Corsi e Ricorsi Storici (III)

Corsi e Ricorsi storici 3

(Foto personale)

Tirava un leggero venticello che mi solleticava la guancia, s’insinuava tra i capelli e raffreddava la vista di quell’unica stella nel cielo milanese. Il balconcino era stretto e lungo e dovevo inarcarmi molto per raggiungere il parapetto con i gomiti. Dall’interno della casa proveniva musica indy di chiaro stampo americano. Sorrisi e alzai gli occhi al cielo sapendo che l’unica persona che poteva aver messo su quel genere musicale era Annalisa. Il piccolo appartamento di Lia era pieno zeppo di persone quella sera. Aimè non conoscevo nessuno, eccezione fatta per le donne della casa: Annalisa, Eleonora e Lia. Mi girai verso la porta-finestra del balconcino e buttai l’occhio all’interno. I ragazzi sembravano simpatici, ma tutti più grandi di me. Mi sentivo in difficoltà a entrare nell’anima della festicciola. Annalisa, cercandomi con lo sguardo, mi trovò attraverso i vetri della portafinestra. Alzò una mano e fece il gesto di entrare seguito da un “entra” mimato con le labbra. Al mio cenno di diniego non si dette per vinta e uscì fuori. Mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia. Ho sempre apprezzato il suo lato affettivo nei confronti degli amici più cari. E’ una delle caratteristiche più belle e particolari che avesse quella ragazza.
– Entra Cì, ci stiamo divertendo… –
– Sì, ora vengo… –
– No, entra! –
Mi prese sottobraccio e mi trascinò di forza. Mi fece sedere tra due suoi amici e, con una scusa, si dileguò lasciandomi in completo imbarazzo.
– Ciro! Cosa combini in quel di Milano? – chiese uno dei ragazzi per rompere il ghiaccio.
– Beh… studio economia… – risposi timidamente.
– Economia… bella materia. Avrei voluto studiarla anch’io anni fa… poi ho ripiegato sulla psicologia. – rispose sorridente. Continuò, poi, rivolgendosi all’altro ragazzo seduto a fianco:
– E tu Vittorio, ne capisci qualcosa di economia? –
– Si certo! Per questo faccio il geometra! –
Ridemmo tutti.
Per un istante rivolsi uno sguardo ad Annalisa, che lo colse al volo. Come quando un bambino impara ad andare in bicicletta e si gira a guardare il padre. Lei sa che non sono molto ferrato per le relazioni sociali. Soprattutto con i maschi. Non so mai da dove cominciare.
I ragazzi mi diedero parecchi spunti su cui intraprendere una lunga conversazione. Non sono bravo nelle relazione ma nella conversazione sì. Di qualsiasi argomento si tratti. In tutti questi anni, la mia fervida curiosità mi ha fatto appassionare a innumerevoli cose. A volte ho persino paura ad avvicinarmi a qualcosa che magari mi ci fisso su e addio vita!
E parlavo e parlavo. Praticamente da solo. Quei trentenni mi fissavano pendendo dalle mie labbra.
– E quindi… com’è questa storia della borsa? –
– Emanuele, scusami, ma ho bisogno di un bicchiere d’acqua! Sto parlando da un’ora! –
Mi allontanai dalla combriccola di ragazzi. Andai verso il tavolo imbandito di leccornie da aperitivo. Facevo finta di vedere cosa potessi prendere, in realtà non volevo niente. Aspettavo che Annalisa si avvicinasse mentre riempiva il suo piatto di plastica. Volevo che mi parlasse.
– Allora? Come ti sembrano i miei amici? – mi chiese appena fu accanto alla mia spalla.
– Simpatici… socievoli… – dissi.
Annalisa si prese un’altra porzione di riso, condito da improbabili sottaceti e, nel mentre, mi disse: – Dopo ti devo raccontare di M. –
– Ancora lui!? Anna… – dissi sorpreso.
– Eh sì! Che ci posso fare! Ci son ricascata! –
– Anna… hai quasi trent’anni, ma in amore ti comporti come una quindicenne! –
– Dai… non dire così! Senti, domani devo partire… vuoi venire a dormire da me, dopo la festa? Cosi ne parliamo… –
– Anna… non ho un cambio, sono semi distrutto e chissà dove mi farai dormire! –
– Quindi? – chiese, come se non mi avesse ascoltato.
– Ahhh… quindi ok! – dissi tranquillo e rassegnato, conoscendo il suo innato disprezzo verso i no.

