. Aveva un buon sapore. Cercavo di paragonarlo a qualche vino italiano ma non me ne veniva in mente nessuno. Intanto Alberto aveva già riempito di nuovo i bicchieri. Sempre maldestramente e sempre costringendomi a pulire con la carta le gocce cadute prima che Antonio se ne accorgesse.
– Alla Francia! –
– E alle Francesi! – dicemmo in coro.
Dalla cucina si spandeva un invitante profumo. Il mio stomaco brontolava peggio di un motore a secco. Ciro si stava dando da fare. Non era facile cucinare mezzo chilo di spaghetti in una pentola media. Ogni tanto saltavano in giro pezzi di uovo e pancetta. Probabilmente, complice della distrazione generale, era il vino che, per volere di Alberto, scorreva a fiumi. Rafael osservava con il suo bicchiere mezzo pieno in mano. Ogni tanto commentava in inglese qualcosa. L’alcol sembrava non toccarlo. Al contrario io, ero già mezzo fuori. Stavo apparecchiando la tavola e i miei movimenti, anche se molto coordinati, erano stranamente lenti.
– È pronto! – disse Ciro poggiando pericolosamente la pentola incandescente a tavola.
Facemmo i piatti e ovviamente, anche il tavolo assunse lo stesso aspetto della cucina. E si poteva mai iniziare a mangiare senza un brindisi?
– Buon appetito! –
Di fianco a me era seduto Rafael. Lo strano economista-avvocato e chissà quant’altro. M’incuriosiva questo ragazzone di trent’anni… e quando una persona m’incuriosisce, la barriera della timidezza si dissolve.
– Rafael… It’s the first time in France? –
– Yes… my next step is Berlin… and then i will go in Italy! –
– In Italy? Where? –
– Florence and Rome! –
– Very good Cities! –
Aberto si alzò in piedi brandendo l’inseparabile bottiglia di vino. Ci rifornì tutti e incitò quelli che avevano ancora del vino nel bicchiere a finire, per poi riempirlo di nuovo.
Contando le bottiglie vuote e dividendole per i presenti, il risultato dava più di una bottiglia a testa. Ero dannatamente fuori. La vista iniziava a sfocarsi nel contorno e quella piacevole sensazione di abbandono volteggiava nella mente.
– Rafael! My Friend! – brindai con lui.
– Do you know same italian’s words? – gli chiesi.
– No… I don’t. –
– Well… I teach you something. When you will go in Rome and you will see a very beautiful girl… you must say “Anvedi che sorca!” repeat… –
– An..vedi… che.. sorca! – Disse Rafael con qualche incertezza. Tutti scoppiammo a ridere e il brasiliano ripetette quella frase fino allo sfinimento, sfinendo anche noi a suon di risate.
Istruii Rafael a dovere con un buon vocabolario da perfetto scaricatore di porto. Per tutta la cena non chiusi un attimo bocca; e più parolacce mi venivano in mente, e più gliene insegnavo, nelle diverse forme e sfumature. Era più divertente che insegnare le parolacce ad un bambino.

La cena finì e per fortuna del mio fegato, anche il vino. Era passata la mezzanotte quando, brilli, profumati e ben vestiti, uscimmo di casa. Cercavamo un posto dove andare a ballare e il Queen era perfetto. Era una discoteca non lontana da casa, posizionata lungo gli Champs. Il buttafuori nero ci fece passare senza troppi problemi e una volta dentro ci fiondammo in pista.
Andai a prendere un cocktail e persi di vista i ragazzi. Afferrai il mio Cubalibre e vagai alla ricerca di una faccia amica. Trovai Rafael che ballava in modo molto scoordinato e scattava foto a raffica con la sua compatta.
– Hi Friend! –
Mi sfoggiò un gran sorriso e lo presi a braccetto. Ci conoscevamo solo da un giorno ma a vederci, sembravamo due vecchi amici.
– Rafael, go di qua… –
La mente non capiva più e la lingua s’inceppava nelle parole. Parlavo un misto di italiano, inglese e francese, colorato di gesti esplicativi. Rafael, stranamente, mi capiva lo stesso. Salimmo delle scale che portavano ad un altro piano. C’era una sala fumatori dove la musica assordante stentava ad arrivare. Le orecchie ebbero un po’ di pace. Facemmo il giro della sala come due predatori che cercano la preda. Due ragazze stavano fumando ad un tavolino alto. Ci guardavano. Spinsi Rafael sotto il mio braccio in quella direzione.
– Hi girls! –
Le due ragazze si guardarono tra loro sorprese.
– Hello boys… – rispose una.
Rafael iniziò a presentarsi.
– My name is Rafael son de Brasil!
– My name is Chloé and she is Elise. –
Dai loro nomi capii che erano francesi e quando toccò a me parlare sfoggiai le mie nozioni.
– Je m’appelle Ciro… enchanté… –
Le ragazze sorrisero. Forse il mio francese non era male. Il problema era che le mie frasi si contavano sulle dita di una mano!
– Parle vous englais? –
– No… – mi risposero deluse.
Ma i più delusi eravamo noi. Comunicai la notizia a Rafael e con molta educazione, tagliammo la corda!
Rafael era molto simpatico. Scherzava, rideva, faceva battute. Adocchiava le ragazze e ballava qualsiasi canzone. Mi trovavo a mio agio con lui. Mi faceva da spalla ed io spalleggiavo lui quando ci provavamo con qualsiasi esponente del gentil sesso presente nella sala. Che figuracce a volte…
Girando e rigirando trovammo il resto del gruppo. Stavano ballando nei pressi di una specie di cubo alto. Una paio di ragazzi e ragazze ballavano lassù. E perché non dovevo esserci anche io con loro? Così da poter raccontare ai miei nipotini, di quando il nonno s’è reso ridicolo a Parigi?
Salii e cominciai a ballare con una tipa. Lei sembrava starci… un po’ meno il suo ragazzo. Scesi alla svelta. Tornai a ballare con gli amici. La musica era alta e gli effetti dell’alcol non accennavano a calare. Sentii delle note da lontano appena sussurrate. Erano note familiari. Una musica che sapeva di casa. Ci girammo tutti in direzione del Dj. Poi ci guardammo in faccia avendo inteso la canzone che stava cominciando. E abbracciandoci tutti come un quartetto stonato, iniziammo a cantare…
– Con teee… partirooo… –

