Storia di una casa (#19)

2006/2007

– 19 –

–       Ciao Bambolina… –
–       Ciao tesoro… come stai? –
–       Bene… i miei genitori se ne sono andati da poco… –
–       Non ti sei fatto proprio sentire… –
–       Hai ragione… mi dispiace… –

Al telefono ascoltavo la tenera voce di Francesca che mi rimproverava dolcemente per la mia assenza. Da poco era diventata la mia ragazza. Da quando una manciata di giorni prima ci scambiammo un ti amo su una panchina di Lodi, in una sera di Settembre. Mi sembrava già esser passata un’eternità da quel giorno e noi esser cresciuti tanto. Le cose sembravano funzionare con lei. Dopo tutte le storie complicate che ho avuto, questa sembrava la meno incasinata. L’amavo tanto e l’amore che provavo per lei era così forte da sostituire il sangue nelle vene.

–       Com’è la casa? –
–       Carina… ma manca qualcosa… –
–       Cosa? –
–       Tu… –
–       Scemo… appena posso, ti vengo a trovare… –

Saperla così vicina e non poterla vedere mi dava un senso di frustrazione che cercavo di contenere. Sapevo che non aveva l’età per essere indipendente e non poteva saltar qui a Milano, da sola, dal suo paesino in provincia. Non potevo chiederle troppo. Vederci sarebbe stata dura almeno per qualche mese. Lei aveva la scuola da mandare avanti ed io intraprendere quest’ambita carriera universitaria. Però mi rasserenava il pensiero che, se avesse potuto, avrebbe fatto anche quello per me.
–       Ora devo andare… tra un po’ suona la campanella… e il prof di statistica è un rompiscatole… –
–       Sì, tranquilla… vai… –
–       Ci sentiamo dopo? –
–       Ci sentiamo dopo –

Tornò il silenzio e sentii addosso uno strano alone di malinconia e solitudine. Presi la mia pallina tra le dita e mi avvicinai al balcone. Dal vetro osservavo la facciata del palazzo di fronte e con lo sguardo carezzavo i tetti di quelli successivi. Essere così in alto mi faceva apprezzare di più quella città. Ma un dubbio m’assaliva. Per quale motivo ero lì? Milano era davvero la città dei miei sogni o avevo solo inseguito l’amore? Non era la prima volta del resto… Ne avrei da raccontarne sullo strano connubio tra amore e pazzia che mi dominava in passato.
Ero di nuovo finito in quel vortice eterno?
Avevo di nuovo dato retta al cuore invece che alla mente?

 

 

 

Concerto…

 

 

come vedi.. sono qua..
monta su..
Non ci avranno..
Finché questo cuore non creperà..
Di ruggine.. di botte.. d’età!..


Si va in scena!

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Si accendono i riflettori.

La scena è ben inquadrata. Un leggero walzer domina il silenzio. La penombra e la foschia curano l’ambientazione di questo teatro deserto. Le poltroncine sono tutte vuote, ad eccezione di una. Una soltanto a circa metà della sala. C’è seduto un ragazzo. In mano ha un block-notes tutto spiegazzato. Lo poggia con non curanza sulle gambe accavallate.

Scrive..

La penna scorre veloce e sicura. Le parole sembrano conoscere alla perfezione il presente e il passato.

Si ferma..

Il foglio resta bianco a metà. Ha gli occhi fissi sul palco. Sembra aspettare qualcosa. Gioca con la penna. Lentamente la fa girare tra un dito e l’altro. Impaziente aspetta, mentre nella mente scorrono i pensieri.

Vita.. corse.. viaggi.. posti finestrino.. candele.. biglietti.. multe.. colori.. strade.. luci.

Sentirsi padroni della vita è una cosa fantastica. Ma sentirsi padroni di poterla raccontare lo è ancora di più. Era questo il potere che aveva nelle mani quel ragazzo.

Una semplice biro dall’inchiostro nero.

Una bacchetta magica che permette di ricordare il passato. Di fissare i ricordi.. di riempire fogli e quaderni.. pagine e lettere.. e piangere e ridere di storie ormai andate.

Ma tutto ciò doveva ancora avvenire.

Quella penna era ferma sul foglio bianco.

La storia da scrivere doveva ancora iniziare..

Si spalanca il sipario e una forte luce inonda la sala.  Si va in scena…

 


Atto I

29 aprile. “farei di tutto per te”

 

Eravamo seduti comodamente al Barin a sorseggiare la nostra amata ceres old nine. Il sottoscritto giocava a far roteare il proprio anello sul tavolo. Proprio come quando ha qualcosa da dire. La mia ragazza era seduta accanto a me con la faccia un po’ triste mentre il mio braccio le passava intorno al collo.

-Cosa c’è piccola?-

-Niente… è che sto passando gli ultimi giorni da diciassettenne così.. volevo qualcosa.. qualcosa di più..-

La guardavo. Aveva ragione. Non ricordo nemmeno le innumerevoli pazzie che ho compiuto prima di diventare grande. Pazzie poi.. le solite marachelle che quasi ognuno di noi ha commesso in gioventù. Non credo di certo di essere speciale. Chi non si è mai fatto sequestrare il motorino.. o fatto le ore piccole quando non poteva.. o vagabondato senza meta in preda ai fiumi dell’alcol. Ora non venitemi a dire che siete tutti santarellini!

 

-Quindi domani sarai in viaggio?-

-Si.. domani mattina parto e vado a Napoli..-

-Piccola lo sai che se restavi qui ti organizzavo una cosa carina.. come faccio sempre..-

-Come fai sempre?.. cioè rovinare le cose carine con le tue solite battute?..-

(Dannato senso dell’umorismo).

 

E la storia era questa. La mia ragazza non sprizzava gioia nel sapere che avrebbe passato il giorno del suo diciottesimo a casa con i parenti. Voleva qualcosa di speciale. Una sorpresa. Come per esempio.. prendere l’aereo e scendere a Napoli senza che lei lo sapesse.. e comparire a casa sua. Magari con un mazzo di rose rosse…

 

-Ciro.. a che stai pensando?..-

-A domani.. (cavolo)..-

-Che fai domani?-

-Ehm.. mi alzerò tardi come al solito.. e forse mi metterò a studiare..-

Pericolo scampato. Stavo per mandare all’aria tutto il piano. Non potevo fallire. I biglietti dell’aereo mi aspettavano a casa. Nascosti a dovere.. il trolley pronto e il pc sempre carico.

 

Mi guardava..

Come per dire “vieni con me domani”. Mi voleva alla sua festa. La strinsi un po’ a me. Le carezzai la guancia. Sentivo l’odore dei suoi capelli.. della sua pelle. La sentivo calma e sicura tra le mie braccia.. proprio come un piccolo gattino con la coda pelucheosa.. direbbe lei. Vorrei tanto dirglielo. Vorrei vedere il sorriso dipinto sul suo volto. Vorrei dirle “ci sarò”.. e lei salterebbe in aria dalla felicità. Ma non ora… non adesso. La sorpresa deve ancora arrivare. Per il momento le nascosi un bigliettino nella borsa con su scritto..

 

“Farei di tutto per te…”

 


Atto II

30 aprile.. sui cieli d’Italia.

 

La sveglia non suonava. Il perché? Mancava ancora mezz’ora. Capita spesso che mi alzi mezz’ora prima che suoni la sveglia. Chissà perché. Forse il corpo inizia già ad accendere i motori prima che la sveglia devasti il sonno.. o forse era pura e semplice ansia da parto. (nel senso di partire ovviamente)

Bene.. cerchiamo di non perdere l’aereo.

Allora.. trolley.. notebook.. anello..

Entrai nello stanzino dove c’era l’appendiabiti. Sul lato sinistro c’erano tutti i miei cappotti appesi. C’era il cappotto lungo nero invernale, il cappotto imbottito in piuma d’oca, il giubbotto di jeans e infine lui… il mio vecchio cappotto di pelle, immancabile compagno di mille avventure. Decisi..

Voglio lui con me

 

Ecco.. questa è la mia vita..

Ci sono cose a cui sono molto affezionato. E quel dannato giubbotto è una di quelle. Ma ora non voglio divagare. Questa non è la sua storia.. questa non è la sua scena.

In scena invece c’era un aereo. Su quell’aereo c’ero io che guardavo dal finestrino il paesaggio lentamente avvicinarsi. Stavo per atterrare a Napoli..

Ad attendermi all’aeroporto c’erano i miei amici. Quei due vecchi scapestrati dall’aria intellettuale. Enzo e Mario.

Ero a Napoli.. Ma tecnicamente ero a Milano nel mio appartamento a cercare di abbattere la noia. La mia ragazza non doveva saperlo. Doveva sembrare tutto normale.

Mi chiamò.. e non potei risponderle. L’interfono era troppo forte per una scusa sulla televisione. Uscii dall’aeroporto.. salii in macchina e via.

Fine secondo atto.

 


 

Atto III

1° maggio.. la festa..

