Il signor Claudio (Livigno 2010 parte II)

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Il gigantesco poster di Megan Fox si estendeva su quasi tutta la parete della Stazione Centrale di Milano. Era una piacevole distrazione mentre mi lasciavo trasportare dal tapis roulant che portava al piano di sopra. Erano le otto di mattina ed ero in leggero anticipo per prendere il mio treno. La destinazione era Tirano, poi da Tirano a Bormio e da Bormio a Livigno. Dovevo fare proprio un bel giro. Ma la settimana che si prospettava avrebbe appagato tutti gli sforzi. Era da tanto che non sciavo. Più o meno da quando mi ero trasferito qui a Milano a studiare. Mi mancava un sacco sentire la neve soffice sotto i piedi. E mi mancava anche stare con la mia famiglia e i miei cugini. A pensarci non li vedevo da Natale. Chissà come staranno… mi chiesi.

Dopo aver salutato Megan salii sul treno. Avrei voluto prendere un caffè ma c’era il rischio di perdere il treno e poi chi se lo sarebbe sentito, mio padre!

Mi addormentai…

Sentivo le vibrazioni del treno che mi cullavano…

Sentivo il rumore dei passeggeri che andavano avanti e indietro.

Sentivo il mio respiro lento…

 

Mi svegliai e guardai fuori…

Stupendo…

Il treno stava costeggiando il lago di Como. Era una bella giornata. C’era il sole che picchiava forte e il pensierino di abbandonare la montagna in favore del “mare” mi stava allettando. Feci un paio di foto e continuai a osservare il paesaggio di stazione in stazione fino ad arrivare al primo step.

 

Tirano

Appena arrivato, chiesi informazioni su dove prendere il pullman che portava a Livigno. L’anziano controllore mi disse di prendere il sottopassaggio e arrivare dall’altra parte.

Comprai il biglietto. Sistemai la valigia nel portabagagli. Salii a bordo. Mi misi comodo nel mio posto accanto al finestrino. Il sole picchiava forte sui miei Carrera neri.  Mi piaceva…

Le persone continuavano a salire e riempire i posti. Sperai che nessuno si sedesse vicino a me.

Salì un gruppetto molto animato di tedeschi. Salì una signora anziana con il pellicciotto. Salì una famigliola inglese che si sedette poco distante. Mi voltai a guardare fuori chiedendomi quando sarebbe partito quel pullman. Ero stanco… le mie palpebre faticavano a stare su.

Appena parte mi metto a dormire, pensai.

 

Un signore alto e dagli occhiali spessi salì sul pullman. In testa aveva uno di quegli strani cappelli invernali, foderati di pelliccia e con grossi paraorecchie. Non riuscii a trattenere una leggera risata. Sembrava disorientato. Si guardava intorno alla ricerca di un posto libero. E guarda caso, tra tutti i posti vuoti, proprio quello accanto a me doveva beccare.

Mi chiese scusa dopo avermi urtato leggermente. Si sedette e respirò a fondo. Sembrava che avesse fatto una bella faticaccia a venire fin lì. Lo osservavo di sottecchi. Era un signore composto e molto magro all’apparenza. Avrà avuto almeno una sessantina d’anni.

L’autista mise in moto. Sentii distintamente il rumore del motore che si avviava. Si chiusero le porte: l’ultima parte del mio viaggio stava per cominciare. 

 

Per fortuna il mio compagno di viaggio sembrava molto silenzioso. Appoggiai la testa da un lato e cercai di riposare. Ma tra scossoni e salite, la cosa sembrava molto difficile.

Per di più la suoneria di un cellulare mi destò completamente. Il signore a fianco si controllò le tasche. Trovò il cellulare e rispose.

– Ciao Marco… sì sì… sono in viaggio.… –

Il signore continuava a parlare marcando un po’ troppo alcune parole.

– …quindi… quando arrivo devo prendere la linea rossa? Ok… ci vediamo lì… ciao… –

Finalmente chiuse la conversazione. Dopo qualche secondo si voltò verso di me e mi chiese scusa per tutto il casino che aveva appena prodotto.

– Si figuri… – gli risposi.

– Oggi fa proprio freddo… – disse.. ed io annuii col capo…

E mentre il pullman arrancava sulle salite, regnava un discreto silenzio imbarazzante nella quarta fila. Non sapevo cosa dire. Il signore visibilmente voleva attaccare a parlare. Ma io non ero la persona giusta per questo genere di cose, dato che socializzo difficilmente con gli estranei.

– Va anche lei a Livigno? – mi chiese…

– Sì… vengo da Milano… ho preso il treno e poi questo pullman… –

– Ahh… anche io sono di Milano! Lavoro all’aeroporto di Linate… beh… diciamo lavoravo –

– Come mai “lavorava”?-

– Posso darti del tu, visto che sembri avere l’età di mio figlio?-

– Ma certo! Mi chiamo Ciro… e lei?-

– Claudio…-

– Piacere, signor Claudio! –

 

Il signor Claudio era un tipo veramente simpatico. Mi raccontò del suo prossimo pensionamento al bar di Linate e di come aveva speso i soldi della liquidazione per abbellire la sua casa a Pioltello. Era un fiume inarrestabile… parlava e parlava. Bastava solo che io gli facessi una semplice domanda e lui come un razzo dalla miccia innescata cominciava a raccontare.

