Storia di una casa (#21)

2006/2007

– 21 –

Abbassai gli occhi tristi e rassegnati che speravano che un cielo clemente consegnasse alla vista qualche stella. Era tutto troppo luminoso perché la notte fosse davvero buia e il panorama migliore. E quasi invidiavo ciò che un tempo trovavo normale mentre tornavo tardi nella mia villetta di campagna. Lì il cielo mi coccolava, animando il tragitto con un tappeto di stelle sopra la mia cresta; e ogni volta che tornavo, magari stanco, ubriaco, disilluso, puntavo il naso all’insù e mi gustavo qualche istante dello spettacolo di ogni notte; e ogni notte mi promettevo che la notte successiva mi sarei fermato qualche momento in più; ma più i giorni passavano e più vicende alterate si sommavano al quadro generale… e rimandavo quel momento in eterno…

TRiiiiiiiinnnnnnn TRiiiiiiiiiiinnnn

Un suono squillante mi fece voltare di scatto verso la porta della mia stanza. Rientrai dal balcone e mi diressi nell’atrio. Capii subito che era il citofono ma aspettai un altro squillo per averne la conferma. Nell’attesa mi domandai chi mai potesse essere a quell’ora.

TRiiiiiiinnnn

–    Si? –
–    Ciao Ciro, sono Francesco! –
–  Ah Francesco! Che sorpresa! Ora ti apro… Aspetta che capisco come si fa… –

Schiacciai a caso alcuni tasti finché dalla cornetta non sentii il rumore metallico del pistoncino che scattava. Restai ancora ad ascoltare sperando che Francesco non incorresse in nessun intoppo nel suo ingresso nel palazzo. Poi, quando sentii il portone chiudersi, appesi la cornetta e crebbe in me un’ansia spropositata dominata dalla curiosità morbosa di sapere che aspetto avesse questo futuro coinquilino.
Con la mano tremolante girai la chiave per aprire il portone. Di fronte, un ascensore silenzioso attendeva il suo passeggero. Ma i minuti passavano e niente si muoveva. La strana attesa mi fece pensare che quel ragazzo odiasse i piccoli ascensori degli anni settanta. Così mi affacciai sulla tromba delle scale nell’intento di scrutare l’ombra di Francesco. Niente. Nel palazzo sembrava che nessuno fosse entrato. Deserto. Nessun rumore, nessuna voce, nessun suono. Stavo dubitando che quel ragazzo fosse effettivamente entrato ma ecco che la lucina dell’ascensore si posizionò su occupato e il motore iniziò a girare. Qualcuno stava salendo, doveva essere lui.
Tornai in casa lasciando il portone aperto per far capire al nuovo inquilino la corretta via da seguire. Sull’uscio, nel frattempo, osservai il portone della casa di fronte. Ancora non sapevo chi ci abitasse e feci diverse congetture, immaginando un’arzilla vecchietta con una torta fumante tra le mani; o un gruppetto di ragazzi scalmanati che, in una nuvola di fumo, si davano al poker texano; e per concludere, la solita filmesca fantasia di una vicina libertina che apriva la porta in asciugamano per prendere la posta.
Come corre a volte la mia immaginazione, non come questo catorcio di ascensore! Pensai.

E finalmente intravidi dalle porte le luci dell’interno dell’ascensore. Mi trattenni dallo sbirciare all’interno e rimasi sull’uscio. Ne uscì all’indietro il tanto atteso coinquilino. Si girò, mi vide e disse, porgendomi la mano:

– Piacere, io sono Francesco. –

Storia di una casa (#20)

2006/2007

– 20 –

Scese la sera e con essa il cielo si dipinse d’arancio, colorando le piccole nuvole sparse sulla città. Adoravo osservare il tramonto. Sin da bambino, restavo affascinato dalle movenze di quella sfera luminosa che attraversava, da lato a lato, l’intero arco celeste sopra la mia casa. Lo conoscevo bene ormai: dalla mattina, quando gli fuggivo via fino a scuola; al pomeriggio quando invece gli correvo incontro, perché tramontava, come nelle più consuete scene di film, in mezzo a due monti e proprio sulla strada che percorrevo. Amo il sole, soprattutto il tiepido sole d’autunno che riscalda quel tanto che basta da non lamentarsi né del freddo né del caldo. Cosa avrei dato per vedere il tramonto su quel balcone. Purtroppo, potevo godermi solo quel rossore celeste nell’attesa del buio. La mia camera era orientata verso est e da lì, solo albe potevano passare. Meglio così, i tramonti mi regalano troppa malinconia, e scrollarmene un po’ da dosso non m’avrebbe fatto male…

