Corsi e Ricorsi Storici (VI)

Passante Porta Venezia 2

(Foto personale)

Di solito, non bazzico mai nella zona nord di Milano. Soprattutto nella stazione di Porta Garibaldi alle 11 della mattina. In quel momento, in realtà, sarei dovuto essere a seguire una noiosissima lezione di strategia di marketing aziendale. Che, per uno che vuole specializzarsi in finanza, è solo uno sbattimento in più da dover sbrigare.
Invece ero lì, a seguire una pazza squinternata nei suoi giri incoscienti.
–  Secondo te lo troviamo un biglietto? – mi chiese Annalisa speranzosa.
–  Sì certo! Chi vuoi che parta da Milano per il ponte dell’immacolata… solo, mmm… TUTTA MILANO? – risposi ironico.

Dopo aver percorso un lungo ed elegante corridoio, arrivammo alla biglietteria della stazione.
Una signora anzianotta dal volto simpatico, ci chiese cosa volessimo.
–  Un biglietto per Napoli, sul primo treno disponibile! – disse la mia amica.
L’espressione della signora bigliettaia mutò. Tirò un bel sospiro e iniziò a digitare i tasti della sua consumatissima tastiera. Assunse espressioni via via più deluse nel costatare che non c’era speranza di partire per quel giorno.
–  Niente… mi spiace… –
–  Nemmeno un posticino piccolo? – la pregò Anna.
–  No, zero. Tutto pieno! Oggi e domani. –
–  Ma io devo partire! –
Anna continuò a pregare la povera bigliettaia incolpevole finché intervenni io.
–  Senta… non si può fare un posto in piedi? Senza il posto riservato? –
–  Sì ma… un viaggio così lungo in piedi… –
–  Non si preoccupi… alla mia amica fa bene stare in piedi! Così si ricorda di prenotare MOLTO prima, la prossima volta. –
Anna mi sorrise. Sapeva che le mie critiche erano solo per il suo bene.
–  Sì… in piedi c’è disponibilità. –
–  Ottimo! Faccia due biglietti allora! – esclamò Annalisa.
Sorpreso, afferrai Anna per un braccio.
–  Che fai? Per chi è l’altro biglietto? – chiesi.
–  Per Lia, scende con me! –
–  Mmm ok… ovviamente presumo che Lia lo sappia. –
–  Eh no… dopo glielo diciamo. –
–  aaaahhh Anna! –
Mi passai una mano sulla fronte mentre la mia amica finiva di pagare i biglietti. Era impacciata tra mille borse e borsettine. Cercai di aiutarla in qualche modo, mantenendole qualcosa.
–  Ecco bravo. Mantieni quella che è tua. –
–  Cosa? –
–  Sì, ci ho messo dentro una busta d’insalata pronta da condire… –
–  Anna… dimmi, perché? Cosa ti ho fatto di male?! Spiegamelo! –
–  Susu! Quante storie! Porta a casa e mangiala! –
–  Aaaahhh –

Più tardi, in metro, ero seduto tra un indiano dal dubbio gusto nel vestirsi e la mia terribile amica. Osservai il suo trafficare con il cellulare. Stava spedendo sms a raffica. Chissà a chi.
–  Lia lavora… non può partire! – disse delusa.
–  Vedi? Non puoi far le cose avventate e sperare che ti vadano bene! Ora chi te lo ripaga quel biglietto? –
–  Ovviamente lei! Perché partirà con me! –
–  Sì e ora mi spieghi come farai a tirarla fuori dal lavoro?  –
–  Ah non lo so ancora… ma tu mi darai sicuramente una mano, vero? –
–  Aaaaahhh! Come devo fare con te! – dissi, scuotendo la testa mentre l’indiano accanto a me se la rideva sotto i baffi.

 

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (V)

Corsi e Ricorsi storici 5 Camille

(Foto personale)

Una parete sfocata si presentò ai miei occhi ancora spenti dal sonno. Misi a fuoco lentamente e notai Annalisa aggirarsi per la stanza.