 

 

 

Little red ball (III) (Marina di Camerota ’09)

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La ricca cena stava volgendo al termine. Elena, la simpatica cameriera, ci stava servendo i secondi. Notavo che aveva non poche difficoltà. I miei fratelli e i miei genitori avevano riempito la tavola di piattini con i contorni presi al buffet… ed Elena, nel servire, cercava il giusto incastro per piazzare il piatto del secondo, stando anche attenta a non far cadere gli altri piatti che portava. E non solo… i tavoli erano messi in posizioni scomode… tra candele per terra, vialetti e aiuole sembrava impossibile non fare danni.
Elena stava servendo i miei fratelli e giunto il mio turno le feci un po’ di spazio sul tavolo. Lei mi ringraziò con un sorriso, prese alcuni piatti vuoti e se ne andò in cucina. Incominciai a mangiare la mia bistecca. Presi forchetta e coltello e ne tagliai il primo boccone. Mentre masticavo, guardavo il vialetto che portava all’interno del ristorante. Mangiavamo fuori sotto un grande ombrellone. Devo dire che il villaggio era progettato bene. Sistemato… accogliente… curato… Un ambiente ottimale per passare una vacanza tranquilla con la propria famiglia. Già, “tranquilla” era il termine adatto quando la descrivevo ai miei amici. Quando mi chiedevano perché ci andassi invece di restare con loro in paese. Pensavo di annoiarmi… che il posto non mi fosse piaciuto e che la tranquillità si fosse trasformata in impulsiva voglia di scappare. Ma dovetti ricredermi… tra tuffi in piscina… gare e tornei… animatori e giochi.. e soprattutto nottate in discoteca… di tempo da dedicare alla noia ne avevo ben poco. Per fortuna direi, il mio cuore ne aveva proprio bisogno… non di tutto ovviamente. Certe volte potevo anche lasciarlo riposare invece di stressarlo con musica house e balli sfrenati. Purtroppo, mente e cuore litigano sempre e non sempre si fa quello che decide la mente.
Continuavo a mangiare e osservavo il vialetto non curante di ciò che si stava svolgendo a tavola. Come spesso mi capita, ero sovrappensiero. Non so perché ma focalizzo la mia attenzione sulle piccole cose… come una mattonella fuori posto o una fiammella che si sta per spegnere… un filo d’erba più lungo degli altri o le scarpe da ginnastica nere di una giovane cameriera. Elena era tornata e s’era messa al suo posto. In piedi vicino a una piccola siepe e osservava i tavoli. Faceva bene il suo lavoro. Precisa e impeccabile. Pantalone nero, camicia bianca, papillon, un filo di trucco e capelli raccolti. Doveva essere dura lavorare d’estate in un villaggio vacanze. Doveva essere dura sacrificare i propri giorni destinati al divertimento. E cosa ne potevo mai sapere io? Che ero lì a mangiare e divertirmi…
La cena era finita. Ci alzammo tutti da tavola e c’incamminammo verso la camera. E quando fummo abbastanza lontani:
– Accidenti! Ho dimenticato una cosa sul tavolo! Corro a prenderla… – dissi.
Mio padre un po’ scocciato disse a mia madre ironicamente.
– Ma come devo fare con questi figli tuoi?! Si scorderebbero anche la testa se non l’avessero attaccata al corpo! –
Andai al mio tavolo. Per fortuna era ancora tutto come l’avevamo lasciato. In realtà non avevo dimenticato niente… volevo solo lasciare qualcosa… a qualcuno.
Presi dei soldi dalla tasca e alzai il bigliettino delle ordinazioni che ogni sera ci lasciavano da compilare sul tavolo. Li misi lì sotto e andai via facendo finta di niente. Sapevo già che il nostro tavolo veniva sparecchiato da Elena. Questa volta magari, lo farà con il sorriso sulle labbra.
Raggiunsi mio fratello.
– Allora? Cosa c’è stasera in anfiteatro? – chiesi.
– Danno le premiazioni per i tornei… poi non so… –
– Cavolo… – dissi.
– Ma cosa avevi dimenticato al tavolo? –
– Ehm… – cercai in tasca e oltre al cellulare trovai… – Questa! –
..La mia pallina rossa..

