Storia di una casa (#43)

Storia di una casa #43 Blog

2007/2008

– 43 –

In quegli anni in Afghanistan, una delle tante terre desolate e martoriate dai continui scontri militari, c’erano sentinelle poste a guardia delle basi che, sicuramente, avranno avuto una nottata meno tormentata della mia. Detestavo litigare. Soprattutto per via telefonica, dove non c’è possibilità di contatto fisico. Effettivamente, un po’ di ragione Francesca l’aveva. Mi sentivo responsabile ma, allo stesso tempo, ero stato costretto dagli eventi ad accettare quella situazione. E come l’avevo accettata io, prima o poi, avrebbe dovuto farlo anche lei.

Alzai la testa dal cuscino. Il sole era già alto nel cielo e diffondeva la sua luce in tutta la stanza. Non era però, la sola cosa a diffondersi nell’aria. Sentii un dolce aroma di caffè che stuzzicava il mio olfatto martoriato dall’aria viziata della notte. Il tutto, rese il risveglio più piacevole degli altri giorni. Avanzai lentamente verso la cucina. Sulla porta, sbirciai all’interno della stanza con la mia vista assonnata. Vidi una figura femminile in maglietta bianca e pantaloni rosa muoversi a destra e sinistra.

–       Vuoi Caffè? –
–       Ehm… sì! –

Mi sedetti al tavolo e Floria, come se fosse già di casa, prese una delle vecchie tazzine e me la piazzò davanti. Lentamente versò il caffè bollente al suo interno e mi diede un cucchiaino. Mi sentii alquanto spiazzato. Ricevere quelle attenzioni premurose da una ragazza mi mise in imbarazzo. Avvicinai la tazzina alle labbra per sentirne l’odore. Poi ne presi un sorso e… sorrisi. Era davvero un ottimo caffè. Le feci i complimenti e pensai di poter inserire la cosa tra le qualità della mia nuova coinquilina.

–       Ciro, mi fai vedere dove sono i prodotti per la casa? –
La domanda improvvisa di Floria mi trovò impreparato.
–       Sì… arrivo. Sono in bagno… ecco qui… –

Aprii il mobiletto del bagno e quello che doveva sembrare una dispensa di prodotti, sembrava un museo di anticaglie. Sgrassatori e detersivi vuoti o semivuoti troneggiavano senza potere. Pezze vecchie e strofinacci inguardabili riempivano i vuoti. Guanti mai usati, bombolette di spray anti scarafaggi vuote e spugne corrose dal tempo…
Floria cercò di trovare un senso a quel disordine ma, quando con una mano tirò fuori tre contenitori di detersivo per pavimenti vuoti, mi guardò con una faccia interrogativa. Cercai di dire qualcosa ma dalla mia bocca non uscì niente. Floria mi bruciò sul tempo e, indicandomi minacciosamente la cucina col suo indice, disse:

–       Vammi a prendere un sacchetto, per piacere! –

Risi sotto i baffi per quel finto ordine e tornai da lei con una busta allargata tra le mani.  Rapidamente, la mia coinquilina, buttò dentro tutto ciò che si trovò a tiro e che sembrava avere più di un anno di vita. Tentai di muoverle qualche timida protesta, ma non ci fu verso di sminuire il suo sguardo minaccioso.

Alla fine di tutto, ci trovammo a guardare il mobiletto del bagno vuoto.
Guardai il ripiano… poi guardai lei.
– Bene! Mi sa che dobbiamo andare a fare un po’ di spesa! – disse Floria soddisfatta.

continua…

Storia di una casa (#42)

