Si viene si va… per sempre! (V)

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che la Spagna e l’Ungheria non sono poi tanto male…
Devo scappare… sai… genitori… casa… famiglia…
Mi capisci…
Ah! Ti devo 5 euro! Ricordamelo…
P.S. Minchia che freddo!!

11:41

Ero seduto su un muretto. Respiravo guardando l’orizzonte davanti a me. Non riuscivo a vedere la fine di questa immensità. Trovavo così strano non riuscire a percepire la fine di un qualcosa di finito come il mondo. Però era bello sapere che potevo avere l’infinito così vicino a me da poterlo toccare se solo facessi un passo più in là… ma muovendomi, le cose cambierebbero… e l’infinito si sposterebbe in un altro luogo… toccherebbe altre mete a me inaccessibili, mantenendo sempre la sua aura di fantasia.

Ero in una via sperduta del Molise. La mia Audi era parcheggiata dietro di me. Mi ero perso. Non avevo la più pallida idea di dove mi trovassi. Presi il mio cellulare dalla tasca. Provai un’ultima volta ad accenderlo. Niente… morto… e con lui era morto anche il mio navigatore. Guardai lo schermo nero con una smorfia di rassegnazione.
E ora chi mi tira fuori da questo casino?
Incrociai le gambe sul muretto di cemento che costeggiava quella lingua d’asfalto che avrebbe dovuto essere una strada, anziché un viottolo di campagna. Maledetto navigatore ignorante! Quell’aggeggio doveva saperne più di me, doveva farmi da guida e invece mi aveva spinto per chilometri e chilometri a viaggiare nel nulla. Non un cartello… un’indicazione… una freccia per terra. Niente! Eravamo solo io… la mia macchina, questo muretto e chilometri e chilometri di prati, alberi da frutto, campi e qualche casa troppo lontana per un: mi può dare una mano?

Forse la vita voleva mettermi alla prova. Voleva vedere se mi sarei incazzato come al solito. Se avrei scaraventato qualche bestemmia al cielo per farlo tuonare un po’. Ma non gliela diedi vinta. Ero calmo e pacato. Perché arrabbiarmi, poi? Alla fine… nel bene o nel male, la soluzione si trova sempre. Solo che io scelgo sempre quella più facile e quella più sbagliata.
Se vuoi punirmi per questo, sappi che è un supplizio fantastico…

Tirava un bel venticello che mi rinfrescava la mente. Chiusi gli occhi e mi lasciai percorrere dal freddo. Avrei voluto tanto che arrivasse al mio cuore, così avrebbe smesso di darmi il tormento. Gira e rigira è sempre lui il protagonista della mia vita. Fuori sono solo un ragazzo di ventitré anni, quasi ventiquattro… con un giubbotto di pelle che mi è sempre andato un po’ largo… con i capelli a spazzola e gli occhi profondi che la sanno lunga. Sono io… e troppo spesso lascio che il mio passato parli per me.
Tutto quel verde mi fece pensare. Nella mia Milano, trovare pezzi di natura è molto difficile. E uno di quei “pezzi” lo condividemmo insieme.
Posso mandarti un ricordo? Sono un po’ lontano… ma spero che ti arrivi lo stesso… bambolina.

Ricordi quando eravamo sul prato del Parco di Porta Venezia, con quella coperta blu che si riempiva sempre di foglie e ciuffi d’erba? Ti piaceva. Ti piaceva stare sdraiata tra le mie gambe con la testa appoggiata al mio petto. Ricordi gli scarabocchi infantili che facevamo quando portavo pastelli e fogli bianchi? Ricordi la Settimana enigmistica che non riuscivamo mai a finire, perché spesso litigavamo su una definizione e uno dei due voleva avere per forza ragione? Che testardi… Due teste dure che spesso si davano capocciate di pensieri diversi. A volte me lo chiedo se eravamo poi tanto diversi… E mi chiedo anche se sia stato giusto demolire un castello di 4 anni in pochi giorni. Non lo so… Lascio scorrere… cerco il mio spazio. Ma a volte sento un vuoto incolmabile… e parlo di te a me stesso fingendo che tu ci sia ancora.