 

Ero a Napoli a casa dei parenti della mia ragazza accuratamente nascosto in una stanza. Spaesato e impaziente di incontrare la mia lei, vagavo intorno al tavolo. Il mazzo di rose l’avevo poggiato sul letto. Sul mio volto un leggero sorriso. Pensavo alla sorpresa che di li a poco stava per avvenire. Non se lo aspetterà mai. Mi conosce.. Egocentrico cinico bastardo, mi definirebbe. A volte non mi comporto nel migliore dei modi. E riconosco che lei davvero non se lo merita. Meriterebbe di meglio. Magari un ragazzo normale.. con i fiori sempre pronti e il cellulare sempre acceso.. che si fa sentire spesso e non soffre di “pigrizia da trasporto”. Povera.. non le ho nemmeno fatto gli auguri a mezzanotte. Anche se lei dovrebbe saperlo che non sono il tipo dagli auguri a mezzanotte. Ma questa non è una scusa. Sarà incazzata nera. Mi farò perdonare… come al solito.

Nella stanza c’era una finestra che dava sul cortile. Accostai un po’ l’anta. Si vedeva il vialetto da cui sarebbe arrivata.

Si fermò una macchina.

Eccola..

Scese..

Era bella nella sua semplicità. Sorrisi. Si avvicinò alla porta d’ingresso. E’ bella davvero pensai. Mi preparai.. presi il mazzo di rose rosse e mi avvicinai alla porta. Nell’altra sala sentii urlare “sorpresa”.

Bene. Fra poco sarà il mio momento. Eccola che arriva..

E uscii dalla porta…

Mi trovai davanti ai suoi occhi.

-E tu cosa ci fai qui?- restò scioccata dalla mia presenza. Cercava di capire se era un sogno o no. Cercava di capire se ero vero o no. Mi diede un bacio fugace. Una leggera lacrima le scese.

Era felice.. e questa volta c’entravo un po’ anche io.

 


 

Atto IV

il lungomare..

 

Il sole stava tramontando sul mare dipingendo il cielo con tonalità rossastre. Camminavamo mano nella mano sul lungomare di Napoli. In lontananza si vedeva il Castel dell’ovo. I nostri passi si avvicinavano a quell’immensa massa di storia medioevale. Il tempo sembrava che per una volta non avesse importanza. Potevamo finalmente guardare il sole tramontare insieme, senza guardare l’orologio. Di solito a quest’ora dovevo riaccompagnarla a casa.. con il solito treno e il solito pullman. Capitava raramente che potevamo goderci un momento insieme senza dover correre a destra e manca per Milano..

 

-Grazie di essere qui.. sembra un sogno..-

-In fondo non ho fatto niente piccola..-

-Sei venuto qui apposta per me..-

-Farei di tutto per te.. te l’ho scritto..-

-Si.. ho con me il tuo bigliettino.. eccolo..-

Me lo mostrò. Forse un po’ lo sospettava. Forse un po’ lo sognava..

I suoi occhi erano ancora lucidi. Il suo cuore batteva. E le onde s’infrangevano sugli scogli bianchi.

-Fermiamoci qui.. sediamoci sul muretto..-

Ci arrampicammo alla meglio sul muretto che costeggiava il lungomare. I nostri piedi ballavano nel vuoto.. e sotto di noi gli scogli. La veduta del mare era stupenda. L’abbracciai.

-E’ fantastico tutto ciò… sembra niente.. ma è stupendo..-

-Hai ragione..-

-E dire che tu avevi già i biglietti dell’aereo ed io non sapevo niente..-

-Sono molto bravo a nasconderti le cose!-

Mi diede uno schiaffetto sulla nuca.

-Scherzavo! Scherzavo!-

 

Un leggero venticello le ondeggiava i capelli. Era tra le mie braccia. Le carezzavo la fronte. Le sussurravo parole dolci all’orecchio mentre il sole continuava a volar giù.

Dietro di noi c’era un via vai di gente. Persone.. famiglie.. amici.. passanti e coppiette come noi che si tenevano la mano. C’era un po’ di tutto li.. un po’ di vita normale che faceva da sfondo al nostro piccolo e intenso sogno.

Eravamo noi..

Io e lei..

A sorridere dei guai che ci accompagnavano ogni giorno. A pensare e fantasticare a come sarà il domani. Il nostro domani.

 

-Guarda.. la Luna..-

-C’è anche lei qui con noi..-

 

La scenografia era fantastica.

Il mare dava il dolce suono delle onde che costantemente si abbattevano sotto di noi. Gli scogli bianchi ad attutire il colpo creavano un sottile retroscena. Il golfo di Napoli era una perfetta ambientazione per lo scorrere degli eventi. Il direttore di scena lissù s’era dato un gran bel da fare quest’oggi. Aveva curato le luci con le stelle.. dettagliato lo sfondo con le barche e aggiunto il particolare storico del castello. Non si può far niente.. “Lui” è un vero maniaco dei particolari. Dovrei ringraziarlo qualche volta.. Soprattutto ora che sembra tutto perfetto. Come quando lo immaginavamo stesi sul letto a romanticare.

 

La dolce voce del vento e la leggera luce della luna accompagnavano i nostri baci.  La mente, il corpo, e il cuore di entrambi avevano una sola direzione.

Toccare la dolcezza con un dito..

 

..Fine dell’ultimo atto..

 

 

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Il ragazzo nella sala continuava a scrivere. Non voleva fermarsi più. Osservava la scena e scriveva.

Cercava di non perdere il più piccolo particolare.

Cercava di regalare alla mente ogni singolo ricordo.

L’inchiostro sembrava non finire mai e le pagine si accumulavano una sull’altra. Non vi erano cancellature. Le parole scorrevano leggere e precise. Uniche e inconfondibili.. come perfetti scrigni che racchiudevano tutto il senso della storia. Della loro storia. Perché in fin dei conti cos’è una storia? Solo ricordi e parole.. e inchiostro buttato su un foglio di carta nel giusto ordine.

Il ragazzo smette di scrivere..

Purtroppo come in ogni storia.. e a malincuore in una bella storia, giunge la fine.. e con essa il punto più deciso e marcato del racconto. E la penna non si stacca.. non si vuole staccare..

Il sipario si chiude lentamente.

Una lacrima scorre..

Alternata da un piccolo sorriso.

Perché quel ragazzo sa..

..che continuerà a scrivere ancora di quella storia..

Forse ci sentono lassù…

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E un biglietto giaceva sotto il mio cuscino…
 
L’avevo da poco accompagnata al piano terra del mio palazzo… e da lì se ne sarebbe andata a casa.
– Mi dispiace ogni volta andarmene… – fu la sua frase di chiusura. Perché non voleva mai tornare a casa. Non voleva mai tornare da se stessa. “Purtroppo… si viene e si va… in questa commedia… che c’è chi la spiega… e c’è chi vive e va…” Un ultimo bacio… prima della notte che ci avrebbe fatto rincontrare nei sogni. E la macchina andava… lontano da me… lontano da noi… Lontano da questa sera… Lontano da ciò che avevamo sognato… Lontano da luci e suoni di questa notte, di questa vita…
 
Sogni di rock ‘n roll
 
– I biglietti li hai presi? –
– Certo… sono qui! –
– Ok… andiamo! –
 
Quella sera era una serata speciale. E lo si capiva dalla luce che brillava nei miei occhi. Ero emozionato. Era da un bel po’ che non capitava… e per un dolce destino dal sapore di fragola, quel momento doveva ripetersi, perché certi momenti ritornano, con un po’ di ritardo, ma son lì. Dovevo rivederlo, anche se io non avevo fatto niente per farlo… Anche se io ero rimasto lì a guardare…  
– Grazie per i biglietti bambolina… – le dissi mentre la guardavo negli occhi.
Lei continuava a camminare. Mi sorrise e mi strinse più forte la mano. Prendemmo la metro. Direzione San Siro. Di lì a poco, si sarebbe esibito quel cantante che avevo impresso nell’anima. Quel cantate che vestiva la mia pelle come un vestito su misura. Quel cantate di cui mi fido, che non mi tradirà mai… che raccontava la mia vita attraverso la sua… regalandomi un sogno da custodire ogni volta che ne avevo bisogno.
Ci sedemmo.
La metro non era molto affollata. C’era un po’ di gente sparsa in giro, ed intravidi negli occhi di qualcuno la mia stessa meta. Perché quell’odore era inconfondibile… quella passione si sentiva a pelo. Quelle canzoni le potevi vedere solo negli occhi di sa… di chi sa capire… di chi sa intendere… di chi sa ascoltare.
“Chissà cosa lo rende speciale?”  pensai, e subito dopo sorrisi. Perché a quella domanda  potevo dare molte risposte. Perché quegli occhi neri, i capelli mossi e quella voce roca messi insieme alle sue parole, davano un qualcosa di unico. Un qualcosa che solo certe persone potevano capire. Che una canzone non è solo musica e testo… ma è vita… la tua vita o di qualcun altro, ma pur sempre vita. Feci respiro profondo e guardai la fermata a cui eravamo arrivati. C’eravamo quasi. Di fianco a me la mia dolce compagna. Chissà se attendeva anche lei con impazienza.  I suoi occhi erano vaghi, ogni tanto incrociavano i miei. Le passai una mano intorno al collo e l’avvicinai a me. Come per farle sentire il battito del mio cuore. Quel piccolo organo che non smetteva mai di funzionare. Anche se a volte sembrava un po’ arrugginito e faticava ad amare. Per fortuna che avevo lei accanto che mi capiva… e capiva il mio cuore un po’ malandato, che aveva troppa paura di crescere.
Arrivammo…
Iniziava il cammino fino allo stadio. Non sapevo molto bene dove si trovasse. Ma la solita regola dei concerti valeva anche lì. “Seguire la folla”, perché la folla in fondo, sa sempre dove andare.
E c’incamminammo seguendo quella lunga scia di persone che mi ricordava vagamente il Campo volo… ma lì era un’altra storia. Li sapevo dove andare e non lo feci perché aspettavo sotto uno stand l’arrivo di qualcuno… mentre guardavo la folla… mentre scrivevo un’altra storia, mentre guardavo il Campo Volo da lontano…
 