Storia di una casa #42 Blog

2007/2008

– 42 –

Tra i pregi di Floria c’era quello di essere riuscita a mettermi a mio agio. Non era una cosa da poco. Di solito con le ragazze appena conosciute sono estremamente logorroico o estremamente silenzioso. Con lei riuscivo a restare nella giusta via di mezzo mascherando tutte le mie timidezze. Nonostante la differenza d’età, tenevo testa egregiamente ai suoi discorsi, perlopiù pieni di frivolezze. Film, serie tv, locali per divertirsi… Niente di difficile per un ragazzo di vent’anni che, nonostante l’introversione acuta, sapeva bene come si stava evolvendo la società là fuori.
In circa mezz’ora, tornammo dalla nostra fugace cena a base di pizza oleosa e patatine iperfritte. Mentre salivamo in ascensore, cercavo di farmi perdonare dal mio stomaco per l’immensa mole di lavoro che gli avevo procurato. Floria, invece, sembrava tranquilla, come se quel genere di cena fosse una delle sue preferite.
Girai la chiave nella porta ed entrai. La mia coinquilina mi seguì ma, appena fummo in casa, prendemmo strade diverse: lei andò in camera sua ed io nella mia.
Quando chiusi la porta alle mie spalle feci un sospiro di sollievo. Mi sentivo come se avessi passato un esame universitario. Il primo giorno di un lungo anno di convivenza era iniziato e, fortunatamente, Floria sembrava una brava ragazza. La mia paura di condividere la casa con persone dalle strambe abitudini si era dissolta. Potevo rilassarmi.
Portai una mano alla tasca per cercare il cellulare. Non trovandolo nella sua consueta posizione mi preoccupai. “Possibile che ho lasciato il cellulare a casa?” pensai. Indagai in giro con un rapido sguardo sui mobili della stanza. “Dove sei?”. Mi sedetti sul letto a pensare all’ultimo posto in cui avessi potuto lasciarlo. “Vediamo… prima di uscire ero… sì!”.
Uscii dalla mia stanza e arrivai di fronte alla porta della camera di Floria. Il vetro satinato emetteva luce, segno che non era ancora andata a dormire. Esitai un attimo, poi bussai.
–       Entra pure! – sentii gridare.
Entrai e vidi la mia coinquilina ancora intenta a piegare vestiti.
–       Scusami Floria… devo aver lasciato il cellul… ah eccolo! –
Quando lo afferrai notai subito le numerosissime chiamate senza risposta impresse sul piccolo schermo del mio Nokia. – Torno di là… – m’affrettai a dire a Floria che continuava indisturbata.

Sbloccai subito il cellulare. Il cuore andò in ansia. Avevo già immaginato chi fosse.
La mia ragazza.
“Cavolo! E ora che le dico?” pensai.
“Nascondile tutto! Non invitarla più a casa tua!” rispose ironicamente la mia coscienza maligna. “Dovrò dirglielo in qualche modo…”, “S’incazzerà…”, “e di brutto anche!”
Dopo tutti i diverbi intellettuali, mi feci coraggio e la chiamai.

–       Pronto… amore! Che fine avevi fatto! – disse.
–       Ehm sì… ero sceso un attimo… –
–       E hai dimenticato il cellulare? Non lo dimentichi mai… – disse sospettosa.
–       Non c’ho pensato… ero con… –
–       CON? –
–       Con… Floria… –
–       Una ragazza? Eri con una ragazza?! –
–       Sì… –
–       Tu mi manderai al manicomio lo sai? Chi è questa tizia? –
–       Mmm come dire… la mia nuova coinquilina… –
Subito dopo ci fu un minuto di silenzio. Come quando un caccia bombardiere sgancia una bomba e attende solo il momento dello scoppio. E lo scoppio arrivò… dal mio telefono uscì un urlo talmente forte che, probabilmente, sentirono anche i vicini.

continua…

Storia di una casa (#41)

Storia di una casa #41 Blog

2007/2008

– 41 –

–  …E poi c’è Fightclub, lo adoro! E’ uno dei miei film preferiti! –
–  Sì! L’ho visto! Mi è piaciuto un sacco! –