 

– Sai… mio figlio fa il cuoco… gli sarebbe tanto piaciuto venire con me a sciare. Ma l’altra volta si è lussato una spalla… e allora ha deciso di non sforzarla. Quindi sono qui da solo. –

– Non ha moglie? –

– No… son divorziato… mia moglie un giorno ha deciso di andarsene, di punto in bianco… che ci posso fare… è la vita… –

– Mi dispiace… –

– Nah… ormai sono passati un sacco di anni… c’ho messo una pietra su… –

 

Tra un racconto e l’altro guardavo fuori. Vedevo il paesaggio raffreddarsi man mano… già qualche cima innevata cominciava a vedersi in lontananza. E tra quelle sceglievo la mia montagna e sognavo di sciarvi a occhi chiusi.

Mi voltai verso il signor Claudio. Si era tolto il cappello e lo aveva tra le mani.

– Sai… mio figlio mi prende sempre in giro per questo cappello! Ma che ci posso fare! Tiene caldo! Quando sto con lui mi dice sempre di non mettere il colbacco!-

Ecco come si chiama quel tipo di cappello, pensai… e pensavo anche all’accostamento esilarante tra quel cappello e i suoi spessi occhiali. 

– Tu cosa fai a Milano, studi? –

– Sì… studio Economia bancaria… a Livigno m’incontrerò con i miei genitori e i miei cugini. Loro hanno fatto un bel viaggio per arrivare fin qui da Benevento

– Addirittura! –

– Beh si… quest’anno hanno noleggiato un pulmino a 10 posti. Sarebbe stato divertente fare il viaggio insieme a loro! –

– Bello… mio figlio invece è a Milano che lavora…. Sai… –

 

E mi raccontò delle disavventure del figlio. Di quanto sognava andare in Australia e dei problemi che ha avuto con il visto d’ingresso. Mi disse che lo aveva spinto lui a farsi questa breve vacanza sulla neve.

 

– …mi ha detto “Vai, vai…”, quindi ho chiamato Marco, il proprietario di questo albergo… e mi son fatto riservare la mia singola. Per fortuna l’ho trovata! Perché in quell’albergo o non c’è nessuno… o ci sono migliaia di tedeschi! …e la sera nel ristorante fanno delle tavolate immense… ed io sto lì da solo, con il mio tavolino singolo… –

 

Finalmente  s’iniziava a vedere un po’ di neve. Il pullman andava sempre più piano per evitare incidenti. I bordi della strada erano coperti da almeno un metro di neve. Per segnalarli agli autisti erano stati impiantanti dei paletti gialli e neri che sbucavano dalla neve come candeline su una torta alla panna. 

 

– Come sono le piste a Livigno, dato che lei ci è già stato? –

– Ah… sono stupende… però ricordati questo: la mattina si va a sciare al Carosello… e il pomeriggio al Mottolino.-

– Ok – risposi, sapendo che entro un paio di minuti non avrei più ricordato quei nomi.

– Devi sapere che la mattina il sole sta da una parte… e la sera dall’altra… quindi per me che ci vedo poco va bene… non so per te… –

– Beh… io ho sciato anche di notte una volta… l’oscurità non mi fa paura… sono i lastroni di ghiaccio, quelli sì che li temo… ha presente quando lo sci non attacca nelle curve e scivola via? –

– Certo, certo! Mi son preso un sacco di belle cadute così! –

 

 

 

Ormai la neve dominava il paesaggio. L’erba era solo un estivo ricordo, lì. Il signor Claudio mi indicava le piste sulle montagne. Mi consigliava di provare prima l’una e poi l’altra. Mi disse di quanto fossero difficili alcune piste nere e mi raccontò di quella volta che non ce la fece proprio a sciare e si tolse gli sci per farsela a piedi.

Il pullman si fermò. Eravamo arrivati a Livigno. Il viaggio sembrava esser durato un attimo. La convivenza con il signor Claudio era finita e dovevo dire addio a tutti i suoi racconti e le sue storie. Era stato bello per un po’ stare ad ascoltare le storie degli altri invece di raccontare sempre e solo le mie.

-Ciao Ciro… buona vacanza!-

-Grazie… anche a lei, signor Claudio!-

Mi strinse la mano e se ne andò, chiudendosi nel suo vecchio giaccone grigio. Lo osservai andarsene via. Chissà se lo avrei incontrato di nuovo… magari sulle piste da sci… o magari sulla seggiovia… giusto il tempo di sentire un’altra sua storia…

Chissà quanta vita avrà vissuto…

 

 

 

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