Un profumo di carne e peperoni, stuzzicò un languore assopito nel mio stomaco. Qualcuna tra le mie nuove vicine era intenta a cucinare quella prelibatezza, non curante di scatenare invidia in chi, come me, certe cose non poteva, né sapeva cucinarle. Il brontolare del mio stomaco mi ripeteva che era giunta anche per me l’ora di mangiare. Nei giorni precedenti, esclusi quelli in cui mia madre si era presa cura di me, avevo saltato parecchi pasti, mangiando poco e male in orari inconsueti. Era arrivato il momento di mettere mano a padelle e fornelli, come quando, a scuola guida, arriva il giorno di passare dalla teoria alla pratica.

Entrai in cucina con l’insolita sicurezza di un cuoco navigato. Vidi una padella arancione che spiccava tra le altre. Mia madre l’aveva lasciata qui, prima d’andarsene. La presi e la rigirai più volte sottosopra. L’osservai indeciso. Volevo preparare un semplice piatto di pasta ma iniziai a farmi mille domande. Quanta acqua? Quanto sale? Quanto sugo? Quanta pasta? Essendo un tipo abbastanza preciso e pignolo, provai angoscia per non aver quelle risposte pronte. Così, decisi di affidarmi al mio intuito, elemento di me, che mi ha tirato fuori da parecchie situazioni. Presi una pentola, la riempii d’acqua, accesi il fuoco. Salai l’acqua e buttai della pasta, misurata ad occhio in un piatto. Per il sugo lessi che bisognava solo riscaldarlo in padella e così feci, senza domandarmi per quanto tempo e a che fiamma. Il risultato fu gradevole alla vista ma il sapore era terribile. Rimasi quasi un minuto a domandarmi se riempirmi lo stomaco o farcire il cestino. Scelsi lo stomaco e con la mente cercai di contrastare ciò che le papille gustative stavano urlando spudoratamente.

Deluso ma con la pancia piena tornai al mio letto. Il sole ormai era tramontato e un altro giorno era finito. Uscii sul balcone con la solita pallina rossa tra le dita. Guardai il cielo e malinconico mi domandai: e le stelle dove sono?

  

Storia di una casa (#19)

2006/2007

– 19 –

–       Ciao Bambolina… –
–       Ciao tesoro… come stai? –
–       Bene… i miei genitori se ne sono andati da poco… –
–       Non ti sei fatto proprio sentire… –
–       Hai ragione… mi dispiace… –

Al telefono ascoltavo la tenera voce di Francesca che mi rimproverava dolcemente per la mia assenza. Da poco era diventata la mia ragazza. Da quando una manciata di giorni prima ci scambiammo un ti amo su una panchina di Lodi, in una sera di Settembre. Mi sembrava già esser passata un’eternità da quel giorno e noi esser cresciuti tanto. Le cose sembravano funzionare con lei. Dopo tutte le storie complicate che ho avuto, questa sembrava la meno incasinata. L’amavo tanto e l’amore che provavo per lei era così forte da sostituire il sangue nelle vene.

–       Com’è la casa? –
–       Carina… ma manca qualcosa… –
–       Cosa? –
–       Tu… –
–       Scemo… appena posso, ti vengo a trovare… –

Saperla così vicina e non poterla vedere mi dava un senso di frustrazione che cercavo di contenere. Sapevo che non aveva l’età per essere indipendente e non poteva saltar qui a Milano, da sola, dal suo paesino in provincia. Non potevo chiederle troppo. Vederci sarebbe stata dura almeno per qualche mese. Lei aveva la scuola da mandare avanti ed io intraprendere quest’ambita carriera universitaria. Però mi rasserenava il pensiero che, se avesse potuto, avrebbe fatto anche quello per me.
–       Ora devo andare… tra un po’ suona la campanella… e il prof di statistica è un rompiscatole… –
–       Sì, tranquilla… vai… –
–       Ci sentiamo dopo? –
–       Ci sentiamo dopo –