–  Buongiorno! – mi disse mentre piegava un pantalone per poi riporlo in valigia.
–  Buongiorno… – accennai strofinandomi un occhio.
–  Vuoi la colazione? –
–  Cosa hai? –
–  Vieni in cucina con me… – disse uscendo dalla stanza.
Mi avvicinai al bordo del letto per scendere. Ero ancora intontito dal sonno e avevo dimenticato che quellaragazzadisastrata dormiva su un maledetto futon. Così, sbattei i piedi per terra credendo che il pavimento fosse qualche centimetro più in basso. Ahia!
Entrai in cucina zoppicante. Anna era intenta a piazzare cose commestibili sulla tavola che, però, avevano una dubbia provenienza.
– Anna, che sono queste robe? – chiesi, prendendo un barattolo dal tavolo per osservarlo.
–  Quello è farro! Lì ci sono i cereali con la frutta secca. Lì le noci… vuoi del Ginseng? –
–  Eh? Che hai detto? In che parte del mondo mi sono risvegliato? Dov’è il caffè? –
–  A me non piace il caffè! – rispose.
Mi sedetti spazientito. Guardai tutta quella strana roba davanti a me e sorrisi sotto i baffi.
Ma come fa a mangiar sta roba? Pensai.
Fortuna volle che intravidi, nel suo ricchissimo scaffale, una confezione verde con su impressa la foto di un tipo di merendine che amavo.
–  Le Camille!? Hai le Camille! – dissi eccitato.
–  Sì, ne vuoi una? –
–  Ovviamente! –
Presi l’intero pacco e ne mangiai un po’. La mia fame sembrava insaziabile. Annalisa mi guardava e sorrideva. Mi disse che ne avrebbe comprate a tonnellate data la mia fame e i miei gusti.
Intanto si mise a riordinare il suo frigo.
–  Ciro lo sai che starò via per un po’… –
–  Quindi? –
–  Devi portarti via un po’ di roba da mangiare… altrimenti la devo buttare. –
–  Scordatelo. –
–  Dai. –
–  No! –

Tornai in camera da letto dopo la scorpacciata di Camille. Mi rivestii con i vestiti sgualciti della sera prima. Mi stiracchiai facendo scricchiolare spalle e schiena. Annalisa era ancora in cucina a combinare chissà cosa. La stanza era perfettamente illuminata dalla luce del sole. Mi guardai intorno. Libreria, armadio e scrivania straboccavano di cianfrusaglie curiose. Notai un piccolo carillon su di un ripiano. Amo i carillon. Mi avvicinai e girai la piccola manovella. Produsse una stupenda melodia. Mentre suonavo, mi cadde l’occhio su un giradischi in vinile. Era ben tenuto e la collezione di dischi più in basso mi faceva pensare che veniva usato spesso. Non sia mai che quella ragazza si adegui a questi tempi! Su un altro ripiano della libreria, vidi una vecchia macchinetta fotografica. Questa è un Lomo! La presi in mano e fissando nel mirino iniziai a scattare foto a vuoto per la stanza.
Il futon, Clak
Il carillon, Clak
Il giradischi, Clak
Annalisa, Clak
– Ti stai divertendo? – mi chiese fissando il mirino della Lomo.
– Abbastanza… –
– Dai usciamo. Dobbiamo andare in stazione a cercare un paio di biglietti del treno! – disse.
Posai la vecchia Lomo sul ripiano. Anna era già davanti alla porta d’ingresso.
Portai una mano alla fronte pensando all’impossibilità di trovare due biglietti per il treno del ponte dell’immacolata.
Che Dio ce la mandi buona!

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (IV)

Tram 23

(Foto personale)

