Sono pronto per metà… e per metà starò a sentire…

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…E mi trovavo su quel treno a cercare un posto tranquillo tra le file dei passeggeri. Mi sedetti accanto a una signora. Mi guardò in modo altezzoso mentre spostava la borsa dall’altro lato. La signora di fronte iniziò a parlare con lei ed io, non curante minimamente di loro, cacciai il mio DS dalla borsa e iniziai a giocare. Dopotutto in qualche modo dovevo pur passare il tempo. Non avevo un finestrino a portata di sguardo e quindi era impossibile fantasticare sul paesaggio. Chi mi conosce lo sa… Quando prendo un mezzo di trasporto qualsiasi, macchina, treno, aereo, preferisco sempre prendere il posto vicino al finestrino. Mi piace osservare il mondo. Mi piace essere partecipe con lo sguardo di un pezzo di passaggio. E con gli occhi scattare piccole fotografie. Fotogrammi di posti sconosciuti che compongono un puzzle di ricordi. E guardando quel paesaggio ormai conosciuto, avevo imparato che dopo certe case, certe vie, eravamo quasi a metà strada. Sapevo già che dopo quella masseria c’era quella casa rossa… e che dopo quella casa rossa ci sarà quello strano albero che noto sempre. Fino ad arrivare alla meta… che segna la fine del mio album fotografico immaginario.
“Dannazione! Ho sbagliato di nuovo!” il mio Brain training mi stava dando del filo da torcere. Di solito svolgevo gli esercizi con facilità uno dopo l’altro ma questa volta, c’era qualcosa che mi distraeva…

Ero nella vettura di testa. Praticamente guidavo il treno. Il capotreno sembra aver lasciato apposta la porta aperta per farmi entrare. Si vedeva tutto. Si vedeva ciò che vede uno che guida un treno. Non avevo mai provato una simile sensazione. Perché è strano… Noi siamo abituati a vedere l’andatura del treno attraverso i finestrini e la prospettiva è diversa. Il paesaggio scorre con te. Invece quando sei in testa, sei tu ad andare in contro all’orizzonte. Le case, gli alberi, i ponti, si avvicinano pian piano… ti vengono in contro e poi spariscono, senza che tu possa rivederli. Davanti a te hai solo due binari che sembrano non finire mai. Vedevo il capotreno intento ad accelerare e rallentare a seconda delle occasioni. Tipo quando un treno viaggiava sull’altro binario… quando si arrivava a uno scambio… quando si passava per una stazione…  e lì lo sentivo anche suonare quell’odiato clacson ai passeggeri distratti che avevano oltrepassato la famosa “linea gialla”. Chi lo sa come ci si sente a fare questa vita dalla mattina alla sera. Esser costretto da due binari e non poter andare dove vuoi. Dover fermarsi quando si deve… e correre quando si è in ritardo. Dover restare calmo quando dei passeggeri inferociti per questo o quello ti assaltano. Magari bisogna prendere la vita un po’ meno sul serio… magari tutti avremo bisogno di un finestrino da cui guardare il nostro paesaggio…

Arrivai a Lodi.
Mi fermai davanti alla stazione. Guardai il cielo. “Sembra non promettere bene” pensai. “Speriamo che qualcuno mi abbia riportato il mio ombrello”. La chiamai. Era ancora a scuola. Tra poco sarebbe uscita e ci saremmo incontrati. M’incamminai nella direzione da cui sarebbe arrivata. Attraversai il sottopassaggio della stazione e il piccolo parchetto. La vidi…
Mi venne incontro e ci salutammo con il solito bacio. Era felice. Non solo perché io fossi lì con lei… ma anche per qualche altra cosa.
– Ho passato l’interrogazione! –
– Brava! –
– Solo brava?! Era importante! – mi disse con lo sguardo imbronciato.
– Bravissima! – le risposi ironicamente.
– Uffa… sei sempre il solito! Mai che mi facessi un complimento! Andiamo va! –

Ci stavamo dirigendo verso la piazza di Lodi. Quella che sovrastava il nostro parchetto. Mano nella mano, da lontano guardavamo la città. Una città diventata un po’ nostra. Un luogo d’incontro a metà strada tra nostre case. Un posto in cui abbiamo vissuto un bel po’ di storie. Tra taxi “costosi” e treni che arrivavano e partivano dal binario tre. Parchetti verdeggianti e panchine speciali.  Il luogo del nostro primo “ti amo”… ma questa… è tutta un’altra storia…