Ora da lontano guardavo il San Siro. Era stupendo… era grandioso come colui che ci avrebbe cantato all’interno bussando con forza alle nostre menti per farci capire che, oltre a noi, c’era anche lui…
Cercammo il nostro ingresso. Camminavamo tra bottiglie di birra e cartacce. Si vedeva che da lì, di gente ne era passata prima di noi. Faceva caldissimo. Cercai in cielo qualche nuvola ma non ne trovai. Mi rassegnai. Per fortuna che tra un po’ sarebbe scesa la notte e con lei, tutti i problemi sarebbero spariti.
– Vieni… è di qua! –
Entrammo attraverso il nostro varco. Dopo qualche minuto per trovare i posti, ci sedemmo comodamente tra le persone già presenti. Lo stadio si stava riempiendo  piano piano ed era già a buon punto. Guardai il palco e qualcosa non mi tornava. Ai due lati c’erano delle pale eoliche e in basso dei finti pannelli solari. Mentre dietro s’intravedevano delle fittizie centrali per il biogas.
Alchè pensai: – È?-
Ligabue ne trovava sempre qualcuna in più per stupire. Oppure per mandare un suo messaggio, un messaggio che condivideva a pieno. Aveva molto a cuore questo pianeta… e sapeva che nel nostro piccolo, ognuno di noi, qualcosa la poteva cambiare. Perché tanti piccoli tasselli formano un grande puzzle… Ma se manca qualcuno, la figura può risultare sbiadita come il nostro mondo che ogni tanto fa i capricci. E noi, pur sapendolo, non facciamo niente. Restiamo nella nostra piccola indifferenza mentre le cose vanno come non devono andare. Doveva essere questo il motivo di quella scenografia, o forse no. Sicuramente, Ligabue, voleva che ognuno di noi capisse l’importanza del mondo in cui viviamo.
E partì il concerto. Così, con quella canzone con cui ogni notte tornavo a casa. Che mi “viziava” lo stereo in fase “ripetizione”. Che mi cullava prima di andare a dormire. Perché quelle notti… quelle Certe notti, avevano il loro sapore unico. Il sapore di una macchina, di un pieno di diesel e di libertà.
E si passò al Centro del mondo. Mi sarei aspettato, come un bel po’ di persone, che avesse iniziato con quella canzone. Ma invece non l’ha fatto…  perché ad essere scontati non ci si diverte. Come quelle parole: un viaggio potente nel cuore del tempo… andata e ritorno… Guardai la mia bambolina e l’abbracciai, perché quella canzone era diventata un po’ nostra. Quelle parole piano piano c’erano entrate dentro ed avevano smosso un bel po’ di cose.
E canzone dopo canzone mi salirono i brividi a fior di pelle. E per poco, a stento trattenni le lacrime. Perché dentro avevo un miscuglio di carne ed ossa che stava ribollendo. E guardavo la folla, perché anche quella m’affascinava. Vedere tutte quelle persone lì, che si muovevano, che saltavano insieme a me, che indicavano il cielo ogni volta che ce n’era bisogno… e che ascoltavano, silenziosi come solo uno stadio può esserlo, le parole di quel piccolo uomo visto da quassù. E la sua chitarra viaggiava.
– Voglio salutare un mio grande amico… – disse Ligabue
Subito dopo partirono quelle parole che aveva preso in prestito da “Guccini”.
 
 
“Ho ancora la forza…
di stare a raccontare…”
 
 
E ricordai…
Quando quelle parole furono “mie”. Quando quella canzone l’ascoltavo mentre faticavo a tornare al mondo sempre vivo. E nonostante tutto, ero sempre riuscito a scamparla… con qualche ossa rotta e qualche bernoccolo qua e là.  Sempre e comunque su questa strada… guardando negli occhi quegli amici che a quel tempo mi dicevano: “ci vediam più tardi” perché non ero ancora uno di loro. Ed ogni tanto la mia forza svaniva, quando mischiavo le parole con due pacchetti al giorno… buttando la mia vita in qualcosa di peggiore..
E fortuna che ora ero lì…
ed avevo ancora la forza di stare a raccontare le mie storie di sempre…
Quel cantante mi ha accompagnato in tutti i momenti della vita… belli e brutti… Sempre cosciente del fatto che la vita ogni tanto deve esser presa per la coda…
Come se non bastasse la lunga scia di ricordi, la scaletta girò su ho messo via. L’unica canzone che sapeva come prendere i miei momenti più bui… sapeva dov’erano… e conosceva i perché.
Il pubblico prese in mano gli accendini e il San Siro si riempì di piccole luci che davano un effetto straordinario a quelle parole.
 
 
“Ho messo via un po’ di consigli
dicono è più facile
li ho messi via perché a sbagliare
sono bravissimo da me.”
 
E Ligabue dimostrò di saperci fare. Dimostrò che bastavano pochi arpeggi… un microfono ed una voce, per far stare bene un bel po’ di persone. Tra cui me…  ed aveva anche ragione quando poco dopo disse che: c’han concesso solo una vita… soddisfatti o no… qua non rimborsano mai…
Era solo, in mezzo a quel palco che si stagliava tra quelle mani che lo indicavano. che lo volevano toccare… volevano sapere come faceva…
“Come si fa a far sognare?” me lo chiedevo anche io… mentre una lacrima faticava a scendere.
 
Non è tempo per noi…
E forse non lo sarà mai…”
 
E quando finì la canzone, Ligabue prese in mano un specchio rotondo. E come un “riflettore umano di luci” portò la sua linfa ad ogni spettatore. Illuminò ogni posto di quel “piccolo” stadio. Ad uno ad uno, ogni ragazzo o ragazza fu illuminato da quel bagliore di luce. Ed io non fui da meno. Perché anche se non mi conosceva, non si scordava mai di me. Anche se ero confuso tra le gente, mi ha visto e mi ha illuminato. Mi stupì anche questo. Mi stupì come Ligabue, a suo modo, ha voluto rendere partecipe ognuno di noi… ogni mano alzata… ogni “testa sognante”.
E seguendo la scia dei sogni, perché non continuare con piccola stella senza cielo? Che questa volta era condita dall’apparizione di una coraggiosa ballerina appesa su di un filo che si arrampicava e creava acrobazie in cielo… proprio lassù… dove brillava la nostra piccola stella. Lo stadio iniziò a cantare. Perché quelle parole le conoscevano tutti. Quelle parole lo avevano reso famoso. Quella canzone non mancherà mai ad un  suo concerto. 
Come non mancherà mai: Urlando contro il cielo.
E si ballò. Lo stadio era in delirio. Le urla quasi coprivano la canzone. Le persone saltavano nei loro piccoli posti andando a tempo di una canzone che ha cent’anni almeno… Una canzone che cacciava fuori tutto quello che eri…
 
“Come vedi sono qua:
monta su, non ci avranno
finché questo cuore non creperà
di ruggine, di botte o di età.”
 
 La batteria andava. Il rullante e la gran cassa si facevano sentire, mentre la gente “correva” assieme alle parole di urlando contro il cielo… sperando che forse qualcuno lassù ci avrebbe sentito, senza riderne di noi… guardando ed aspettando, da una posizione distaccata, che i sogni degli altri si avverassero.
E ancora… ancora…
Ligabue aveva voglia di farmi perdere la voce quella sera. Ma io non mollavo… le cantavo tutte a squarciagola, per farmi sentire un po’ più degli altri. E saltavo anch’io… e ogni tanto lo indicavo con il dito, come per far capire da chi provenivano i battiti del mio cuore.
 