..Poco dopo..

Ero seduto tra il pubblico di questa specie di anfiteatro. A fianco a me c’era mio fratello e poco più avanti i miei genitori. Tutti pronti a vedere come il figlio e fratello si sarebbero resi ridicoli su un palco di fronte a tante persone. Vabbè… ora non voglio farla così tragica… in fondo mi dovevano solo consegnare una stupida medaglia. Vinta chissà come in uno stupido torneo. In fondo però era stato divertente… anche se la pallavolo non è lo sport che preferisco. Applaudivo. L’animatore sul palco chiamava a ripetizione nomi di persone che avevano vinto i rispettivi tornei. E applaudivo ancora, perché la situazione lo richiedeva e anche quell’omino simpatico sul palco. Mentre sbattevo le mani cercavo tra la folla i miei occasionali compagni di squadra. Volevo vedere le loro facce. Ma non trovandoli speravo che almeno fossero venuti.
Guardai di soppiatto mio fratello. Era immobile e attento ad osservare il palco. Aveva già avuto la sua medaglia. Vincitore del torneo di ping pong. E mica la categoria ragazzi… no… categoria adulti. Mio fratello aveva stracciato ogni persona che gli si era parata davanti con una racchetta in mano. Era molto bravo… e aimè, anche più del fratello. Si era allenato parecchio al tavolo da ping pong che avevamo in garage. Certe volte, quando lo sfidavo, mi dava vantaggi stratosferici che recuperava in un baleno. Stava diventando bravo quasi in tutto. E lì mi chiesi se sarebbe rimasto ancora qualcosa in cui potevo dimostrare di essere il fratello maggiore.
– Ed ecco il momento dei vincitori del torneo di pallavolo… –
L’animatore parlava dal palco.
– Ecco i nomi della squadra vincitrice… –
Mi preparai al momento…
– Ora tocca a me… – dissi sottovoce a mio fratello.
– ………e Ciro! Venite sul palco! –
Mi alzai, mi sistemai i jeans. Le persone intanto applaudivano. Salii sul palco. La squadra del torneo era al completo. C’era la triestina Paola, il signore col pizzetto, il signore brizzolato e il famoso ragazzino che mi aveva rubato la pallina giorni fa. E se la rideva anche! Il piccoletto però la sapeva lunga. Giocava a pallavolo benissimo. All’inizio  della partita, l’avevo preso un po’ in giro perché l’animatore l’aveva affibbiato alla mia squadra. Dicevo che eravamo in svantaggio perché avevamo solo metà giocatore. Ma lui nonostante l’altezza, sapeva ricevere e battere molto bene. Rimasi quasi allibito quando segnò tre punti di fila sulla battuta. Era un piccolo campione. Dopo averlo disprezzato quasi ringraziavo la sorte di averlo in squadra. Era veramente bravo… io alla sua età ero bravo solo in matematica e facevo disperare l’insegnante d’italiano. Io alla sua età… beh… diciamola tutta… con gli sport ero un po’ negato. E non è che ora brilli in materia… ma il fisico per fare certi mestieri ce l’avrei lo stesso.
La bionda animatrice ci passò davanti con le medaglie. Ce le infilò al collo e tornò dietro. Ci stringemmo tutti per una foto. Da un lato avevo Paola e dall’altro il ragazzino. Che strano che in tutti questi giorni non abbia mai saputo il suo nome. Intanto i vari flash partivano… notavo tra il pubblico mio fratello che applaudiva e i miei genitori poco distanti. Li guardai per un momento. Applaudivano anche loro sorridendo. E tra me e me pensai…

Beh… forse per un attimo… sono stati fieri di me…

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