Una lacrima scese e accesa dal vento mi bruciò la guancia. La asciugai con il polsino in stoffa del giubbotto, troppo abituato a raccogliere la mia sofferenza. Sentii dei passi dietro di me. Un uomo anziano portava una carriola piena di erbacce e strumenti di lavoro. Aveva un viso serio e deciso scolpito dagli anni. Si avvicinava nella mia direzione con un passo svelto. Aveva le scarpe sporche di terra e i vestiti non erano da meno. Sorrisi, sperando che fosse la mia soluzione. Scesi dal muretto e gli andai incontro. Lui si fermò a pochi passi da me.
– Salve signore… mi può dare una mano? –
– Certo giovanotto! Che posso fare? –
– …dirmi come fare a tornare a casa… –
– Dove devi andare? –
– Benevento… –
Il signore si stupì. Si mise una mano sulla fronte e si guardò intorno.
– Benevento?! Come diavolo hai fatto a finire qui? –
– Beh… è una lunga storia… se mi aiuta gliela racconto… –

Si viene si va… di umana commedia (IV)

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10:12

Aprii gli occhi. Un soffitto bianco e insolito mi sovrastava. Voltai la testa da un lato e un paio di vertebre scroccarono, rivelando un gran torcicollo. Non era stata una grande idea usare un asciugamano come cuscino. Purtroppo, questo passava la modesta dimora di Enzo e dovevo accontentarmi. Spostai il plaid e mi misi seduto. Anche il mio stomaco si era svegliato, ribollendo gas e acidi vari. Sul tavolo del salotto c’era ancora la bottiglia vuota del Pampero. Il pensiero autodistruttivo di farmi un altro bicchierino mi attraversò la mente. Fortuna che non ne era rimasto nemmeno un goccio.
Tic… tac… tic… tac…
Sentivo un ticchettio volteggiare in quella stanza vuota. Mi alzai alla ricerca del trasgressore di quell’amato silenzio. Di primo acchito sperai che le mie orecchie fossero ancora buone dopo l’ingente lavoro in discoteca ieri notte. Andai verso la vecchia televisione a tubo catodico disposta malamente nell’angolo in fondo. Accostai l’orecchio… niente. Per terra, attaccato ad un lungo filo del telefono, c’era il modem wifi di Alice. Lo presi in mano… niente, non era lui.
Tic… tac…
Guardai il balcone sperando che il rumore venisse da fuori. Aprii l’anta e ne approfittai anche per inondare i polmoni di un po’ di aria fresca. Chiusi.
Tic… tac…
Il rumore persisteva. Andai verso una lunga cassettiera in legno scuro. Il rumore sembrava più forte. Aprii un cassetto. Dentro c’era un vecchio computer polveroso, di quelli vecchi e massicci. Lo presi e lo poggiai sul tavolo, cercando di sporcarmi le mani il meno possibile. Lo rivoltai sottosopra… di lato… niente, era più morto di un dipinto. Lo rimisi nel cassetto cercando di riposizionarlo nel modo giusto.
Tic… tac…
Il rumore continuava e la mia mente persisteva sulla strada della curiosità. Aprii il cassetto a fianco e finalmente scovai il colpevole. Trovai un grosso orologio da parete un po’ vecchiotto, con qualche grammo di polvere sul quadrante. Chiusi il cassetto e lo misi sulla cassettiera appoggiandolo al muro. Tornai a sedermi sul divano, sentendomi soddisfatto della missione appena compiuta. Dovevo pensare al prossimo passo… che ore erano? Guardai l’orologio…

10:16
Tic… tac… dannati orologi!

:17… Ero lì sul divano con la testa un po’ inclinata e lo sguardo fisso. Le palpebre si chiudevano a ritmi lenti e regolari. Fissavo quel maledetto quadrante…

:18… Mi sono sempre chiesto come facessero gli stessi numeri a trasformarsi da secondi, minuti in ore. A volte i numeri nemmeno compaiono, sostituiti da semplici linee o puntini.

:19… Ero ancora lì a guardare quell’aggeggio con lo stesso desiderio di un avvocato cinquantenne che fissa una spogliarellista in un night. Desiderio di cosa poi? Fermare il tempo? Forse sì…

:20… Il mio respiro si alternava al ticchettio come un grafico altalenante di una funzione trigonometrica.

:21… Dormivano ancora tutti. Era domenica. Mia mamma stava già preparando il pranzo e sicuramente mi stava aspettando.

:22… Non posso restare. Rispondo ad un immaginario Enzo comparso nella stanza. Se fosse stato reale invece, non avrei avuto il coraggio di dirgli di no.