E scese la notte. Le persone si sedettero ognuno al proprio posto. Tutti guardavano il palco con la speranza accesa che Ligabue ritornasse. Perché non poteva andarsene così… non lui. Ci voleva quel tocco finale. Quella piccola magia prima di andare a dormire.
E come poca gente sapeva fare… ci diede la buona notte a suo modo. Non solo a noi presenti, un po’ a tutti… vivi o morti, di questo piccolo paese.
Buonanotte all’Italia…
 
E lì sì, che le lacrime scesero. Mi stavo cullando su quelle parole alla ricerca di quel ricordo mai sbiadito di mio nonno. Uno che doveva ancora insegnarmi molte cose ma se n’era andato via troppo presto per poterlo fare. Regalai la mia buonanotte anche a lui. Che sicuramente l’avrà ascoltata. Perché lassù non sfugge mai niente. Nemmeno la mia lacrima scesa e subito nascosta. Chiusi gli occhi per un istante… la musica mi coinvolse… mi prese tutto… ed alla fine… nell’ultimo giro di note, scoppiarono fuochi d’artificio digitali che estasiarono la folla… mentre Ligabue spariva lentamente da quella porta da cui era entrato… in grande stile…
come solo pochi sono in grado di fare…
 
 
 

Sono pronto per metà… e per metà starò a sentire…

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…E mi trovavo su quel treno a cercare un posto tranquillo tra le file dei passeggeri. Mi sedetti accanto a una signora. Mi guardò in modo altezzoso mentre spostava la borsa dall’altro lato. La signora di fronte iniziò a parlare con lei ed io, non curante minimamente di loro, cacciai il mio DS dalla borsa e iniziai a giocare. Dopotutto in qualche modo dovevo pur passare il tempo. Non avevo un finestrino a portata di sguardo e quindi era impossibile fantasticare sul paesaggio. Chi mi conosce lo sa… Quando prendo un mezzo di trasporto qualsiasi, macchina, treno, aereo, preferisco sempre prendere il posto vicino al finestrino. Mi piace osservare il mondo. Mi piace essere partecipe con lo sguardo di un pezzo di passaggio. E con gli occhi scattare piccole fotografie. Fotogrammi di posti sconosciuti che compongono un puzzle di ricordi. E guardando quel paesaggio ormai conosciuto, avevo imparato che dopo certe case, certe vie, eravamo quasi a metà strada. Sapevo già che dopo quella masseria c’era quella casa rossa… e che dopo quella casa rossa ci sarà quello strano albero che noto sempre. Fino ad arrivare alla meta… che segna la fine del mio album fotografico immaginario.
“Dannazione! Ho sbagliato di nuovo!” il mio Brain training mi stava dando del filo da torcere. Di solito svolgevo gli esercizi con facilità uno dopo l’altro ma questa volta, c’era qualcosa che mi distraeva…

Ero nella vettura di testa. Praticamente guidavo il treno. Il capotreno sembra aver lasciato apposta la porta aperta per farmi entrare. Si vedeva tutto. Si vedeva ciò che vede uno che guida un treno. Non avevo mai provato una simile sensazione. Perché è strano… Noi siamo abituati a vedere l’andatura del treno attraverso i finestrini e la prospettiva è diversa. Il paesaggio scorre con te. Invece quando sei in testa, sei tu ad andare in contro all’orizzonte. Le case, gli alberi, i ponti, si avvicinano pian piano… ti vengono in contro e poi spariscono, senza che tu possa rivederli. Davanti a te hai solo due binari che sembrano non finire mai. Vedevo il capotreno intento ad accelerare e rallentare a seconda delle occasioni. Tipo quando un treno viaggiava sull’altro binario… quando si arrivava a uno scambio… quando si passava per una stazione…  e lì lo sentivo anche suonare quell’odiato clacson ai passeggeri distratti che avevano oltrepassato la famosa “linea gialla”. Chi lo sa come ci si sente a fare questa vita dalla mattina alla sera. Esser costretto da due binari e non poter andare dove vuoi. Dover fermarsi quando si deve… e correre quando si è in ritardo. Dover restare calmo quando dei passeggeri inferociti per questo o quello ti assaltano. Magari bisogna prendere la vita un po’ meno sul serio… magari tutti avremo bisogno di un finestrino da cui guardare il nostro paesaggio…

Arrivai a Lodi.
Mi fermai davanti alla stazione. Guardai il cielo. “Sembra non promettere bene” pensai. “Speriamo che qualcuno mi abbia riportato il mio ombrello”. La chiamai. Era ancora a scuola. Tra poco sarebbe uscita e ci saremmo incontrati. M’incamminai nella direzione da cui sarebbe arrivata. Attraversai il sottopassaggio della stazione e il piccolo parchetto. La vidi…
Mi venne incontro e ci salutammo con il solito bacio. Era felice. Non solo perché io fossi lì con lei… ma anche per qualche altra cosa.
– Ho passato l’interrogazione! –
– Brava! –
– Solo brava?! Era importante! – mi disse con lo sguardo imbronciato.
– Bravissima! – le risposi ironicamente.
– Uffa… sei sempre il solito! Mai che mi facessi un complimento! Andiamo va! –

Ci stavamo dirigendo verso la piazza di Lodi. Quella che sovrastava il nostro parchetto. Mano nella mano, da lontano guardavamo la città. Una città diventata un po’ nostra. Un luogo d’incontro a metà strada tra nostre case. Un posto in cui abbiamo vissuto un bel po’ di storie. Tra taxi “costosi” e treni che arrivavano e partivano dal binario tre. Parchetti verdeggianti e panchine speciali.  Il luogo del nostro primo “ti amo”… ma questa… è tutta un’altra storia…

Giungemmo alla piazza per assistere ad un concerto di gruppi emergenti. Ragazzi e ragazze si stavano radunando nei pressi del palco. E noi, come persone casuali in una moltitudine, c’infiltravamo tra la gente.
Un gruppo aveva appena finito il suo giro di canzoni e il giovane presentatore annunciò il prossimo.
– Ecco a voi ragazzi… i “Libera uscita” –
Li osservai. Sul palco erano saliti quei cinque ragazzi dall’aria non troppo adolescenziale. Si disposero ai loro posti e iniziarono un rapido soundcheck. Erano una coverband di Ligabue e avevano preso in prestito il loro nome da una delle canzoni più belle. Una canzone che molti non conoscono. Una delle prime. Il loro nome mi scatenò un sorriso. Pensai a tutte quelle volte che l’avevo cantata. Pensai a quando scappavo da scuola… a quando correvo con la mia vespa contro vento… a quando  mi concedevo la mia “libera uscita”. Avevo i capelli lunghi allora… e il sangue mi ribolliva nelle vene.  Molti pensieri nemmeno esistevano e i ricordi tristi si contavano sulle dita. Ne sapevo ben poco della vita… Sapevo solo: “che di strada davanti a me… ce n’era ancora molta…”

Flashback:
Un pomeriggio dai capelli lunghi

“…e non ci prendono sul serio…
d’altronde non l’han fatto mai…
siam sempre stati il pesce d’aprile…
anche quando l’aspetti anche quando lo sai…
E non ci prendono comodamente…
nè con il loro dài e dài…
nè con il loro: “chi tace acconsente”…
noi non abbiamo taciuto mai..
e non ci beccano più…
e non ci provano più…
non se lo chiedono più…
cosa facciamo qui? nelle scarpe da corsa…
libera uscita…
in libero mondo…
libera scelta di dirlo io…
com’è che mi spendo…
com’è?… com’è?”

Mi  dondolavo sulla mia comoda poltroncina nera. Lo stereo era a palla e il cantante sempre lo stesso. Passai una mano tra i capelli guardando lo schermo del pc. C’era un messaggio: “tra poco siamo lì”.
Erano i miei amici che mi avvertivano che sarebbero passati a prendermi per combinare chissà cosa. Alzai ancora di più lo stereo e cantai a squarciagola fino a quando mia mamma non entrò in camera e abbassò di botto la manopola al minimo.
– Ciro! Ti sembra il modo?? –
– Mamma tra un po’ mi vengono a prendere Enzo e Mario ed usciamo. –
– Sei sempre in giro! Quando ti vedrò un po’ studiare?? –
E chiuse la porta dietro di se. Lo stereo riprese vita. Cercavo sulla scrivania la molletta nera che usavo per legare i capelli. Spostai la pallina rossa dal portamonete e l’appoggiai vicino alla tastiera. Lei rotolò lungo la scrivania per poi cadere per terra come una bambina dispettosa che voleva giocare. – Non ora! Non è il momento di fare dispetti! – La raccolsi e la rimisi al suo posto. La guardai per un attimo e sorrisi. La stavo trascurando un po’. Mi aveva accompagnato per un pezzo di vita ed ora era in un porta monete a prendere la polvere.  La ripresi e la feci volteggiare un po’ in aria per poi riprenderla velocemente.