Aprii con molta calma il portone di casa. Entrai per primo. Floria mi seguiva, trascinando con sé il suo grosso trolley. Sembrava stanca e provata dalla lunga giornata. Depositammo le valigie nella sua camera coricandole sul pavimento parquettato. La vidi dirigersi subito verso la finestra e spalancarla. Volle cambiare aria a quella camera che per lunghi mesi era stata chiusa. Si tolse il lungo cappotto e lo depositò sul divano. Osservai l’indumento e pensai che gli si dovesse dar merito per aver nascosto con così tanta cura un fisico che, altrimenti, non sarebbe passato inosservato.
Oggettivamente, Floria aveva un bel corpo. Gambe lunghe e fianchi stretti impreziosivano il suo portamento slanciato. Indossava un paio di jeans scuri, sotto a una maglietta beige in cotone a maniche lunghe. Le sue esili mani, con unghie ben curate erano già intente ad aprire una delle due grandi valigie sul pavimento. Non voleva darla vinta alla stanchezza quella sera. Nel frattempo, avevo preso posto su uno dei due letti e le stavo raccontando qualcosa di me. Lei mi chiese, con distratta curiosità, quanti anni avessi, mentre poggiava il primo maglione sul ripiano dell’armadio.
– 20 –
Improvvisamente si girò verso di me, come se quella risposta l’avesse spiazzata.
– Non l’avrei mai detto! Pensavo fossi più grande… – disse.
– Beh… forse la barba incolta e l’aspetto trasandato possono averti deviato… – buttai lì, ironicamente.
Abbassai lo sguardo silenzioso e, fissando i tasselli del parquet, cercai qualcosa da dire. Floria continuava il suo lavoro di svuotamento della valigia, quasi incurante che io fossi lì vicino.
– Tu, invece? Quanti anni hai? – chiesi.
– 25 –
– 25? Caspita! Nemmeno io l’avrei mai detto! –

In realtà, al contrario di ciò che pronunciai, la mia esclamazione sarebbe dovuta essere: “Caspita! Sei più grande di me!” per renderla più simile a ciò che davvero pensai in quel momento. Non volli sprigionare il mio vero pensiero per non rendere la situazione più strana di quanto già non lo fosse. Mi sentivo in difficoltà. Il mio rapporto con ragazze più grandi di me, fino ad allora, s’era limitato a casi sporadici. Diciamo che, l’universo femminile da me conosciuto non andava oltre la mia età. Al di là del quale c’era un vuoto totale. Mi sentivo disorientato. Non sapevo come rapportarmi, quali cose dire o quali comportamenti evitare per non sembrare infantile. Però, nonostante tutte le mie inutili paranoie, la cosa mi affascinava. Avrei potuto studiare il suo carattere in segreto e carpire qualcosa in più sulle donne.

Floria si girò verso di me e mi chiese:
–  Hai già cenato? –
–  Veramente no… –
–  Ho visto che qui sotto c’è Pizza Mundial… ti va se scendiamo a prenderci una pizza? –

Accettai subito il suo invito. Non dico mai di no a chi mi offre di mangiar fuori o di bere una birra. M’infilai rapido il cappotto mentre Floria mi aspettava già sul pianerottolo. Chiusi la porta a chiave senza badare che, tra lenzuola del letto, il mio cellulare aveva iniziato a squillare…

continua…

Storia di una casa (#40)