:23… Ero in ritardo. Dovevo fare ottanta chilometri per tornare a casa. E gli autovelox? Erano…

:24… Triiiin… Triiiinn… suonò il mio cellulare. Distolsi lo sguardo dall’orologio. Ero libero. Ero fuori dal magico incanto del tempo. Respiravo a modo mio. Mi alzai e mi guardai intorno. Tutto taceva.

Devo scappare… Enzo, non posso aspettarti.
Mi venne in mente di lasciare un bigliettino. Strappai un pezzo di cartoncino e lo misi in piano su un angolo pulito del tavolo.
Mi serve una penna!
In una casa di studenti di solito le penne scorrono a fiumi. Purtroppo quella non era la solita casa di studenti e una penna che scrivesse sembrava essere l’oggetto più raro. Mi spostai in cucina, dato che il salotto l’avevo già perlustrato da cima a fondo. C’erano vari bigliettini appesi con dei magneti ad una specie di staffa metallica. Una penna? Niente… Guardai ovunque: tavolo, mensole, frigo… niente di niente.
Tornai in corridoio. A destra e sinistra erano disposte in successione le varie porte delle stanze da letto, in fondo c’era la porta d’uscita e dietro di me il bagno. Non volevo svegliare Enzo che forse stava dormendo con la sua ragazza. Nè tantomeno volevo disturbare la spagnola che storpiava il mio nome. Che fare?
C’era ancora un’altra stanza inesplorata. Apparteneva a un’altra coinquilina di Enzo. Mi aveva detto che non c’era in quei giorni. Aprii con lentezza la porta, preparandomi in mente una scusa nel caso avessi trovato qualcuno. La porta scricchiolava odiosamente. Nessuno, la stanza era vuota a parte il disordine. Mi colpì subito il grosso letto matrimoniale su cui avrei preferito dormire invece dello scomodo divano del salotto. Però avrei dovuto spostare un gran mucchio di stupidi peluche. Andai alla scrivania. Qui di penne ne trovai a iosa. Ne presi una e tornai in salotto. Mi sedetti e presi un minuto per pensare a cosa scrivere.
Allora En… Cavolo!
La penna si bloccò dopo la seconda lettera. Non le andava più di scrivere e dovetti tornare a prenderne un’altra. Ne presi una dalla forma a matita. Odiavo quel tipo di penna. Ma in mancanza d’altro…
En… En… En… E che cazzo!
Questa era proprio da buttare. Non scriveva nemmeno sotto minaccia. Volevo scaraventarla nel primo cestino e l’avrei fatto se fosse stata la mia. La rimisi al suo posto. Forse la coinquilina di Enzo era una collezionista di penne usate. Non si può mai sapere. Presi la terza e tornai in salotto… Questa finalmente scriveva…

         Enzo… Grazie del Pampero
            e del fantastico sabato sera!
                 e dì ad Eva e Carmen che….

Si viene si va… tenendoci dritti (III)