Peeee Peeee Peee

Quello strano clacson inconfondibile mi faceva capire che gli amici erano arrivati. Posai la pallina delicatamente e presi il mio giubbotto di pelle nuovo di zecca. Scesi di corsa le scale per arrivare in cucina ed aprire il cancello. I miei amici erano lì che mi aspettavano sorridenti. Aprii il portone di casa. Da poco si erano abituati al mio aspetto. Capelli lunghi… giubbotto di pelle… anelli. Una piccola rivoluzione che mi aveva invaso dalla testa ai piedi. Non ero più il Ciro di prima. Perlomeno all’esterno. Perché all’interno, si sa, è difficile cambiare.
– Ciro! Forza dai! Sali in macchina! –
– Ragazzi… dove si va? –
Domanda inutile perché già conoscevo la risposta. Li conoscevo… e loro conoscevano me. Ci guardammo negli occhi e partimmo.

Nella solita direzione… verso il solito luogo… verso la nostra:

Libera uscita…

E neanche un libro potrà descriverlo mai…

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La metro scorreva veloce lungo il suo binario. Si fermava ad ogni tappa obbligata per far salire quei pochi passeggeri impazienti. Dopotutto era mezzanotte passata e la voglia di tornare a casa si faceva sentire. Un paio d’indiani un po’ brilli, facevano un casino che si sparpagliava per tutto il vagone. Parlavano ad alta voce come se fossero stati in mezzo alla strada. Fastidiosi a quest’ora. Soprattutto per il mio Tetris. Chiusi il cellulare. Ad ogni fermata salivano persone diverse… giovani… vecchi… stranieri… La metro è così: multietnica. Non potrai mai azzeccare chi si siederà accanto a te… o chi ti schiaccerà i piedi perché troppo distratto. Ormai c’ho fatto l’abitudine. Una coppia di mezz’età discuteva in piedi vicino alla porta. Sembravano avere futili problemi. Come tagliare l’erba del prato o fare la spesa. Il mulatto di fronte a me, invece, leggeva un giornale arabo. Lo si capiva dalla strana scrittura tipica di quei paesi. Si sistemò gli occhiali e mi guardò. Voltai lo sguardo da un’altra parte. Duomo. Sale sempre un mucchio di gente in Duomo… a qualsiasi ora. E quella sera non era da meno. I posti a sedere si riempirono. Qualcuno rimase in piedi appoggiato al palo con la faccia assonnata. La donna di fronte a me, guardava con insistenza il biglietto. Aveva il volto triste… sembrava che qualcosa non fosse andata a buon fine quella sera. Già… le cose spesso non vanno come vorremmo. Magari un litigio. Un apprezzamento sgarbato. Una persona che non ci si aspetta d’incontrare. Spesso ci si sente soli… e molte volte ci si ritrova su una metro a rigirare il biglietto tra le mani guardando le fermate scorrere.
Un signore di bell’aspetto in un abito elegante si sedette accanto a me. Chiese scusa per avermi urtato e iniziò a giocherellare con il cellulare. Dovevo scendere ma la mia corsa non era ancora finita. Seconda metro… secondo giro. Percorrevo la banchina da un lato all’altro nell’attesa che arrivasse il mio mezzo di trasporto. Guardavo le facce delle persone e loro guardavano me. L’una più diversa dell’altra. Chissà quante storie avranno dietro quei volti… chissà quante ne avranno da raccontare… Oppure no… perché vivevano la solita vita di routine in cui tutto è uguale al giorno prima, compresa la metro in ritardo. Arrivò.
Cercai un posto dove sedermi.  Non era difficile a quest’ora. E come al solito iniziai ad osservare. Perché mi piace osservare la gente e capirne un po’ di più su di loro. Sono fatto così…
Una coppia di ragazzi salì alla fermata successiva. Si sistemarono nei posti di fronte. Lui iniziò a parlare ma non riuscii a capire cosa dicesse. La metro certe volte fa un casino infernale… soprattutto quando fa caldo ed i finestrini sono tutti mezzi aperti. Lei imbronciò il visto e gli rispose seccata. Sembrava averlo rimproverato per qualcosa. Beh… facile strigliare gli uomini… siamo sempre noi che sbagliamo. Ma è vero anche che alle donne piace rimproverare… ci provano gusto. Insomma certe volte, vogliono mettere i puntini sulle “i” giusto per ribadire che in amore ci sono delle regole. E quelle regole gli uomini devono rispettarle. O almeno far vedere. Fingere che tutto vada bene e che niente sia successo. Ma bisogna essere dei bravi mentitori perché le donne, l’intuito ce l’hanno dalla nascita. Era una coppia di giovani. Lui con la barba incolta e lei con una copia venuta male delle converse. Un sorriso comparve sul volto di entrambi… tutto regolare. Tutto come prima. Perché l’amore è cosi… Va e viene quando vuole. Sembra che a volte non ci sia… ma è sempre lì…
Che ti avvolge in una fredda serata primaverile…

Qualche ora prima…

– Chi è? –
– Sono Ciro. –
Qualcuno mi aprì il cancelletto ed entrai in casa di Francesca. Salutai i genitori ed andai in camera sua. Doveva ancora finire di prepararsi e, cosa che non sapevo, di studiare.
– Potevi dirmelo… che venivi prima! –
Disse con una vocina leggermente altisonante, come se non fosse stata felice che io fossi lì. Ma lo era… Mancavo da tanto all’appello in camera sua. Tutto era come l’avevo lasciato… Tutto nel solito ordine disordinato ma non troppo. – Cosa devi finire di studiare? – le chiesi mentre mi accomodavo sulla sua poltroncina. – Storia… la guerra dei trent’anni… domani ho la verifica. –
Pensai per un attimo a quanto fossi fortunato ad aver finito il liceo e a non aver più queste simili scocciature. – Dai… porta il quaderno che ripassiamo insieme… è ancora presto per andare a cena… –
– Sicuro che ti va? – mi chiese in cerca di sicurezza. – Certo bambolina. –
Uscimmo da casa sua. Il sole stava tramontando dietro le case ma il cielo era ancora illuminato. La guardavo.
– Cosa c’è? Non vado bene? Non sono truccata bene? Ho i capelli fuori posto? –
Non risposi. La guardavo perché mi piaceva e sorrisi nel vederla farsi mille paranoie.
– Dove andiamo? – le domandai.
– Alla panchina… –
La panchina in questione non era una semplice panchina… era La panchina. Un luogo speciale per lei. Un posto che l’aveva vista crescere nel corso degli anni. Una panchina dove magari sono cadute le sue lacrime… dove sono nati i suoi sorrisi… dove il sole la illuminava di giorno e la Luna le teneva compagnia la notte. Era un posto speciale.
Spesso quando eravamo ancora lontani, lei mi chiamava con il cellulare e stavamo ore ed ore a parlare e parlare. Spesso lei mi descriveva quella panchina. Mi diceva che le piaceva tanto stare seduta lì. E io la immaginavo così: stesa che guardava il cielo e parlava con me. Un bel po’ di strada ci divideva all’epoca… ma non ci fece perdere la speranza. Perché tutto può succedere… come per esempio può capitare che qualcuno prenda il tuo stesso treno, in un lontano giorno di mezz’estate.