Tornò il silenzio e sentii addosso uno strano alone di malinconia e solitudine. Presi la mia pallina tra le dita e mi avvicinai al balcone. Dal vetro osservavo la facciata del palazzo di fronte e con lo sguardo carezzavo i tetti di quelli successivi. Essere così in alto mi faceva apprezzare di più quella città. Ma un dubbio m’assaliva. Per quale motivo ero lì? Milano era davvero la città dei miei sogni o avevo solo inseguito l’amore? Non era la prima volta del resto… Ne avrei da raccontarne sullo strano connubio tra amore e pazzia che mi dominava in passato.
Ero di nuovo finito in quel vortice eterno?
Avevo di nuovo dato retta al cuore invece che alla mente?

 

 

 

Storia di una casa (#18)

2006/2007

– 18 –

 

Quel mattino arrivò con un richiamo casalingo: l’odore del caffè appena fatto. La premurosa mano materna era intenta a versare il liquido scuro nelle tazzine, con lo scrupoloso intento di non toccare la porcellana con il beccuccio della caffettiera.
Mi allontanai un istante da quella scena per affacciarmi al balcone della camera. Cercavo, tra le macchine parcheggiate, una color verde acqua poiché, lì vicino, avrei sicuramente intravisto mio padre. Era sceso poco prima a portar giù le valigie ma a vederlo indugiare pensai che le valigie fossero solo una scusa per dar un occhio in più alla macchina. Conoscevo bene quell’uomo e con il tempo ho imparato a conoscere almeno la metà delle preoccupazioni che avvinghiavano quella testa brizzolata e baffuta. Sapevo che, nonostante la bella gita fuoriporta a Milano, non vedeva l’ora di tornare a casa a risolvere i problemi che aveva lasciato a metà; e pensare che uno degli eterni problemi lasciati a metà ero io. Chissà come avrebbe attenuato l’ansia che gli potevo procurare da qui, senza potermi mostrare il suo sguardo severo pieno di rimproveri. C’è da dire però, che sicuramente gli avrei tolto qualche grattacapo, visto come sono andati gli ultimi anni del liceo. Ora poteva finalmente dedicarsi a qualche passatempo nell’immenso vuoto lasciato dall’assenza dei miei casini.
–       Tieni, attento che scotta… –
Mia madre mi raggiunse alle spalle e mi porse il caffè tenendo la tazzina come il braccio di una di quelle macchinette afferrapupazzi. Si sporse anche lei e guardò mio padre che si stava allontanando in direzione del palazzo.
–       Ti ho sistemato i panni in quella libreria. Meglio di niente per adesso… –
–       Va bene così mamma, tanto sono solo vestiti… – tenni a sminuire quell’impiccio.
–       Mi raccomando, tienili in ordine altrimenti si sgualciscono tutti! –

Sentii la porta aprirsi e il solito borbottio raggiungere le mie orecchie. Mio padre entrò nella camera e osservò il dito di mia madre che puntava la sua tazzina di caffè sul tavolo.
–       Siamo pronti? – disse mio padre, includendo anche me nella compagnia di viaggio.
Li accompagnai alla porta d’ingresso. Mia madre mi abbracciò e mi diede un bacio affettuoso. Abbracciai anche mio padre, con meno intensità, ma con eguale affetto. Mi fecero le solite raccomandazioni e ultimarono il discorso con -… tanto appena possiamo, facciamo un salto qui… – Peccato che quella fu l’unica volta che misero piede in quella casa.

Mi abbandonai sul letto. Sorrisi pensando alla giornata trascorsa con i miei genitori e l’immaginai seduti in macchina a battibeccare su argomenti di poco conto. Osservavo il mio nuovo armadio. Certo, era difficile definirlo tale solo perché dentro ci appoggiavo i vestiti. Nonostante tutti gli sforzi d’immaginazione, quella cosa in legno con porte in vetro, restava una libreria. Ci sarà qualcosa che posso fare? pensai alzandomi dal letto e prendendo le chiavi.
Comprai alla cartoleria in strada un blocco di fogli colorati. Con lo scotch biadesivo l’incollai, sopra i vetri delle porte, in modo da coprire ogni spazio trasparente. Ammirai soddisfatto il risultato. Il mio armadio non doveva più vergognarsi di essere una libreria.