Il 23 lo considero il più bel tram di Milano. Lo amo così tanto che non si contano più le volte in cui feci da capolinea a capolinea senza uno scopo preciso. E’ un tram della fine degli anni ‘20 rimasto esteticamente e costruttivamente come allora. L’interno è interamente rivestito in legno come d’uso all’epoca. Niente tecnologismi moderni come quelli dei nuovi serpentoni. Vero e proprio acciaio sferragliante in un’elegante carrozza decorata. Mi emoziono sempre a starci su. Quando chiudevo gli occhi o restringevo il campo alla sola visione dell’interno del tram, sembrava che un secolo di storia non fosse mai passato. Tutto quel legno… le plafoniere dei lampadari decorate… i vecchi avvisi vetusti… e lo stesso cigolare, rumoreggiare, scintillare d’un tempo…
Annalisa era seduta accanto a me sulla panca in legno scuro. Il 23 scricchiolava nelle curve. Le ruote stridevano sui binari d’acciaio e il rumore penetrava da alcuni finestrini aperti.
Eravamo riusciti a prendere l’ultimo tram della notte. Pur sapendo che io odio prendere l’ultimo tram della notte.
L’una era passata da un pezzo e Milano s’era colorata d’arancio con le luci dei lampioni. Annalisa mi raccontava del suo flirt momentaneo, lamentandosi della stronzaggine di certi uomini. Non le davo torto, ma nemmeno ragione. Anche le donne hanno le loro colpe a volte. Lei intanto continuava a raccontare. Ogni tanto però, le elargivo qualche pizzicotto gratuito nel fianco, quando mi diceva di essere caduta in defiance, come spiegazione della sua momentanea “disponibilità” verso M. Le spiegai, (senza mezzi termini che qui userò per non essere volgare) che concedersi a un ragazzo fidanzato era, come dire, da:
–  Zoccola! –
–  Cirooo! Ma come ti permetti! – urlò.
Mi diede un leggero schiaffo sulla guancia.
–  Non è come pensi… in fondo è un ragazzo che mi piace. Vorrei che… –
–  Vorresti cosa?! Tu speri troppo! Quello viene qua a Milano per, come dire, haicapito, e poi se ne va! Senza nemmeno farsi sentire! –
–  Già… come devo fare. Non riesco proprio a dirgli di no… –
–  Aaahhh… –
Il 23 si fermò alla nostra fermata. Casa di Annalisa non era molto lontana. Percorremmo un piccolo tratto di strada a piedi. La zona dove abitava era fantastica. Perfetta per il suo stile da ragazza vintage. Palazzi antichi, mattoni rossi, merlature e balconi caratteristici. Ogni palazzo aveva un suo disegno particolare. Una sua storia…
–  Eccoci qua. –
Annalisa aprì il portone d’ingresso. Era la prima volta che mettevo piede in casa sua.
–  Togliti le scarpe. – mi disse.
–  Cosa? –
–  Hai capito! Qua ci sono le ciabatte per la casa… –
Dovevo aspettarmelo da una ragazza maniaca della pulizia. Indossai a malincuore quelle ciabatte di una misura più piccola e mi avvicinai alla stanza di Annalisa, dando un’occhiata in giro.
La casa era di vecchia costruzione. Pareti alte e finestroni me ne davano la conferma. La cucina era piccola ma accogliente. Girai a sinistra ed entrai nella camera di Annalisa.
–  Prendi Ciro, questo è il tuo pigiama! –
–  Verde? Detesto il verde! –
–  E questi sono i pantaloncini… –
–  Mmm femminili! Mi faranno un bel culo… –
–  Scemo! –
Mi cambiai in bagno e ritornai in stanza, sentendomi leggermente a disagio in quei vestiti.
–  Ecco fatto! – esclamai, – Dove dormo? –
–  Qui! – disse Annalisa indicando un futon.
–  Cosa? Io non vedo letti… quello non è un letto… voglio un letto! –
–  Su, non ti lamentare che è comodissimo! – rispose Annalisa.
Scossi la testa e mi stesi a fianco a lei. Tastai la morbidezza di quella sottospecie di letto con una mano e guardai con aria di rimprovero la mia amica.
–  Domani mi devo svegliare presto perché devo partire. – disse Annalisa, aggiustandosi le coperte.
–  A che ora hai il treno? – domandai con tranquillità.
–  Non ho fatto ancorai il biglietto… – rispose guardandomi con timore.
–  ANNAAAA – gridai mentre lei si copriva le orecchie.
–  Ma sì! Domani troveremo sicuramente qualcosa in stazione! –
–  Troveremo? Io non corro per mezza Milano per la tua irresponsabilità! – le dissi.
–  Dai Cì… Dobbiamo convincere anche Lia a venire. Non vuole partire domani perché lavora.-
–  Aaaaahhhh –

Qualche ora dopo, nel cuore della notte, aprii gli occhi.
Annalisa era lì che dormiva tranquilla di fianco a me.
Il suo volto era rilassato e il respiro lento e costante.
 