– Ci sediamo? –
Guardai quella panchina per un attimo. Era abbastanza sporca. Poi guardai lei. Il suo sguardo caporalesco mi fece capire che dovevo sedermi per forza. E così feci, pensando: “Cosa non si fa per amore!”.
Prese il quaderno di storia mentre l’abbracciavo da dietro. Ci mettemmo comodi.
– Allora la guerra dei 30 anni… capitolo primo… –
La osservavo mentre ripeteva i concetti. Lei sorrideva e si bloccava leggermente come se ci fosse stata ancora quella innocente timidezza tra di noi. – Non mi guardare! – mi disse.
– Ok ok! – risposi, ma i miei occhi tornavano sempre su di lei… sulle sue mani che gesticolavano, sui suoi occhi che guardavano il cielo per non incrociare i miei, sulla sua bocca che avevo voglia di baciare.
E il bacio ci fu ma mi staccai subito altrimenti la sua verifica di storia sarebbe stata bianca come il latte. La lasciai continuare a ripetere… ci tenevo che andasse bene a scuola… o almeno non volevo essere io la causa dei suoi brutti voti!
Ci baciammo di nuovo… colpa sua stavolta…
– Dai… devi finire… –
– Chi se ne frega studio dopo… –
La voglia saliva mentre il sole finiva il suo giro. Ci baciammo per un po’, fino a quando, stanchi di quei bambini impertinenti, ce ne andammo da lì.
La serata prometteva bene.
Fino ad allora non avevamo ancora litigato. Nemmeno per gioco.
– Dove andiamo a cenare? –
– Al Barin… –
Il Barin era un piccolo pub del suo paese. Ci andavamo spesso a trascorrere le nostre serate quando venivo da lei. Era un pub di quelli classici: lungo bancone in legno, tavolini, birre alla spina. Un classico posto in cui avrei portato i miei amici a bruciare un po’ di neuroni. Già… i miei amici. Era da tanto che non vedevo quelle canaglie squattrinate. Ecco cosa mi ricordava quel pub: Sloppy Joe’s… il nostro pub. Il luogo dove sono praticamente cresciuto. Dove ho “buttato” i miei anni migliori. In mezzo alle persone che mi riportavano a casa perché ero troppo ubriaco… dove distruggevo le bottiglie di birra… dove davo un’occhiata a Dante e lui capiva: un altro giro! Un’altra corsa prima che il tempo mi avesse strappato via da lì. Mi mancava quel piccolo pub. E dire che le prime volte che ci andavo non lo sopportavo.
– A cosa pensi? –
– Niente di che… –
– Ecco i vostri menù… – disse la cameriera.
Ma a noi i menù non servivano. Sapevamo già cosa prendere. Il nostro solito… piadina e birra.
– Perché questa volta non prendiamo una bottiglia di Prosecco? –
– No… una è troppo poco! Facciamo due… anzi no, tre! – dissi io guardando il prezzo spropositato.
Lei sorrise ritornando a sbirciare il menù alla ricerca di quei gusti che già conoscevamo.
– Allora cosa prendete? – chiese la cameriera che era tornata da noi.
Parlai io e involontariamente mi sentivo come ad un interrogazione con due donne che mi osservavano.
– Ehm… allora vediamo… ci porti due piadine… con… ehm… prosciutto cotto, mozzarella… ehm… pomodori e salsa rosa! – ce l’avevo fatta, almeno la prima era andata, guardai la mia lei negli occhi per una conferma, come fanno i bambini quando rispondono bene.
– E da bere? –
– Da bere… 2 Ceres old nine… –
Ordinazione finita. Sorrisi guardando lei che mi aveva osservato per tutto il tempo.
– Che c’è? – le chiesi.
– Sei carino quando sei imbarazzato! – mi disse prendendomi in giro.
Sapevo come vendicarmi.
– Sai, ieri Luisa mi ha detto che deve lasciare la casa. – (Luisa era una delle mie coinquiline che insieme ad una sua amica dividevano la camera doppia del mio appartamento.)
Il suo sguardo si fece severo. In fondo in fondo, non l’aveva ancora mandata giù che io vivessi con due donne. E i suoi occhi dicevano tutto. Sembravano quelli di un gatto che stava per graffiare.
– Ah si?! E quando te l’ha detto? E dove te l’ha detto? E come era vestita?! –
A quella domanda risi.
– Beh Fra… che t’importa com’era vestita? di certo non girano nude per casa altrimenti non uscirei mai! –
– Ahia! –
Con un leggero schiaffo mi colpì la testa. La sua gelosia le ribolliva nelle vene, ma sapeva che non avrei mai fatto niente con quelle due. Si fidava di me… ma un po’ meno delle mie coinquiline.
Mangiammo. La piadina, come al solito, era ottima e la birra non era da meno. Decisamente dei soldi spesi bene. Discutemmo a lungo su questo o quello, ridendo e scherzando come sempre. Come al solito prendevo schiaffi a non finire per le mie battute che a lei non piacevano. E piano piano stavo imparando a non criticare le donne o apprezzarne altre.
È dura la vita degli uomini.
La notte stava scendendo dolcemente alle nostre spalle. Eravamo usciti dal Barin e passeggiavamo lungo le strade del suo paese. Sapevamo dove andare. Al nostro parchetto. La presi per mano guidandola in quel posto che non conoscevo. Sotto sotto, era lei a guidarmi e non solo su quella strada ma anche nella vita… quella vita che era diventata un po’ più sua. Che teneva stretta, come la mia mano in quel momento.
Nel parchetto dove eravamo diretti c’era, per così dire, la nostra “casa”. Era una casettina in legno e plastica con uno scivolo per i bambini.
Salimmo sulle scale in legno e ci sistemammo lì dentro.
La calda giornata stava facendo posto ad una notte che sembrava non aver capito quanti gradi c’erano prima. Faceva freddo. Lei aveva su una leggera camicetta. Mi tolsi la felpa facendo scorrere la zip.
La mettemmo sui nostri corpi… ci riscaldava mentre l’abbracciavo teneramente. Ci baciammo. E lì, della storia ce ne fregava ben poco. Perché i baci scorrevano lunghi ed appassionati. Non curanti del tempo e delle persone che si erano fermate poco distante… non curanti di niente se non dei nostri cuori che battevano, le nostre anime che s’intrecciavano, i nostri capelli che si mischiavano. Lei era bella come non mai. E io mi sentivo fortunato ad essere tra le sue braccia quella sera.
Il mio cuore riprese a battere più forte… Come se il passato non fosse mai esistito. Come se tutte quelle storie che l’avevano distrutto, fossero scomparse. Ora c’era lei che ricostruiva pezzo dopo pezzo un cuore malandato. Quello stesso cuore che volevo strapparmi perché troppo amaro. Troppi addii aveva dovuto sopportare… e troppe lacrime aveva fatto cadere…
Lei mi aveva reso più forte… mi aveva ridonato la vita…
Spero che forse… anche io per lei abbia fatto qualcosa…

..Buonanotte Bambolina..

Un amore ghiacciato…

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“…perché c’era una sorta di magia nei suoi occhi…
…quella magia che mi aveva fatto innamorare…
…ed ora era lì…
…che danzava inesperta sul ghiaccio…”

Ore 12
Avevo da prendere un treno per Lodi e non dovevo fare tardi, ma soprattutto, non dovevo dimenticarmene. A volte mi succede di distrarre un po’ troppo la mia attenzione vagando nel vuoto dei pensieri. Ok… dov’ero rimasto? Ah sì. Come dicevo, dovevo prepararmi. Maglietta, jeans, scarpe, una pettinata ai capelli, profumo. E invece ero ancora sul letto ad oziare beatamente. Fino a che non mi feci coraggio e spensi la tv.
Ok… si parte!
Il cielo era grigio e tirava un leggero venticello che faceva sentire perfettamente che eravamo all’11 dicembre. Potevo portarmi i guanti, ma le tasche servivano solo a metterci le  chiavi di casa e il resto del caffè. Così, leggermente infreddolito, aspettavo il mio treno alla solita stazione… ed anche al solito binario… con persone indifferenti e annunciatori distratti.
“Il treno per Verona è in ritardo di 48 ore.”
Poveri passeggeri. Mai affidare il proprio sedere a Trenitalia. Perché sanno fin troppo bene cosa farsene!
Beh, menomale che il mio treno era diretto in tutt’altra direzione. Ammesso che arrivasse.
Arrivò.
Nell’attesa, rivolsi il mio sguardo a ciò che mi proponeva il finestrino. Il mio Ipod vagava in modalità casuale tra le sue innumerevoli canzoni. Ogni tanto chiudevo gli occhi, convinto che forse quella bellezza non esisteva. La bellezza della vita. La bellezza della natura.
Pensavo alle complicazioni che avvenivano sempre in momenti sbagliati. In cui desideri un attimo infinitesimo di stabilità mentre tutto il mondo ti avvolge. E ti chiudi in te stesso per avere un senso di protezione irrisorio regalato dal chiassoso silenzio del gongolio del treno.

Ero arrivato e aspettavo la mia ragazza all’ingresso della stazione.
Eccola lì… in tutto il suo splendore.
– Che facciamo?..-
– Beh… non so… –
– Hai fame? –
– Si un po’… –
– Allora ci mangiamo qualcosa! E poi vediamo! –
– Ok! –
Entrammo in un bar e ci sedemmo a un tavolino. Finalmente eravamo un po’ al caldo. Lei aveva le mani ghiacciate così gliele strinsi cercando di riscaldarle.
Ordinammo dei panini. Due per me, uno per lei. Perché non avevo fame!
Conto… caffè… e passeggiata nella piazza centrale.
Guardavamo le vetrine.
Lei le scarpe…
Io i telefonini…
Lei i vestiti..
Io i manichini…

– Ahia! Dai! Ma è un manichino! –
– …di una donna! –
– Appunto! –
– Ahia! Ok ok… pace! –
Arrivammo al parchetto tra battute e schiaffi che volavano a destra e manca. Sopravvivendo entrambi senza troppi rimorsi ma con qualche sorrisetto furbetto ancora da calmare.
In lontananza si vedeva la pista da pattinaggio allestita all’aperto in mezzo alla piazza.
Non avevo mai pattinato in vita mia. Tutto quello che avevo fatto e che poteva somigliare al pattinaggio era sciare ed andare sui roller. Pesavo che fosse un misto tra i due con  qualcosa in più… ma non lo sapevo ancora…
E nemmeno lei…
– Pattiniamo? – le proposi.
– Dai… non so pattinare! –
– Nemmeno io! Impariamo! –
– Ma guarda quelle due come sono brave! Lo so già che cadrò e tu riderai! –
– Può darsi che cada prima io? No? –
E dopo vari convincimenti… ricatti e seduzioni di vario tipo, presi due biglietti e due paia di scarponi.
– Gli scarponi sono simili a quelli per gli sci… aspetta… quello devi metterlo lì… –
– So fare benissimo da sola! –
Non ci potevo fare niente, purtroppo me l’ero scelta testarda.
– Dai… lascia fare a me che ti aiuto. –