Tornai sul letto ma il telefono squillò…

 

Storia di una casa (#17)

2006/2007

– 17 –

 

La mattinata era finita ormai da qualche ora. Ero ancora assopito su un giaciglio formato da un lenzuolo e dal mio giubbotto di pelle. La sera prima non ebbi tempo ne voglia di disfare il mio trolley e di prepararmi un letto decente. Così, raggomitolato in un’indicibile posizione, cercavo il motivo giusto per uscire dai sogni e svegliarmi. Ero nella fase del riposo della semi-coscienza. Sapevo che fuori batteva il sole da un po’, ma volevo continuare a sognare. Ciò che non sapevo invece, era che il motivo per svegliarmi, stava per bussare alla mia porta, letteralmente.

Driiiiiin Driiiiin

Le palpebre scattarono in su come tende a molla, ma le pupille, non ancora abituate alla luce, intimarono la ritirata a mezz’asta. Il citofono suonava una fastidiosa melodia per i miei timpani. Chi poteva mai essere a quell’ora della m…
–       Le tre? Cavolo! Sono già le tre! –
Mi alzai per andare a rispondere. Dall’altro capo, mia madre, un po’ infastidita per la mia lentezza, mi chiese informazioni su come raggiungere l’appartamento. Mio padre non emise parola ma sentii la sua presenza nella voce di mia madre. Riagganciai con un velo di ansia e
mi guardai intorno come chi attende l’imminente arrivo di una persona importante e vorrebbe fare bella figura. Ma cosa avrei mai potuto mettere a posto in un appartamento vuoto? Guardai il mio trolley ancora bello e intatto. Sicuramente mia madre avrebbe richiamato la mia pigrizia se l’avesse visto ancora in quel perfetto stato. Così mi sbrigai ad aprirlo e a posizionare qualche vestito qua e là, in maniera disinvolta.
Sentendo l’ascensore arrivare, mi avvicinai quatto quatto alla porta. Sentii, dall’altro lato, mio padre borbottare qualcosa. Aprii.
–       Giovanotto! – disse mio padre.
–       Ciao amore – disse mia madre abbracciandomi.
Li feci entrare, aiutandoli a portare le valigie. Sembrava così strano esser io a far gli onori di casa.
Mentre mio padre era con lo sguardo per aria senza ancora proferire una parola, accompagnai mia madre nella cucina. Le mostrai la mobilia mentre imbottiva la mia mente di domande del tipo: c’è questo, c’è quello, riuscirai a far questo o quello. Ma, nonostante le domande e qualche critica, mi sembrò soddisfatta della scelta del mio alloggio. Poi prese a guardarmi con un sorriso velatamente malinconico. Quello che tutte le madri hanno avuto o avranno nel momento in cui i piccoli lasceranno il nido. Lasciai mia madre in cucina che, senza che me ne accorgessi, s’era già messa i guanti per darsi da fare.
Mio padre stava ultimando il suo giro d’ispezione davanti alla portafinestra del balcone. Osservava il cassone della tapparella con una strana aria incuriosita.
–       Papà… – dissi quasi sottovoce e lui si girò.
–       Quindi ti sei deciso… – mi disse con tono fermo.
–       Sì… voglio vivere qui. –
–       Ma è così lontano da casa… se avrai bisogno di qualche cosa come farai? –
–       Saprò cavarmela… lo sai che sono bravo. – e al termine della frase, mio padre fece un mezzo sorriso, si avvicinò e dandomi due colpetti sulla spalla disse:
– Allora? Dov’è che dormirai? –

Mezz’ora più tardi, dalla cucina proveniva un profumo di sugo e pastasciutta. Questo sì ch’è un odore familiare, pensai. Mia madre aveva già preso mano con i fornelli come un bravo camaleonte culinario. Gli uomini di casa invece, erano intenti a far passare un divano di due metri attraverso la porta della stanza da letto.
–       Papà non c’entra! –
–       Sì che c’entra spingi! –
–       Spingo, spingo! –
Portammo il divano nella camera e uno dei tre lettini nel salotto. Finalmente potei costruire la mia stanza per potermi adeguatamente ambientare. Così, le camere da letto diventarono due, una doppia e una singola, e il salotto perse la sua connotazione trasformandosi definitivamente nella mia camera. Mi sedetti sul letto mentre papà andò in cucina richiamato dall’odore della pasta. Guardai il piccolo televisore spento davanti a me. Pensai che quello sarebbe diventato il mio unico panorama di tutte le notti a seguire. La mia cameretta ben arredata nella casa natale era un piccolo rimpianto che mi sarei trascinato per giorni. Poteva quel luogo diventare accogliente come la mente lo immaginava? In quel momento non potevo saperlo, ma solo sperarlo…
–       Vieni Ciro! E’ pronto! – strillò mia madre.
E mi alzai sorridendo, pensando che quella voce stridula diverrà una delle cose che mi mancheranno di più…

