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8.

Sabato mattina.
Il sole d’aprile entrava dalla finestra e illuminava la mia stanza. I suoi riflessi facevano brillare il mio portatile laccato nero. L’osservavo pensando che di lì a poco sarebbe finito anche lui nella valigia vuota sul pavimento. Prima però…
– Martì, io scendo… vado a fare colazione! –
La mia coinquilina era in cucina che preparava il caffè in pigiama. Chiusi la porta e scesi.
In strada non c’era nessuno. Normale… Un sabato normale. Forse non ci sarebbe stato nessuno anche al bar. Meglio, così potevo prendere il mio cappuccino in santa pace.
Aprii la porta a vetri del bar e subito buttai un occhio ai tavolini… tutti occupati. Anche il bancone era semioccupato e mi piazzai in uno spazio davanti alla cassa. Giovanna capì subito che volevo un cappuccino e si ricordò che preferivo la brioches alla marmellata.
– …attento che è un po’ calda… – mi avvertì.
– Non ti preoccupare… –
Presi la mia brioches e Carmelina mi lanciò una lunga occhiata come a volermi chiedere qualcosa. Non ressi il suo sguardo e finsi di controllare qualcosa al cellulare.
Rocco era alla macchina del caffè. Mi aveva salutato quando ero entrato. Avevo il sospetto che Giovanna non l’avesse avvertito e mi stesse preparando il solito caffè. Quando mi porse il cappuccino sorrisi. Devo imparare a fidarmi un po’ di più delle persone e smetterla con le inutili raccomandazioni.
Visto che avevo il cellulare in mano controllai il messaggio di Trenitalia. Il mio animo s’incupì. Tra circa un ora sarei partito per tornare a casa. Quella vera… quella in cui sono nato. Tra i miei genitori e i miei fratelli che non vedevo da natale. E anche se una parte di me volveva a tutti i costi tornare, l’altra aveva messo salde radici in quell’appartamento di Lambrate. Tra libri e pc, palline e poster polverosi. Tornare giù voleva dire immergersi di nuovo in una vita che avevo interrotto 5 anni fa. La mia cameretta, anche se abitata da un nuovo inquilino, era rimasta come l’avevo lasciata e osservarla mi riportava alla mente un Ciro diverso. Un Ciro che tirava freccette al muro e lasciava che la musica facesse vibrare i vetri delle finestre. Un Ciro che ora è cambiato. Un Ciro che chissà come non aveva mai preferito il cappuccino al bar… Ed ora, mi trovo qui, in una città che fatico a far diventare mia, con piaceri e peccati da evitare, cibi e pietanze da scoprire… un mondo nuovo che in cinque anni continua a stupirmi…
Per fortuna direi…

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