Cocktail.. (Ricordi di Rimini 2004)

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Ero affacciato al balcone e guardavo fuori appoggiato alla ringhiera con il mio bel cocktail in mano. Qualcosa non andava dentro di me. I miei occhi erano stanchi, desolati e un po’ incazzati. No.. il passato qui non doveva venire e fare il suo porco comodo. Non dovevo permettere ai miei ricordi di riaffiorare.. non qui.. non ora..

E il mio cuore batteva. Sentiva.. Calpestava ogni mio rifiuto.. e crudelmente mi rovinava ogni momento bello. Questa magica serata era partita un po’ così. Tra foglietti attaccati al muro e nuvole in certe stanze.. tra musiche da ballo e cocktail mal mischiati. Questa Rimini iniziava a prendere forma sotto i miei occhi. E lo strano mostro che stava diventando cominciava a combattere con il mio stupendo passato. Gridando di vivere.. perché la vita è questa qui. E non ce ne saranno altre belle o migliori. Comunque vada.. e comunque sia.. questa è la mia vita..

 

-Ciro che fai?.. Perché non entri?-

-Perché non venite voi qui fuori?..-

-Che è successo..- disse Mario avvicinandosi prima degli altri.

-Guarda giù..-

 

Pochi piani più in basso c’era un tizio in boxer che correva per la strada alla ricerca di qualcosa. Lo guardavamo come se stessimo guardando un film che ci piaceva tanto. A tratti ci sembrava quasi un’illusione. Un frutto perverso della nostra comune immaginazione che ci voleva tutti come lui.. ubriachi.. nudi.. in posti strani.

 

-Ehi tu!-

Il ragazzo biondino si girò verso di noi dopo aver raccolto un oggetto da terra.

Ci guardava sorpreso.. e sembrava non capire. Infatti era tedesco.

Mettemmo insieme un gruzzolo di gesti e parole inglesi per fargli capire di salire da noi nella camera 30. Lui ci fece un OK con la mano e venne da noi. Vestito.

 

-Hi guys!-

-Hi.. what’s your name?-

-Voevo..

-Voe.. che?

-Voevo..-

-Volvo? No quella è una macchina..-

-Vo.. e.. vo..-

-Mi dispiace.. ma non imparerò mai il tuo nome..- gli dissi..

-Voevo.. do you smoke?-

-Yes yes..-

-Smoke this..-

-oh.. very good..-

 

Dal sorriso del biondino si capiva che la roba nostrana piaceva molto anche all’estero. Sorseggiò anche qualche nostro rum.. gin.. vodka.. Il ragazzo insomma si era ambientato bene tra di noi. Anche se solo la metà di noi riusciva a dire bene il suo nome.

E mentre noi eravamo alle prese con lo strano tipo, l’intraprendente Pasquale era sul balcone che socializzava con delle ragazze dell’albergo di fronte.

 

-Ragazze! Venite da noi! Qui ci si diverte!-

 

Le ragazze ridevano tra di loro. Non capivano.. erano straniere anche loro. Accorgendoci della situazione che avveniva sul balcone, ci accostammo un po’ tutti alla ringhiera. Il folto gruppetto di ragazze parlava e ci indicava. Parlavamo in inglese cercando di farci capire.. fino a quando non intervenne il sorprendente Voevo che, intuendo che erano tedesche, blaterò qualcosa nella sua nordica lingua. Insomma.. le ragazze ci stavano. Vennero tutte nella nostra camera.

Ora.. gli ingredienti della serata c’erano tutti. Cosa poteva mancare? C’era la musica e vari diversivi, c’era l’alcol in vari miscugli, c’era un tipo strano che c’incuriosiva e ci faceva divertire.. e c’erano le donne.. L’immancabile elemento finale.

Guardavo la scena e ridevo. Guardavo la scena e vedevo il quadro completo. Bastava solo mescolare e agitare..

 

Rimini.. è un bel cocktail di vita.