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (II)

Corsi e ricorsi storici 2

(Foto personale)

Inizio:

“12 minuti, bene!”
Ero disteso sul piumone bordeaux che fasciava il letto da testa a coda. Un cuscino rosso mi teneva la testa leggermente inclinata per osservare meglio il libretto di Sudoku. Con una matita dalla grana pesante incasellavo numeri cercando di non sbagliare. Un orologio sul comodino teneva il tempo dell’esercizio. Era da un po’ di tempo che non m’appagava più la semplice risoluzione, la sfida del momento era finire nel minor tempo possibile.
Incasellare numeri in croci e quadri in rapida successione, per quanto posso essere difficile comprenderlo, risultava rilassante per le mie meningi. Sgombravo, per qualche minuto, la mente dallo stressante e ansioso studio dell’economia. La matita scorreva veloce. Alternava numeri grossi e sicuri, come se fossero fieri di occupare una casella di proprietà; a numeri piccoli e incerti, spesso in coppia, che litigavano ardentemente per il proprio posto. Avevo quasi ultimato il mio Sudoku. Diedi un’occhiata all’orologio. “10minuti, posso farcela”
Ma proprio mentre stavo per incastrare il penultimo numero, il cellulare vibrò, avvertendomi della presenza di un messaggio. La curiosità crebbe. Feci di tutto per riportare la mia concentrazione sul libretto ma i miei occhi scattavano a destra e sinistra percorrendo l’orologio, il cellulare per poi ritornare al Sudoku.
“Chi era?”
“11 minuti”
“Devo finire!”
“8 o 9?”
“E se è importante?”
“12 minuti!”
“il 7 c’è già!”
“13 minuti!”
“Cavolo! Non ce l’ho fatta!”

Mi alzai rapidamente dal letto e raggiunsi il tavolo in legno chiaro dove il mio cellulare era appoggiato. Mentre componevo il pin dello sblocco, sperai vivamente che non fosse il solito messaggio pubblicitario della palestra che m’invitava ad iscrivermi per non toppare la prossima prova costume. In caso affermativo avrei di certo spento il telefono per sempre! (Detto da uno che ha un principio di attacco di panico al solo riavvio)
Fortunatamente, non era la palestra ma un incomprensibile messaggio di un altrettanto incomprensibile amica.
Annalisa:
Ciro! Stasera aperitivo da Lia! Ore 9!
Porta qualcosa! Ciao!
Gironzolai per la stanza con aria dubbiosa. Era tipico di Anna uscirsene con questi messaggi improvvisi. Erano come palloncini pieni d’acqua che si schiantavano contro il muro della mia mente iperprogrammmatica. Mi sedetti sul letto a riflettere.
“Sono le 8, l’aperitivo è alle 9. Dovrei farmi una doccia, vestirmi, inventarmi qualcosa da portare e andare a… dove? Dove caspita abita Lia?”
Trafugai come una casalinga isterica ogni cassetto della mia memoria alla ricerca di quel benedetto indirizzo. Riuscii a trovare solo una via e una fermata della metro 1. Non potevo affidarmi a un vago ricordo, così composi il numero di Annalisa per chiederle le informazioni che mi servivano.
Purtroppo, il secondo difetto di quell’eccentrica ragazza, (secondo solo in questa trattazione) era l’ossessiva fobia di diventare cellulare-dipendente, quindi, onde evitar ciò, abbandonava spesso il telefono in posti remoti della casa, dimenticandosene del tutto.
Dopo circa venti chiamate a vuoto, decisi di desistere. Non avrebbe risposo… o almeno non in tempo. Optai per la doccia. Mi vestii e afferrai una bottiglia di Baileys, conservata in ripostiglio per le grandi occasioni. Nel tragitto dal portone di casa al portone d’ingresso del palazzo, provai a chiamare ancora Annalisa, senza però riuscire a sentire la sua voce nasale.

Con la metropolitana arrivai a una fermata della metro rossa che ricordavo esser quella più vicina alla casa di Lia. Mi guardai intorno cercando di ricordare che forma avesse il palazzo della mia amica. Non ne ricavai niente, quando a un tratto, scorsi tra i passanti il volto noto dell’ex coinquilina di Annalisa. Eleonora. Mi avvicinai a lei che subito mi sorrise riconoscendomi.

– Ciao Ele! Non dirmi che ti ha invitato quella sciagurata di Annalisa?! –
– Proprio così! –
– E dimmi… a te l’ha detto dov’è questa festa? –
– Bo… il palazzo dovrebbe essere questo. –
– Mmm… bene! –

continua…

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