Un pezzo di storia.. (la Punto)

La%2520rana

 28 dicembre 2010 ore 10:15

Dormivo. Dormivo in un sonno profondo, da cui niente sembrava poteva svegliarmi. Ero in una stanza, ma le pareti non avevano colore e la sua grandezza sembrava sconosciuta. Ero a Milano o a casa mia? Spesso mi succede di addormentarmi da una parte.. e svegliarmi convinto di essere da tutt’altra. È una sensazione che appena ti svegli ti disorienta e hai subito bisogno di cercare qualcosa di reale vicino a te. Ecco, nel mio dormiveglia ero in quello stato. Mi giravo intorno alla ricerca di quel punto di riferimento che mi rivelasse il posto in cui stavo dormendo. Ma niente… il mio sogno continuava in una camera spoglia con poca luce e io, seduto a gambe incrociate per terra, a chiedermi dov’ero.
Ma un suono tradì quell’immaginazione che si prendeva gioco di me.

Triiiin  Triiiiiinn  Triinnnn

Era il suono di un telefono di casa che veniva da lontano. Ecco la chiave: a Milano non ho il telefono fisso! Ero a casa.
Aprii gli occhi e vidi il soffitto bianco e le pareti verde acqua, il grande armadio a muro e il comò, ma soprattutto gli altri due letti dei miei fratelli.

Triiinnn Triinnnn

Eccomi Arrivo! Ti giuro che se è un’altra telepromozione io…
Scesi le scale in tutta fretta. Arrivai in cucina e presi il telefono.
– Pronto!-
– Ciro…-
– Si papà…-
– Vedi che tra una mezzoretta arriva il carroattrezzi per portarsi via la Punto… dai un occhio. Capito?-
– Si.. ok.. sono qua.-
Click

Afferrai un bicchiere d’aranciata e mi buttai sul divano. Dalla porta a vetri davanti a me si vedeva il giardino con la Punto parcheggiata nel mezzo.

Quella fu la mia prima macchina. Il primo mezzo che mi permise di scarrozzare un po’ più in là della Vespa. Finalmente potevo portare a spasso i miei amici e non pregare Enzo di riaccompagnarmi a casa… ma essere io ad accompagnarlo. Fu l’emblema della mia ribellione più di quanto lo fu la vespa.
Era la mia macchina..

Una sera di qualche giorno dopo aver preso la patente ero a cena con i miei. Capelli lunghi.. qualche borchia qua e là… vestiti strappati. Un Ciro ormai dimenticato ora.. ma vivo nei ricordi di quegli anni.
Papà guardava attentamente il telegiornale.. quasi fosse più importante sapere di un assassinio che alimentarsi. Mia mamma non aveva ancora finito di mettere le cose a tavola. Non riusciva a sedersi per due minuti.. ogni tanto si alzava per prendere qualcosa che chiedevano quei due scansafatiche dei miei fratelli.
Io rigiravo la forchetta nel piatto.. tagliavo la carne in pezzetti più piccoli cercando disperatamente il momento giusto per dire:
– Mamma.. stasera esco..-
– Ok.. con chi? Con Enzo?-
-… con la macchina..-
– Cheeeee? Ma ti sei ammattito? Non se ne parla proprio! Carmine diglielo anche tu!-
Mio padre distolse per un secondo lo sguardo dal telegiornale.
– È troppo presto.- fu la sua sentenza e il dibattito si riconcentrò su mia mamma..
– Dai mamma! So guidare bene!-
– Non conosci la strada!-
– Ma se l’ho fatta mille volte con la Vespa!-
– Si.. ma è notte!-
– La macchina ha i fari!-
– Non m’importa! È troppo presto! NO!-
Abbassai la testa.. e finii ciò che restava della mia cena..

Suonò il citofono.
Sarà il carroattrezzi..
Mi alzai per controllare e poi aprii il cancello. Un camion di media stazza fece capolino nel mio giardino, in retromarcia.
Uscii fuori mentre un signore brizzolato con un sigaro in bocca scendeva dal camion.
-Ho parlato con tuo padre.. devo prendere la punto..-
-Certo certo! Faccia pure..- gli dissi alzando la voce.
Il signore intanto, andò di fianco al camion dove c’era un pannello con parecchie leve. Ne tirò una e la parte posteriore del camion cominciò a inclinarsi per accogliere l’auto.
Una folata di vento mi colpì, gelandomi dalla testa ai piedi. Un dettaglio molto significativo era che mi trovavo ancora in ciabatte e pigiama. Il carrello finì d’inclinarsi, l’uomo lasciò andare la leva e ne tirò un’altra. Due lunghe passerelle parallele sbucarono dal fondo fino ad arrivare a terra. Tutto era pronto.  Ora l’uomo prese un gancio che sbucava da un verricello. Tirò il filo d’acciaio e lo fece arrivare fino alla macchina. Lo agganciò e la mia Punto, come un pesce che abbocca all’amo del pescatore, dovette abbandonarsi al suo destino.

All’epoca, invece, i destini mi piaceva sconvolgerli. Ciò che era detto.. imposto.. o scritto.. a me non piaceva. Mi urtava. Dovevo andar contro tutto ciò che mi si parava davanti. Ed era per questo che avevo abbassato la testa. Perché quella era l’ennesima cosa imposta ingiustamente. L’ennesimo blocco. L’ennesima guerra.
Dopo cena andai nella mia stanza. Mio padre dopo il telegiornale andò nel suo studio a controllare qualche conto che non quadrava. I miei fratelli scomparsi qua e là per la casa. Mamma entrava e usciva dalla cucina portando i piatti sporchi nel secondo cucinotto. Dopo poco smise e si adagiò sul divano. Ma qualcosa non le quadrava. Andò davanti alla porta a vetri della cucina. Spostò le tendine bianche e vide che qualcosa mancava nel giardino.
– Carmine!- urlò per farsi sentire nell’altra stanza
– Che c’è?-
– Hai messo la macchina in garage?-
– No!-
E in un attimo mia mamma capì che magari, in quel momento, non ero nella mia stanza a giocherellare con il pc.

Mentre il signore abbassò la leva che attivava il verricello, entrò nel giardino la Fiat Idea con a bordo mia mamma che scese, salutò il signore… e subito mi fulminò con lo sguardo.
– Entra subito dentro, che ti prendi un colpo di freddo! Muoviti!-
– Agli ordini mamma!-
Salii dentro.. chiusi la porta e mi girai. La vecchia Punto lentamente saliva sul camion. Dovevo dirle addio… Ho provato per lei tanto amore quanto odio. Ma quest’ultimo adesso non riesco a provarlo. Ora non può lasciarmi a piedi alle 3 di notte.. può solo sciogliere un po’ di malinconia conservata nei ricordi del passato. 

 

 

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