E un attimo dopo eravamo dentro. Io in mezzo alla pista, lei chiaramente attaccata al bordo come un bambino alla sua mamma.
Dopotutto era la sua prima volta. Quindi la lasciai un po’ tranquillizzare, anche perché le sue parole avevano una cattiva intonazione!
– Vattene via!! – mi rispondeva appena provavo ad avvicinarmi.
Dopo un po’ mi abituai ad avere ai piedi quei cosi. Bastava portare un po’ il peso in avanti e via… si scivolava da Dio. Con qualche incertezza riuscivo ad andare anche abbastanza veloce. Facevo il giro della pista e ritornavo da lei che aveva percorso solo un paio di metri.
– Dai…  prendimi la mano… e vieni via con me… –
E come nell’amore reale, un piccolo gesto di fiducia risvegliava i nostri cuori. Gli occhi erano impegnati a fissare il ghiaccio per il timore di cadere. Le nostre mani si tenevano l’una all’altra… sfiorandosi e stringendosi… allontanandosi per qualche istante per poi riprendersi e ritrovarsi. Era come un gioco. Come una sfida… e lei era bravissima, quasi meglio di me. Danzava, mentre la musica ci cullava e ci trasportava in questo girotondo di persone. Era stupendo pattinare insieme a lei. Abbracciandola e sorreggendola ogni volta che aveva bisogno. Punzecchiandola ogni tanto cercando di farla cadere. Guidandola… portarla vicino al bordo e baciarla… con le labbra che sapevano d’amore.
E la sera scendeva… mentre le luci ci tenevano compagnia… con la folla che ci osservava curiosa.

…In un giostra infinita…
…che girava in una sera di un amore ghiacciato…

Dall’alto di un cielo infinito…

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La giornata era molto soleggiata, ottima per una bella giornata in piscina. L’afa era troppa e un bel bagno avrebbe rinfrescato un po’ le idee a chi forse di idee non ne aveva, come me. E Infatti, l’unica idea che mi venne fu quella di andare in piscina.

Triiiiiiiiiiinnnn   triiiiiiiiiiinnnn…

Il rumore del cellulare mi svegliò. L’avevo lasciato acceso perché sapevo che mi avrebbe chiamato “qualcuno”.
– Pro-oo-nto… – risposi con una voce assonnata.
– Ciro, guarda che ho preso il pullman… ma stai ancora dormendo? –
– Nooo… che ore sono? –
– Le 10 e mezza… tra quanto dovrei essere lì? –
– Beh… verso le 11 e 20 ti vengo a prendere alla stazione… ok? –
– Ok. –

Misi giù il telefono e misi giù anche la testa sul cuscino. “No! Mi devo svegliare! Devo prepararmi!”
Pantaloni, maglietta, scarpe… qualche ritocchino qua e là ai capelli. Perfetto… ora pensiamo al piano…
1. Cambiare mese al calendario di Angelina Jolie.
2. Pensare al piano!!
Allora… macchina? Niente… si prende la Vespa!

11.20
Si parte.
Correvo come un forsennato tra le stradine di campagna e le vie della città. La marmitta che aveva montato mio fratello, dovevo ammettere, che andava da Dio. Arrivai alla stazione in pochi minuti e lei era lì ad aspettarmi… bella come sempre: occhiali scuri, vestitino leggero, infradito. Mi guardò, mi diede un bacio e mi chiese la meta. Le risposi: – in piscina! – e accelerai con lei seduta dietro che si aggrappava a me.
Non che sia una di quelle piscine megagalattiche extralusso, ma nel suo piccolo la sua figura la faceva… e poi c’era anche il pagliaccio a forma di doccia!
Entrammo e c’incamminammo lungo le piscine come se fossimo stata una coppietta appena uscita da un fotoromanzo. Lei si guardava intorno cercando di orientarsi, mentre io proseguivo diritto già conoscendo il posto. Dopotutto questa era la zona dove ho sempre vissuto ed era giusto che sapessi ogni minima cosa. Scegliemmo un ombrellone e ci facemmo portare due lettini.
– Io mi faccio la doccia sotto al pagliaccio! – dissi con aria da eterno bambino.
Lei mi guardò, sorrise  e cercando di racimolare tutta la serietà che poteva, mi disse:
– Se la fai… ti lascio! –
– Ok… ciao allora… – le risposi con tono secco.
Tornai tutto bagnato e mi sedetti vicino a lei lungo il bordo della piscina con i piedi a mollo nell’acqua.
– Com’è andata? – mi chiese trattenendo a stento il risolino.
– Beh, all’inizio ha fatto un po’ il difficile… ma alla fine sono riuscito a manovrarlo bene! – dissi ironicamente.
– Ma com’è bravo il mio bambino! – disse lei spazzolandomi i capelli come si fa ai bambini quando li si vuole premiare.
Io per tutta risposta la spinsi in acqua. (Così imparava a non farsi la doccia con il pagliaccio!)
Mi buttai anche  io, con un bel tuffo a giudicare dalla giuria. Nuotai sott’acqua fin da lei che si era spinta all’altro lato. L’abbracciai da dietro e le sussurrai che era la cosa più bella del mondo. Lei mi sorrise e mi baciò. Poi mi schizzò… e mi ribaciò ancora… ma poi ancora mi schizzò… niente… non si poteva raggiungere un compromesso… e la schizzai anch’io… e lei ribatté schizzandomi a sua volta… allora la travolsi con una mega onda stile coste dei caraibi. Lei si girò strizzandosi gli occhi e tossendo come se avesse bevuto dell’acqua. Mi avvicinai per vedere se stava bene e lei all’improvviso mi spruzzò dell’acqua con la bocca. Era nata una nuova guerra. Risposi anche io… e lei ancora… e il resto lo potete immaginare.
Dopo abbracci e schizzi, finalmente uscimmo dall’acqua per prendere un po’ di sole.  Ci stendemmo sui lettini e ci mettemmo a riposare un po’, ascoltando la musica che dava il bar. D’un tratto proposi:
– Vogliamo giocare a Ping-pong? –
– Tanto ti batto… – rispose sicura di se.
– Si… tu… una donna! Battere me! Ma dai… –
– Ok allora… vediamo chi è il più forte! –
– Ok… –
Ci dirigemmo verso una fatiscente sala giochi e prendemmo le racchette e la pallina per il Ping-pong.
– Allora… facciamo un po’ di palleggi, così per riscaldarci. –
Ping… pong… ping… pong…
– Iniziamo ora… per la palla…-
Dovevo ammettere che la mia ragazza se la sapeva cavare con la racchetta. Mi son dovuto quasi impegnare per batterla… ed infatti il risultato lo sapete già. Due partite vinte per me… zero per lei.
E si ritornò sui lettini..
Io, fiero vincitore trionfante, lei , che reclamava la rivincita nelle prossime date.
– Vedi che ti ho battuto?! –
– È stata solo fortuna… perché hai vinto per poco! –
– Si vabbè… comunque io ho vinto… tu hai perso! –

La giornata andava via via sgocciolandosi come i nostri costumi ancora umidi. Erano circa le 5 di pomeriggio e il venticello fresco si faceva sentire. Così decidemmo di rivestirci e andarcene.
Passai a casa a prendere la macchina e ci facemmo un giro nell’attesa della nuova meta.
– Perché non ci prendiamo qualcosa al Martinika… è un posto carino… –
La guardai negli occhi, sembrava felice. Forse ero riuscito a donarle il sorriso almeno oggi. Le passai un braccio dietro la testa per solleticarle il collo muovendole un po’ i capelli. E dato che quella mano era occupata nelle coccole…
– Fra… mi metti la terza? –
– Non so come si fa… –
– Dai… devi andare su con quella leva! –
– Ecco… così va bene? –
– Ehm… no… quella è la quinta… –
– Ops… –
Così, piano piano, marcia dopo marcia arrivammo al Martinika.
Il posto era un bar chic con i tavolini all’esterno. Molto carino e forse fatto a posta per noi.
Ordinai due Baileys e ci sedemmo fuori.
Accendemmo la piccola candela che c’era sul tavolino. Ci baciammo fino a che il cameriere non ci portò le nostre bevande.
– A cosa brindiamo? – chiese lei.
– …a noi… a questa giornata, che pressappoco è andata bene… –

…Chin…
Vite…
Storie distorte di amori lontani che s’intrecciano in una giornata d’estate. Sole, Luna e in mezzo due cuori lucenti di gioia che battono come una campana di mezzogiorno. E magari si fingeranno stupiti delle piccole cose e così come per gioco, in questa notte, farà meno freddo.
“un posto isolato…”

È bastata anche solo una stella a farci compagnia. Una, ma la più splendente che c’era. E piano piano, la sera che diventava notte lasciava alle spalle la calda giornata. E noi eravamo lì, a cercare di non pensare, mentre vivevamo quegli attimi lasciando scorrere le parole in un misto di emozioni.
Baci e coccole non si riuscivano più a contare e la passione correva come il vento caldo di quella sera.
La macchina era ferma e le luci in lontananza erano troppo distanti per capire cosa fossero. Ed erano belle così, innocenti nel loro alone di purezza.
Ci guardavamo negli occhi come se fosse stata la prima volta. Come quando le nostre bocche si toccarono nel primo bacio… ma di baci ne erano passati parecchi… e le nostre lingue conoscevano già la strada del piacere.  E così via… si parte… spinti dal vento della passione che come un fiume in piena ci portava dove voleva. Baci, coccole, abbracci, intrecci di corpi e di anime, sorrisi, sguardi appassionati… mani che si sfioravano e si stringevano… bacini che si accostavano in un ballo molto sensuale…  e così via… Lungo la strada dell’amore… che, come una meta inarrivabile, ci spingeva ancor di più a cercarlo.

