Storia di una casa (#1)

2006/2007

– 1 –

Tutto cominciò in una notte insonne. Uno stato d’ansia mi attanagliava la mente generando pensieri che occupavano minuti e ore. Guardavo un soffitto bianco, puro, perfetto. Un soffitto dove i pensieri potevano disegnarsi a loro piacimento e tingersi di colori nuovi. Pensavo al futuro, alla mia vita e alle scelte che stavo per compiere; pensavo alla mia famiglia e a tutti i miei amici… lontani più che mai dal mio destino.
Scostai le coperte e scesi dal letto, costatando che ottobre era più freddo di quanto pensassi. Mi avvicinai alla piccola finestra che dava in strada. Scostai delicatamente le tende, quasi non volessi farmi sentire. Quasi che quel gesto di guardare fuori, fosse proibito. Sulla finestra, le luci tenui di un lampione giallo allargavano il riflesso del mio volto. La mia immagine mi fissava e rispecchiava ciò che non vedevo, ma sentivo. Un volto preoccupato, con mille sogni e duemila speranze; due occhi neri ingordi di curiosità per qualcosa di nuovo; e un sorriso che sussurrava perentorio: ce la posso fare.
Al di la di me, c’era un palazzo… e accanto un altro… e poi un altro ancora. Fino a disegnare quasi un muro tra me e l’orizzonte. Sotto, una piccola strada con macchine parcheggiate ai lati, in ogni buco.
Quanto tempo sarebbe passato prima che mi fossi abituato a tutto ciò? Pensai con una goccia di rimpianto. Per anni il mio orizzonte era stato frastagliato di colline e tappezzato di verdi campagne. Di macchine parcheggiate nemmeno l’ombra, eccetto quella di mio padre nel vialetto di casa. Il lampione però, quello c’era, ed era giallo uguale. Mi fissava anche lui dalla finestra della mia cameretta nella casa natia. Strana casualità e dolce coincidenza che mi legava al ricordo delle notti insonni adolescenziali. Al tempo in cui quel lampione mi teneva sveglio proiettando sul letto le righe della persiana, e contandole mi addormentavo. Venti… e poi altre venti… e lentamente chiudevo gli occhi gustandomi l’ultimo spiraglio di luce prima del sonno. Sorridevo perché mi sentivo protetto, in quella stanza, in quella casa, tra quelle mura…
che ora fisseranno un letto vuoto e mille ricordi di un bambino ormai grande.

Un forte suono di clacson strimpellò i miei timpani come un batterista con la cassa di un rullante. Spalancai gli occhi. Sulla guancia sentivo il segno del bordo del davanzale. Mossi le dita dei piedi e scoprii che erano diventati dei piccoli ghiaccioli. Avevo dormito su una sedia davanti alla finestra. Distesi le gambe ancora addormentate e il formicolio si arrampicò nelle vene. Guardai il letto sfatto con un po’ di rancore. Avrei potuto dormire su un materasso, coperto da una calda coperta, invece di restare lì, accanto alla malinconia.
La mia stanza d’albergo era piccolissima. Più lunga che larga. C’entravano a stento il letto e una scrivania su un lato. La finestra era in fondo e sul lato opposto la porta. Sulla destra il bagno e a sinistra un armadio, dove il mio trolley occupava la maggior parte dello spazio.
La cella di un prigioniero sarebbe stata più spaziosa, pensai mentre m’infilavo le scarpe.
Era mattina e invece del sole sorsero le nuvole. Col passare dei giorni davo sempre più peso a ciò che diceva la gente di quella città. Triste e ombrosa.
Scesi le scale e fui nella hall di quel minuscolo alberghetto. Il signor Luca, il fratello del proprietario, mi preparò un caffè, affiancandoci un cornetto alla crema.
– Buongiorno signor F. dormito bene? –
– Buongiorno, si… dormito bene. – dissi con aria stanca.
– Come va la ricerca? – mi chiese interessato, mentre controllava qualcosa sul registro degli ospiti.
– Mah… non tanto bene. Ancora niente. Mi sa che resterò qui ancora per qualche giorno… –
– Mmm… devo controllare se c’è posto, la settimana prossima è la settimana della moda e ho molte prenotazioni… vedo cosa posso fare… – mi disse dispiaciuto.
– Grazie signor Luca, mi faccia sapere… e grazie del caffè… Mi rimetto all’opera anche oggi! Buona giornata! –