Giungemmo alla piazza per assistere ad un concerto di gruppi emergenti. Ragazzi e ragazze si stavano radunando nei pressi del palco. E noi, come persone casuali in una moltitudine, c’infiltravamo tra la gente.
Un gruppo aveva appena finito il suo giro di canzoni e il giovane presentatore annunciò il prossimo.
– Ecco a voi ragazzi… i “Libera uscita” –
Li osservai. Sul palco erano saliti quei cinque ragazzi dall’aria non troppo adolescenziale. Si disposero ai loro posti e iniziarono un rapido soundcheck. Erano una coverband di Ligabue e avevano preso in prestito il loro nome da una delle canzoni più belle. Una canzone che molti non conoscono. Una delle prime. Il loro nome mi scatenò un sorriso. Pensai a tutte quelle volte che l’avevo cantata. Pensai a quando scappavo da scuola… a quando correvo con la mia vespa contro vento… a quando  mi concedevo la mia “libera uscita”. Avevo i capelli lunghi allora… e il sangue mi ribolliva nelle vene.  Molti pensieri nemmeno esistevano e i ricordi tristi si contavano sulle dita. Ne sapevo ben poco della vita… Sapevo solo: “che di strada davanti a me… ce n’era ancora molta…”

Flashback:
Un pomeriggio dai capelli lunghi

“…e non ci prendono sul serio…
d’altronde non l’han fatto mai…
siam sempre stati il pesce d’aprile…
anche quando l’aspetti anche quando lo sai…
E non ci prendono comodamente…
nè con il loro dài e dài…
nè con il loro: “chi tace acconsente”…
noi non abbiamo taciuto mai..
e non ci beccano più…
e non ci provano più…
non se lo chiedono più…
cosa facciamo qui? nelle scarpe da corsa…
libera uscita…
in libero mondo…
libera scelta di dirlo io…
com’è che mi spendo…
com’è?… com’è?”

Mi  dondolavo sulla mia comoda poltroncina nera. Lo stereo era a palla e il cantante sempre lo stesso. Passai una mano tra i capelli guardando lo schermo del pc. C’era un messaggio: “tra poco siamo lì”.
Erano i miei amici che mi avvertivano che sarebbero passati a prendermi per combinare chissà cosa. Alzai ancora di più lo stereo e cantai a squarciagola fino a quando mia mamma non entrò in camera e abbassò di botto la manopola al minimo.
– Ciro! Ti sembra il modo?? –
– Mamma tra un po’ mi vengono a prendere Enzo e Mario ed usciamo. –
– Sei sempre in giro! Quando ti vedrò un po’ studiare?? –
E chiuse la porta dietro di se. Lo stereo riprese vita. Cercavo sulla scrivania la molletta nera che usavo per legare i capelli. Spostai la pallina rossa dal portamonete e l’appoggiai vicino alla tastiera. Lei rotolò lungo la scrivania per poi cadere per terra come una bambina dispettosa che voleva giocare. – Non ora! Non è il momento di fare dispetti! – La raccolsi e la rimisi al suo posto. La guardai per un attimo e sorrisi. La stavo trascurando un po’. Mi aveva accompagnato per un pezzo di vita ed ora era in un porta monete a prendere la polvere.  La ripresi e la feci volteggiare un po’ in aria per poi riprenderla velocemente.

Peeee Peeee Peee

Quello strano clacson inconfondibile mi faceva capire che gli amici erano arrivati. Posai la pallina delicatamente e presi il mio giubbotto di pelle nuovo di zecca. Scesi di corsa le scale per arrivare in cucina ed aprire il cancello. I miei amici erano lì che mi aspettavano sorridenti. Aprii il portone di casa. Da poco si erano abituati al mio aspetto. Capelli lunghi… giubbotto di pelle… anelli. Una piccola rivoluzione che mi aveva invaso dalla testa ai piedi. Non ero più il Ciro di prima. Perlomeno all’esterno. Perché all’interno, si sa, è difficile cambiare.
– Ciro! Forza dai! Sali in macchina! –
– Ragazzi… dove si va? –
Domanda inutile perché già conoscevo la risposta. Li conoscevo… e loro conoscevano me. Ci guardammo negli occhi e partimmo.

Nella solita direzione… verso il solito luogo… verso la nostra:

Libera uscita…

22 thoughts on “Sono pronto per metà… e per metà starò a sentire…

  1. ci hanno promesso un grande futuro e poi ce l\’han tolto c\’han detto "scusate" e così sia …..abbiamo avuto un periodo buio eh, capelli lunghi!!!! libera uscita senza rincorsa a passi lenti e senza far rumore continuo il mio viaggio partendo da dove fermano i treni… 

  2. Haha, io commentatrice abituale mi distinguo (HH)
    Scherzi a parte, quando parli di Ligabue non ti fermi più eh?
    Bello vedere quanto la musica può emozionare…
    Bello vedere che c\’è qualcuno come me che guarda fuori dal finestrino, che ricorda ogni piccolo particolare di quelle ore che, interminabili, passano lente… prima di rivedere chi ci sta tanto a cuore!
    MaD

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