 

Storia di una casa (#16)

2006/2007

– 16 –

 

Sono cresciuto in adolescenza e, per quel che posso ricordare dell’infanzia, con una madre tutto-fare. Si svegliava la mattina di buon ora, prima di ogni essere vivente, compreso il gallo, che la nonna allevava nel pollaio, non certo per scopi di richiamo.
Preparava la colazione a tutti noi, per poi filare a lavoro, lasciando sedimentare le proprie raccomandazioni sui nostri occhi ancora stropicciati dal sonno.  Il pomeriggio era a casa a preparare pranzo e cena, e nell’intervallo tra i due pasti, ascoltava e risolveva i problemi di tre figli. Infine, cosa da non sottovalutare, sbrigava le innumerevoli faccende, amplificate da una casa di tre piani. Tutto ciò senza mai lamentarsi con nessuno di noi. Per questo motivo, la presenza di mia madre, era perfettamente assimilabile a quella di un angelo custode: noi sporcavamo e il giorno dopo, era pulito. Non m’ero mai posto il problema di come si facessero certi mestieri né di quanta fatica ci volesse. Di tanto in tanto mi limitavo a osservare quella donna che mi aveva messo al mondo, distruggere le sue giornate tra piatti sporchi e strofinacci unti. Delle volte, in realtà, ho pure tentato di aiutarla con scarsi risultati, venendo scacciato anche in malo modo. Preferiva sempre far tutto da sola. Ma ora che tutti quei compiti avrei dovuto sbrigarli io, come avrei fatto senza un minimo d’istruzione?
Il telefono squillò, producendo uno strano eco in quella casa vuota.
–       Pronto chi è? –
–       Sono Francesco e tu dovresti essere Ciro… –
–       Sì, piacere. Finalmente ci conosciamo! –
–       Già, scusami, ho avuto un po’ di cose da sbrigare con il lavoro e ne avrò ancora per una settimana. Ti avevo chiamato appunto per questo. Ci vedremo la settimana prossima!
–       Va bene futuro coinquilino! –
–       Ah, com’è la casa? –
–       Discreta, ancora devo ambientarmi, oggi è il primo giorno! –
–       Ambientati allora! Ci vediamo lì! Ciao –
Subito dopo la chiamata, ebbi una piacevole sensazione di serenità nel sentire la voce della futura persona che avrebbe condiviso queste stanze con me, gustandone la simpatia nello scambiare qualche battuta. L’ultimo ostacolo era sormontato. Pensai. Il mio coinquilino non sembrava affatto una di quelle creature antropomorfe e rozze che solo la mia mente ossessiva era in grado di concepire. Tirai un sospiro di sollievo e mi concentrai sul da farsi.

Aprii l’anta del mobile bianco, appena dietro la porta del bagno. Sul primo ripiano c’era una moltitudine di prodotti casalinghi disposti su più file. Scostai i primi per accedere agli ultimi, cercando di scorgere qualche marca conosciuta. La mia speranza era di collegare uno di quei prodotti a qualche immagine di pubblicità viste in tv, così da avere uno spunto su come intraprendere quell’ardua missione. Tutto fu vano quando spostai l’ultimo prodotto: pronto legno pulito, che sembrava non far al caso mio. Qui ci vuole qualcuno che se ne intende! Pensai con in mano il cellulare.
–       Madre! C’è bisogno del tuo aiuto! Come si toglie la polvere? –
–       Oh! Il mio figliolo alle prese con le pulizie! Questa devo proprio vederla! –
–       Si mamma, prima o poi dovevo pur imparare! –
–       Certo figliolo mio! Comunque io e tuo padre stiamo pensando di venire lì domani. Così vengo a darti una mano! –
–       Sì ma… non ce n’è bisogno… posso cavarmela… –
–       Ormai è deciso. Ci siamo presi un paio di giorni dal lavoro per salire.  Poi, devo pure vedere dove vivrà il mio figliolo? O no? –
–       Certo mamma… Se volete, potrete anche dormire qui, tanto i letti ci sono… –
–       Bene, così risparmiamo l’albergo.  Ora fammi andare che preparo la cena e le valigie per domani. –
E attaccò senza darmi le informazioni che cercavo.  Tanto domani verrà lei, e sicuramente non si sarebbe fidata delle mie pulizie rifacendole dal principio. La conosco quella donna.