Come fai? pensai.
Come fai scrollarti tutte le ansie di dosso in un baleno.
Tutti i pensieri…
Tutti i problemi della vita…
Come fai? Sono anni che ci provo…
T’invidio amica mia…
Invidio quella tua spensieratezza e quella tua aurea sempre raggiante, anche nei momenti più bui. Non lo sai perché non te l’ho mai detto…
Ti urlo contro, ti critico, ti prendo in giro…
Ma vorrei avere almeno un pizzico della tua incoscienza a volte…
Vorrei non pensare e vivere la vita giorno per giorno come fai tu…
Invece, i miei giorni sono programmati fino al 2015…
So sempre cosa fare e penso sempre al piano B.
Sono fatto così… non riesco a cambiare…
Per questo penso che qualcuno lassù mi abbia mandato te a stravolgere tutti i miei piani…
Per rendere la mia vita più curiosa di essere vissuta.
Non lo saprai mai… ma adoro le tue pazzie…
 
Sei la sorella maggiore che non ho mai avuto.

Buonanotte Scema…

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (III)

Corsi e Ricorsi storici 3

(Foto personale)

Tirava un leggero venticello che mi solleticava la guancia, s’insinuava tra i capelli e raffreddava la vista di quell’unica stella nel cielo milanese. Il balconcino era stretto e lungo e dovevo inarcarmi molto per raggiungere il parapetto con i gomiti. Dall’interno della casa proveniva musica indy di chiaro stampo americano. Sorrisi e alzai gli occhi al cielo sapendo che l’unica persona che poteva aver messo su quel genere musicale era Annalisa. Il piccolo appartamento di Lia era pieno zeppo di persone quella sera. Aimè non conoscevo nessuno, eccezione fatta per le donne della casa: Annalisa, Eleonora e Lia. Mi girai verso la porta-finestra del balconcino e buttai l’occhio all’interno. I ragazzi sembravano simpatici, ma tutti più grandi di me. Mi sentivo in difficoltà a entrare nell’anima della festicciola. Annalisa, cercandomi con lo sguardo, mi trovò attraverso i vetri della portafinestra. Alzò una mano e fece il gesto di entrare seguito da un “entra” mimato con le labbra. Al mio cenno di diniego non si dette per vinta e uscì fuori. Mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia. Ho sempre apprezzato il suo lato affettivo nei confronti degli amici più cari. E’ una delle caratteristiche più belle e particolari che avesse quella ragazza.
– Entra Cì, ci stiamo divertendo… –
– Sì, ora vengo… –
– No, entra! –
Mi prese sottobraccio e mi trascinò di forza. Mi fece sedere tra due suoi amici e, con una scusa, si dileguò lasciandomi in completo imbarazzo.
– Ciro! Cosa combini in quel di Milano? – chiese uno dei ragazzi per rompere il ghiaccio.
– Beh… studio economia… – risposi timidamente.
– Economia… bella materia. Avrei voluto studiarla anch’io anni fa… poi ho ripiegato sulla psicologia. – rispose sorridente. Continuò, poi, rivolgendosi all’altro ragazzo seduto a fianco:
– E tu Vittorio, ne capisci qualcosa di economia? –
– Si certo! Per questo faccio il geometra! –
Ridemmo tutti.
Per un istante rivolsi uno sguardo ad Annalisa, che lo colse al volo. Come quando un bambino impara ad andare in bicicletta e si gira a guardare il padre. Lei sa che non sono molto ferrato per le relazioni sociali. Soprattutto con i maschi. Non so mai da dove cominciare.
I ragazzi mi diedero parecchi spunti su cui intraprendere una lunga conversazione. Non sono bravo nelle relazione ma nella conversazione sì. Di qualsiasi argomento si tratti. In tutti questi anni, la mia fervida curiosità mi ha fatto appassionare a innumerevoli cose. A volte ho persino paura ad avvicinarmi a qualcosa che magari mi ci fisso su e addio vita!
E parlavo e parlavo. Praticamente da solo. Quei trentenni mi fissavano pendendo dalle mie labbra.
– E quindi… com’è questa storia della borsa? –
– Emanuele, scusami, ma ho bisogno di un bicchiere d’acqua! Sto parlando da un’ora! –
Mi allontanai dalla combriccola di ragazzi. Andai verso il tavolo imbandito di leccornie da aperitivo. Facevo finta di vedere cosa potessi prendere, in realtà non volevo niente. Aspettavo che Annalisa si avvicinasse mentre riempiva il suo piatto di plastica. Volevo che mi parlasse.
– Allora? Come ti sembrano i miei amici? – mi chiese appena fu accanto alla mia spalla.
– Simpatici… socievoli… – dissi.
Annalisa si prese un’altra porzione di riso, condito da improbabili sottaceti e, nel mentre, mi disse: – Dopo ti devo raccontare di M. –
– Ancora lui!? Anna… – dissi sorpreso.
– Eh sì! Che ci posso fare! Ci son ricascata! –
– Anna… hai quasi trent’anni, ma in amore ti comporti come una quindicenne! –
– Dai… non dire così! Senti, domani devo partire… vuoi venire a dormire da me, dopo la festa? Cosi ne parliamo… –
– Anna… non ho un cambio, sono semi distrutto e chissà dove mi farai dormire! –
– Quindi? – chiese, come se non mi avesse ascoltato.
– Ahhh… quindi ok! – dissi tranquillo e rassegnato, conoscendo il suo innato disprezzo verso i no.