Camera 30… (Ricordi di Rimini 2004)

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Appena misi il piede giù dal treno, mi guardai intorno. Non mi sentivo ancora a Rimini. Sarà perché l’ambiente della stazione di per se ti da l’idea di essere distaccata dal mondo che circonda. Sarà per i treni.. e per l’atmosfera malinconica che danno le persone che stanno per partire.. per andar via di li perché la loro vacanza è finita.. mentre la nostra non era nemmeno ancora iniziata. Volevo chiudere gli occhi e oltrepassare questo momento in silenzio per pregustarmi la sorpresa finale.

La porta d’entrata era aperta e inondata di una gran luce. Uscimmo e ci fermammo sul piazzale. Una ventata di profumo di salsedine inebriò il mio olfatto ed estasiò la mia mente. C’erano turisti e persone in ogni dove.. ragazze in bikini che passeggiavano liberamente in mezzo alla strada.. e le macchine.. i taxi.. i pullman.. gli alberghi.. le pensioni.. i ristoranti.. e più in la il mare.. oltre all’infinito.

Si.. ora ero a Rimini..

 

-Ragazzi.. spero che non vi siate dimenticati niente sul treno!-

-No.. tranquillo.. piuttosto dove dobbiamo andare?-

-Aspetta frena.. dobbiamo decidere chi porta la distilleria..-

 

La distilleria era come avevo soprannominato un grosso zaino nero seven. Di quelli che andavano di moda al momento perché avevano le cerniere laterali per allargarsi e portare più roba. Ora.. immaginatelo pieno allo stremo di bottiglie di super alcolici. Calcolatene la pesantezza.. e soprattutto l’ingente rumore che lo sfregamento delle bottiglie poteva causare. Molto imbarazzante per un minorenne che cerca di rassicurare i suoi genitori con buoni propositi sulla vacanza. Per fortuna eravamo sfuggiti al “controllo valigie” e i nostri genitori c’avevano salutati con non troppe raccomandazioni.

 

-Ciro.. ecco a te!-

-No ragazzi no.. dai.. è troppo pesante!-

-Su! Non fare storie..-

 

Mario intanto tornò dal baracchino dei biglietti. Aveva comprato cinque biglietti urbani.

-Prendete..- disse mentre ce li dava uno alla volta.

-Non trattateli male perché questi devono bastarci per un’intera vacanza!-

E fu li che imparai cosa significasse il termine pluritimbrare.

 

Dopo qualche peripezia, tra ruote rotte di trolley e movimenti bruschi sull’autobus che non potevo permettermi con il carico speciale, arrivammo all’hotel Carolina. Una pensioncina a due stelle, dato che noi, dal lusso ne stavamo ben alla larga. All’ingresso venimmo accolti dal portiere. Ecco.. ora vi immaginerete il tipico portiere in giacca e cravatta con dietro le caselle delle chiavi e davanti uno schermo di un pc. Ora, se per caso sostituissimo la figura classica di portiere con un uomo sulla cinquantina con i capelli lunghi e il pizzetto, il piercing al sopracciglio e vari orecchini, incorniciato in un giubbotto di pelle e calzoni aderenti che ne facevano dubitare la sua mascolinità, dietro un grosso stemma con scritto harley Davidson e una grossa tavola da surf e davanti un bel mucchio di carte disordinate, ecco il nostro portiere.

 

Dopo aver sbrigato le formalità tipiche degli alberghi salimmo in camera accompagnati da una anziana cameriera in sovrappeso. La camera era mediocre e decisamente onesta per il prezzo che avevamo pagato. C’era un balconcino che dava all’esterno. Fuori, con un po’ d’immaginazione, si riusciva a vedere il mare. Oltre i palazzi naturalmente.

Le valigie ormai erano disfatte. La distilleria svuotata e messa in bella mostra. Le casse davano il sottofondo giusto.

Il casino.. stava per iniziare.

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