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– Ciro, che ti prendi? –
– Mha non so… vorrei continuare con il rum… –
Fissavo con insistenza la barista dell’Alexander, cercando di ottenere la sua attenzione. Enzo invece fissava Eva che dietro di noi parlottava con Carmen. Porsi un braccio in avanti e finalmente gli occhi neri e profondi della barista si posarono sui miei.
– Un Rum e cola… –
Enzo prese un Mojito e ci spostammo verso il centro della pista. Diedi un occhio alla postazione Dj. C’era un ragazzino sbarbatello non troppo esperto di musica. Mixava qualche hit del momento e non si dilungava troppo in frasi e urla per incitare la folla. Ogni tanto alzava la mano per sentirsi importante. Una ragazza ballava accanto a lui. Guardava la folla sentendosi una diva, nonostante l’aria di una qualunque che quella sera aveva bevuto un Martini di troppo.
La discoteca non era male. Con un po’ di fantasia potevo immaginare di essere ancora a Milano e non tra la movida di una piccola cittadina molisana. Trovare locali carini al sud è un impresa. A volte sono talmente sperduti che nessuno ha voglia di fare tanta strada per divertirsi un po’. Altre volte, invece, la gente che ci trovi dentro non è molto raccomandabile e si rischia sempre la rissa. Lì invece c’era il giusto stile, la gente giusta e non era troppo distante dal centro.
Ballavo cercando di non rovesciare il cocktail addosso a qualcuno. Enzo stava appiccicato alla sua ragazza e insieme ballavano un misto di lenti e strusciamenti. Carmen beveva. Mi disse che le piaceva l’Italia.
– Hai mai visto Milano? – le chiesi.
– Solo una volta… e per poco tempo! –
– Devi tornarci! Milano è fantastica! –
Mi sorrise e cominciò a ballare. Le piaceva quella canzone. Forse anche in Spagna passava su qualche strana radio. Diedi una lunga boccata al mio rum. La gola si inaspriva e la mente si alleggeriva. Lo stomaco invece non ne poteva più, brontolava e si contorceva ad ogni ondata di alcool. Non ci pensavo… era il giusto prezzo da pagare per evadere dal mondo.
Ballavo. Carmen mi fissava. Mi avvicinai e ballai con lei. Le presi le mani. I nostri palmi combaciavano e si stringevano. Le passai una mano attorno a un fianco. Guidavo io. Nonostante l’alcool, ero ancora un efficiente ballerino. Mi avvicinai al suo orecchio.
– Carmen! Te quiero! –
Lei mi guardò meravigliata.
– Cirope! – disse e mi chiedevo sempre per quale motivo mi chiamasse così. – Tu non sai che vuol dire! –
– Certo che lo so! – non lo sapevo, l’avevo sentito da qualche parte in qualche telefilm spagnolo.
Mi picchiettò la testa per farmi capire che non ero molto sano di mente. Guardai Enzo un istante. Si divertiva alla grande anche lui. Quella vita gli piaceva. Star lì, lontano da tutto e da tutti non era poi così male. Faceva qualche piccolo sacrificio, ma al paese lasciava un gran mucchio di problemi. Vederlo felice suscitava in me un piacere immenso… Questo genera l’amicizia? Forse sì…
La nottata stava finendo. Prendemmo i cappotti al guardaroba e imboccammo l’uscita. Sulla destra c’era un aggeggio che misurava il tasso alcolemico.
– Enzo mi presti un euro? Sono a corto… vorrei vedere di quanto sono fuori… –
Inserii la monetina. Uscì una cannuccia e la posizionai nel buco.
Soffiare prego.
Il marchingegno fece strani rumori e poi un numero rosso comparse sul display.
– E ‘sto numero che significa? –
– Che non puoi guidare… – mi disse la ragazza addetta alla biglietteria, che aveva visto la scena.
Guardai la ragazza, guardai lo schermo, guardai Enzo…
– Ok… va bene… andiamo a piedi allora! –

Mezz’ora dopo, con i miei piedi gommati e con il mio cuore a 6 cilindri, stavamo tornando a casa.
– Cavolo Enzo! Dove devo girare? –
– Di là! In quella via stretta! –
Enzo sembrava più disorientato di me. Le ragazze dietro si lamentavano per come guidavo. Va bene che ogni tanto confondevo il freno con l’acceleratore, però cosa potevano pretendere?
– Piano Cirope! Vai piano! Te vomito in macchina! –
– No, per carità! Vado piano! –
Andavo piano anche per evitare macchine e probabili incidenti. Per fortuna la maggior parte delle strade, anche se strette e difficoltose, era illuminata.
– Vai diritto! –
– Enzo… è un divieto! –
– Lo so! Ma se non passa nessuno buttati! Tagliamo un sacco di strada… –
Eva mangiucchiava i tarallini che Enzo aveva portato da casa. Una insolita leggenda metropolitana diceva che erano un ottimo metodo per far passare la sbornia.
– Eva! Passa avanti quella busta! – dissi e ne presi un paio.
– Cavolo Ciro… Attento… – mi allarmò Enzo.
Ficcai i tarallini che avevo in mano in bocca e masticai con lentezza, come se qualcuno da fuori potesse sentirmi. Una pattuglia di polizia era parcheggiata sul ciglio destro della strada. La macchina si ammutolì ed io cercai di essere il più normale possibile.
Niente poliziotto… niente paletta…
Avevano già fermato una macchina ed erano ancora impegnati nel togliere la patente a qualche sventurato.
L’avevamo scampata.
– Evvai! Niente mattinata in caserma! – dissi ironico ad Enzo.
– Siii! –
– Ok ok… ora mi dici dove Cavolo è casa tua!?!? –

Si viene si va… comunque ballando (II)