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (II)

Corsi e ricorsi storici 2

(Foto personale)

Inizio:

“12 minuti, bene!”
Ero disteso sul piumone bordeaux che fasciava il letto da testa a coda. Un cuscino rosso mi teneva la testa leggermente inclinata per osservare meglio il libretto di Sudoku. Con una matita dalla grana pesante incasellavo numeri cercando di non sbagliare. Un orologio sul comodino teneva il tempo dell’esercizio. Era da un po’ di tempo che non m’appagava più la semplice risoluzione, la sfida del momento era finire nel minor tempo possibile.
Incasellare numeri in croci e quadri in rapida successione, per quanto posso essere difficile comprenderlo, risultava rilassante per le mie meningi. Sgombravo, per qualche minuto, la mente dallo stressante e ansioso studio dell’economia. La matita scorreva veloce. Alternava numeri grossi e sicuri, come se fossero fieri di occupare una casella di proprietà; a numeri piccoli e incerti, spesso in coppia, che litigavano ardentemente per il proprio posto. Avevo quasi ultimato il mio Sudoku. Diedi un’occhiata all’orologio. “10minuti, posso farcela”
Ma proprio mentre stavo per incastrare il penultimo numero, il cellulare vibrò, avvertendomi della presenza di un messaggio. La curiosità crebbe. Feci di tutto per riportare la mia concentrazione sul libretto ma i miei occhi scattavano a destra e sinistra percorrendo l’orologio, il cellulare per poi ritornare al Sudoku.
“Chi era?”
“11 minuti”
“Devo finire!”
“8 o 9?”
“E se è importante?”
“12 minuti!”
“il 7 c’è già!”
“13 minuti!”
“Cavolo! Non ce l’ho fatta!”