Uscii in strada e mi specchiai in quel muro di palazzi. Cercai di vedere il cielo e di trovarci qualcosa di familiare, ma era talmente lontano e grigio che pensai di essere su un altro pianeta.

Galleria d’Arte ##2

 

che%2520la%2520festa%2520cominci

##7

bar%2520bahia%25207.

7.

Lunedì.
I Lunedì sono noiosi. Non succede mai niente. E ciò che è successo è stato già raccontato il giorno prima.
Ero seduto al tavolino centrale del bar Bahia. Scartavo il mio sole24ore dalla pellicola trasparente. Una signora tinta di biondo chiese una brioches al cioccolato. Giovanna gliela porse avvolta in un fazzoletto di carta.
-Come vanno le cose oggi?- chiese alla barista.
-Mha.. normale. Si lavora.-
-Ci vorrebbe proprio una bella vacanza..-intervenne Carmelina.
-Si direi proprio di si.. e dove vorresti andare?..-
Leggevo le notizie ma con un orecchio seguivo la conversazione. M’interessava più della notizia del probabile aumento dei tassi d’interesse della banca centrale europea. Un evento discretamente raro che a volte causa paranoie e allarmismi negli investitori. Ed io con le paranoie ci vado spesso a genio.
-Su una bella isola deserta! E starmene da sola per un po’.-
-Bella idea.. Se vuoi te lo pago io il biglietto..-
-Dici davvero?-chiese Carmelina stupita.
-Certo! Lavori tanto.. un po’ di riposo te lo meriti tutto..-
-Beh.. allora parto il mese prossimo..-
-Bene.. fino a quando?-
-Fino a settembre!- rispose Carmelina sorridendo.
Rocco uscì dalla porta del ripostiglio. Andò dietro al bancone e prese il caffè che aveva appena preparato Giovanna per portarmelo. Lo ringraziai.
-Ro.. Carmelina vuole andare su un’isola deserta..-
-Ma certo.. perché no!-

bar%2520bahia%25207%2520coda

Il cappello di Gaetano.. (Ricordi di Rimini 2008)

Ricordi%2520di%2520Rimini%252C%2520Il%2520cappello%2520di%2520Gaetano

Pensieroso e distante dalla realtà continuavo a fissare quella piscina. Il suo ricordo non accettava ad andarsene e non facevo niente per indicargli la porta d’uscita.

E in questi casi, esiste solo una tipologia di persone che possono aiutarti.

Una mano mi toccò leggermente la spalla invitandomi a voltarmi.

Era Mario insieme ad Enzo.

-Ecco dov’eri! Ti abbiamo cercato dappertutto!-

-Anche io cercavo voi! Dove siete finiti?-

-Eravamo in giro..-

-Si.. c’abbiamo provato con un paio di ragazze.. ma qui non ce la danno nemmeno se le paghiamo!-

-…e il barista ha finito il rum!-

-Allora andiamocene subito!-

 

E così alle 5 del mattino mi ritrovai a dormire in una Stilo blu. Sdraiato per il lungo sul sediolino posteriore. Enzo e Mario erano davanti e avevano inclinato leggermente gli schienali per dormire anche loro. La cosa buffa è che eravamo parcheggiati proprio davanti al nostro ostello. Avevamo risparmiato una sera dormendo in macchina. La macchina di Mario. Un po’ malconci e un po’ alticci, avevamo tutta la mattinata per riprendere le forze prima di entrare nell’ostello.