Storia di una casa #40 Blog

2007/2008

– 40 –

Qualche ora più tardi, affacciato al balcone, scrutavo la strada leggermente ansioso. Sapevo di che di lì a breve sarebbe passata Floria a portare i bagagli.
Ero curioso di osservarla da sola in strada, come se cogliere qualche attimo in più di quella ragazza potesse farmela conoscere un po’ meglio. Ma, tra i mille passanti di una giornata milanese d’inizio ottobre, era diventato un problema riuscire a distinguerla tra la folla. Supponevo che, in quel lasso di tempo, non si fosse cambiata d’abito e che avesse mantenuto il lungo cappotto scuro su cui spiccava un grosso cappuccio pelliccioso. Immaginavo di vederla sbucare dall’uscita della metro e, quindi, guardavo in quella direzione. Però, come spesso mi accade, non sempre ciò che immagino risulta avvenire davvero. Anzi, più sforzo la fantasia e più viene disillusa. Infatti, mentre fissavo il fondo della via, l’azione da me immaginata si stava svolgendo da tutt’altra parte. Esattamente cinque piani sotto di me, al livello della strada, una macchina blu si era fermata davanti al portone del palazzo. Un signore moro, sulla quarantina era uscito e aveva aperto il bagagliaio. Non diedi troppo peso a quella scena. Decine di macchine si fermavano tutti i giorni davanti ai palazzi della strada a svuotar valigie. Quando però, dal posto passeggero della piccola utilitaria blu, scese un’esile ragazza dai capelli castani, capii che si trattava proprio della mia futura coinquilina.
Era così strano vederla da lontano. Come se stessi osservando lo svolgersi di un film già visto. Di cui conoscevo già le scene successive.
“Tra poco suonerà il citofono…” pensai.

Floria, qualche metro più in basso, salutò con un bacio sulla guancia il suo sconosciuto accompagnatore. Entrambi, poi, presero direzioni diverse: Floria si avvicinò al portone e la macchina che l’aveva accompagnata, sfilò via seguendo il traffico milanese.
Suonò il citofono.
Corsi in casa ad aprire, fingendo di non conoscere chi ci fosse dall’altro lato. Con un rapido gesto, schiacciai il tasto del portone e riappesi subito la cornetta. Impacciato sul da farsi, gironzolavo nell’ingresso fino a quando il mio spirito protettivo non prese il sopravvento.
“Beh… potrei andare ad aiutarla…”
Uscii sul pianerottolo e vidi che l’ascensore non era ancora stata chiamata da nessuno.
“Avrà sbagliato scala…”
Spinsi il tasto di chiamata e l’ascensore fu subito da me. Entrai e scesi al piano terra.
Trovai Floria nell’ingresso del palazzo che si guardava intorno imbarazzata.
– Ah! Menomale che sei sceso! Non ricordavo più la scala! –
–       Tranquilla… scala A, vieni, dammi una valigia. –
Le sorrisi e lei ricambiò, e spostammo le due enormi valigie viola verso l’ascensore.
–       Speriamo che c’entrino! – dissi.
–       C’entreranno… sono entrate in ascensori più piccoli di questo! – rispose ironica.
–       Perchè? Esistono ascensori più piccoli di questo? – chiesi con finta curiosità.
–       Prima ero in viale Argonne, e l’ascensore era molto più stretto di questo! Ho dovuto mettere le valigie una sopra l’altra! –
–       In due di certo non ci saremo stati! – dissi chiudendo a fatica le porticine dietro di me.
Schiacciai 5 avendo cura che Floria vedesse il piano della sua futura casa.
L’ascensore si mosse ed io e lei fissammo silenziosi i piani che scorrevano. Il silenzio diventò imbarazzante, com’è solito negli ascensori. Fortuna che lei, con una domanda tagliente, spezzò il solido ghiaccio che si stava formando.

– Mah… ti piacciono i film? –

continua…

Storia di una casa (#39)

Storia di una casa 39 copia

2007/2008

– 39 –

–       Bene! Per me va bene Ciro! – disse la proprietaria con voce squillante al telefono.
–       La ragazza mi farà sapere stasera… poi le confermo. – risposi pacato, cercando di smorzare il prematuro entusiasmo della proprietaria.
Purtroppo, conservavo in me il dubbio che quella ragazza, o meglio “Floria”, sia stata solo una dei tanti probabili affittuari che venivano a vedere la casa e che poi se ne andavano lasciando vaghe promesse di adempimento.
–       Sempre che per te non sia un problema vivere con due ragazze! – continuò la proprietaria.
–       No, cioè… non è mai successo. Quindi non so dirle… ma non dovrebbero esserci problemi. – risposi titubante.
–       Ok, allora aspetto tue notizie. Buona serata Ciro. –
Chiusi il cellulare e mi sedetti a gambe incrociate sul letto. Pensieroso, guardavo il televisore spendo davanti a me.
“Floria”
Quel nome risuonava ancora nella mia testa. Non conoscevo niente di quella ragazza e probabilmente avrei dovuto viverci insieme. Era visibilmente più grande di me ma non sapevo bene di quanto. Era determinata e sapeva il fatto suo. Forse potevo contare su di lei.
Il cellulare mi vibrò nelle mani. Un messaggio:
Floria:
“Ciao Ciro! Ho parlato con Luisa ed è d’accordo!
Prendiamo la camera.”