Mi alzai rapidamente dal letto e raggiunsi il tavolo in legno chiaro dove il mio cellulare era appoggiato. Mentre componevo il pin dello sblocco, sperai vivamente che non fosse il solito messaggio pubblicitario della palestra che m’invitava ad iscrivermi per non toppare la prossima prova costume. In caso affermativo avrei di certo spento il telefono per sempre! (Detto da uno che ha un principio di attacco di panico al solo riavvio)
Fortunatamente, non era la palestra ma un incomprensibile messaggio di un altrettanto incomprensibile amica.
Annalisa:
Ciro! Stasera aperitivo da Lia! Ore 9!
Porta qualcosa! Ciao!
Gironzolai per la stanza con aria dubbiosa. Era tipico di Anna uscirsene con questi messaggi improvvisi. Erano come palloncini pieni d’acqua che si schiantavano contro il muro della mia mente iperprogrammmatica. Mi sedetti sul letto a riflettere.
“Sono le 8, l’aperitivo è alle 9. Dovrei farmi una doccia, vestirmi, inventarmi qualcosa da portare e andare a… dove? Dove caspita abita Lia?”
Trafugai come una casalinga isterica ogni cassetto della mia memoria alla ricerca di quel benedetto indirizzo. Riuscii a trovare solo una via e una fermata della metro 1. Non potevo affidarmi a un vago ricordo, così composi il numero di Annalisa per chiederle le informazioni che mi servivano.
Purtroppo, il secondo difetto di quell’eccentrica ragazza, (secondo solo in questa trattazione) era l’ossessiva fobia di diventare cellulare-dipendente, quindi, onde evitar ciò, abbandonava spesso il telefono in posti remoti della casa, dimenticandosene del tutto.
Dopo circa venti chiamate a vuoto, decisi di desistere. Non avrebbe risposo… o almeno non in tempo. Optai per la doccia. Mi vestii e afferrai una bottiglia di Baileys, conservata in ripostiglio per le grandi occasioni. Nel tragitto dal portone di casa al portone d’ingresso del palazzo, provai a chiamare ancora Annalisa, senza però riuscire a sentire la sua voce nasale.

Con la metropolitana arrivai a una fermata della metro rossa che ricordavo esser quella più vicina alla casa di Lia. Mi guardai intorno cercando di ricordare che forma avesse il palazzo della mia amica. Non ne ricavai niente, quando a un tratto, scorsi tra i passanti il volto noto dell’ex coinquilina di Annalisa. Eleonora. Mi avvicinai a lei che subito mi sorrise riconoscendomi.

– Ciao Ele! Non dirmi che ti ha invitato quella sciagurata di Annalisa?! –
– Proprio così! –
– E dimmi… a te l’ha detto dov’è questa festa? –
– Bo… il palazzo dovrebbe essere questo. –
– Mmm… bene! –

continua…

Corsi e Ricorsi Storici (I)

Via Nino Bixio Milano

(Foto personale)

Epilogo Parte 1

Nino Bixio fu un personaggio chiave per il Risorgimento italiano. Strinse rapporti con Mazzini, partecipò ai moti carbonari, fu al fianco di Garibaldi, partecipò a tutte e tre le guerre d’indipendenza… Un curriculum impeccabile, disegnato su un uomo spavaldo e arrogante.
“Arrendetevi! Altrimenti domattina si chiederanno dove fu Civitavecchia!” disse alla testa dei suoi uomini, irritato dall’ostinazione che la città stava opponendo al suo passaggio.Era tenace, testardo… che Italia sarebbe stata senza di lui? Forse non sarebbe nemmeno esistita. Bei tempi quando si lottava per unire.
Ora invece, le guerre servono solo a macinar soldi e il nome di Nino Bixio (la cui storia chissà in quanti la conoscono) serve solo a dar indicazioni ai passanti, col suo nome in bella vista su un’effigie marmorea.

E di fronte a quel pezzo di marmo, su un palazzo all’angolo della via omonima, c’ero io, che leggevo e rileggevo il suo nome per occupare la mente e distrarre i sensi dal freddo di mezzodì, di un giorno di dicembre. Aspettavo un tram, il 23, tra l’insegna arancione della fermata e un cestino verde bottiglia. Il sole sfoggiava i suoi deboli raggi, utili solo a rischiarare l’ambiente, invece di compiere il ruolo di calorifero naturale. Ero solo. Non avevo nessuno intorno con cui poter scambiare i “classici commenti metereologici da fermata del bus”.
“Menomale” pensai. Altrimenti avrei dovuto condividere anche la mia sfattezza fisica, i miei abiti stropicciati e la mia pettinatura a dir poco vergognosa. La similitudine con uno straccio usato credo che renda l’idea del mio aspetto obbrobrioso. In aggiunta, su una spalla, avevo una di quelle buste di stoffa che andavano molto di moda tra le persone con la mania del risparmio o tra quelle con sani principi ambientalistici. All’interno vi era una busta d’insalata pronta da condire che boccheggiava la freschezza del cassetto per le verdure di un qualsiasi frigorifero. Ecco, per ora, accettate come spiegazione di questa insolita busta “l’insistenza femminile di evitare uno spreco di cibo”. Più in là, nel corso della storia, la vostra curiosità verrà di certo soddisfatta.