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21.19

Giro di chiavi. Sentii la macchina vibrare e il motore accendersi. Girai la levetta dei fari. I led scattarono producendo una luce fredda e intensa. Il mio giardino s’illuminò quasi a giorno.
Guardai il quadro. Le lancette rosse erano nella posizione di partenza. Tenevo la frizione e diedi un’accelerata. La lancetta dei giri schizzò 3000. Strinsi il volante tra le mani. E via!
Audi
Mio padre s’era comprato un Audi. Stranamente direi. Non era da lui spendere tanti soldi per una macchina. Diciamo che non le considerava un ottimo investimento. Come dargli torto… una macchina perde il 40% del suo valore dopo 3 anni. Semplici calcoli economici…
Ma quell’auto era fantastica…
Ero in strada. Quella sera l’avrei passata da Enzo, uno degli amici di paese. In tempi normali avrei impiegato il tempo di una canzone per arrivare da lui. Stavolta, invece, le cose erano ben diverse. Tra me e lui c’erano 80 chilometri di differenza. Diciamo che anche lui s’era aggiunto al club degli studenti fuori sede come me… solo che io agli ottanta avevo aggiunto uno zero in più. Presi il cellulare. Accesi il navigatore. Lo impugnai con entrambe le mani per scrivere con tastiera Querty. Con un ginocchio tenevo il volante. Abbassai gli occhi per scrivere le lettere.
C-AM-
Una macchina svoltò a destra e la superai.
POBA-
Una Stilo si fermò a centro strada per sterzare in una traversa.
SSO (Molise)
Invio. Calcolo percorso.
Posai il cellulare sul cruscotto.
Correvo veloce.
La lancetta saliva, scalando il semicerchio del contachilometri.
Idiota non ti buttare! Tu sta’ fermo! Cristo ma perché vai così piano?
Ero un po’ nervoso. Sorpassai una Citroen e da lontano intravidi delle luci blu, prima di una curva.
Tum tum…
La polizia. Posto di blocco. Paletta.
Mi hanno visto correre?
– Patente e libretto… –
Tum tum…
È uno stupido controllo
– Ecco a lei! –
– Grazie! –
Riaccesi la macchina. Partii piano. Superai una curva e spinsi di nuovo l’acceleratore. Il mio cuore teneva ancora i battiti di prima. Sembrava quasi che a correre fossi io con i miei piedi, su quella strada tortuosa. Invece erano i cavalli imbizzarriti dell’Audi a trascinarmi. Li sentivo tutti… tutti e centoventi, sotto il mio piede, tra le dita sul volante, sotto le ruote che stridevano nelle curve. La potenza mi trasmetteva una sensazione di immunità, immortalità… e mi lasciava aperte le porte del rischio.
Ripensai alla chiamata di Enzo:
“Ciro, ricordati degli autovelox, uno è all’uscita di Morcone, e l’altro al chilometro novantan…”
Cavolo! Novant… sette? Boh… dannata memoria corta!
Arrivai. Enzo mi aspettava sul ciglio della strada. Mi fermai e lui salì frettolosamente in macchina.
– Vai… Andiamo a prendere Eva… –
– Ciao eh! –
– Ciao Cì –
– Chi diavolo è Eva? –
– Lo vedrai… –
Enzo mi spiegò che stava frequentando questa ragazza ungherese. Era una storiella passeggera. Di quelle da una botta e via… anche due o tre, volendo.
– Ecco… fermati qui! –
Una ragazza in minigonna uscì di casa. Enzo scese e abbassò il sedile per farla salire. Ripartii.
Attimo di silenzio.
– Eva… questo è Ciro… –
– Ciro… questa è Eva… –
Per fortuna che Enzo, al contrario di altri, non aveva dimenticato una cosa così scontata come presentare le persone. Mi girai e le strinsi la mano. Mi sorrise.
Enzo mi indicò la strada verso casa sua. In quel sali-scendi di strade tortuose sprovviste di cartelli era un po’ difficile orientarsi.
– Parcheggia pure lì –
Salimmo le scale. Eva scambiò qualche parola con Enzo. Sembrava parlare molto bene l’italiano. Posai la borsa nella camera da letto. Presi Enzo per un braccio e gli chiesi: – Dov’è? –
Sapeva bene a cosa mi riferissi: alla bottiglia di rum che mi aveva promesso se fossi venuto lì.
– È in cucina. La vado a prendere… –
Io ed Eva ci sistemammo in salotto. Lei chattava su Facebook con un amico con cui saremmo dovuti uscire quella sera. In un’altra camera, invece, c’era la coinquilina di Enzo che guardava la partita. Era una ragazza spagnola in Erasmus. Venne in salotto anche lei. Si chiamava Carmen.
– Puta de mierda! Cabron! –
Sullo schermo si giocava Barcelona – Real Madrid. Enzo entrando con i bicchieri di carta da un lato e l’alcol dall’altro, mi avvertì che Carmen era una fervente tifosa del Real Madrid. Fece un grave errore a dirmelo, conoscendo la mia tendenza a “punzecchiare” le persone.
– Tanto si sa che perde… – dissi e lei staccò un attimo gli occhi dallo schermo per parcheggiarli sui miei. Fece un sorriso storto e tornò a guardare la partita.
Enzo riempiva i bicchierini di plastica col prezioso liquido rosso.
– Anche ad Eva piace il Rum? –
Enzo smise di versare e disse: – Quella ha ritmi che nemmeno io riesco a sostenere… –
Conoscendo quasi alla perfezione Enzo, guardai Eva meravigliato. Lei sorrise.
– Enzo… – si rivolse a lui con estrema dolcezza.
– Dimmi… – si avvicinò e l’abbracciò.
– Antonio non risponde… –
– Hai provato a chiamarlo al cellulare? –
– Si… ma niente… –
– Cazzo… –
Entrambi guardarono me. Capii che qualcosa stava compromettendo la nostra serata. Presi un bicchierino di Rum e lo trangugiai in un colpo.
– Ok… tranquilli… stasera guido io! –