Saltai in piedi e rilessi ancora una volta il messaggio. Non potevo crederci. Floria aveva spazzato via ogni dubbio sulla sua determinazione. Faceva sul serio. Aveva confermato la camera ma… “e ora chi è questa Luisa!” pensai.
Continuavo a fissare quel messaggio, indeciso sul da farsi. Gironzolavo per la stanza ansioso e agitato. Mi arrivò un nuovo messaggio:
Floria:
“Ok?”
Aspettava una mia conferma ovviamente. Non ci avevo pensato ma potevo ancora dirle di no. Potevo ancora rimettere tutto in gioco e tornare alla ricerca di coinquilini per quella maledetta casa. Guardai il calendario davanti a me. Il giorno dopo era il primo di ottobre. Sarebbe stata dura trovare qualcuno. Più dura di quanto non lo fosse stato in questi giorni. Iniziavano i corsi in quasi tutte le università, compresa la mia, e gli studenti che cercavano casa, ormai, avevano già trovato una sistemazione. Non potevo buttare quell’occasione, anche se, la foto della mia ragazza sulla mensola, continuava a guardarmi in modo minaccioso.
“Mi ucciderai lo so…” dissi all’immagine con un velo d’ironia.

Tornai alla realtà e mandai subito un messaggio di conferma a Floria e mi sentii sollevato. Come se mi fossi tolto un peso. Rispose:
Floria:
“Ottimo! Ascolta, dato che sono in zona, posso portare già qualcosa?”
Sorrisi pensando che, ormai, potevo già definirla la mia nuova coinquilina!

continua…

Storia di una casa (#38)

Storia di una casa 38 copia

 2007/2008

– 38 –

Il citofono suonò.
L’ansia da poco messa da parte, tornò, ribelle, al proprio posto. Il forte suono del citofono, aveva rotto ogni silenzio casalingo, diffondendosi in tutte le stanze. Appoggiai la mia tazza di tè sul tavolo e andai a rispondere. “Spero sia lei…”
– Sì? –
– Salve, sono la ragazza che ha chiamato per l’annuncio… –
– Sì certo… sali pure… –
– Ehm… dove? –
– Ah… scusa… scala A, piano quinto! –
– Grazie –
Appesi il citofono e cominciai a guardarmi intorno come a voler cercare qualcosa fuori posto. Ma tutto era in ordine, eccetto la mia mente che era un groviglio di pensieri ansiosi:
la proprietaria che aspettava mie notizie; la mia ragazza che mi guardava male dalle foto; mio padre che non sapeva ancora niente della tragica situazione; e poi c’era lei… la ragazza che stava salendo in ascensore.
“Ah! La porta! Dove sono le chiavi?!”
Corsi in camera e afferrai al volo le chiavi sulla scrivania. Tornai nell’ingresso e aprii il portone in velocità. Mi fermai sull’uscio a osservare l’ascensore che stava per arrivare. Sapevo che dalla piccola finestrella sulla porta avrei potuto intravedere il volto della ragazza. Ero curioso. M’ero delineato in mente la possibile fisionomia della persona associata alla voce. “Chissà se anche questa volta, il mio istinto c’ha azzeccato”