Entrai nella stanza da letto e mi sedetti su un letto, pensieroso. Guardai la finestra che dava su un’altra finestra. Era illuminata e due persone stavano cenando attorno a un tavolo rotondo. Ammirai tanta normalità.
Forse non sarebbe poi così male, avere qualcuno con cui condividere la solitudine giornaliera.

Storia di una casa (#15) (II parte)

2006/2007

– 15 –

 

Il parlottio sommesso dei passanti aleggiava tutt’intorno, insieme al rumore delle macchine e di ogni cosa di comunemente cittadino. Un continuo sottofondo che, seppur presente, non riusciva a penetrare il mio udito. Percepivo la città come un’entità distante, amorfa, quasi surreale. Mentre camminavo, tutto ciò che mi girava intorno cercava di penetrarmi, d’incuriosirmi, di prendere possesso della mia mente, senza successo. Perché? Perché questo stato d’animo proprio quando la mia mano era finalmente riuscita a stringere le chiavi di quella casa? Dov’era la felicità? La mia eterna utopia… Il sogno di una vita nuova si stava realizzando, cos’altro voleva il mio inconscio?
Probabilmente avrei dovuto pazientare ancora un po’, almeno il tempo di riuscire ad aprire quella porta e ambientarmi.
Vedevo da lontano il palazzo. Cercai di scorgere tra i balconi quale fra quelli avrei abitato.
Mi seguiva, con passo ben allenato, il mio fedelissimo trolley. Finalmente, dopo il suo duro lavoro sulle vie milanesi, poteva riposarsi qualche giorno in un modesto ripostiglio; e con lui, anch’io potevo prendermi una pausa dalle notti insonni in albergo e i tour giornalieri obbligati. In questo senso, mi sentivo sollevato da un peso: non dovevo più svegliarmi con l’angoscia di non sapere in che posto avrei terminato la mia giornata.
L’ascensore terminò la sua corsa al quinto piano dell’edificio. Sapendo che solo un piano mi distanziava dal cielo, buttai l’occhio all’esterno, attraverso la finestra che sovrastava la tromba delle scale. Vidi diversi altri palazzi, ma nessuna cima. Probabilmente avrei visto i tetti qualche metro più in su.

Rigirai il mazzo di chiavi nella mano per scegliere quella giusta. Solo una era la candidata ad aprire la porta davanti a me. Infilai, girai, spinsi… entrai.
Un alone di oscurità circondava ogni cosa e spegneva ogni colore. Sembrava tutt’altra casa quella in cui ero. Era diversa da quella che avevo visto solo il giorno prima. Dov’era la luce, dov’era il sole? Sentivo il buio addosso come una seconda pelle. Cercai l’interruttore, fidandomi della mano che percorreva il muro accanto alla porta d’ingresso. Due piccole applique tentarono di diffondere un po’ di luce con scarsi risultati.
Vedevo le porte delle stanze aperte con la luce che dava l’illusione di voler entrare ma di non riuscirci. Feci un piccolo resoconto mentale: la cucina sulla destra, la camera da letto, il bagno e il salotto che doveva divenire la mia futura sistemazione. Entrai lasciando il trolley nell’ingresso, come un docile cane da guardia. Mi diressi a passo svelto verso la persiana. L’alzai bramoso di un sole che invece mi stava abbandonando. E ora che la luce era quantomeno adeguata, ricercai con gli occhi tutti i particolari che riconducevano ai ricordi della prima visita. Qualcosa però non tornava. Pur osservando e ripassando ogni dettaglio, mancava quel frammento che completava il quadro: quella casa era priva di un’anima. Non ci feci caso quando la visitai, poiché la proprietaria, da brava ammaliatrice, era riuscita, con storie ricche di dettagli, a riscaldare l’ambiente e renderlo vivo. Ora però, quella donna non c’era più ed erano rimasti solo un mucchio di mobili coperti di polvere a tentar di raccontare qualcosa.
Ad eccezione delle recenti nottate in camere d’albergo, non avevo mai vissuto da solo da qualche parte. La casa dei miei genitori, seppur di grandi dimensioni, sembrava sempre affollata tra fratelli e nonni. Raramente capitava un giorno in cui riuscivo a produrre eco tra le stanze vuote; e quando ne capitava uno di quelli, riempivo la casa con amici a far bisboccia.
E ora, con cosa avrei riempito quella casa? Non era passata nemmeno un’ora… e già mi sentivo solo.