Si viene si va… cercandoci un senso (I)

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Scesi dalla macchina e sentii l’inconfondibile rumore delle pietruzze del vialetto davanti casa.
– Graziano, aiutami con la valigia… –
Mio fratello sembrava contento di vedermi, anche se non mostrava nessun segno di gioia… ma già aver accompagnato papà per venirmi a prendere alla stazione di Napoli voleva dire molto. Era una dura impresa sopportare papà da soli in macchina. Con lui invece la sopportazione s’era dimezzata.
– Mamma! – urlai appena entrai in cucina.
Mamma non c’era. Poggiai il mio trolley nella mia ex camera. Sentii dei passi e poi comparve una quarantenne con i bigodini in testa e gli occhiali da vista sul naso.
– Mamma! –
– Figlioletto mio! – disse sarcastica. L’abbracciai.
– Hai fatto un buon viaggio? –
– Certo! Un ottimo viaggio! –
Mio padre andò a sedersi in cucina. Entrai per mettere il cellulare sotto carica.
– Senti qua, giovanotto, anche quando non ci sei fai qualche danno! –
Guardai il soffitto leggermente terrorizzato.
– Che sarà mai! –
– M’è arrivata una carta dell’autostrada… dice che sei passato sotto un casello senza pagare… –
– Mha… non so come sia successo! – Ovviamente lo sapevo, ma era inutile star lì a raccontare favole o assurde verità.
Tornai in camera mia. Finalmente anche Davide si fece vedere. I suoi capelli crescevano sempre di più e lui non accennava a tagliarli.
– Ciao Davidù! –
– Ciao scemo. –
Mamma ci vide mentre ci salutavamo.
– Ciro, chiedigli scusa… – disse e se ne andò.
Sapevo a cosa si riferisse. tutti gli anni: per un motivo o per un altro mi dimenticavo sempre del compleanno di mio fratello.
– Scusami Davide! Lo sai che non lo faccio apposta! –
– Sese… però quello di Graziano te lo ricordi! –
Presi il mio giubbotto di pelle e tornai nel vialetto. Con le chiavi cercavo di aprire la Fiat Idea di mia madre, ma ero troppo lontano. Papà mi vide e mi chiese dove andassi.
– Da Antonio papà… devo tagliarmi i capelli… –
Misi le mani sul volante. Girai la chiave e il motore si accese. Quando non guidi da tanto ti senti onnipotente. Hai quella sensazione elettrizzante che ti porta la velocità di un mezzo che si muove più veloce delle tue gambe e, soprattutto, che comandi tu!
Colpo di retromarcia ed ero già in strada. Mariella mi fece uno squillo. La richiamai mentre con l’altra mano reggevo il volante.
– Ciao Mariè! –
– Ciao scemo… –
– Come va? –
– Male… ho la febbre… mi sa che non possiamo vederci… –
Non vedevo quella ragazza da almeno sei mesi, ma ci sentivamo spesso.
Mentre la consolavo mi venne un’idea. Accelerai per fare in fretta. Feci una curva a pelo del muro della Griglia. Superai un paio di macchine e…
– Affacciati Mariè… così ti saluto… –
– Ma come affacciati?! Ho la febbre! Sono in pigiama… ho… –
– Affacciati!! –
Ero sotto casa sua. Si affacciò alla finestra e la intravidi. Aveva un pantalone bianco e una maglietta rossa. Mostrarsi così era una dura prova per lei… una ragazza che non esce se non ha i capelli in ordine o le giuste scarpe. Mi salutò agitando la mano mentre le parlavo al telefono.
– Ciao scema! –
– Ciao scemo… –
– Ora scappo! Stammi bene! –
Click