L’ascensore lentamente arrivò. Allungai il collo per vedere meglio nella finestrella e scorgere la misteriosa ragazza. Vidi dei capelli e poi nulla più. La ragazza aprì la porta dell’ascensore e uscì di schiena per chiudere le porte interne. Poi mi vide e si girò. Sfoggiò un gran bel sorriso. Ci fu un attimo d’imbarazzo, almeno per me, poi mi porse la mano.
–       Ciao, io sono Floria –
–       Piacere, Ciro –
–       Questa è la casa dunque, posso entrare? –
–       Certo, vieni… –
Le feci strada nell’ingresso e chiusi il portone dietro di noi. Attesi qualche secondo che lei terminasse il suo ampio giro con lo sguardo. Aveva una bella espressione, non certo delusa, segno che la casa le stava piacendo. Ruppi il silenzio indicandole la porta della camera in affitto.
–       Carina! –
Le raccontai qualche dettaglio dello scorso anno. Vi aveva abitato un ragazzo che poi era andato via. Lei non sembrava interessata ai miei discorsi. Era entrata nella camera come se fosse stata già camera sua. Mentre le spiegavo i dettagli dell’annuncio, osservavo il suo fisico longilineo che si muoveva per la stanza. Passò accanto ai letti e ne tastò la morbidezza. Diede un occhio all’armadio e poi si sedette sul divano cigolante. Sembrava soddisfatta.
–       Ti mostro il resto della casa? –
–       Sì… comunque la camera mi piace parecchio! –
–       Mi fa piacere. Beh… le condizioni te le ho spiegate. So che è tanto affittare una doppia da sola… –
–       No, dovrei parlarne con una mia amica. Se le va bene, la prendiamo insieme. Prenderla da sola è una pazzia, costa troppo! –
Restai interdetto per qualche secondo poi tornai alla realtà. Quella ragazza continuava a mandare in tilt il mio cervello. L’ipotesi di due ragazze non mi aveva nemmeno sfiorato.
–       Bene! Fammi sapere il prima possibile. Io intanto ne parlo con la proprietaria. –

continua…

Storia di una casa (#37)

Storia di una casa 37 blog

2007/2008

– 37 –

Nell’aria volteggiava qualcosa di strano. Frammenti di destino sembravano volersi ricomporsi davanti a me. In realtà, era banale pulviscolo che rifletteva i raggi del sole, ma, in quel momento, sembrava qualcosa di magico. La telefonata di quella ragazza mi aveva riacceso l’animo. La sua determinazione si era trasferita da lei a me. Avevo ripreso le speranze di adempiere al mio obiettivo… e non era ancora detta l’ultima parola.
“Com’è che si chiamava?”
Cercai di ricordare il suo nome ma la memoria faticava a ricapitolare tutta la chiamata. “Prima o poi dovrò far qualcosa per questo problema con i nomi!”
Tornai nella mia stanza per cambiarmi d’abito. Non potevo presentarmi in uno stato casalingo a una ragazza sconosciuta. Mentre infilavo i calzini, con la maestria di uno scimpanzé, mi cadde l’occhio sulla foto della mia ragazza sull’ultimo ripiano della libreria.
“ah… giusto…”
La piccola amnesia sulla mia situazione sentimentale era venuta alla luce proprio in quel momento. La mia ragazza non avrebbe di certo visto di buon occhio una convivenza mista in questo appartamento. Mi rinfacciava ancora il giorno in cui vennero a trovarmi i miei amici, tra i quali, due di sesso femminile.
E stettero solo pochi giorni! Pensa a dover vivere un anno intero insieme con una ragazza che nemmeno conosco!
“Me lo rinfaccerà a vita!” dissi, prendendo in mano la foto di Francesca.
Quella foto la ritraeva su una terrazza che affacciava su piazza duomo, a Milano. Gliela scattai nei primi mesi della nostra storia. Quando era tutto idilliaco e intatto e una semplice foto poteva riassumere un’intensa storia.
“Tanto non l’affitterà… tranquilla… sarà un altro buco nell’acqua!” dissi alla foto che sembrava aver mutato il suo sguardo da amorevole a minaccioso.