continua…

A Neverending Summer (III)

Perché mi danno sempre del bravo ragazzo? E’ odioso…

Buio… luci intermittenti… persone.
Ragazzi e ragazze in ogni luogo ballavano, strusciandosi gli uni sugli altri. La procace deejay della serata, metteva su, pezzi ritmati dal gusto prettamente estivo.
Guardai tra le mie mani e ci trovai un cocktail.
Direi proprio che dovresti smetterla! Dissi alla mia mano. Purtroppo, non mi sentivo ancora sazio di alcol e continuavo a bere. Avevo quella strana e ossessiva sensazione che mi spingeva a continuare a prendere drinks. Chissà dove sono gli altri… pensai.
Una mano mi toccò la spalla. Era Gianni che mi sorrise. M’indicò un punto tra la folla che difficilmente misi a fuoco. C’era il piccoletto che avevamo portato con noi, che ballava con tre e ripeto 3, ragazze attorno a lui.
–       Ci sa fare il ragazzino! – dissi a Gianni.
–       Già! –
Il ragazzetto moro di certo non faceva complimenti. Elargiva toccate e contatti fisici a destra e manca. Le ragazze ridevano di tanta spontaneità. Vedendolo in quegli atteggiamenti, quasi lo invidiai pensando a tutti i ceffoni che mi sono preso per fare soltanto la metà delle cose che stava facendo lui. Afferrò una ragazza per il collo e cercò di baciarla. Lei rise e lo allontanò. Gianni ed Io decidemmo d’intervenire, per evitare future discussioni. Ci avvicinammo al gruppetto delle ragazze. Ci presentammo e subito ci scusammo per i comportamenti eccessivi del nostro compagno. Le ragazze però, non sembravano turbate, anzi, erano molto divertite per la strana serata. Scambiai due chiacchiere con tutte e mi meravigliai quando mi dissero che avevano passato tutte i trent’anni. Mi sentii stranamente piccolo nei miei 26, per la prima volta dopo molto tempo. Il ragazzetto intanto, si comportava peggio di una scimmia imbizzarrita. Ballava, toccava, strusciava. Non perdeva un colpo.
Poi… Arrivò la schiuma dal cielo e fu blackout.
Le luci si fecero più scure e l’aria diminuì in un colpo solo. In un attimo, la pista si riempì di corpi inzuppati che tentavano di danzare nel poco spazio disponibile.
Tra la schiuma, la forte musica e la poca aria, non so descrivere cosa mi reggesse in piedi. Smisi di ballare e cercai un varco verso l’uscita. Mi sedetti su un cubo per poi scoprire che era una cassa dalle forti vibrazioni che emanava al mio culo.
Mi guardai le gambe e i vestiti. Fradici. Tirai fuori dalla tasca il mio cellulare per controllarne lo stato. Zuppo anche lui. Nell’altra mano avevo stranamente un cocktail.
Ora tu dimmi come cavolo sei finito qui! Gli dissi.
Subito dopo il diverbio tra me e il mio cocktail, si sedette una ragazza di fianco a me.
La guardai… mi guardò.
–       Ciro… piacere… – le dissi.
–       Monica… – mi rispose.
–       Vuoi? – le chiesi porgendole il mio cocktail.
–       Sì, grazie! – mi sorrise.
Scambiamo due chiacchiere e mi disse che studiava Sociologia. Alche, inarcando un sopracciglio, le mostrai il mio volto interrogativo. Non ho mai saputo bene cosa studiasse un sociologo… quindi glielo domandai e lei gentilmente me lo spiegò. Anche se il luogo per certi discorsi era il meno adatto, fu una spiegazione impeccabile. Purtroppo però, colpa del troppo alcol di quella sera, continuerà a restare una facoltà misteriosa per me, fino a quando non incontrerò qualcun altro che studi sociologia…

Da sobrio!

A Neverending Summer (II)

Luci soffuse Discoteca

“Palinuro personifica il caro nocchiero di Enea che perde la vita perché il Dio del sonno lo fa addormentare con musica e dolci parole e poi lo butta in acqua.”