Le delicate mani di Antonio inforcavano forbici e pettine. Era molto bravo nel suo mestiere. Così bravo che poteva farlo ad occhi chiusi. E infatti ogni tanto, staccava gli occhi dalla mia testa per osservare chi passava in strada dalla sua porta a vetri.
Mi guardavo allo specchio. Stavo cambiando volto. Era da 3 mesi che non tagliavo i capelli e la mia cresta era cresciuta un po’ troppo, lasciando svanire la mia aria da serio studentello.
Franco, il secondo barbiere, si avvicinò.
– Ma l’hai saputo di quel vecchio investito? –
– No! Quando è successo? –
– Verso le tre di oggi… c’era un casino di gente! Tutti fermi a guardare… –
– Sta gente proprio non riesce a farsi i cazzi suoi! E chi è stato? –
– Non si sa! Uno della zona però… si dice che correva… –
– Corrono sempre con ‘ste macchine! –
Sorridevo, guardando la scena dallo specchio. Pensavo che se ci fosse stato un sito Ansa del nostro paese sarebbe di certo stato meno aggiornato del mio barbiere. Quando vado da lui involontariamente mi faccio una cultura su gossip locali, morti, news bizzarre e, se per caso mi capita di andare nel fine settimana, non posso sfuggire all’immancabile resoconto delle partite di calcio.
La Gazzetta dello Sport, buttata sui divanetti blu, non manca mai.
– Ciro, quando sei sceso a Milano? –
– Un’oretta fa sono arrivato alla stazione di Napoli… poi papà m’è venuto a prendere… e sono corso subito a tagliarmi i capelli perché in settimana non ci sono… –
– Ah davvero? Dove le passi le vacanze? –
– I miei genitori festeggiano 25 anni di matrimonio, e hanno organizzato una vacanza sul lago di Garda… –
– Ah bene bene, e che giorno è l’anniversario? –
– Il 20… –
Antonio smise di tagliare i capelli sorpreso dalla mia affermazione.
– Il 20? –
– Sì il 20, mercoledì… –
– Io e mia moglie festeggiamo 20 anni il 20… –
Antonio sorrise e chiamò suo figlio. Il ragazzetto sbucò da chissà dove.
– Vai a prendere una lacca per capelli e mettila in quella busta… – poi si rivolse a me:
– Questa la dai a tua mamma e le fai gli auguri da parte mia. Poi se riesco la chiamo… –
– Grazie Antò, sempre gentilissimo! –
Antonio mi tolse la copertina che copriva i vestiti e mi spazzolò con la spazzola al talco. Mi osservai soddisfatto allo specchio, mentre anche lui mi osservava e annuiva col capo. Gli feci un sorriso per rassicurarlo della riuscita del lavoro.
Presi il giubbotto dallo stanzino e pagai Antonio.
– Ciao Antonio, grazie! –
– Saluti a casa! –
Mi diressi a passo svelto verso la macchina. Non serviva nemmeno che la cercassi. Era l’unica parcheggiata trasversalmente sulle strisce: proprio non ho pazienza con i parcheggi. Salii in macchina e partii.
Presi il cellulare e cercai Enzo nella rubrica, mentre con un occhio controllavo il traffico davanti a me.
– Pronto, Enzo! Allora che si fa stasera? –
– Ciruuu, ci manchi solo tu! Io ho dato già un paio di botte al Pampero… –
– E no, Enzo! Non si fa! È maleducazione non aspettare gli amici! –
– Scusa scusa! Allora a che ora vieni? –
– Ceno con i miei e poi parto… ci vediamo da te verso le 22 –
– Ok, dai che stasera ci divertiamo! Ah a proposito! Sulla strada che devi fare, ricordati che… –

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