Passai un dito sul bordo del tavolo per ritrovarmelo nero come il carbone.
C’è un gran bel daffare qui!

Storia di una casa (#14)

2006/2007

– 14 –

Un improvviso scintillio balenò nei miei occhi. La mente era tutta un fermentare d’idee, trasformazioni e cambiamenti. I pensieri ribollivano come acqua a cento gradi, facendo saltellare il coperchio della pentola su in cima. Con quell’affermazione la proprietaria si era assicurata un’ottima chance di vedersi la sua casa affittata. La donna ci aveva preso in pieno. Forse, saper cogliere negli occhi dei visitatori i loro bisogni, faceva parte del suo bagaglio di esperta affittacamere.
– Possiamo spostare un letto qui e il divano metterlo al posto del letto nell’altra camera… e poi questo va lì… questo va là… –
Portai una mano al mento e, pensieroso, lo pizzicai con delicatezza. Feci qualche passo verso il balcone pesando che quella visuale sarebbe diventata tutta mia, se il progetto della donna avesse avuto un lasciapassare. Voltandomi notai che la proprietaria non c’era più.
– Non sembra poi così difficile da spostare… – disse, parlando dall’altra stanza con una mano sulla testiera del letto. In pochi passi la raggiunsi. – Si… al massimo si smonta e si rimonta. – costatai.
– … e il divano si sposta così com’è. Poi in due dovreste farcela! A proposito, la signora Pina mi aveva parlato anche di un altro ragazzo… –
– Ehm… sì. Francesco. –
– Sai quando arriverà? – chiese dubbiosa.
– In realtà non so niente di lui… –
Spiegai alla donna tutta la storia. Le raccontai del mio dilemma e dell’estenuante ricerca. Lei ascoltava e annuiva silenziosa. Pensava, aspettando il momento giusto per intervenire.
– Quindi sta solo a te decidere. Visto che a lui va bene qualsiasi cosa… – concluse riassumendo in una frase il mio discorso, estraendone il punto cardine della questione, o almeno il punto che interessava a lei. Sì, tutto era nelle mie mani o meglio, nella mia lingua che doveva pronunciare solo una semplice frase. Una proposizione affermativa dotata della giusta sintassi.
Purtroppo proprio non mi usciva facile soffiare al vento quelle parole, cosicché rimandai la questione di qualche ora.

Uscii dall’appartamento sollevato. I miei passi sembravano più leggeri sull’asfalto che fungeva da marciapiede. I pensieri avevano assunto la forma di un piatto d’insalata che mischiava gli ingredienti tentando di amalgamare cibo e condimento. E a spiegazione della metafora il cibo rispecchiava quell’appartamento con le sue stanze e i suoi mobili inerti; mentre il condimento era il dolce sottofondo della descrizione della proprietaria che arricchiva e deliziava di dettagli ogni cosa.
Trovai un parchetto poco distante e quella manciata di panchine faceva al caso mio.
Mi sedetti su una di loro. Un signore anziano, la cui mansione giornaliera era far da balia a un bastardino, mi guardò incuriosito. Dopo qualche istante abbassai lo sguardo sul mio cellulare pensando a quale contatto chiamar prima della mia rubrica
Chiamai la signora Pina… poi mio padre… e poi mia madre; e stranamente le mie parole bisognose di consigli, non seppero far breccia in nessuna delle tre persone. Tutti rimisero la scelta nelle mani di un ragazzo, seduto a gambe incrociate su una panchina in mezzo al verde e al cemento, a chilometri e chilometri lontano da casa. Così non esitai più e lasciai che il mio destino si compisse.