 

I freni della Fiesta stridettero nel fermarsi in cima a una piccola salita. Non trovammo parcheggio più a valle perché il piccolo paesino di mare era completamente sommerso di persone. Gianni ed Io, guardandoci negli occhi, impugnammo le maniglie delle relative portiere. – Iniziamo la serata? – dissi e a un suo cenno del capo, scendemmo dalla macchina.
Palinuro si estende su due vie che s’incontrano in due piazze principali. Da un lato s’intravede il mare tra i palazzi e dall’altro vi è una piccola altura. In quelle due strade si concentra il cuore della movida giovanile della costiera. Si radunano lì per passare il preserata, parlare con i PR delle discoteche e bere qualche drink.
Appena arrivati nella piazza, ci trovammo di fronte a una folla incredibile. Ragazzi e ragazze di ogni tipo che si ammassavano e conversavano tra di loro, generando un fitto vociare. Guardai l’orologio, erano le 11,30 di sera.
C’intrufolammo tra la folla nella speranza di raggiungere un bar. Arrivati alla cassa, iniziammo il primo giro di Corona. Ne sarebbero serviti almeno 3.
Guardai la mia birra e pensai a quanto fosse stato facile arrivare fin lì. Il viaggio, grosso modo, era stato divertente, eccetto per le eccessive urla di Gianni. Cosa avremo fatto ora? Mi chiesi, dopo aver preso l’ultimo sorso della mia birra. L’alcol iniziava a sfondare le dure pareti del cervello, bussando con insistenza alla porta della ragione, pregandola di smettere di rompere le palle. La vista, già poca di per sé, iniziò ad offuscarsi, riducendosi a un cerchio sfocato. Cercai Gianni tra la folla. Vidi che era già passato all’azione. Aveva adocchiato una ragazza in un gruppetto di ragazzi. S’era avvicinato, aveva rotto il ghiaccio e ci parlava con disinvoltura. Anche i suoi amici erano simpatici. Così m’avvicinai anch’io.

Circa un’ora dopo eravamo in macchina in direzione della discoteca che ci aveva consigliato un’avvenente PR. Non so come avesse fatto a convincerci… ma aveva davvero due belle tette. Gianni come al solito guidava. Non mi avrebbe mai lasciato guidare nello stato in cui mi ritrovavo. Guardai dietro, nei sedili posteriori e vidi un ragazzo. Distinguevo a fatica i lineamenti a causa dell’alcol. – Piacere, Ciro. – gli dissi. Lui rise pensando che stessi scherzando. – Ci siamo presentati mezz’ora fa! – rispose.
–  Ah… – pronunciai meravigliato.

Mi rivolsi sottovoce a Gianni cercando di non farmi udire dal nostro ospite, come solo un ubriaco in macchina potrebbe pensare.
–  Chi è? E perché è qui? –
–  E’ un amico di Anna… la ragazza che ho conosciuto… voleva venire. –
–  Ma sei matto? Chi lo conosce questo?! Magari volevi anche farlo guidare?? – dissi stizzito.
–  No ragazzi! Non posso ancora guidare… ho 17 anni – disse il ragazzo ridendo dai sedili posteriori.

Gianni ed Io ci guardammo stupiti negli occhi. E la sua faccia mi disse che neanche fosse a conoscenza dell’effettiva età del ragazzo. Insomma, eravamo ubriachi e avevamo la responsabilità di un minorenne sconosciuto sulle spalle.
Mi toccai la fronte e maledissi il momento in cui ho permesso alla ragione di abbandonare la sua sede natale.

Frammenti di vita #6

Carte da gioco

Foto: Le famose carte del nonno Ciro

Stanco e annoiato dal solito giro di amici, chiesi a Gianni di portarmi in un posto tranquillo dove bere una birra. Mi portò nel ritrovo della feccia più nera del nostro paese.

– Non è che mi uccidono? – chiesi sottovoce.
– No… ma che! Sono tutti bravi ragazzi! –

Qualche minuto dopo, ero al tavolo a giocare a carte con: Tinuccio o’ jaguaro, Mimmetto dell’autolavaggio e Sergio o’ pazz.

Constatai che il mio quoziente intellettivo stenta a salire quando serve, ma quando deve scendere per livellarsi a quello degli altri, va giù che è una meraviglia!

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