Guardai l’orologio. Mancava meno di mezz’ora all’appuntamento. Decisi di prepararmi un té. Riempii una tazza d’acqua e l’infilai nel forno a microonde. Mi sedetti al tavolo della cucina in attesa che il timer squillasse. Ma a squillare fu il cellulare.
– Pronto… –
– Ciao Ciro come va? –
La voce della proprietaria mi mandò in ansia.
– Bene… –
– Con l’affitto come siamo messi? –
– Beh… non male… ho un appuntamento tra poco… – risposi tentennando.
– Speriamo bene… tra poco inizia ottobre e non vorrei che la casa resti mezza sfitta. –
– Certo… non si preoccupi! Troverò qualcuno! –
– Va bene! Sono nelle tue mani! Aspetto tuoi aggiornamenti! Buona serata. –
– Anche a lei… –
Chiusi il telefono lentamente. Feci misero sospiro di sollievo come quando al liceo la professoressa di filosofia mi poneva domande sulla metafisica ed io rispondevo con una serie infinita di frasi inventate. Volsi lo sguardo al cielo chiedendo aiuto a chissà chi.
Intanto il microonde squillò presi la mia tazza di tè bollente e avvicinai le labbra per soffiare e gustarmi l’aroma dolce del Twinings alla vaniglia.

continua…

Storia di una casa (#36)

Storia di una casa 36 copia

2007/2008

– 36 –

–  Pronto… –
–  Ciao, chiamo per l’annuncio della camera doppia… è ancora disponibile? –
–  Sì… –
Al telefono, una voce maschile mi sciorinava domande su ogni dettaglio dell’annuncio che avevo piazzato in giro per la città. Con svogliata pazienza gli stavo dietro, rispondendo cortesemente a ogni quesito. Non era la prima chiamata che ricevevo, già altre conversazioni simili si erano svolte nella mia stanza, attraverso quell’apparecchio. E tutte si erano risolte in un nulla di fatto. Avevo il taccuino pieno di probabili appuntamenti e di molte cancellazioni.
Sembrava che quella camera non la volesse nessuno, esponendomi a un bel problema con la proprietaria. Infatti, se da un lato ricevevo chiamate di probabili affittuari, dall’altro avevo la proprietaria dell’appartamento che chiedeva inutili aggiornamenti sulla situazione. Ed entrambi tiravano verso le proprie posizioni, con me esattamente nel mezzo.
E mi restava il duro compito di rassicurare tutti: l’impaziente proprietaria, l’ansioso padre e l’ostinato me stesso che non si decideva ad ammettere la scontata realtà:
“Se non l’affitta nessuno sei nella merda, Ciro!”
Avrei dovuto pagare l’intero importo dell’affitto del trilocale, da solo, in qualità di unico intestatario del contratto. Ma più che i soldi persi mi preoccupava un altro aspetto: mio padre. Quell’uomo era spesso dedito a rinfacciare quanto io sia incapace a cavarmela da solo; e questa storia sarebbe stata un’altra freccia da scagliarmi contro. Non ce l’avrei fatta a sopportarlo ancora una volta. Non più…

Ero disteso sul divano cigolante della camera doppia. Guardavo il soffitto. Il mio cellulare squillava da un po’ e non avevo voglia di rispondere. Giocavo con la pallina rossa. La tiravo in alto per poi afferrarla saldamente. Il pomeriggio era agli sgoccioli e già pensavo a cosa preparare per cena.
“Hamburger o Salsicce?”
Improvvisamente la pallina mi scivolò dalle mani. Fece due o tre saltelli e rotolò sul parquet andando a finire proprio vicino al cellulare che continuava, imperterrito a squillare. Svogliato e indolenzito per le ore passate disteso, mi alzai per andare a recuperare la pallina. L’afferrai e con essa presi anche il Nokia che vibrava. Il numero non era in rubrica, si trattava, quindi, di qualcun altro in cerca d’informazioni per la casa. Basta! Non ne potevo più! Volevo chiudere le chiamate per quella giornata. Poi però, pensai all’accigliata faccia di mio padre e… risposi.
–  Pronto… –
–  Ciao! Chiamo per la camera… –
La voce squillante di una ragazza spiazzò le mie previsioni. Fino a quel momento avevano chiamato solo ragazzi.
–  Ho letto l’annuncio e vorrei saperne qualcosa in più… e, magari, fissare un appuntamento per vedere la casa… –
Cercai di dimenticarmi per un attimo che, dall’altro capo del telefono, ci fosse una voce femminile. Raccolsi tutta la mia serietà e le spiegai ogni cosa, compreso il fatto che la stanza singola era occupata dal sottoscritto. Lei sorvolò, ponendomi altre mille e inutili domande.