– Ok Signora, la prendo. –

Fine prima parte

Storia di una casa (#13)

2006/2007

– 13 –

Appena la porta si aprì, un bagliore di luce guizzò verso di me. Qualcosa d’ignoto disse al mio piede di muoversi in avanti. Sarà stata la presenza della proprietaria alle mie spalle a spingermi o la maturata familiarità con il luogo a darmi fiducia. Cosicché, senza nemmeno accorgermi ero al centro della sala.
La proprietaria, entrando di soppiatto, mi sgusciò dietro le spalle. Andò verso la porta del balcone e l’aprì. Disse qualcosa che non ascoltai. Ero incantato nell’osservare un piccolo televisore su di un mobile da salotto. Un mobile basso, piano, rettangolare, in legno chiaro. Uno di quei materiali a cui avresti proprio voglia di dare una ridipinta di una tonalità più scura. Ci fissai lo sguardo e poi, come un compasso che poggia la mina sul foglio, iniziai a girare lentamente.
Vidi una libreria disadorna e spartana, dello stesso colore del mobile della televisione. C’era un solo libro su un ripiano e accanto un oggetto cilindrico dall’origine ignota. Tutto il resto era vuoto e niente come una libreria vuota accendeva in me la voglia maniacale di riempirla. Questo istinto cominciai ad averlo da bambino, nel trovarmi spesso a giocare con scatole di cartone inutilizzate.
Il mio cerchio visivo contino’ il suo corso su un tavolo nell’angolo accompagnato da una singola sedia; poi un divano in stile moderno sprovvisto di braccioli sostituiti da due cuscini rotondi. Il tessuto ruvido era di un beige chiaro e la forma del piano di seduta sembrava quella di un materasso singolo. Infatti la donna mi fece notare che lo schienale poteva ruotarsi e il tutto diventare un comodo letto; e continuò il suo discorso allettandomi con l’ipotesi di poter ospitare qualche amico nei fine settimana.
Passai poi al balcone, la cui visuale era ostruita dalla figura della proprietaria e finii con la seconda libreria che costeggiava il mobiletto basso della TV.
– Vieni a vedere la vista che da questo balcone – disse la donna uscendo all’esterno – Si vede tutta la strada da qui! –
– Vedo… – risposi sporgendomi col busto verso il vuoto.
Il parapetto del balcone aveva una larga parte in vetro, riempito da un reticolato di ferro sottile. Pensai che fosse da sciocchi utilizzare un materiale così fragile come il vetro per assolvere la funzione di resistenza e protezione. Sopra di me c’era una piccola tettoia in plastica ondulata e semitrasparente. Sotto di me invece, tanti piccoli tasselli colorati formavano il pavimento del balcone. Sentendo sotto i piedi la sensazione d’innumerevoli pietruzze sconnesse, mi sembrava di essere in una di quelle chiese dell’antica Roma. Più le guardavo e più m’incuriosivano; tutti quei colori spenti e quella casualità originata dall’abile e paziente lavoro di un operaio, mi stupirono. Sembra così facile stupirmi a volte.
E proprio nel mentre in cui guardavo un tassello di color blu notte, capii che la mia visita guidata era terminata. Quella che avevo attraversato era l’ultima porta della casa e il balcone su cui stavo rappresentava l’ultima cosa da visionare in quell’appartamento. Assimilai il pensiero e cercai di chiudere il cerchio mentale che mi ero costruito, riempendolo con qualche futile dettaglio racimolato visivamente qua e là, per guadagnare tempo per riflettere.
– Ed eccoci qua, questa è la casa, come ti sembra? –
– …accogliete e… ordinata! –
– Si… però ha veramente bisogno di una ripulita. Purtroppo è da mesi che non l’abita nessuno guarda qui! – disse la donna calciando un ricciolo di polvere. – Quindi? Cosa facciamo? Traslochiamo? – concluse.
– Aspetti signora! Aspetti! – risposi con un mezzo sorriso. – La casa non è male. Beh… il problema è la camera in comune… ehm… cercavo una singola perché non mi sento a mio agio a dormire con altre persone… –
– Certo… capisco… – borbotto la donna passeggiando per la stanza in modo pensieroso. Poi risollevò il capo e come Einstein colto da un lampo di genio, disse:
– …ho un’idea! E se trasformassimo questa stanza nella tua stanza? –

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