Il sole intanto continuava a salire e dal finestrino mi arrivava un raggio che mi colpiva sul volto. Misi la mano dietro, nel portabagagli, alla ricerca di qualcosa per coprirmi il viso. Trovai un cappello nero stile cow-boy. “proprio quello che ci vuole” pensai e me lo misi in testa abbassando la visiera fin sul naso.

-Mario..- dissi da sotto il cappello.

-Che c’è…-

-Di chi hai detto che era il cappello?..-

-Di Gaetano.. l’ha dimenticato quando abbiamo fatto il concerto.-

Piccola pausa di silenzio..

-Comunque digli a Gaetano che il cappello ora è diventato mio.-

Uno strano scivolo… (Livigno 2010 parte V)

Livigno%252C%2520lo%2520strano%2520scivolo

Appena varcata la soglia del Miky’s pub, sembrava quasi d’entrare in un altro mondo. Fuori tutto tranquillo e regolare. Il silenzio regnava ed era rotto solo dal rumore dei nostri passi. Dentro invece si sentiva la musica, le persone che parlavano, il tintinnio di bicchieri e bottiglie. Sembrava proprio di aver oltrepassato lo stargate ed essere entrati in una nuova dimensione.

All’ingresso c’era una giovane ragazza addetta al guardaroba, cosa che non avevo mai visto in un pub old style. Mi bloccai…

– E questo a che cazzo serve?! –

Poco di fianco alla ragazza c’era uno scivolo in legno che portava al piano di sotto, da dove proveniva la musica. Rimasi per un po’ ad osservarlo fantasticando sulle mille cose che avrei potuto farci. Di fianco al bizzarro scivolo c’erano le scale. Le scendemmo e venimmo inondati da musica dance ad alto volume. Guardai tutta la sala e pensai che finalmente avevano inventato ciò che volevo: una discoteca… in un pub.

Perché sì… entrambi i locali hanno i loro pregi ma anche i loro piccoli difetti.

In discoteca, se entri… devi per forza ballare. Non c’è mai un fottuto posto dove sedersi e godersi il proprio drink. Drink che deve essere per forza un cocktail, perché se prendi una birra ti guardano storto e pensano che tu sia un ubriacone. Nonostante ciò, mi piace ballare… sentire la musica dance o house che ti pompa nelle orecchie solleticandoti la mente e dandoti piccole scariche di adrenalina.

Nel pub, invece… ti siedi con davanti la tua bella birra doppio malto e gli amici intorno. Scheggi un po’ il tavolo col coltellino, racconti un po’ di stronzate a chi vuol sentire. Ma la musica che c’è non è mai quella giusta… o non sempre. Una volta sono entrato in un pub dove la canzone migliore era di Laura Pausini. Il pub che prendo sempre come riferimento è lo Sloppy’s Joe di Dante. E’ uno dei migliori, a mio avviso. Forse solo perché ci ho passato i migliori anni della mia vita. Ed anche lui ha la pecca di tutti i pub. La musica e soprattutto, sono almeno 5 anni che sui suoi schermi gira ancora a ripetizione senza voce quel cavolo di film di Sin City e non c’è bisogno di dirvi che lo conosco a memoria.

 

Il Miky’s pub, quindi… era un po’ tutt’e due. Sulla destra c’era il lungo bancone in legno dove il barista serviva i cocktails. Quasi in fondo alla sala c’era una postazione deejay rialzata con annesso ragazzo con cuffia e capelli strani. Sulla sinistra invece c’erano i tavolini, di quelli alti con gli sgabelli sempre in legno. Qui un po’ tutto era in legno… e io amo il legno. Al centro del locale c’era uno spazio non molto grande, dove la gente ballava.

Ci sedemmo in fondo. Enzo, Ciro, Luca ed io.

Tutti intorno allo stesso tavolo, a guardare la sala piena di gente.

– Non è male questo posto… –

– Già… ordiniamo qualcosa… –

– Una bella bottiglia di vino bianco… e quattro bicchieri… – proposi io.

– Chi inizia? …Ok ok… ho capito… vado io… – dissi.

 

Andai al bancone. Feci segno al barista di venire da me.