– E… quando posso venire a vederla? –
– Beh… quando vuoi… io sono qui… –
–  Bene! Allora ci vediamo tra un’ora! Ciao! –

continua…

Storia di una casa (#35)

Storia di una casa 35 copia

 2007/2008

– 35 –

“Settembre”.

Ogni volta che pronuncio questo mese, vibrano dentro me tutte le “t” e le “r” che contiene. Come se il mio corpo si comportasse da cassa di risonanza per un mese che, trasporta mille pensieri. Settembre… era già iniziato da un pezzo ormai, e, ovviamente, l’estate era finita.
Ero appena arrivato nella mia casa milanese. La maniglia del trolley era ancora ben salda nella mia mano mentre chiudevo la porta blindata in finto legno.
Girovagavo nell’oscurità trafitta da schegge di luce che filtravano dalle persiane. La polvere volteggiava nell’aria come un essere padrone di casa, disturbata dalla mia presenza. Mi avvicinai alla mia camera e spalancai la porta. A colpo d’occhio, mi sembrò che la camera si fosse rimpicciolita. Ragionandoci, quella, era solo una vaga impressione. Conoscevo bene quella camera e le sue dimensioni, essendoci stato ben quasi un anno. Forse la mia percezione degli spazi era stata alterata dall’estate vissuta nella casa di campagna dei miei. Un posto dove persino il concetto di monolocale fatica ad arrivare e le persone si chiedono come fanno altre persone ad abitare in meno di 100 metri quadrati. Buffo ma reale.
Ed io, nei mesi estivi, m’ero abituato e accomodato sull’idea che stanza da studio e camera da letto erano situate su due piani diversi; e la cucina era cucina e non salotto e mille altre cose.
Per un giusto stile di vita, si dovrebbe teletrasportare la mia casa natale in quella bella cittadina di Milano. (Ah! Poterlo fare!)
Ma i sogni son sogni e la realtà era quella che avevo di fronte a me.
Guardai la mia valigia al centro della stanza.
“Bene! Cominciamo questo nuovo anno!” dissi, cercando d’incentivare me stesso.
Tirai con forza la corda della serranda. Finalmente il sole inondò la camera spazzando via quell’alone di tristezza che l’aveva accolta. Aprii le finestre della cucina e del bagno in gran velocità, ma nel passaggio tra le due stanze, mi fermai ad osservare la porta della seconda camera da letto della casa. Francesco era andato via a giugno e mi aveva lasciato solo, in questo freddo appartamento.
Con lo strano timore di chi si sente di dar fastidio, aprii la porta di quella camera. In un anno intero, ci sarò entrato sì o no un paio di volte. Francesco era un tipo introverso e riservato, peggio del sottoscritto. Aprii la finestra anche lì e notai che la camera aveva bisogno di una gran sistemata. Mi sedetti sul divano e osservai i due letti vuoti. “Chissà chi ci dormirà!” mi chiesi sospirando e iniziando a fantasticare sulla fisionomia dei miei futuri coinquilini. Li immaginai da prima con mille difetti poi con mille pregi, infine tentai un misto di tutto per ottenere una persona quanto meno reale. “Mah…” sbuffai, pensando al dover socializzare per forza con perfetti sconosciuti per intraprendere una buona convivenza. “Non sono bravo in queste cose!” Purtroppo non potevo rimandare per imparare le buone regole della socializzazione… perché il telefono stava già iniziando a squillare…

–  Di già? –

continua…

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