E magari si poteva fare di meglio… Qualche luce in più o una musica particolare… ma in fondo cosa importava? Bastavamo noi… Perché eravamo noi a creare la magia del luogo. Con una leggera brezza, qualche stella e la Luna, che splendente come non mai…
ci guardava dall’alto di un cielo infinito…

20 Novembre 2006…

Lodi parchetto 20 novembre 2006

Un magico parchetto…

Sul piccolo sentiero di quel parchetto, c’era un fitto strato di foglie dalle varie tonalità di giallo. Si andava dal rosso intenso delle foglie secche al giallo limpido di quelle appena cadute. Ce n’erano tantissime in giro e molte altre ancora attaccate ai rami degli alberi nell’attesa di cadere da un momento all’altro durante una raffica di vento. Il cielo era semi-coperto e il sole stava tramontando dietro un gruppo di palazzi, regalandoci gli ultimi attimi di luce di quella stupenda giornata. La terra era un po’ umida, forse perché qualche giorno prima aveva piovuto e il sole non era riuscito a “rimettere a posto le cose”. Beh… l’autunno è così. Fatto di giornate fredde e piovose alternate spesso a momenti in cui il sole compare sulla scena. Ciò che non manca mai, invece, è il vento. Quello sì che si trova spesso lungo le tranquille passeggiate serali. Spesso da molto fastidio, ma altre volte invece, sembra un contorno magico che ondeggia i capelli e un motivo plausibile per stringere un po’ di più la tua “lei” al tuo cuore in un caldo abbraccio. E di abbracci, quella giornata, ne aveva visti parecchi e forse anche qualcosina in più che solo tre persone potevano capire. Io… lei… e un tenero pupazzetto di nome Bibo. Quel pupazzetto ora giaceva in una cartella indisturbato, tra libri mai aperti ed appunti stropicciati. Stranamente quella cartella era sulle mie spalle e quel leggero “peso” mi trascinava un po’ indietro con gli anni. A quando ero ancora un ragazzino ed utilizzavo il mio zaino della Seven per portare i miei libri a scuola. Di solito lo portavo su una spalla sola, la destra, e mi sentivo quasi a disagio ad averlo su tutte e due. Ero abituato così perché dovevo toglierlo subito quando per esempio entravo in macchina o tornavo stanco a casa e quello zaino veniva buttato rapidamente chissà dove. Chiaramente, lo zaino che portavo ora sulle spalle non era il mio, ma di una dolce ragazza che passeggiava insieme a me tra le migliaia di foglie cadute. Beh… la galanteria rientra nelle mie doti, anche se la nascondo spesso perché le donne sanno approfittarsene molto bene. Ma in quel caso lo facevo volentieri, dopotutto non potevo far stancare degli occhioni così dolci e convincenti.
– Dove stiamo andando? –
– Voglio portarti in un posto… – disse lei.
Ci stavamo avvicinando a un gruppo di alberi immersi nel verde di questo parchetto. Eravamo quasi al centro e il cancello da cui eravamo entrati si faceva sempre più lontano. Le foglie per terra erano più fitte tanto che non si riusciva a distinguere se camminavamo sul sentiero o sulla terra. Ai lati ogni tanto comparivano fredde panchine e piccole giostrine. Svago di chissà quali bambini che di giorno frequentano quel posto. L’oscurità stava calando rapidamente e a poco a poco si accendevano i lampioni delle strade. Tutto contribuiva a rendere la passeggiata più magica.
– Ecco. Vedi quegli alberi? –
– Si… –
– Andiamo lì… –
E la seguii trattenendo la sua mano che mi faceva da guida. Ci dirigemmo verso un gruppo di 4 alberi disposti quasi a formare un cerchio. Solo che non erano perfettamente diritti verso l’alto, ma avevano assunto negli anni una forma obliqua che li rese un comodo appoggio per chi voleva sedersi.
– Sediamoci qui… –
Ci abbracciammo e guardammo il cielo leggermente nuvoloso.
– Sai… vengo spesso qui… mi siedo su uno di questi alberi… e penso… –
– A cosa pensi? –
– Beh… penso a un ragazzo moro… alto… antipatico a volte… testardo… ostinato… che non mi lascia mai finire di parlare… Vabbè… ma anche molto romantico… ma poco… proprio poco così… –
Sorrisi e fingendo di arrabbiarmi e chiesi – …e chi sarebbe questo?..-
– …è seduto proprio accanto a me! –
L’abbracciai più intensamente e insieme guardammo il paesaggio. Il sole oramai era scomparso e la notte era diventata l’unica testimone del nostro amore. Era perfetto. Una perfetta serata d’amore. Eccetto forse per qualche mia battuta sarcastica che potevo anche risparmiarmi. Ma sono fatto così… che ci posso fare. So essere molto ironico.. ma anche molto romantico nei momenti delle magiche notti d’autunno.
– Ti amo piccola… – dissi guardandola intensamente negli occhi.
Lei sorrise e arrossendo abbassò lo sguardo…
– Ti amo anch’io… – mi rispose.
Essere felici è come chiedere al tempo di fermarsi. Un po’ come dire “stop” alla vita e chiederle il permesso di prolungare quell’attimo fantastico, muovendosi al rallentatore come in una sorta di moviola romantica di un semplice attimo. Come uno scambio di baci infinito in un intreccio di abbracci o uno sguardo intenso, ricco di parole difficili da pronunciare. È un’infinita giostra da cui non vuoi scendere perché sul biglietto c’è scritta a chiare lettere la parola “amore”. Quell’amore che hai sempre sognato. Intenso, puro, fantastico. Quello fatto di due cuori che battono all’unisono e che non si scontrano mai. Quello fatto di baci che trasmettono intense scariche elettriche ai corpi in modo da non poterne più fare a meno. Quello fatto di profumi indimenticabili impressi sulla pelle di entrambi che si mescolano ogni volta che vengono a contatto.
“Aveva ragione… era perfetto…”
Anche se a volte gioia e malinconia si fondevano in questo gioco di vita, quella era la vita che avevo scelto e che avrei proseguito in un’unica direzione senza voltarmi al passato. Perché altrimenti rischierei di ricadere ancora nel vuoto. L’abisso della paura dell’amore. Un timore che per sfortuna è ancora dentro me e sarà difficile estirparlo. E ce la sto mettendo tutta per potermi fidare ancora di quell’immensa forza misteriosa. Odio dirlo… ma ho paura dell’amore. Perché è l’unica cosa che può uccidermi.

– Dopotutto quello che ho passato… dopo tutte le storie “storte” che si sono susseguite… il mio cuore ha perso qualche pezzo per la strada… E ne è rimasto solo un piccolo pezzettino… E quel pezzettino l’hai preso tu… Mi raccomando… trattalo bene… perché  l’unica cosa che mi tiene ancora in vita è la consapevolezza che esista una “bambolina” che ha in custodia il mio amore… Certo… ci sono stati momenti in cui tutto è stato in “bilico”… ma ora tutto è cambiato… Ognuno ha capito i propri errori… e credo che mai più si verificheranno… almeno io ce la metterò tutta perché ciò non accada… e sono sicuro che anche tu mi darai una mano… restando accanto a me… vivendo attimi felici con me… per tutto il tempo che questa vita potrà concederci… ti amo bambolina… grazie d’esistere. –

Forse ritornare ad amare non è poi così tanto difficile. Basta solo crederci. Crederci e sperare di nuovo che il passato non si ripresenti alla tua porta o sul tuo telefonino con un semplice messaggio d’addio. Il passato fa male… Ma come dico sempre io:

“…lasciamoci il passato alle spalle… non pensiamo al futuro… e viviamo il presente…”

…Tienilo stretto il mio pezzettino di cuore…
…altrimenti non potrei vivere…
…So che tu lo custodirai bene…
…Perché mi fido di te…

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