– Che vini bianchi hai? – Gli urlai.

Lui ne elencò alcuni, ma io non capii niente a causa della musica troppo alta e gli dissi:

– Fai tu! –

Poco dopo tornai al tavolo con la bottiglia stappata e quattro bicchieri a calice alto.

Poco dopo ancora… la bottiglia era vuota.

 

– Guarda quelle tre sedute lì…-

Mi voltai nella direzione indicata da Ciro e vidi tre ragazze sedute a un tavolino. Una mora, una castana e una bionda. Mancava la rossa e il quadro era completo… pensai sorridendo.

– Vanno a vino anche loro… – disse Luca, osservando i loro bicchieri.

– Quella con i capelli corti è la più bella… –

– Naa… meglio quella con gli shorts… –

– Perché la bionda la vogliamo buttare via? –

– Perché non vai da loro e chiedi se vogliono sedersi qua con noi? La prossima bottiglia la offro io… –

– Tu comincia a offrire… al resto ci penso io… – risposi

 

Naturalmente, essendo quello più vicino al bancone in linea d’aria, dovetti alzarmi io. Il barista mi vide e gli chiesi di stapparmi una nuova bottiglia. Lui al volo la prese, stappò con classe e me la diede.

Dopo mezzanotte la musica cambiò. Si fece più aggressiva e ballabile. Guardavo la sala un po’ annebbiato dall’alcol. I ragazzi erano andati nella sala fumatori e rimasi solo a fare la guardia alla bottiglia vuota di vino bianco.

A un certo punto il deejay cambiò canzone. Una di quelle belle che mi piacciono molto… ma che adesso… proprio non ricordo.

Questa devo proprio ballarla, pensai

E mi buttai in pista tra la gente che si dimenava al ritmo di musica. Iniziai a muovermi cercando di ballare decentemente in quello spazio ridotto. Intorno a me c’erano ragazzi e ragazze di ogni tipo. Dai volti  si riconoscevano tedeschi… polacchi… svizzeri. C’erano anche le tre ragazze sedute a quel tavolo. Ballavano vicino a me. E ogni tanto mi adocchiavano. Mentre ballavo, mi voltai in direzione del mio tavolo. Vidi i miei tre amici tutti li seduti che mi osservavano. Sentivo i loro occhi addosso e sapevo già cosa stavano dicendo su di me.

So cosa ci vuole.. pensai.

Mi appoggiai al bancone con un gomito. Il barista mi vide e iniziò già a prendere una bottiglia di vino. Praticamente non gli dissi niente. Lui già sapeva.

– Thanks… – gli risposi e tornai al tavolo.

 

Purtroppo quella bottiglia fu l’inizio della fine. Un attimo dopo averla vuotata, il mio cervello praticamente galleggiava nell’alcol. E subito dopo, una scena incontrollabile si prestava agli occhi di tutti i presenti nella sala. Io su una specie di palchetto che facevo volteggiare la mia maglietta al ritmo di musica. Il barista corse da me e cercò di farmi scendere, urlandomi di rimettere la maglietta. Per fortuna non si incazzò.

Tornai al tavolo e mi detti una calmata.

Vidi Enzo e Luca che parlottavano con una ragazza inglese.  Quest’ultima sorrideva mentre mi guardava. Enzo le aveva detto qualcosa. Lei mi disse – Ok, ok… – e mi fece un gesto di approvazione con la mano. Non capii niente. Ero un po’ stanco, ma l’alcol mi teneva sveglio. Entrai nel gruppetto che si era formato con l’inglese. Cercavo di biascicare qualche parola che lei, con mio stupore, comprese. Enzo era quello che se la cavava meglio. Forse anche perché era più sobrio di me. Dopo un po’ mi limitai a osservare, cercando di calmare un po’ i battiti del mio cuore. Avevo un bicchiere vuoto in mano e ci giocavo.

Dopotutto, questa serata non è andata poi così male, pensai mentre guardavo

lo strano scivolo dall’altra parte della sala… 

 

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: